Prendere la posizione che non conviene



Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione

che non è né sicura, né conveniente, né popolare;

ma bisogna prenderla, perchè è giusta.

Martin Luther King

Con rispetto

Anche colui che si dichiara 'non credente' (cioè privo di una fede 'religiosa'), perché non ha mai potuto intravvedere la realtà di Dio o perché non gli è stato presentato con sufficiente efficacia o perché è stato scoraggiato dalla testimonianza di chi si diceva credente, anche il 'non credente' può in realtà essere un 'credente' se si apre ai valori, se si impegna nella dedizione agli altri, se sa far prevalere il 'bene comune' sull'interesse particolare.

Luigi Bettazzi, Non spegnere lo Spirito, 36

Io sono come l'erba matta, è inutile metterci l'olio sopra


Nanni Svampa traduce Georges Brassens

 L'Erba matta- (La mauvaise herbe) (più sotto in italiano)




 On dì de gloria l'era ‘rivaa


quand tucc i alter eren partii


mì, domà mì, hoo conossuu


el disonor de restà chì!


 


Mì sont ‘mè l'erba matta


brava gent, brava gent


l'è inutil mettom l'oli


per condimm in insalata.


La mòrt l'ha ciappaa i alter


brava gènt, brava gent


la m'ha faa grazia a mi


l'è minga giusta, ma l'è insci


Tra la la la la la la la - Tra la la la la la la lara


Mì voraria savè'l perchè


ve dà fastidi vedemm in pè (2 v.).


 


I donn hinn faa 'mè disen lor,


per stà settaa e spettà l'amor


mi gh'hoo on donnin che spetta nò


l'è in via Verzee che la va su e giò


 


Mì sont ‘mè l'erba matta


brava gent, brava gent


l'è inutil mettom l'oli


per condimm in insalata


Lee la se vend ai alter


brava gent, brava gent


la se regala a mì


L'è minga giusta ma l'è inscì.


Tra la la la la la la la - Tra la la la la la la lara


Mì me par nò che per fà l'amor


ghe voeura i vergin e i mazz de fior (2 v.).


 


I òmen vann in gir per el mond


semper insemma come i cavron


mì inveci nò, stoo in de per mì


mangi de grassa anca 'l venerdì.


 


Mì sont ‘mè l'erba matta


brava gent, brava gent


l'è inutil mettom l'oli


per condimm in insalata


mì sont ‘me l'erba matta


brava gent, brava gent


e cressi in libertà


adree ai panchett e in mezz ai praa


Tra la la la la la la la - Tra la la la la la la lara


Me piasaria savè el perchè


vorii schisciamm sòtt ai vòster pè (2 v.).


       


 


La Gramigna


Un giorno di gloria era arrivato


quando tutti gli altri erano partiti


io, solo io, ho conosciuto


il disonore di restar qui


 


Io sono come la gramigna


brava gente brava gente


è inutile mettermi l'olio


per condirmi in insalata


La morte ha preso gli altri


brava gente brava gente


ha fatto grazia a me


non è giusto ma è così


Tra la la la la la la la - tra la la la la la la lara


e io vorrei sapere perché


vi dà fastidio vedermi in piedi (2 v.).


 


Le donne sono fatte, dicono loro,


per restare sedute ad aspettare l'amore


io ho una donnina che non aspetta


è in via Verziere che va su e giù.


 


lo sono come la gramigna


brava gente brava gente


è inutile mettermi l'olio


per condirmi in insalata


Lei si vende agli altri


brava gente brava gente


si regala a me


non è giusto ma è così.


Tra la la la la la la la - tra la la la la la la lara


a me non sembra che per fare l'amore


ci vogliano le vergini e i mazzi di fiori.


a me non sembra che per fare l'amore


ci vogliano le vergini e i mazzi di fiori.


 


Gli uomini vanno per il mondo


sempre insieme come caproni


io invece no, sto da solo


mangio di grasso anche il venerdì.


 


lo sono come la gramigna


brava gente brava gente


è inutile mettermi l'olio


per condirmi in insalata


io sono come la gramigna


brava gente brava gente


e cresco in libertà


intorno alle panchine e in mezzo ai prati


Tra la la la la la la la - tra la la la la la la lara


Mi piacerebbe sapere perché


volete schiacciarmi sotto i vostri piedi (2 v.).






 


 

Vittoria sul "passato"

Il perdono è rivoluzionario

di Laura Boella, docente di filosofia morale alla Università Statale di Milano

Il perdono rappresenta uno dei dilemmi più laceranti dell'etica contemporanea, ma è anche una delle figure morali che svolgono un ruolo, a volte contraddittorio, molto forte nella società e nella politica.

