Non basta


Ormai lo sanno tutti che
non basta dare "nozioni" al "cervello"
per sostenere una vita
e per annunciare il Vangelo.
Eppure...
 
don Chisciotte Mc
 

Sagacia e sapienza

Sagaci, interessanti, provocanti... alcune delle risposte del teologo don Bruno Maggioni!
Per esempio:
- Ma uno come lei perché ha deciso di farsi proprio prete?
Non ricordo, ma mi sembra che sia stata un'ottima scelta. Una volta un amico mi ha detto: «Se nasco un'altra volta faccio il prete». Gli ho risposto: «Bisogna essere furbi la prima volta!».
- Ma vedendo certi preti, secondo lei Gesù Cristo non si rivolta nella tomba?
No ueh! Nella tomba no! È vivente anche lui.
- Il peccato più grave davanti a Dio?
Spadroneggiare sugli uomini e usare gli altri per i propri interessi.
Leggi tutta la intervista:

Hanno beatificato un comunista?!


«Sono felice che la primizia del mio ministero mi abbia portato a Sesto San Giovanni.
Qui c’è un primato di lavoro, qui ci deve essere il primato del mio ministero.
Hanno detto di me che devo essere l’Arcivescovo dei lavoratori
e sono venuto qui per cercare di esserlo! […]
Quelli che credono che tra il popolo lavoratore e la Chiesa debbano esserci rapporti di separazione – e alcuni dicono perfino di inimicizia e di lotta –
non si accorgono che tutto questo è fondato su un grande malinteso. […]
C’è qualcuno che può dubitare che la Chiesa non sia per il bene dei lavoratori?
Per il rispetto dei vostri diritti, per il riconoscimento della dignità umana e per il bene delle vostre famiglie? […]
Voi che avete avuto qualche volta l’impressione dell’ingiustizia tra gli uomini,
dovete sentire la Chiesa come vostra amica e interprete e madre.
La Chiesa vi è vicina e comprende il valore della vostra fatica.
Fra noi, perciò, deve esserci una grande speranza:
noi dobbiamo auspicare l’avvento di una società nuova, di un mondo migliore».
card. Giovanni Battista Montini, 9 gennaio 1955
 

La coscienza della nostra missione


«E chi se non tu, o Signore, sei colui che ci hai raccolto per via,
che hai avuto compassione di noi,
che ci hai fatti salire sulla cavalcatura,
che hai versato su di noi olio e vino,
e che ci hai portato a questa locanda in cui riposare e ristorarci per riprendere il cammino?
Tu sei colui che prima di ordinare agli apostoli di rendersi il servizio vicendevole della lavanda dei piedi,
ti sei chinato, cinto dell'asciugatoio, ai piedi di ciascuno e li hai lavati con amore.
Donaci di comprendere la grandezza dei tuoi gesti così semplici,
che viene dal tuo cuore, dalla tua decisione, dal tuo appartenere al Padre, dal senso della tua missione!
Facci capire che i nostri gesti quotidiani assumono un valore immenso, incalcolabile,
dalla coscienza della nostra missione,
dell'essere noi chiamati, amati da Dio,
generati da lui nella fede perché, attraverso i nostri piccoli gesti,
noi riempiamo il mondo di fede, di speranza, di carità, di giustizia, di amore.
I nostri gesti sono le piccole realtà quotidiane,
il nostro silenzio e il nostro inginocchiarci,
il nostro lavorare e il nostro sorridere,
tutto ciò che ci accompagna dal mattino alla sera
in quella cornice di fede che è la stessa della tua vita.
Perché noi siamo inseriti nella tua vita e nel tuo mistero, Signore Gesù.
Noi vogliamo vivere il senso dell'ora che ci attende,
il passare da questo mondo al Padre,
vogliamo poter amare sino alla fine.
Donaci, Signore, di riscattare tutti i nostri gesti che ci annoiano, ci pesano,
con questa grande coscienza che è la tua e nella quale tu ci inserisci, per la tua grazia e per il tuo dono. E fa' che, contemplandoti nell'eucaristia e nella croce,
noi possiamo lasciarci attrarre dalla tua coscienza di infinito
nella quale ci chiami attraverso il tuo amore redentore.
Amen».
Carlo Maria Martini, All'alba ti cercherò, 146-148
 

Scampiamoci!


