La prosperità di tutti è la condizione per il bene-essere di ciascuno

«Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro.

In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civilità e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare.

Preoccupàti solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri...

Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto!

Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla.

Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo».

Tratto da "De la démocratie en Amerique" di Alexis De Tocqueville, 1840

Gerontocrazia: non "auctores" di altri, ma solo di se stessi

Favole olandesi

di Giacomo Costa, gesuita


Le regine sembrano sempre figure d'altri tempi, che trovano posto solo nelle favole. Ma è proprio così? È apparsa e subito scomparsa dai siti dei giornali la notizia che la regina Beatrice d'Olanda, pochi giorni prima del suo 75esimo compleanno, ha annunciato l'intenzione di cedere il trono al figlio Willem-Alexander. Un gesto che nel Paese dei tulipani ha suscitato un guizzo di sorpresa e forse qualche lacrima di commozione, ma niente più. Già sua madre Giuliana, e sua nonna Guglielmina, regine prima di lei, avevano fatto altrettanto. A occhi italiani, la notizia è esplosiva. E ancora di più quando si legge la motivazione: "Non abdico perché mantenere il mio ruolo sarebbe troppo pesante, ma perché sono convinta di doverlo trasmettere a una nuova generazione. Ho la massima fiducia in mio figlio".


Anche a costo di rischiare di sfiorare i luoghi comuni, non si può non riconoscere una tendenza italiana alla gerontocrazia. Nel nostro Paese, come anche mostra chiaramente la tornata elettorale in cui siamo immersi, chi ha una "poltrona" ci pensa bene prima di lasciarla, soprattutto a un (più) giovane. Non è però solo una questione di politica e politici: è così in tutti gli ambiti, dall'industria agli organismi no profit e alla Chiesa; e se si lascia, si fatica a lasciare veramente. O si cerca una finestra da cui rientrare. Sarebbe invece bello poter vedere persone che sono state capaci di far crescere aziende e associazioni, partiti e parrocchie esercitare fino in fondo la loro "autorevolezza". Come spiega l'antropologo Ferdinando Fava, il termine "autorità" reca in sé il significato etimologico di "generare", di "portare all'esistenza". In questa prospettiva, chi esercita autorità è colui che si riconosce "autore" (dal latino auctor, letteralmente "il promotore", "colui che fa avanzare"), cioè che permette ad altri di crescere e di diventare a loro volta leader autorevoli.


In un gioco di parole, essere autorevoli vuol quindi dire "autorizzare", permettere che vengano alla luce nuovi tipi di pensiero e di azione che non siano semplici applicazioni o imitazioni di quelli che li precedevano, sostenere un processo creativo, strutturalmente aperto al cambiamento. Il leader è il catalizzatore. Il suo obiettivo non è quindi in primo luogo il controllo, ma favorire chi, in ultima istanza, può e deve prendere il tuo posto.


Non è difficile rendersi conto che questo stile di esercizio dell'autorità andrebbe incontro a quel desiderio profondo di rinnovamento del fare politica che con frequenza si esprime nella richiesta di "facce nuove", ma che va inevitabilmente incontro alla frustrazione, se la novità si limita a una operazione di immagine.


Non sarà invece facile - va riconosciuto onestamente - il percorso di chi volesse provare a esercitare in questo modo la sua autorevolezza. Soprattutto perché si tratta di qualcosa a cui come italiani siamo purtroppo così disabituati che sembra utopistico o paradossale. L'idea che l'autorità e il potere consistano essenzialmente nel controllo è molto potente e soprattutto funzionale agli interessi di chi vede la società come il luogo dell'affermazione di sé o della massimizzazione dei propri vantaggi, anziché della costruzione di opportunità di vita buona per tutti, sulla base del contributo originale di ciascuno. Il gesto di Beatrice d'Olanda è destinato a rimanere, almeno nel nostro Paese, una cosa da regine e fate, una favola che può al massimo alimentare buoni sentimenti?

Tradizione rispettata

 Anche quest'anno tradizione rispettata:

sono riuscito ad usare la moto

in almeno uno dei "giorni più freddi dell'anno",

i "tri dì de la merla".

Sottocultura violenta e ignorante

C'è una piccola storia da raccontare, una tra tante. È il 23 aprile del 2007, in un locale di Buguggiate, una decina di chilometri da Varese, c'è una festa. Una trentina di persone celebra l'anniversario della nascita di Hitler. Il locale è gestito da un attuale consigliere comunale del Pdl di Busto Arsizio (allora era capogruppo di Alleanza Nazionale). C'è un gruppo che suona, si fa chiamare 99 fosse. Si intonano ritornelli come «sei milioni di ebrei, sei milioni di ebrei, lo rifarei». Sulle note di Alba Chiara di Vasco Rossi si fa riferimento ad Anna Frank: «Respiri piano dentro la cantina

Compleanno del mattoncino LEGO!



Il signor Ole Kirk Christiansen nasce nel 1891 a Billund, un paesino della Danimarca meridionale al centro della penisola dello Jutland. Prima carpentiere, poi falegname. Costruisce mobili, poi vista l'aria che tira passa ai giocattoli: salvadanai, automobili e camion, yo-yo, ma a dire il vero senza grande successo. Intanto nel 1920 (o più tardi?) sceglie un nome per la sua azienda, unendo due termini della lingua danese, leg godt "gioca bene": così nasce il Lego.

Ci sarebbe voluto ancora un po' di tempo, la riconversione con l'arrivo della plastica e poi il disegno di quel mattoncino rettangolare bianco che si incastra perfettamente e facilmente con i suoi consimili di ogni foggia (in gergo tecnico si chiamano a collegamento automatico) per arrivare a quel prodotto che ancora oggi si trova in tutti i negozi di giocattoli: infatti da quel 28 gennaio 1958 il mattoncino non è mai cambiato. E se avete ancora una confezione di quegli anni potete tranquillamente prendere i pezzi e mischiarli con le ultime serie uscite.


Vita non vissuta



Un paio di scarpette rosse


di Joyce Lussu



C'è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

"Schulze Monaco".



C'è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buckenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo

chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni



ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l' eternità

perché i piedini dei bambini morti non crescono.



C'è un paio di scarpette rosse

a Buckenwald

quasi nuove

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.