Il perdono oggi non viene evocato solo in relazione a offese, torti, malvagità individuali e private, ma spesso in relazione al male commesso in nome di un'idea di civiltà, di un'ideologia totalitaria, di una fede religiosa, di un progetto politico, e anche in sede legale e processuale, ogni volta che la trasgressione della norma ha un effetto destabilizzante sulla convivenza. Sappiamo quanto le azioni umane e i loro “errori” mettano direttamente in questione la storia, la politica, la sopravvivenza e l'identità di individui e gruppi, la lacerazione e la ricomposizione del legame sociale.

Non bisogna poi dimenticare che la questione del perdono si è posta con particolare forza dopo la Shoah, collegandosi strettamente all'imprescrittibilità del male. Dopo gli eventi che hanno segnato la storia del ‘900 non è pertanto più possibile pensare il perdono senza il concetto di imperdonabile.

L'autentico significato del perdono deve in effetti districarsi dalle implicazioni molteplici e a tratti contraddittorie di una nozione drammaticamente intrappolata nelle maglie del rancore e dell'oblio, della brama di vendetta e della facile liquidazione o della rinuncia ai propri diritti. Una nozione che, oltretutto, appare difficilmente isolabile da altri nuclei tematici, legati a concetti di ordine spirituale e religioso, quali l'espiazione, la redenzione, la remissione dei peccati, l'assoluzione, la pietà, l'amore del prossimo. Per fare qualche esempio: si perdona l'incoscienza (non sapeva quello che faceva) o la malvagità? L'azione o l'agente? Per ricostruire, ricominciare, comprendere, convertire o semplicemente per dimenticare? Il perdono presuppone una relazione con un altro oppure è l'affermazione della propria superiorità? Chi viene perdonato può anche non sentirsi destinatario di un atto di amore, bensì oggetto di invadenza, di intrusione nella sua coscienza, nel suo mondo affettivo. Nell'idea di perdono può essere infatti contenuto un giudizio di valore: colui che perdona si colloca dalla parte del bene, quindi al di sopra di colui che viene perdonato. Da questo punto di vista, il perdono può apparire un atto unilaterale, una concessione che annulla ogni scambio e comunicazione tra due soggetti. A complicare le cose contribuisce l'urgenza dell'appello che il male morale continua a rivolgere all'azione: cosa fare per impedire altre sofferenze causate dalla malvagità? Qual è l'imperativo prioritario: la carità cristiana o la resistenza contro il male? Porgere l'altra guancia o ristabilire la giustizia violata?

Il perdono è sicuramente un concetto spiazzante, una sfida per il pensiero, il cui autentico significato deve essere riappreso. Ciò significa riprendere l'eredità della tradizione ebraico-cristiana, che ne costituisce la fonte, e riscoprirlo in condizioni nuove, quelle del mondo attuale che ne ha un gran bisogno.

Non è certo un caso che i (rari) pensatori che nel ‘900 si sono occupati del perdono siano quelli a cui tutti riconoscono una spiccata sensibilità per i problemi del nostro tempo, e insieme il coraggio di affrontare le zone più rischiose dell'etica, senza cedere a nessuna scorciatoia moralistica. Penso in particolare a Hannah Arendt, a Vladimir Jankélévitch, a Emanuel Lévinas, a Paul Ricoeur, a Jacques Derrida. La loro vitale inquietudine ha accompagnato la consapevolezza che il perdono sia un tessuto fittissimo di conflitti e di paradossi che chiama radicalmente in causa la coscienza di ognuno e ne sconvolge le convinzioni più solide.

Fin dalla sua etimologia il perdono è attraversato dal contrasto tra la logica della pena e della riparazione propria della giustizia, e la logica della gratuità, dell'amore. Perdonare rimanda alla “rinuncia” (a un diritto o a un credito), allo scusare, e al tempo stesso si associa al dono - un dono in eccesso, il dono d'amore disinteressato delle chansons dei troubadours (ti amerò en perdos, in perdita, gratuitamente).

L'autentico significato del perdono può essere oggi affermato considerandolo una potenzialità dell'azione: esso rappresenta infatti l'altra faccia del rischio dell'agire, che salva la libertà umana innome di una nuova forma di responsabilità. È impossibile revocare la storia, fare in modo che le azioni non siano accadute, ma si può continuare ad agire andando in un'altra direzione. L'essenza del perdono consiste nel restituire la capacità di agire a un soggetto che resterebbe inchiodato all'azione compiuta, se non gli si offrisse la possibilità di diventare qualcosa di diverso da ciò che ha fatto.