Alla luce delle affermazioni che sto sentendo in queste settimane
(comprese le ultime reazioni di Renzi dopo la manifestazione di sabato
e riguardo la dialettica interna al PD),
mi ridico:
per favore, nella chiesa e nella società
Dio ci scampi dai capi tiepidi, pavidi, incapaci,
ma anche da quelli narcisisti, "primari", salvatori.
don Chisciotte Mc
 

Non voglio potere


"Mi dispiace, ma io non voglio fare l'imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile. Ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci, sempre. Dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti. La natura è ricca, e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca a far le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà. La scienza ci ha trasformato in cinici, l'avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto. L'aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti. La natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell'uomo, reclama la fratellanza universale e l'unione dell'umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini... disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono io dico: non disperate. L'avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l'amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L'odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa".
Il Grande Dittatore

Verso il dono totale



«Chiamo amore quella esperienza intensa, indimenticabile e inconfondibile che si può fare soltanto nell'incontro con un'altra persona. Non c'è quindi amore come cosa astratta, come virtù senza oggetto. Non c'è amore solitario. L'amore suppone sempre un altro e si attua in un incontro concreto. Per questo l'amore ha bisogno di appuntamenti, di scambi, di gesti, di parole, di doni che, se sono parziali, sono tuttavia simbolo del dono pieno di una persona all'altra.
Amore è dunque incontrare un'altra persona scambiandosi dei doni, è esperienza in cui si dà qualcosa di sé e c'è più amore quanto più si dà qualcosa di sé. L'amore è un incontro in cui l'altro ci appare importante, in un certo senso più importante di me: cosi importante che, al limite, io vorrei che lui fosse anche con perdita di me.
Uno scopre di essere innamorato quando si accorge che l'altro gli è divenuto, in qualche modo, più importante di se stesso. Per questo l'amore realizza qualcosa che potremmo quasi chiamare un'estasi, un uscire da sé, dal proprio peccato, dal proprio tornaconto, dalla cura affannosa per la propria vita: una sorta di estasi in cui io mi sento tanto più vero e tanto più autentico, tanto più genuinamente "io" quanto più mi dono, mi spendo e non mi appartengo più in esclusiva.
Non c'è quindi nell'amore una perdita dell'io ma un farsi autentico dell'io nell'uscire da sé verso il tu. Risuona qui la parola evangelica: "Chi perde la sua vita, la troverà"».
Carlo Maria Martini, Aprite le porte a Cristo amore, 4-5