Perch

Il generale Dwight D. Eisenhower quando arrivò con i propri uomini presso i campi di concentramento non ebbe il minimo dubbio. Ordinò che fosse scattato il maggior numero di fotografie alle fosse comuni dove giacevano ossa, abiti, corpi scomposti scheletrici ammassati come piramidi casuali. Fotografie per ogni gelida baracca che fungeva da dormitorio, fotografie al filo spinato, ai forni crematori, alle divise, ai cappellini, alle torri di controllo, alle armi, agli strumenti di tortura. Fotografie ai sopravvissuti così vicini alla morte da poterci interloquire e restituirla a chiunque li fissasse senza dover nemmeno aprire bocca. Senza parlare, senza parole. Eisenhower pretese che fossero condotti presso i campi di concentramento tutti gli abitanti tedeschi delle vicine città per vedere la realtà dei fatti e che, suddetti civili, fossero costretti a sotterrare i corpi dei morti. E poi spiegò: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile

Capitasse anche a tanti contemporanei "fanfaroni" dei pulpiti!



"Quando gli abitanti di un villaggio della Palestina chiesero a rabbi Yehuda Hanassi di inviare loro per maestro uno dei suoi migliori allievi, questi raccomandò loro rav Levi, profondo erudito e brillante oratore. Il nuovo maestro arrivò e la folla lo ricoprì di elogi, facendolo salire su un palco dal quale pronunciare il suo primo discorso di Torà (Legge).

Ma quando rav Levi volle aprire bocca non ne uscì neppure un suono. Il suo cervello era vuoto. La folla cercò di incoraggiarlo con qualche domanda, ma Levi restò muto.

Confuso e umiliato tornò dal suo maestro e raccontandogli l'accaduto aggiunse delle parole simili a queste: "Rabbi, mi rendo conto adesso che al momento di salire sul palco ho provato un soffio di fierezza che ha cancellato tutte le mie conoscenze di Torà". È bastato un piccolo inorgoglimento, un soffio di fiato tirato a sollevare il petto in alto e tutta una vita di studio si è ammutolita. Maestro è chi recide ogni giorno il prepuzio di orgoglio che ricresce sulla lingua di chi parla da un pulpito. Già il Trattato dei Padri, nel Talmud, insegna: "Non fare delle parole della Torà una corona per te ingrandendoti con esse".

La vicenda di rav Levi mostra che la conoscenza delle scritture sacre non è un possesso neanche dei maestri. Essi la possono soltanto ospitare e tutto il loro studio è solamente il tappetino d'ingresso. La Torà non varca la soglia di chi non l'abbia ben ripulito ogni giorno dalla polvere dell'orgoglio".

Erri De Luca, Alzaia, 90

Se questa è etica...

Formigoni: "Maroni tutela i nostri valori"; "Solo con lui sono garantite la dote scuola, la famiglia e la sussidarietà"; "Con lui, una scelta di continuità imbattibile".





Etica cristiana ed etica leghista

di Giannino Piana, docente di teologia morale

in “Missione Oggi” n. 10 del dicembre 2010


L'espressione "etica leghista" è di per sé problematica; può essere considerata persino un ossimoro o una contraddizione in termini.

Se infatti

Idea originalissima e comunicazione efficace!


Dall'Africa radiatori per i norvegesi poveri

L'Africa non vuole che la Norvegia soffra il freddo e con questo obiettivo lancia una campagna internet senza precedenti. L'associazione Radi-Aid invita gli africani a donare radiatori ai norvegesi poveri che muoiono di freddo e per questo ha prodotto “Africa for Norway” (...) La campagna non è stata creata in Africa ma in Norvegia, dove alcuni membri del Fondo di Assistenza Internazionale degli Studenti Norvegesi vogliono far cambiare la percezione che i paesi ricchi hanno del continente, bandendo vecchi stereotipi e concentrandosi su progetti di sviluppo. Il vero obiettivo è educare la gente sui problemi reali e le situazioni che si vivono in Africa quotidianamente. (...) “La verità è che nei paesi africani ci sono molti sviluppi positivi e desideriamo che questo si sappia”, spiegano i promotori della campagna.



Africa for Norway, video non profit dell'anno

(...) Il video musicale “Africa for Norway”, girato in Sudafrica e prodotto per lanciare la campagna è stato eletto “video non-profit dell'anno”. Il filmato, che ha quasi raggiunto i due milioni di contatti su YouTube, dove ha registrato più di 2500 commenti, oltre a 16mila likes su facebook e 5000 tweet, è interpretato dal  coro Radi-Aid, una magistrale parodia del gruppo Band Aid (...) I due giovani creatori del progetto, Anja Bakken Riise ed Erik Schreiner Evans, hanno spiegato che “volevano ironizzare sulle organizzazioni per il fundraising, che ancora sfruttano stereotipi vecchi di 50 anni, ricorrendo all'utilizzo di modalità offensive, come quella di guardare sempre i poveri e i bisognosi dall'alto in basso”.

Un superiore se è saggio

"Un superiore saggio diffida della figura affascinante che emerge dal ritratto degli adulatori. Gli dovrebbe bastare di essere servo che sa vincere la tentazione del potere, nascosta a volte anche nel 'sottile godimento di essere sempre sovraccarico di lavoro' ma nascosta anche dietro l'illusione ricorrente di pensare di essere in fondo più intelligente e più bravo degli altri, illusione che favorisce l'emergere di giudizi negativi sugli altri, maldicenze su alcuni, adulazioni nei confronti di altri, illusione che ha la sua radice in una fiducia cieca in se stesso e in una insicurezza altrettanto cieca che divide il mondo in due categorie di persone, i buoni e i cattivi che si riducono in adulatores et detractores.

La comunità è impoverita dalla sterilità della rivalità fra quelli che sono per il superiore e quelli che sono contro di lui. Quando il superiore cambia, non cambia niente nella comunità, le divisioni rimangono le stesse. Questo veleno, come il demonio più potente, non viene sradicato se non con la preghiera e il digiuno".

Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, 151

Perch

Contro ogni disamore per il proprio corpo




Brusco - Sei come sei



Sei bella così come sei (ahi che tipa!!!).

Sei bella ma non lo sai.