Il perdono è dunque un dono, un dono di libertà, il dono del potere di ricominciare e insieme il tentativo di ricostruzione di una relazione interrotta in seguito a un'offesa. Come se si richiamasse in vita la possibilità di una libertà autenticamente umana, anche per chi ha sbagliato. È innegabile che si tratti di passaggi difficili tra agire, sentire e pensare, ma dotati di una grande forza etica: quella di assumersi il rischio, o meglio, di immaginare un futuro diverso da quello imposto dal passato.


in “l'Unità” del 22 maggio 2012

Chiaro!

Santità del quotidiano

"Nelle vite dei santi padri si racconta che quando Macario, il grande asceta, viveva nel deserto, un angelo gli apparve ordinandogli di seguirlo fino a una città lontana.

Quando furono arrivati lo fece entrare in una povera dimora dove viveva un'umile famiglia.

L'angelo gli mostrò la sposa e madre di quella casa, dicendogli che aveva raggiunto la santità vivendo in pace e in perfetta armonia, dal giorno delle nozze, e in mezzo alle molte occupazioni quotidiane, con tutti i suoi, e aveva conservato un cuore casto, una grande umiltà e un ardente amore per Dio.

E Macario implorò da Dio la grazia di vivere nel deserto come quella donna viveva nel mondo".

Pavel Evdokimov, Il matrimonio sacramento dell'amore, 219

La grazia del dialogo



«Signore Dio, ti lodiamo e ti glorifichiamo per la bellezza di questo dono che si chiama dialogo.

E' un «figlio» prediletto di Dio perché è simile alla corrente alternata che rifluisce incessantemente in seno alla Santa Trinità.

Il dialogo scioglie i nodi, dissipa i sospetti, apre le porte, risolve i conflitti, fa crescere la persona. E' vincolo di unità e fonte di fratellanza.

O Signore Gesù, quando appare la tensione concedimi l'umiltà necessaria per non voler imporre la mia verità contrastando la verità del mio fratello; fà che io sappia tacere al momento opportuno e aspettare che egli abbia completato il suo pensiero.

Dammi la saggezza per capire che nessun essere umano è in grado di possedere l'intera verità assoluta, e che non c'è errore o stravaganza ai miei occhi che non racchiuda qualche elemento di verità.

Dammi la saggezza per riconoscere che anch'io posso sbagliare su qualche aspetto della verità, e che dalla verità del fratello posso invece arricchirmi.

E infine, dammi la generosità di pensare che anch'egli ricerca onestamente la verità, e di accogliere senza pregiudizi e con benevolenza le opinioni degli altri.

O Signore Gesù, dacci la grazia del dialogo. Così sia».