Considerazione dura, ma vale la pena pensarci



Ma fino all'altroieri dov'erano?
di Roberto Beretta
Non posso fare a meno, osservando da semplice lettore-spettatore la conclusione di questo Sinodo di cui è stato inevitabile parlare, di sorridere vedendo come siano diventati improvvisamente «francescani» tanti dei partecipanti (i numeri delle votazioni dicono che sono stati comunque la maggioranza). E mi chiedo dove mai fosse nascosto sino all'altroieri ­- a parte pochissime eccezioni che si sono esposte fin da subito al rischio di giocarsi la carriera - tutto questo clero che ora si esprime a favore del giusto posto degli omosessuali nella Chiesa e che non è più tanto contrario nemmeno alla comunione dei divorziati risposati... (...)
Non mi piace tutto ciò, come in nessun caso mi piacciono la piaggeria e l'adulazione verso i potenti: anche quando il «potente» in questione è il Papa - e un Papa che condivido come Francesco. Anzi, proprio perché lo condivido più del predecessore e sono contento del cambiamento di metodo di confronto che vedo finalmente in atto, resto nello stesso tempo perplesso: a casa mia, uno che tace per anni ed annorum sul suo reale orientamento in merito a questioni pastorali importanti come quelle suddette, decidendosi a sostenerle pubblicamente solo quando anche il suo superiore si è già pronunciato a favore, si chiama «opportunista»... Lo so che è una parola forte, applicata a gente che porta la tonaca rossa: ma se la affibbiamo ai politici prontissimi a correre dietro ai vincenti per mantenere i loro privilegi, non vedo perché usare un altro metro quando si tratta di ecclesiastici. Del resto, vorrei proprio sapere come mai persone che ad ogni piè sospinto ci ricordano il dovere di agire secondo coscienza, costi quel che costi, abbiano ritenuto di aspettare il «via libera» del Papa di turno per parlare con schiettezza e senza censure.
Non potevano decidersi prima, visto che è trent'anni almeno che si discetta di sacramenti ai divorziati risposati? Non potevano animare il dibattito da subito, offrendo una sponda anche ai laici che attendevano un cenno di condivisione? Troppo comodo farlo ora, che è persino «di moda» e produce vistose interviste sui giornali... Se davvero avessero avuto la medesima idea anche in precedenza, e avessero sentito il sacro fuoco che li porta ora ad esporsi pubblicamente, avrebbero avuto il dovere morale di dirlo. Invece non l'hanno fatto. Pochissimi lo hanno fatto.
E non mi vengano a raccontare che solo adesso è maturata una consapevolezza del genere! Non ci fosse stato lo Spirito santo ad estrarre dal cilindro il coraggio o l'avventatezza di Papa Francesco, sarebbero rimasti tranquilli a parlottare nei corridoi di curia. Tra le altre cose dunque l'attuale spettacolo mi conferma purtroppo che, in tempi normali, l'opinione pubblica nella Chiesa è tutt'altro che libera e spontanea e che per far venire a galla ciò che davvero pensano le gerarchie occorre un deciso scossone: lo è stato il Concilio, lo è ora questo Sinodo che - anche solo per un motivo del genere - è davvero benedetto. Ma sostenere le proprie opinioni solo «a gettone» è alquanto triste, per un ente che sostiene di predicare «la verità».
 

E provo a sperare

«So che i tempi sono difficili e critici; so che i bisogni sono molteplici e immensi; so che l’impegno della Chiesa è decisivo per il nome cristiano nel momento presente; so le ansie del mondo del lavoro, agitato da inquietudini spirituali ancor più che dalle preoccupazioni economiche;
ma so anche che la Parola di Dio è sempre viva e potente; so che la grazia di Cristo ancora non è venuta meno né mai lo verrà e che incalza il nostro impegno; so che anime generose e profonde sono ancora pronte e numerose nelle terre ambrosiane.
E spero. E forte di questa speranza il mio cuore si muove oggi e domani si muoveranno i miei passi e sempre si muoverà la mia preghiera, la mia carità, la mia benedizione. 
Questa è la mia fiducia.
arcivescovo Giovanni Battista Montini, 5.11.1954

Bisogno di bellezza straordinaria

Giuro che questa foto l'ho scattata io
e che questo GIRASOLE era cresciuto sul davanzale della mia finestra!
dChisciotte Mc

Cambiamento necessario


«Certe persone non vogliono essere salvate.
Perché la salvezza implica un cambiamento.
E il cambiamento richiede uno sforzo maggiore dal restare uguali.
Occorre coraggio per guardarsi allo specchio e vedere oltre il proprio riflesso».
Grant Morrison
 

Settimana Eucaristica



33. L'Eucaristia è incompatibile con le divisioni nella Chiesa! Incombe dunque, sulla comunità cristiana il rischio che l'Eucaristia, non assecondata nel dinamismo di carità che da essa promana, non riesca a superare gli egoismi e le incomprensioni che emergono continuamente nella vita comunitaria. A sua volta, questa nostra debolezza e meschinità, non raggiunta e purificata dall'Eucaristia, ci rende ancor più impreparati e ottusi dinanzi al mistero eucaristico.
Penso alle tensioni che affliggono la vita della comunità e ci inquietano più frequentemente.
34. Per esempio, c'è la tensione tra fissità e mobilità. C'è una fissità che privilegia le tradizioni e le istituzioni, ma senza cogliere il loro orientamento interiore verso il mistero di Gesù e verso il bene delle persone; e c'è al contrario una mobilità inquieta, scontenta, dissacratrice, che non sopporta il tempo necessario per capire il valore delle cose e dei gesti tradizionali.
35. Un'altra tensione riguarda gli schemi autoritari e gli schemi democratici. La funzione dell'autorità e l'esigenza di partecipazione nella Chiesa non vengono colte nella loro originale fondazione cristiana, ma sono semplicemente ricalcate su modelli sociologici, generando l'opposizione tra l'autoritarismo di stampo totalitario e l'applicazione acritica della moderna istanza partecipativa alla comunità cristiana.
Carlo Maria Martini, Attirerò tutti a me. Lettera Pastorale 1982-83
 