Ok va bene: non sarai una velina, ma così sei carina, non c'è niente che non va.

Sei cretina se non vuoi più specchiarti, perché se ti guardi non c'è niente che non va.

Una ceretta e sei perfetta; il mondo ti aspetta, non c'è niente che non va.

La tua è paura é quella, non se ne va via con la chirurgia; non c'è niente che non va.

Cerchi difetti: mentre ti specchi ti flesci gli occhi piccoli e stretti,

guardi giù i cuscinetti e non ti piace niente di ciò che metti.

Basta, la smetti, calma, rifletti, scommetti che se sorridi ti accetti?

Anzi più ridi e più sembri sexy e senti: “Posso offrirti una Pepsi?”.



Sei bella così come sei senza difetti non ti amerei.

Sei bella, ma non lo sai, quindi ti prego: non cambiare mai.

Sei bella così come sei, esattamente come vorrei.

Sei bella ma non lo sai.



Resta come sei già, sei già, sei già, resta come sei te, sei te, sei te.



La gente si guarda la tele e vuole assomigliare alle stelle che vede,

ma non è reale: non sono vere tutte le cose che ti fan vedere.

Poi delle tipe si vede il sedere e sono magre con enormi pere;

capisco il business, allora ve bene: sarà che la gente ragiona col

Faccia a faccia, occhio a occhio

Lo sguardo ammirato di Adamo che fissa attentamente Eva condottagli innanzi da Dio trova espressione nel grido che lo accompagna: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Genesi 2,23). L'esclamazione esprime intensa intimità.

Essa giunge a seguito di una serie di incontri con altre creature cui l'uomo imponeva il nome, ma in nessuna delle quali trovava «un aiuto che gli fosse simile» (2,20). Nessuna creatura - si potrebbe altrimenti tradurre - era «alla sua altezza», così da poter essere guardata negli occhi. E si sa che gli occhi, in amore, sono più eloquenti delle parole. È guardando l'altro/a negli occhi che si scorge la sincerità o meno delle sue parole, perché gli occhi sono una finestra sul cuore.

L'esclamazione meravigliata di Adamo alla vista di Eva non è rivolta direttamente a lei, ma risulta indirizzata a Dio che gliel'ha condotta innanzi. Nell'incontro «volto a volto» con l'altro/a, l'uomo avverte la presenza di Dio, al quale, per la prima volta, rivolge la sua parola. Nel «faccia a faccia» con l'altro - si potrebbe dire mutuando le parole dal filosofo ebreo Emmanuel Lévinas - si intravvede il Volto di un Altro infinitamente maiuscolo, si scorge la «traccia dell'Infinito».

La filigrana divina che traspare nell'incontro uomo-donna trova riscontro nel fatto che entrambi provengono dalle mani di Dio. Benché, infatti, la donna venga plasmata a partire da una costola tolta all'uomo, la sua creazione avviene al di fuori dell'uomo. Tra l'uomo e la donna non c'è derivazione diretta, ma diretta derivazione di ciascuno da Dio. Il riconoscimento della donna come carne della carne e ossa delle ossa dell'uomo è mediato dall'intervento di Dio. Già da qui s'intuisce che la possibilità di incontro tra l'uomo e la donna è dovuto a Dio: da Lui entrambi derivano, solo attraverso di Lui, l'uno e l'altra potranno trovare il segreto della loro unione.

Aristide Fumagalli, Non hanno più vino. Le nozze di Cana e le odierne vicende amorose, 5

Qui e ora e al di là



"Credo all'incredibile. Credo all'incredibile purezza del dolore e della gioia di un cuore. Sono cose estremamente rare e di una semplicità che strappa le lacrime.

Sul volto di mio padre morente ho visto un sorriso come un punto sorgivo. Un sorriso "immortale" mi rimanderebbe alle statue dei musei, ma in quel sorriso di mio padre era come contenuta una creazione del mondo. E nella sua vita esaurita che in un secondo egli ha speso tutto l'oro del suo sorriso. Questa verità sorridente che aveva attraversato la sua vita e le cui onde si sono non soltanto mantenute, ma persino ampliate molto tempo dopo che mio padre era stato ricoperto dalla terra, credo che mi attenda nell'ultima ora.

Ciò in cui credo è sempre legato a un attaccamento e a una persona. In questa convinzione, sostengo qualcosa che mi sostiene a sua volta, e che continua a vibrare molto dopo la scomparsa degli esseri, come la luce delle stelle che continua a giungere sino a noi quando sono morte. Non potrò mai più offrire nulla a queste persone che sono morte, ma si continua a stringere un'alleanza.

L'aldilà in cui credo, lo vedo qui e ora, perché in un certo senso è qui che ha luogo tutto. Questo aldilà inghiotte tutto il tempo e lo supera. E questo che cosa cambia se domani mi dimostrano che non c'è risurrezione e che Cristo non è che uno dei tanti saggi, sia pur il più grande? Ebbene, non cambia nulla, io non cambierò la mia vita né il mio modo di vedere, perché questa speranza fa talmente parte di me, come il colore dei miei occhi, che non potrei privarmene senza privarmi, nello stesso tempo, del respiro e dell'anima. In questo, mi trovo in qualcosa che è più immutabile della pietra".

Christian Bobin, La luce del mondo, 116-118

IO-NOI

Evangelizzazione evangelica

Fratelli lontani, perdonateci

All'inizio della Missione (Milano, 1957) per gli adulti, il cardinale Montini rivolge un invito ai "lontani".



Uno scopo principale ha la Missione: quello di far ascoltare un'autentica parola religiosa ai fratelli lontani. I lontani sono legione: quelli che non vengono in Chiesa; quelli che non pregano più e che non credono più; quelli che hanno la coscienza triste per qualche peccato, o insensibile per le troppe faccende profane; quelli che disprezzano la Chiesa e che bestemmiano Dio; quelli che si credono bravi e sicuri, perché non pensano più alla religione, al paradiso e all'inferno.

Quanti! Quali vuoti nella comunità dei fratelli! Quale solitudine, talvolta, nella casa di Dio. Quanta pena, quanta attesa per chi ama i lontani come figli lontani.