Ignacio Larranaga

Libera informazione in libera radio

Ma la radio della RAI non è la Radio Vaticana

di Giovanni Valentini

"Se il cristianesimo decide di rinunciare alle prescrizioni morali per tornare a essere religione che custodisce il mistero di Dio, può lasciare agli uomini il compito di formulare una morale che possa valere per tutti" (da "Cristianesimo" di Umberto Galimberti - Feltrinelli, 2012 - pagg. 107-108). Si può credere o non credere, avere fede o no, professare la religione cattolica o qualsiasi altra oppure nessuna; ma con l' avvento di Papa Francesco non si può tollerare oltre lo scandalo mediatico e civile di un direttore dei giornali radio - di una radio pubblica di uno Stato laico - che siede in permanenza nel Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali di uno Stato straniero come il Vaticano. Non abbiamo alcun pregiudizio, né a livello personale né soprattutto a livello editoriale, nei confronti della Chiesa e più in generale del fenomeno religioso: tant'è che proprio in questo fine settimana la Repubblica terrà a Bari un'importante anteprima della sua "Festa delle Idee" dedicata appunto al rapporto tra fede e ragione. Ma il caso di Antonio Preziosi, direttore dei Gr Rai e "consultore" pontificio, rappresenta una doppia anomalia, sia per lo Stato sia per la Chiesa. Si può anche capire che al Vaticano interessi annoverare il responsabile dell' informazione radiofonica pubblica nel Consiglio delle Comunicazioni, insieme ai direttori dell'Osservatore romano, dell'Avvenire e di Civiltà Cattolica. È inaccettabile però che un'azienda di Stato tolleri un "doppio incarico" che, a prescindere da qualsiasi aspetto professionale o eventualmente economico, configura di fatto un conflitto di interessi ai danni dei cittadini, ascoltatori e abbonati. La radio della Rai non è la Radio Vaticana. Non è un'emittente confessionale che deve "evangelizzare" il pubblico. Tra le sue funzioni istituzionali, non rientrano quelle di "predicare" o di "convertire" alla religione cattolica. Deve fare informazione, assicurandone la completezza e l' imparzialità: naturalmente, anche sugli eventi e sulle vicende che riguardano la Chiesa. Al Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, come si legge nel suo sito, sono affidati i compiti di "suscitare e sostenere adeguatamente l'azione della Chiesa e dei fedeli nelle molteplici forme della comunicazione seguendo i quotidiani cattolici, le pubblicazioni periodiche, le emittenti radiofoniche e televisive, perché realmente corrispondano alla propria indole e funzione, divulgando la dottrina della Chiesa". Una missione più che legittima e rispettabile. Quella che non è legittima invece è la presenza in pianta stabile del direttore dei Gr Rai, un'azienda di Stato al cui vertice spetta sorvegliare sulle incompatibilità dei suoi dipendenti. È stata proprio la direzione generale di viale Mazzini a emanare recentemente una circolare, contro i "doppi incarichi" interni: come, per esempio, quello di Bianca Berlinguer, direttrice e conduttrice del Tg 3. Si può essere d' accordo o meno. Sta di fatto, però, che al suo confronto, il caso Preziosi appare ben più grave, perché intacca la laicità istituzionale del servizio pubblico. Lasciamo stare qui le polemiche sul cattivo andamento degli ascolti per i Gr di Preziosi, già sfiduciato più volte dalla sua redazione, dopo aver ereditato una situazione di gran lunga migliore dalla precedente gestione di Antonio Caprarica. È chiaro, comunque, che attraverso questa esperienza radiofonica il "consultore" pontificio non ha maturato tali e tanti meriti da essere candidato - come ora si vocifera - alla direzione del Tg 2. A meno che non si tratti di meriti speciali, acquisiti magari Oltretevere.

oggi si ricorda san Giorgio



Auguri a tutti gli scout,

al papa Jorge

e al presidente della repubblica Giorgio!

La formazione del personale politico

I nuovi politici in balìa di un tweet

di Aldo Cazzullo



La «democrazia on line» non esiste. È un ponte sospeso sul vuoto. Ma è anche una suggestione irresistibile, una forza che sta cambiando la storia. Può distruggere la democrazia tradizionale, quella rappresentativa. Ma può concorrere a costruire una democrazia nuova, davvero partecipata. Purché la si usi con discernimento e con rispetto reciproco. Senza cedere all'esaltazione e alla paura. Insomma, senza ripetere quel che è accaduto in questi giorni. Non è negativo che l'opinione pubblica entri nel Palazzo, anzi. Purché non si confondano i 4 milioni di italiani che twittano con l'insieme dell'opinione pubblica. E si trovi la serenità di decidere da uomini non sordi ma liberi.

Il totem della Seconda Repubblica furono i sondaggi. Berlusconi orientava le sue scelte in base alle rivelazioni di Pilo o di Crespi. Le rare volte in cui indulgeva a passeggiare in Transatlantico, ai suoi deputati o a quelli pronti a passare con lui sussurrava in un soffio: «Sapessi, i sondaggi... ». I capi della sinistra, che andavano maturando i rancori culminati venerdì nel killeraggio di Prodi, trovavano sempre sondaggisti che li davano in netto vantaggio, fino all'apertura delle urne.

Il totem della Repubblica che sta nascendo in questi giorni è la Rete. E il fenomeno non riguarda solo i Cinque Stelle, nati senza soldi e senza l'appoggio dei media, come nella conferenza stampa di ieri (una delle prime) Grillo ha ripetuto spesso. Si è parlato molto dei grillini, e poco dei giovani del Pd. Che appartengono alla stessa generazione, passano anche loro molto tempo davanti a Facebook e agli altri social network, e rendono conto non a capipartito mai così screditati ma a poche centinaia di amici, che li hanno votati alle primarie e li influenzano via web. Si spiega anche così non solo la bocciatura di Marini, ampiamente annunciata, ma pure l'incredibile affondamento di Prodi. Considerato l'uomo di maggior statura che la sinistra potesse mettere in campo (Napolitano a parte). Votato anche da Vendola (che il giorno dopo diceva: «Ho verificato di persona che in Cina Romano è una star, come faccio a spiegarlo alla Rete?»). Ma visto dalla generazione del web come un antico democristiano. Tra i 101 franchi tiratori ci sono certo anche i vindici dei vecchi capi. Ma ci sono anche, se non soprattutto, i terminali di un movimento per cui Prodi ha il fascino che per un sessantottino aveva Rumor.