 

Dalla messa "per il sinodo"


Dio Padre misericordioso, accendi nel cuore dei nostri pastori la luce dello Spirito santo perché siano aiutati a comprendere pienamente la verità e la bontà che risplendono nel vangelo e le possano insegnare con l'esempio e la parola. Per Cristo nostro Signore.

 

Si può fare!



«Mi piace quando mi viene in mente una cosa che prima non c'era,
la faccio,
e funziona.
Tra pensiero e realizzazione c'è un sacco di fatica, certo.
E comunque anche quando raggiungo le mie mete
mi sento niente rispetto a chi fa volare gli aerei,
o ripara un cuore umano.
Ma ciascuno fa quello che può.
E solo se rischi, solo se provi, nascono cose nuove.
Così facciamo girare il mondo».
 
Franco e Andrea Antonello, Sono graditi visi sorridenti
 

Ideale che è Gesù Cristo


Noi ti ringraziamo Dio nostro Padre
perché hai risuscitato per noi il Figlio tuo Gesù Cristo
e hai inaugurato la vita nuova di questo tempo nell'attesa della sua venuta.
Donaci di contemplare il suo volto di Risorto nella tua Chiesa;
rendici disponibili all'azione dello Spirito santo
che edifica il corpo del tuo Figlio risorto
fino al momento in cui te lo presenterà alla fine dei secoli,
affinché Tu sia tutto in tutte le cose.
Padre, tu ci ha dato in Gesù un ideale ultimo e definitivo,
capace di illuminare tutti i singoli momenti del cammino umano:
un ideale che corrisponde ai desideri più profondi;
ai bisogni più profondi dell'umanità,
alle sofferenze più vere degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Ti chiediamo di farci contemplare, mediante Gesù, questo ideale
per meglio servire il tuo disegno di salvezza.
Carlo Maria Martini, All'alba ti cercherò, 179-180
 

Da qualche giorno stavo pensando proprio a questo



Dal vangelo della messa (rito ambrosiano) di oggi:
«Se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?»
(Lc 23,31).
don Chisciotte Mc
 

Tutto coinvolto



Per essere grande, sii intero:
non esagerare e non escludere niente di te.
Sii tutto in ogni cosa.
Metti tanto quanto sei, nel minimo che fai,
come la luna in ogni lago tutta risplende, perché in Alto vive.
 
Fernando Pessoa

Soldati di yoga


Se pensate a soldatini tradizionali, in pose belliche, mentre prendono la mira, sparano o si avvicinano all’avversario a passo di leo
pardo, siete completamente fuori strada. Qui gli «small soldiers», anzi gli «Yoga Joes» come son chiamati, sono tutti in posizione yoga, intenti a rilassarsi. Privi di armi e bandoliere, sembrano sorridere. Vengono dagli Usa e il loro creatore, Dan Abramson, «creativo» di San Francisco, parla di «soldatini pacifici fatti per ispirare i bambini, reduci e veterani alle discipline zen». Insomma, lo slogan è: fate lo yoga e non la guerra.

Inerzia

 

Valore della vita altrui



Una vita ha valore
finché si attribuisce valore alla vita degli altri,
attraverso l'amore, l'amicizia , l'indignazione e la compassione.
 