Se una voce si potesse far loro pervenire la prima sarebbe quella di chiedere loro amichevolmente perdono. Sì, noi a loro; prima che loro a Dio.

Quando si avvicina un lontano, non si può non sentire un certo rimorso. Perché questo fratello è lontano? Perché non è stato abbastanza amato. Non è stato abbastanza curato, istruito, introdotto nella gioia della fede. Perché ha giudicato la fede dalle nostre persone, che la predicano e la rappresentano; e dai nostri difetti ha imparato forse ad aver a noia, a disprezzare, a odiare la religione. Perché ha ascoltato più rimproveri, che ammonimenti ed inviti. Perché ha intravisto, forse, qualche interesse inferiore nel nostro ministero, e ne ha patito scandalo.

I lontani, spesso, sono gente male impressionata di noi, ministri della religione; e ripudiano la religione, perché la religione coincide per essi con la nostra persona. Sono spesso più esigenti che cattivi. Talora il loro anticlericalismo nasconde uno sdegnato rispetto alle cose sacre, che credono in noi avvilite. Ebbene se cosi è, fratelli lontani, perdonateci. (continua - Il testo completo in

http://www.seitreseiuno.net/Testi/tabid/174/language/it-IT/Default.aspx)

«Cosa non le ho fatto?»

Consigli non richiesti a Berlusconi

di Massimo Gramellini

Dopo Bersani, Grillo e Monti, toccherebbe a lei. Invece mi asterrò dal darle consigli. Sarebbe capacissimo di seguirli. Le chiedo solamente una precisazione. Ho appena ammirato il nuovo video elettorale del vostro popolo della libertà. Mentre il paroliere vi descrive come un mix fra Gandhi e San Francesco (“Gente che ama la gente, che non prova invidia, che odiare non sa”), sullo schermo, accanto alla scritta perentoria NOI NO!, scorre un tappeto rosso di persone e cose da odiare (o da invidiare?): Camusso, Magistratocrazia (pagherei una tassa per sentire Tremonti pronunciarla), Patrimoniale, Fiom, Ingroia, Hamas, (Hamas? Ma dai!), la Repubblica (intesa come giornale o come istituzione esodata, rimpiazzabile dal più agile Impero?), Burocrazia, No Tav, Saviano, Radical Chic, Imu, Fannulloni, Intercettazioni, Coop, Littizzetto, Santoro, Travaglio, Floris, Fazio, No Global.

Alcuni accostamenti sono così assurdi da riuscire involontariamente esilaranti. Ma la mia preoccupata curiosità è stata attratta soprattutto dalle assenze. Anche ammesso che Di Pietro venga assorbito nella voce Ingroia, che Fini entri in Fannulloni ed Eugenio Scalfari in Repubblica o in Radical Chic a scelta, rimangono incomprensibilmente fuori listino Bersani, Monti, Kim Il Sung, il loden, l'eskimo, i rubli di Mosca, gli euro di Francoforte, Equitalia, lo spread, Umberto Eco, Nanni Moretti, la Merkel, Carla Bruni, i cantautori, l'Inter del triplete e tanti altri ancora. Nel suo piccolo, mi consenta, anche il sottoscritto.

Ed è proprio questa la precisazione che le chiedo:
si può sapere cosa NON le ho fatto?

Tutti ad immagine di Dio

Note a margine su uno slogan ecclesiastico di bandiera

di Enzo Bianchi

Da alcuni anni viene ripetuto come uno slogan, che si vuole decisivo e apodittico: “Con Dio o senza Dio tutto cambia”. Queste parole vengono infatti recepite come parole che tracciano un fossato profondo tra credenti in Dio e coloro che non professano una fede in lui, i senza Dio o atei. Tutto cambierebbe, nel senso che dalla professione di fede in Dio discenderebbe un uomo totalmente diverso rispetto a quello che non si sente di professare tale fede.

Occorre dunque riflettere bene su questa affermazione ed esaminarne la plausibilità. Il cristiano con fede evangelica si sente perciò innanzitutto obbligato a confrontarsi, affermando che Dio è un termine troppo ambiguo, perché il Dio dei cristiani non è un qualsiasi Dio, ma il Dio raccontato da Gesù Cristo (cf. Gv 1,18), il Figlio di Dio e il Figlio dell'uomo. È lui che con la sua vita umana nella nostra carne ci ha rivelato il Dio vero e vivente; è lui la vera narrazione di Dio che impedisce al cristiano ogni teismo. Dunque l'affermazione “con Dio o senza Dio tutto cambia” non è sufficiente per garantire che l'uomo trovi in Dio (quale? qualsiasi?) il suo bene, il senso del senso, una traccia di umanizzazione.

Ma il cristiano si può fare delle domande ulteriori: “Si può negare Dio o fare a meno di lui senza pensare a se stesso come a un dio? Se Dio non esiste o non è affermato, l'uomo è necessariamente utilitarista fino a pensare solo a se stesso? È un uomo condannato alla philautía, e dunque ai mali che vengono generati da questo amore esasperato di sé, amore che non riconosce gli altri?”.

Indubbiamente, non il credente in Dio ma il cristiano che trova nel Vangelo il suo Dio, non può vivere senza gli altri o addirittura contro gli altri, perché il Dio del Vangelo comanda l'amore del fratello. Chi crede in Gesù Cristo e ama Dio deve innanzitutto fare ciò che Dio gli comanda: questo fa assolutamente parte del suo amore per Dio! Dunque il cristiano è richiamato dal Vangelo, è giudicato dal Vangelo, e la conformità o la non conformità a Gesù Cristo dovrebbe apparirgli come un criterio evidente per giudicare la sua fede. Nella fede autentica il cristiano trova le ragioni per un'esistenza vissuta come cammino di umanizzazione, per una vita segnata da amore, giustizia, riconciliazione, pace, una vita buona, bella e beata.