Simone de Beauvoir
 

Mancanza di autorevoli



Essendo un animo strutturalmente autonomo,
quando ero piccolo e studiavo le guerre dell'antichità
non capivo perché potesse fare la differenza la presenza o meno
di un grande condottiero o di uno stratega:
pensavo che se ciascun componente dell'esercito avesse fatto il suo dovere,
la vittoria sarebbe arrivata;
al limite sarebbe dipesa dall'addestramento, dall'equipaggiamento, dai numeri.
Man mano che sono cresciuto,
ho colto la differenza tra avere o non avere
- davanti agli occhi e al proprio fianco -
una persona geniale, un capo carismatico, un regista di statura, una roccia autorevole.
E ho toccato con mano
quanto un manipolo di arditi possa essere stupendo, ma inefficace
senza uno stratega delle manovre.
Detto questo,
resto convinto che quei pochi che ho seguito
sono stati tutti geniali, carismatici, autorevoli
(e altri non li ho seguiti perché non lo erano),
ma tutti perdenti.
Al modo di Colui che ha dovuto perdere per vincere.
 
don Chisciotte Mc
 

Con le parole della liturgia


Dio eterno, Padre onnipotente, che guidi e custodisci la Chiesa, dona ai tuoi servi radunati nel sinodo lo spirito di intelligenza, di verità e di pace perché possano conoscere la tua volontà e attuarla con generosa dedizione. Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell'unità dello Spirito santo per tutti i secoli dei secoli. Amen

Brutta cosa, l'invidia


Il volto torvo dell'invidia 
di Gianfranco Ravasi 
Nel 2004, un paio d'anni prima di morire nell'amata Firenze, la scrittrice scozzese Muriel Spark pubblicò un romanzo intitolato semplicemente Invidia (imitato due anni dopo da un omonimo testo di Alain Elkann). In quelle poche pagine l'autrice ci conduceva nella grotta tenebrosa dell'anima ove questo, che è il penultimo dei sette vizi capitali, si rifugia non solo per secernere tutto il suo veleno ma anche per autoflagellarsi. Infatti, paradossalmente nessuno come l'invidioso o il geloso soffre e si tortura nella sua detestazione dell'altro. Aveva, perciò, ragione il sapiente del libro biblico dei Proverbi quando definiva «l'invidia come carie delle ossa», o Cervantes che la classificava nel Don Chisciotte come «un verme roditore, radice di mali infiniti», mentre Shakespeare la vedeva simile a «un mostro dagli occhi verdi». È, perciò, naturale che questo vizio appartenga alla letteratura morale sia classica sia cristiana, a partire dalle stesse Scritture Sacre (chi non ricorda la gelosia accecante di Saul nei confronti di Davide?), per giungere ai Padri della Chiesa, prima di approdare a un'immensa tipologia letteraria (per tutti pensiamo a Dante e al suo secondo girone del Purgatorio dedicato proprio agli invidiosi o all'invincibile gelosia dell'Otello shakesperiano e verdiano).
(...) Un piccolo testo, forse un sermone, di un importante personaggio del III sec., il vescovo di Cartagine Cipriano, un 

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Migliaia le vittime dei poteri

«Rimarrà un monumento alla vergogna perenne della scienza e della politica.
 
Un connubio che legava strettissimamente , vent’anni fa, quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico SADE. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità – si fa per dire – dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro, sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era – ed è ancora – come tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio.
 
Il monumento si chiama Erto. Anzi, Erto e Casso. Due agglomerati di sassi e terra che formano un Comune. Distanti l’uno dall’altro qualche chilometro, costruiti in cima a costoni di vecchie frane cadute forse millenni fa e sulle quali uomini scampati da pesti o persecuzioni, o forse fermatisi dopo lunghe peregrinazioni ed esodi, hanno dato inizio alla comunità ertocassana. L’ondata terribile, provocata dalla frana del Toc che il 9 ottobre 1963 fece impazzire le acque del lago artificiale, dividendole con furore, sbatacchiandole da una sponda all’altra, facendole tracimare dalla più alta diga al mondo, schiantandole su Longarone polverizzando il paese, ha appena lambito Casso. Ha risucchiato alcune frazioni di Erto, altre case sparse. Ha sepolto case e stalle poste sotto la montagna crollate. Ma Erto è rimasto in piedi, un po’ traballante, le case fessurate dalla sferza dell’acqua. È rimasto su contro tutte le previsioni. Sono questi due paesi morti il monumento al Vajont. Nessun’altra stele o lapide potrà rendere con altrettanta raffigurazione la memoria del tremendo fatto la cui eco ha pervaso il mondo vent’anni fa lasciandolo stupefatto e incredulo, minando la fiducia popolare nella scienza, nella tecnica , nella politica. La SADE, il monopolio che uccise, in fondo ci interessa poco: faceva i suoi affari come tutti gli imprenditori privati del mondo. Sapendo che li poteva impunemente fare, che glieli lasciavano fare. Era il burattinaio che tirava i fili e faceva muovere i burattini – scienziati e politici – come voleva. Il potere era lei, perché il vero potere aveva abdicato.
 
Erto e Casso, paesi di sopravvissuti. Non Longarone, purtroppo paese di morti. Vivi o morti in fondo, è la stessa cosa di fronte al “fatto”.
 
Ma quassù, sul versante friulano del “grande Vajont”, prima del disastro si è vissuta una storia che è mancata a Longarone. Una storia di popolo, ancora sconosciuta. Di lotte, ribellioni, partecipazione civile contro potenti, le loro angherie , le loro leggi, la trasgressione delle leggi dello Stato, la licenza di uccidere, la difesa del diritto , la rivendicazione della giustizia. L’Italia e il resto del mondo conoscono soprattutto 

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Per accompagnare alcuni amici



A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. 
Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore, 
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche 
agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, 
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…
a tutti i teatranti.
M. de Ivan Cervantes, Don Chisciotte
 

Splendiamo!



"Ti insegneranno a non splendere.
E tu splendi, invece".
Pier Paolo Pasolini
 

Progettazione sbagliata, esecuzione miope...



«Chissà perché gli alberi si sono spostati dal centro della loro sede!»
Conosco gente altolocata che affronterebbe in questo modo delle questioni ben più gravi:
progettazione inesistente o sbagliata; esecuzione miope; verifica superficiale; esito scontato: utilità nulla! 
don Chisciotte Mc
 
Sbagliati e sistemati a casaccio, a ridosso della pavimentazione e non al centro dell'area con il terreno dove farli crescere e dove dare spazio alle radici degli alberi. Ecco come si presenta la centralissima piazza Massari di Bari dopo i lavori schizofrenici che hanno 'traslato' gli alberi rispetto all'allineamento immaginato. La gaffe di posizionamento è tutta negli alloggiamenti creati per gli arbusti: i progettisti non sono riusciti a centrare la collocazione giusta per i tronchi da sempre nella piazza e ora appaiono tutti su un lato delle aiuole. Un clamoroso errore per il quale verranno presi provvedimenti nei confronti della ditta, che nonostante l'evidente 'stortura' ha pensato bene di proseguire 'dritto', si fa per dire. Il cantiere dura da oltre un anno e mezzo per cambiare una semplice pavimentazione. I lavori sono iniziati infatti a febbraio 2013 con la promessa di una durata di appena 6 mesi.

Monito


Proprio oggi, primo giorno dei lavori del Sinodo,
il vangelo della messa di rito ambrosiano è il seguente:
«Mentre alcuni parlavano del tempio,
che era ornato di belle pietre e di doni votivi,
Gesù disse: "Verranno giorni nei quali, di quello che vedete,
non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta"» (Luca 21,5-6).
don Chisciotte Mc
 

Ispirazione


«Il Sinodo sulla famiglia non deve essere imbrigliato sulla dottrina, l'azione misericordiosa deve agire concretamente, la prassi deve trovare ispirazione nella parabola del buon samaritano, che agisce senza porsi eccessive domande, come la Chiesa 'ospedale da campo' evocata da Papa Francesco che prima cura le ferite gravi e solo dopo si preoccupa di affrontare le altre questioni burocratiche». (...)
«Serve un coinvolgimento dell'intera comunità verso queste situazioni, senza fare 'casistiche' come raccomanda Papa Francesco, anche perché ognuno ha la sua storia particolare, non assimilabile alle altre. Ripeto: ai feriti, tocca prestare soccorso e non prendergli le impronte digitali».

monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio sulla Famiglia - Agenzia ADN Kronos - 23.09.2014

 

Sinodo a sguardo largo!