Una volta affermato questo, si potrebbe però negare che altri uomini che non conoscono il Vangelo, o comunque non giungono alla fede nel Dio di Gesù Cristo, sono condannati a una vita senza etica, senza possibile ricerca di senso, senza vita interiore? Qui ci soccorre la storia con la sua testimonianza: uomini e donne in molte culture e in ogni tempo sono stati dei “giusti”, sono stati capaci di dare la vita per gli altri, di mettersi al loro servizio. E allora? Perché affermare che solo la professione di fede in Dio garantisce la bontà di una vita? I cristiani oggi lo sanno: si può essere vescovi, preti, monaci e non essere uomini di Dio, e soprattutto non avere alcun rapporto con la parola di Dio e il Vangelo; d'altra parte, si può non professare alcuna fede ma, “stando fuori”

Occhi

 

Questione radicale

Continuo a domandarmi

come si faccia a dire

che il Dio di Gesù Cristo

non può soffrire (con-soffrire).

don Chisciotte

Parole che riguardano proprio me

"Allora ho detto, ecco sono venuto: in un rotolo di libro è scritto su di me." Questa è la bella sorpresa di Davide nel suo salmo (40, 8): nel libro sacro ci sono parole che riguardano proprio me. Ogni lettore delle storie sacre ha fatto l'esperienza di Davide; di sentirsi nominare da qualche passo di quel libro. È l'emozione di Natanaele (Giovanni 1, 47 sgg.) che si sente chiamato da Gesù, quando gli dichiara di averlo visto steso sotto il fico. Il suo scatto di fede verso Gesù non viene dall'averlo visto, ma dall'essere stato visto da lui.

Leggere i libri sacri dà a volte la sorpresa di trovare se stessi in certi versi.

Allora ci si sente raggiunti come d'estate dal frammento di cometa che s'incendia proprio davanti ai nostri occhi spalancati al buio.

Qualcosa del genere su scala minore avviene con le opere della letteratura. Cerco nei libri la lettera, anche solo la frase che è stata scritta per me e che perciò sottolineo, ricopio, estraggo e porto via. Non mi basta che il libro sia avvincente, celebrato, né che sia un classico: se non sono anch'io un pezzo dell'idiota di Dostoevskij, la mia lettura è vana.

Perché il libro, anche il sacro, appartiene a chi lo legge e non per il diritto ottenuto con l'acquisto.

Perché ogni lettore pretende che in un rotolo di libro ci sia qualcosa scritto su di lui.

Erri De Luca, Alzaia, 117

Dedicato ai neo-genitori

Nella sala due donne, una levatrice e una bambinaia, volgevano le spalle alla porta. In mano alla bambinaia si dibatteva un tenero e frignante cucciolo umano, allungandosi e contorcendosi come un pezzo di gomma rosso cupo. La levatrice legava il cordone ombelicale per staccare il bambino dalla placenta.

Tonja giaceva in mezzo alla sala, sul lettino chirurgico con lo schienale mobile, sollevata in alto. A Jurij Andrèevic, che per l'emozione esagerava tutto, sembrava che ella fosse quasi all'altezza di quegli scrittoi che si adoperano stando in piedi.

Sollevata verso il soffitto, più in alto di quanto non siano i comuni mortali, Tonja sprofondava nelle brume di una sofferenza ormai vinta; come se da lei salisse un'infinita prostrazione.

Emergeva in mezzo alla sala allo stesso modo che in un porto un'imbarcazione appena attraccata e scaricata, che avesse compiuto la traversata del mare della morte per raggiungere il continente della vita con nuove anime emigrate qui da chissà dove.

Anche Tonja aveva appena effettuato lo sbarco di un'anima e ora giaceva all'àncora, riposando con tutta la leggerezza dei suoi fianchi liberati dal loro peso. Insieme a lei riposavano le sue attrezzature spossate e tese, e il fasciame, e il suo oblìo, la sua spenta memoria di dove fosse stata recentemente, di che cosa avesse traversato e di come avesse raggiunto la riva.

E poiché nessuno conosceva la geografia del paese sotto la cui bandiera aveva ormeggiato, non si sapeva neppure in quale lingua rivolgersi a lei.

B. Pasternak, Il dottor Zivago, 85-86

Verso la schiavitù

"Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro".

Ilario di Poitiers, Contro l'imperatore Costanzo 5

Tocca al pastore

Vi prego, mettiamoci nella persona di quell' amorosissimo padre che tanto sospirava il ritorno del figlio perduto e, non sapendo dove andare per cercarlo, fece tutto quello che era in suo potere, portandosi chi sa quante volte sulla via (Lc 15), perché il figlio, ritornando, scorgesse da lontano il sorriso sul volto del padre e affrettasse il passo per buttarsi più presto fra le sue braccia.

Noi invece sappiamo dove sono i nostri miseri fratelli e figli, vediamo la quercia sotto la quale stanno, le ghiande di cui si cibano; vediamo quali tristi compagnie frequentano.

Andiamo dunque a chiamarli, invitiamoli a riconciliarsi col Padre, diamo loro il pane della vita senza attendere che ce lo domandino.

Persuadiamoci che è assolutamente necessario uscire dalle nostre case, poiché tocca al pastore cercare ­le pecorelle; e chi vuol fare pesca più abbondante, ascolta le parole del Salvatore e non sta in casa, ma va al mare (Mt 17), e non rimane a riva ma spinge la barca dove le acque sono più profonde (Lc 5).

beato Andrea Carlo Ferrari, Lettera Pastorale, Como 14 ottobre 1894

Unito al coro dei disillusi

 Al di là dei contenuti e delle espressioni, trovo illuminante e feconda questa lettura di un evento.

don Chisciotte


di Giacomo D'Alessandro - 11.01.2013

Ho letto con interesse i commenti su Berlusconi da Santoro pubblicati numerosissimi su Facebook in diretta. 

Ci andrei piano nel distribuire giudizi radicali sul comportamento di chi ha fatto la trasmissione. Soprattutto perchè spesso si giudica dimenticando che si tratta di un "evento di comunicazione", o come direbbero i miei professori Paolo Costa, Stefano Colloca e Guido Legnante, di infotainment.

Ovvero una costruzione televisiva fatta con cura per avvincere gli spettatori, qui creando un duello con al centro la star politica e la star giornalistica per eccellenza.

In quest'ottica vanno lette tante cose della puntata di stasera.




- Santoro che interrompe bruscamente Berlusconi con la sua lettera a Travaglio, non perde il controllo (non uno navigato come Santoro), ma fa pesare l'autorità del demiurgo che si preoccupa del "ritmo" della trasmissione. Con quell'imprevisto che si è trasformato in una lagna scontata (quella dei processi letti da Wikipedia) Santoro si è accorto che si stava rovinando il ritmo della trasmissione scendendo nel noioso e nell'ovvio.