«Allarghiamo lo sguardo, vi prego! (...) Le coppie che continuano a restare insieme, ma hanno un cuore indurito, sono forse a posto? I giovani che vogliono sposarsi ma non capiscono come fare discernimento dentro di sé, trovano forse aiuto sufficiente nella Chiesa? Sulle famiglie che non hanno stabilità economica e per questo rischiano di perdere la loro dignità anche sul piano etico, dobbiamo tacere? Le brave coppie e famiglie che invece si sentono tranquille nella loro fede un po' borghese, ma che non evangelizzano più, continueremo a portarle come esempio? E, non da ultimo, chi vuole davvero essere di Cristo come coppia, e declinare questo nella dimensione affettiva sessuale della loro relazione, li lasciamo da soli, quasi senza parole, se non quelle del rischio etico?
Tutte queste situazioni (e altre ancora) sono legate alla metafora, ripresa anche pochi giorni fa da papa Francesco, della Chiesa come ospedale da campo. Cioè della Chiesa come luogo per curare e non per giudicare, prima di tutto. (...)
I bravi cristiani, i vescovi, i preti, sono il "Medico"? A volte ho l'impressione che davvero pensiamo di essere noi il medico. E che pochi ricordano che il soggetto della frase iniziale di Lumen Gentium, nel Vaticano II, non è la Chiesa, ma Cristo. È Cristo la luce delle genti».
Gilberto Borghi, dal sito www.vinonuovo.it 26.09.2014

Importanza

«Non c'è niente da fare:
la delusione e il dolore sono direttamente proporzionali
all'importanza che le persone hanno nella tua vita».
Paola Sanna
 

Puntare ai significati

Dr. Alberto Pellai

Medico, Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Specialista in Igiene e Medicina Preventiva, Dottore di Ricerca in Sanità Pubblica. Lavora come ricercatore presso il Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Università degli Studi di Milano, dove è docente di Educazione Sanitaria e Prevenzione.

Alcune giorni fa insieme ad una ragazza adolescente mi sono messo ad osservare e commentare con lei il suo profilo Facebook. Siamo partiti dall’immagine che aveva scelto come immagine di “copertina”. Si trattava di una sua foto scattata al mare questa estate. In quella foto lei era seduta sulla spiaggia con le ginocchia rialzate e le mani appoggiate dietro di lei a sostenere il peso del corpo. Insomma una posa da “sirena”. Lei indossava un bikini e la foto era stata scattata mostrando la sua immagine dal collo in giù, ovvero non si vedeva la testa. 
Con lei ho discusso del fatto che lei in questa foto, scelta come sua “carta di identità” fosse esclusivamente un corpo da guardare. Le ho anche chiesto che cosa, secondo lei, potevano pensare le persone che si fossero imbattute in quella immagine, in particolare quali aggettivi avrebbero potuto usare per commentare quella immagine. Gliene ho proposti un po’: da bella e gnocca a intelligente e simpatica.
Chiaramente gli unici aggettivi che potevano essere selezionati per commentare la foto erano quelli relativi al suo aspetto estetico. Insieme abbiamo convenuto che l’unica cosa che veniva comunicata da lei attraverso l’immagine del suo profilo era legata alla sua apparenza, alla sua carica sessuale. Insomma, coincideva perfettamente con lo stereotipo che le ragazze di successo devono essere belle, sexy e disponibili. Le ho infine chiesto se lei era d’accordo ad essere pensata in questo modo da tutti coloro che avrebbero guardato la sua immagine o se le sarebbe piaciuto che la gente dicesse di lei anche altre cose. Lei ci ha pensato su e poi ha sorriso un po’ triste. In quel sorriso ho intuito che per la prima volta si era resa conto dei pensieri che avevamo appena condiviso insieme.
Poi siamo andati a vedere il numero dei contatti che ha sul suo profilo. E sono rimasto senza parole: lei ha più di 3800 contatti. Le ho fatto notare che io, con la mia pagina pubblica, avendo un ruolo pubblico e incontrando ogni mese centinaia di persone in tutta Italia in occasione delle conferenze che tengo, sono arrivato a poco più di 4000. Lei vive in un piccolo paese di provincia, frequenta una scuola di provincia e ha lo stesso numero di contatti di un professionista cinquantenne che si muove in tutta la nazione. Lei mi ha risposto: Ma io i miei contatti li conosco tutti.
Allora le ho proposto di andare a visionarli ad uno ad uno – i suoi contatti - e di verificare con lei se fosse stata un grado di 