- Berlusconi, comunicatore e pubblicitario, fa quello che nessuno prima aveva avuto in trasmissione lo spazio per fare, ovvero controbattere a Travaglio con la sua stessa "arma", ma tentando goffamente di far passare l'evidente assurdità che un giornalista con 10 cause civili per diffamazione sia "cattivo e incompetente", quindi cercando di smontare anni e anni di autorevolezza del comunicatore Travaglio. Tentativo che si squalifica da sè per come è stato montato (lettera scritta da altri per ammissione di B., citazione da Wikipedia...). Ma dal punto di vista dello spettacolo, eccellente, infatti permesso da Santoro. Fino al punto che abbiamo detto.




- Santoro sceglie due donne, una più giovane l'altra meno, da contrapporre sul ring a Berlusconi, con tanti significati sottesi: il rapporto di B. con le donne, con i giornalisti in generale, il raro contraddittorio avuto da sempre in tv... Che siano due donne giornaliste a "mettere all'angolo" proprio B. è una scelta che contribuisce alla costruzione della serata.




- Essendo scontato nell'opinione pubblica lo scontro fino all'estremo tra i due, la gara sia di B. sia di Santoro è stata quella a non arrivare a rotture inutili, ma a condurre una trasmissione intera, pur con tutti gli sbalzi di tensione anche attesi dal pubblico.




- L'aspetto inedito è che da molti anni non si aveva l'immagine di un B. intervistato davvero, con domande vere, controbattutto alle sue solite affermazioni, smascherato nelle sue incongruenze. Ma paradossalmente lui stesso è uscito meglio dal sottoporsi per una volta a del vero giornalismo, di quanto avrebbe fatto con una ennesima ora e mezza di monologo da Vespa dove si rende inascoltabile da solo.




- Travaglio nel secondo intervento ha confezionato una delle sue trovate migliori. Non è sceso nuovamente nei dettagli di tutte le vicende da sempre raccontate (giudiziarie, politiche, personali) di B., ha dato una carrellata di immagini, talmente tante che era impossibile replicare a tutte, capaci di smontare d'un colpo la credibilità dell'oratore, che cerca di farsi passare per "nuovo o rinnovato", riportando alla memoria gli smemorati italiani. E non ha premuto sull'aggressività, come sarebbe stato scontato, ma sulla "pena", la commiserazione e l'amarezza per un uomo "fallito", che ha promesso tutto e ha fatto il contrario di tutto, che ha fatto del male al paese, se non altro facendo perdere 20 anni di vita politica. Finale magistrale con l'aggancio emotivo: forse verrebbe da piangere persino a lei ripensando a tutto quello che voleva fare, tutto quello che ha fatto, quello che non ha fatto e non ha detto e che invece avrebbe potuto donare all'Italia con tutte le risorse che aveva.

Atei devoti controproducenti

Chi è cristiano?

di Gérard Daucourt, vescovo di Nanterre

Come vescovo, mi domando talvolta se certi cattolici non siano degli “athées pieux” (fenomeno conosciuto in Italia con l'appellativo di “atei devoti”).

L'ateo devoto difende dei “valori”. Si impegna generosamente in battaglie per le quale fa riferimento alla morale cristiana. Partecipa a riti cristiani.

Ma la domanda rimane: crede che Cristo è vivo, che ci ama, che ci salva, che ci aspetta per una vita eterna? Ha una relazione con Cristo? È in questo che consiste la specificità della fede cristiana e non nella difesa di “valori” o nella generosità o in una morale, tutte realtà vissute anche da non cristiani.

Mi hanno parlato di una battezzata che si prostituisce. È una cristiana. Eppure ha dei comportamenti in contraddizione con il suo battesimo. Commette dei peccati. Talvolta entra in una chiesa per accendere una candela per sua madre e per suo figlio che, in seguito a false promesse, ha lasciato in America Latina. Pensa spesso a suo padre defunto e prega perché sia con Gesù nella vita eterna. Dice: “Gesù, abbi pietà di me... Santa Maria, prega per me peccatrice, adesso e nell'ora della mia morte”. Spera di venirne fuori un giorno. È battezzata e cristiana perché crede e spera in Gesù. Riconosce di aver bisogno di Lui e vuole cambiare vita. Dà al cristianesimo il suo vero volto: Dio si rivela a tutti coloro che si rivolgono a Lui e ama ogni essere umano.

Per la nuova evangelizzazione, gli “atei devoti” sono controproducenti. Potrebbero approfittare dell'Anno della Fede per scoprire la vita con Cristo e accogliere il suo Spirito. Ma chi dirà loro la bellezza della specificità del cristianesimo? Chi dirà loro (e non solo a parole!) che siamo amati da Dio, salvati da Gesù e che abbiamo una vocazione eterna? E chi mostrerà a tutti gli emarginati e a tutti i sofferenti che la fede cristiana è vera solo se agisce a servizio del prossimo?

La tua fede è fragile, hai dubbi, ti poni domande? La fede è una vita. Si muove. Può essere piccolissima o spesso esitante. Sii riconoscente per una scintilla di fede e persevera nella speranza che diventi fiamma. Se ti doni agli altri cercando il Dio di Gesù Cristo, sei già in Lui e Lui in te, poiché sei nell'amore (1Gv 4,16). Dentro di te e nel Vangelo, fa' scaturire delle sorgenti. Va' a bere!

Non sei né un “ateo devoto” né una prostituta cristiana, mi stai dicendo? Ma sei cristiano? La vera evangelizzazione di ieri, come la nuova evangelizzazione di oggi è stata, è e sarà opera dello Spirito Santo tramite cristiani imperfetti, fragili, spesso peccatori, ma che vogliono diventare santi e che annunciano la Buona Notizia perché sono felici di conoscere Cristo e di vivere con Lui.

in “La Lettre de l'Eglise Catholique dans les Hauts-de-Seine” n° 19 del gennaio-febbraio 2013

(traduzione: www.finesettimana.org)

Nudità senza miseria



Quando è percepito a partire dal volto, il corpo intero, nella sua stessa nudità, può essere guardato senza inverecondia. La nudità è umiliante e offensiva quando il corpo vi è ridotto allo stato di oggetto o quando è una delle sue parti a diventare affascinante, sostituendosi, negli occhi dell'altro, alla percezione del corpo nella sua globalità (è così che si parla di "parti vergognose"). Ma il corpo denudato può essere onorato dallo sguardo che lo percepisce e lo accoglie come espressivo, tutto intero espressione di una presenza personale. Esso è allora come rivestito dalla qualità di quello sguardo, rivestito di bellezza, se si intende con questa "la forma che l'amore dà alle cose" (espressione del poeta Ernest Hello).

Il desiderio non sarà assente da un tale sguardo, poiché c'è sempre una parte di desiderio nell'esperienza della bellezza; ma il desiderio non è solo "concupiscenza", cioè appetito: è anche celebrazione, riconoscenza, omaggio, fervore. Quando Rembrant dipinge nudo il corpo della sua amata - sotto il titolo: Betsabea al bagno -, questa è come rivestita di gloria dalla qualità dello sguardo che il suo amante porta su di lei e che si traduce con la qualità della luce che gronda sulla sua pelle, sulla sua carne celebrata.

Casto è lo sguardo che sopporta la distanza, che non è affascinato dalla carne o da una visione frammentata del corpo. È lo sguardo per il quale la forma stessa o l'aspetto, per quanto seducenti, non prevalgono mai del tutto sull'espressione e sulla presenza. Per il quale corpo è anzitutto corpo-soggetto e non oggetto. Un tale sguardo si può dire anche "puro". La purezza è capacità di percepire la carne con uno sguardo semplice, senza mescolanza, più disposto ad accogliere il corpo dell'altro che non ad appropriarselo. È una virtù rara, una grazia. Allora, tra il corpo e la persona, tra il visibile e l'invisibile non v'è più ostacolo. "Beati i cuori puri: essi vedranno Dio"... nel corpo altrui.

Xavier Lacroix, II corpo e lo spirito, 29-31

Proviamoci ancora!

"Dedicato ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane,

a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.

Certo non amano le regole, specie i regolamenti,

e non hanno alcun rispetto per lo status quo.

Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli,

ma non potrete mai ignorarli,

perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità.

E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio,

perché solo quelli che sono abbastanza folli da voler cambiare il mondo...

lo cambiano davvero!"

Amani con Kivuli Project

Cortigiani & C.

Sono tormentato dal dubbio che non sempre i superiori abbiano meditato questa parabola (quella dei "due figli", in Mt 21,28-32) e ne abbiano quindi tratto le rigorose conclusioni. Così rischiano di prendere qualche abbaglio allorché si tratta di scoprire quali siano i figli veramente obbedienti.

Cortigiano non vuol dire collaboratore.

Adulare non è sinonimo di amare.

Dire «sì» non equivale a «fare».

Chi «si fa avanti» precipitosamente, quasi sempre scantona poi, non appena si trova fuori portata dalla vista del superiore.

Chi ha il «sì facile» sovente ha «l'impegno difficile».

Il sorriso cerimonioso si accompagna inevitabilmente al mugugno.

Gli specialisti dell'inchino - colonna vertebrale ad angolo retto - trovano una insormontabile difficoltà a piegare la schiena quando si tratta di afferrare la zappa e lavorare sul serio.

Quelli che si trovano immancabilmente in prima fila nelle parate ufficiali, finiscono volentieri nelle retrovie (pantofole e poltrona) quando il calendario segna i grigi giorni feriali.

Certi «ribelli» sono i figli più appassionati della Casa. Il loro, sovente, è un amore deluso. Se sono «ribelli», può darsi che qualcuno li abbia feriti. «Se sono ribelli è, forse, perché sono fedeli a valori dimenticati» (Sulivan).

Certe «teste calde» hanno il solo torto di non saper adoperare la parola come turibolo. In realtà, un superiore intelligente sa di poter contare su di loro. A occhi chiusi.

Possono avere qualche «parola sbagliata». Ma le azioni sono quelle giuste.

Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 353-354

Lo Spirito continua a parlare

Non dovrebbe formarsi assolutamente l'opinione che nella storia passata della Chiesa lo Spirito Santo abbia detto tutto ciò che vi è di “essenziale”, sicché nel futuro non ci sarebbe da attendersi più nulla di rilevante da lui e tutto il lavoro del teologo si esaurirebbe nel ripetere quel che è già stato detto, magari nel tono della vecchia governante che vuole cacciare in testa agli stupidi bambini quanto tornano - sempre - a dimenticare.

H.U. von Balthasar, Homo creatus est, 350

Confessioni di un...

CONFESSIONI DI UN TEPPISTA



Non tutti son capaci di cantare

E non a tutti è dato di cadere

Come una mela, verso i piedi altrui.

È questa la più grande confessione

Che mai teppista possa confidarvi.

Io porto di mia voglia spettinata la testa,

Lume a petrolio sopra le mie spalle.

Mi piace nella tenebra schiarire

Lo spoglio autunno delle anime vostre;

E piace a me che mi volino contro

I sassi dell'ingiuria,

Grandine di eruttante temporale.

Solo più forte stringo fra le mani

L'ondulata mia bolla dei capelli.

È benefico allora ricordare

Il rauco ontano e l'erbeggiante stagno,

E che mi vivono da qualche parte

Padre e madre, infischiandosi del tutto

Dei miei versi, e che loro son caro

Come il campo e la carne, e quella pioggia fina

Che a primavera fa morbido il grano verde.

Per ogni grido che voi mi scagliate

Coi forconi verrebbero a scannarvi.

Poveri, poveri miei contadini!

Certo non siete diventati belli,

E Iddio temete e degli acquitrini le viscere.

Capiste almeno

Che vostro figlio in Russia

È fra i poeti il più grande!

Non si gelava il cuore a voi per lui,

Scalzo nelle pozzanghere d'autunno?

Adesso va girando egli in cilindro

E portando le scarpe di vernice.

Ma vive in lui la primigenia impronta

Del monello campagnolo.

Ad ogni mucca effigiata

Sopra le insegne di macelleria

Si inchina da lontano.