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Simpatico gioco di parole


1. Senza la base della spiritualità, dimenticatevi ogni altro progetto.
2. Se non tenete conto della "base" che è il popolo di Dio,
non raggiungerete le "altezze" della vita evangelica.

don Chisciotte

Non smettiamo di domandare



Perché domandare significa vivere 
di Enzo Bianchi 
In noi, umani, abitano molte domande, cioè sentiamo una pulsione a conoscere, a sapere, a comunicare, che ci spinge a porre domande. È significativo che i bambini, non più infanti, pongano continuamente domande, per conoscere il mondo in cui sono giunti. I genitori lo sanno bene: più domande che affermazioni... L’umano è un essere che interroga e si interroga, quindi cerca una risposta
Ma le domande sono molto più decisive delle possibili risposte, che non sempre emergono per soddisfarle. Se Platone faceva dire a Socrate che «il più grande bene dell’uomo è interrogarsi su se stesso, e indegna di essere vissuta è una vita senza tale attività (Apologia di Socrate 38A), potremmo estendere questa considerazione a tutte le domande fondamentali che riguardano la condizione umana.
Rainer Maria Rilke, non ancora trentenne, scriveva il 6 luglio 1903 in una splendida lettera al giovane poeta Franz Kappus: «Caro signore, Lei è così giovane, e si trova così al di qua di ogni inizio, e io vorrei, meglio che posso, caro amico, pregarLa di avere pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse, come se fossero delle stanze chiuse a chiare, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non ricerchi ora le risposte che non possono esserLe date, perché non sarebbe in grado di viverle... Ora viva le domande. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgersene, si troverà a vivere la risposta... Il nostro compito è difficile, ma quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio». Rilke dà come consiglio al giovane di amare le domande - oserei specificare - più che le risposte, perché a volte le risposte non ci sono o non sappiamo trovarle, ma le domande sorgono, ci abitano, ci muovono, ci fanno cercare.
E ci sono domande che ci vengono rivolte dagli altri, dall’Altro, che noi possiamo ascoltare o, al contrario, uomo o donna, che ci porge il suo volto. Il volto, che nella specie umana è unico, è distintivo della persona, e che i nostri occhi vedono, incontrano, leggono, conoscono o riconoscono, è una domanda, come sapeva sottolineare con maestria Emmanuel Lévinas. Permettetemi qui di ricordarvi anche un altro grande autore, per me un vero maestro: Edmond Jabès, che non a caso ha scritto Le Livre des Questions (1963), Il libro delle domande, nel quale questo intellettuale ebreo pone domande e cerca di rispondervi, ma solo attraverso frasi brevi, sintetiche, quasi degli aforismi, in modo che la domanda resti aperta, risuoni ancora e ancora... 
Sì, il nostro cuore umano è abitato da domande: da dove vengo? Dove vado? Chi sono io? Ciò che mi circonda è reale? E tra tutte le domande, la più grave

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Porta aperta



Ma se io, Signore,
tendo l'orecchio e imparo a discernere i segni dei tempi
distintamente odo i segnali
della tua rassicurante presenza alla mia porta.
E quando ti apro e ti accolgo
come ospite gradito nella mia casa
il tempo che passiamo insieme mi rinfranca.
Alla tua mensa divido con te
il pane della tenerezza e della forza,
il vino della letizia e del sacrificio,
la parola della sapienza e della promessa,
la preghiera del ringraziamento
e dell'abbandono nelle mani del Padre.
 E ritorno alla fatica del vivere
con indistruttibile pace.
Il tempo che è passato con te
sia che mangiamo sia che beviamo
è sottratto alla morte.
Adesso,
anche se è lei a bussare,
io so che sarai tu a entrare;
il tempo della morte è finito.
Abbiamo tutto il tempo che vogliamo
per esplorare danzando
le iridescenti tracce della
 Sapienza dei mondi.
E infiniti sguardi d'intesa 
per assaporarne la Bellezza.
Carlo Maria Martini, Sto alla porta, 116
 
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