Ed incontrando in piazza i vetturini

Ricorda l'odore del letame sui campi,

Pronto, come uno strascico nuziale,

A reggere la coda dei cavalli.

Amo la patria. Amo molto la patria!

Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.

Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,

E nel silenzio notturno l'argentina voce dei rospi.

Teneramente malato di memorie infantili

Sogno la nebbia e l'umido delle sere d'aprile.

Come a scaldarsi al rogo dell'aurora

S'è accoccolato l'acero nostro.

Ah, salendone i rami quante uova

Ho rubato dai nidi alle cornacchie!

È sempre uguale, con la verde cima?

È come un tempo forte la corteccia?

E tu, diletto,

Fedele cane pezzato!

Stridulo e cieco t'hanno fatto gli anni,

E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,

Col fiuto immemore di porte e stalla.

Come grata ritorna quella birichinata:

Quando il tozzo di pane rubacchiato

Alla mia mamma, mordevamo a turno

Senza ribrezzo alcuno l'un dell'altro.

Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.

Fioriscono gli occhi in viso

Simili a fiordalisi fra la segala.

Stuoie d'oro di versi srotolando,

Vorrei parlare a voi teneramente.

Buona notte! buona notte a voi tutti!

La falce dell'aurora ha già tinnito

Fra l'erba del crepuscolo.

Voglio stanotte pisciare a dirotto

Dalla finestra mia sopra la luna!

Azzurra luce, luce così azzurra!

In tanto azzurro anche morir non duole.

E non mi importa di sembrare un cinico

Con la lanterna attaccata al sedere!

Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,

Mi serve proprio il tuo morbido trotto?

Io, severo maestro, son venuto

A celebrare i topi ed a cantarli.

L'agosto del mio capo si versa quale vino

Di capelli in tempesta.

Ho voglia d'essere la vela gialla

Verso il paese cui per mare andiamo.



Sergej Aleksandrovic Esenin

Una forma paradossale di gerarchia

Radcliffe: “Compito del vescovo è ricondurre all'unità”

di Maria Teresa Pontara Pederiva

“Paolo lo chiama il “ministero della riconciliazione”. E' un ministero di “guarigione”, in grado cioè di superare le divisioni che esistono all'interno della società e della Chiesa, nelle parrocchie e nella diocesi, e all'interno della stessa Chiesa universale”.

Questo in sintesi il compito primario dei pastori della Chiesa di Dio secondo Timothy Radcliffe, il domenicano inglese, teologo fondamentale e docente di Nuovo Testamento, già maestro dell'Ordine dei Predicatori, rientrato dal 2002 al Convento dei Blackfriars a Oxford. Radcliffe era stato invitato martedì scorso a tenere l'omelia per la messa del 50° di ordinazione episcopale di William Kenney, religioso passionista, vescovo ausiliare di Birmingham e già vicario generale, presso la cattedrale di St. Chad. Tra i concelebranti anche Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e monsignor Antonio Menni, nunzio apostolico in Gran Bretagna.

Dal testo dell'omelia, gentilmente fornito dall‘Autore, emerge una figura di vescovo a servizio del popolo di Dio, fondata sulla preghiera sacerdotale di Gesù “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

“Ci sono voluti secoli perché la Chiesa comprendesse che l'amore trinitario è un amore di completa parità. Per questo il vescovo ha il compito di costruire una comunità che superi le disuguaglianze, che dia forza ai più deboli, che purifichi da ogni tentazione di dominio e di sottomissione”.

Se è vero che la Chiesa ha una struttura gerarchica fin dal suo inizio (altrimenti sarebbe un insieme eterogeneo di individui e non un Corpo), si tratta però di una forma paradossale di gerarchia: i vescovi vengono ordinati per governare, ma il loro “governo” è sempre a servizio del governo di Dio, non della propria persona.

Il cardinale George di Chicago, come ricorda Radcliffe, ha denunciato recentemente che la Chiesa non è Cristo-centrica, bensì vescovo-centrica. Eppure il vero potere del vescovo è solo quello di aprire lo spazio al potere di Dio. Quindi dovrà “aiutare i più timidi a parlare, ascoltare la voce delle minoranze, degli emarginati e soprattutto la voce di quanti non sono in sintonia con lui”. In tal modo “non si tratta più di un'autorità del controllo e della denuncia, bensì di un'autorità che apre lo spazio della sorprendente grazia di Dio per ciascun uomo”.

“Consacrali nella verità”, continua la preghiera sacerdotale: il problema è che quando si comincia a dire la verità, sorgono polemiche, si instaurano divisioni e la scrivania del vescovo si riempie di lettere cariche di rabbia. “La più grande sfida per la leadership della Chiesa è quella di dire la verità mantenendo l'unità, ma è tutt'altro che facile”. Se si prende posizione su una questione morale, osando mettere in discussione l'insegnamento ufficiale, magari tentando qualcosa di nuovo, si rischia di provocare una tempesta.

Occorre una grande fiducia in Dio, è il suggerimento del domenicano, unita ad una grande umiltà. Ma dobbiamo anche essere estremamente umili di fronte a quello che altri possono insegnarci, a prescindere dal fatto che siano cristiani o meno: mettiamoci in sintonia con gli uomini del nostro tempo

In vista di ciò che ci aspetta



"Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,

cucina, albergo, radio, fonderia,

in mare, su un aereo, in autostrada,

a chi scavalca questa notte senza un saluto,

bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,

a chi fa una promessa, a chi l'ha mantenuta,

a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,

a chi non è invitato in nessun posto,

allo straniero che impara l'italiano,

a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,

a chi si è alzato per cedere il posto,

a chi non si può alzare, a chi arrossisce,

a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,

a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,

a chi ha perduto tutto e ricomincia,

all'astemio che fa uno sforzo di condivisione,

a chi è nessuno per la persona amata,

a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,

a chi scorda l'offesa, a chi sorride in fotografia,

a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,

a chi restituisce da quello che ha avuto,

a chi non capisce le barzellette,

all'ultimo insulto che sia l'ultimo,

ai pareggi, alle ics della schedina,

a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,

a chi vuol farlo e poi non ce la fa,

infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera

e tra questi non ha trovato il suo".



Erri De Luca, da “L'ospite incallito”

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