Il fenomeno non è reversibile. Ma può essere indirizzato nella giusta direzione. L'epoca interconnessa è una straordinaria opportunità, che ha già sconvolto non solo la politica. Aziende abituate ai porti tranquilli degli oligopoli si sono trovate a navigare in mari tempestosi. Soloni avvezzi a pontificare senza contraddittorio si sono dovuti calare in un gioco che ha incrinato le loro sicumere (anche se talora non il loro narcisismo).

L'importante è non scambiare un fenomeno di avanguardia con l'intera società, le opinioni frammentate e volubili con la complessità degli interessi economici e sociali. Il problema non è solo l'esclusione di chi la Rete non la usa, o non ha il tempo di usarla. Riguarda anche la formazione del personale politico. Il mondo invecchia, e ai disastri della sinistra non è estraneo il fatto che nella segreteria dove un tempo si confrontavano Amendola, Ingrao, Pajetta, Terracini

Diversità rivelante

Nella sua purezza luminosa, la donna è come uno specchio che riflette il volto dell'uomo, glielo rivela e così lo corregge.

Avendo l'intuizione del concreto e del vivo, ed opponendosi ad ogni astrazione, la donna possiede anche il dono di penetrazione diretta nell'esistenza di un altro.

È la capacità irriflessa ed immediata di cogliere l'imponderabile della persona umana.

Con questa facoltà, ella aiuta l'uomo a comprendersi e a realizzare il senso del proprio essere, ella lo porta al proprio compimento decifrandone il destino, e così, grazie alla donna, l'uomo diventa più facilmente quello che è.

Pavel Evdokimov, La donna e la salvezza del mondo, 263

Vent'anni fa moriva don Tonino Bello, profeta

Su questo sconfortante scenario di bassa pressione morale che va prendendo vigore il progetto della "Grande Riforma" e si affievolisce la fiducia nella tenuta degli antichi pilastri costituzionali che hanno finora sorretto la nostra democrazia.

È triste dirlo: ma tanta gente oggi in Italia invoca disperatamente un re che governi. Smania per delegargli gli ultimi spiccioli di un potere della cui valuta pregiata si è lasciato confiscare. Accarezza nostalgie di un capo che sia forte. Che mostri i muscoli. Che decida per tutti. Che abbia il pugno di ferro, insomma. E siccome a coltivare ideali scopertamente monarchici si può essere fraintesi, ecco allora il ripiego sulla repubblica presidenziale.

Intendiamoci, caro Samuele: io non ce l'ho né con i re, né con i titolari di un presidenzialismo sanguigno. Ma mi lascia scettico il pensiero che si voglia porre riparo al nostro malessere nazionale irrobustendo il capo e non, invece, aiutando la crescita della coscienza democratica.

Per arginare i processi degenerativi in atto occorrono, sì, riforme concrete, ma non tali da prosciugare i poteri della base, garantiti dalla Costituzione, e concentrarli al vertice per delirio di potenza.

È sulle nervature periferiche che bisogna investire i capitali del nostro bisogno di cambiamento. È ai capillari estremi del corpo sociale che occorre assicurare un'abbondante irrorazione vascolare, perché i tessuti siano preservati dalla cancrena e si eviti di mandare in circolo emboli funesti.

Più che scommettere sull'uomo del palazzo, perciò, bisogna scommettere sull'uomo della strada, promovendo un massiccio referendum abrogativo del suo vecchio modo di pensare.

Ogni altro espediente istituzionale, che privilegi sofisticate terapie d'urto sul capo e disattenda le cellule marginali dell'organismo popolare, è destinato al fallimento.

Ce l'ha insegnato la tua esperienza, Samuele.

mons. Tonino Bello, Ad Abramo e alla sua discendenza (1992), 94-95

Talento a tutto tondo

La delicatezza dello "strumento" di comunicazione

e la delicatezza della storia

si abbracciano.


 


Architetture



"L'artista ha a che fare con l'invisibile della bellezza.

Il santo ha a che fare con l'invisibile della grazia.

Ma, in confronto al lavoro delle madri,

artisti e santi non sono che dilettanti:

niente di più essenziale che servire quella piccola infanzia

sulla quale poggia l'architettura di tutti i mondi invisibili
".

Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 55

Consapevolezza, che non ci autorizza però a non fare il meglio possibile

«Il “bello” dell'educazione è che essa gioca con elementi la cui risposta, essendo libera, è sempre in qualche modo imprevedibile.

Di conseguenza gli itinerari non possono in nessun modo essere pensati come “tecniche di successo”.

Può sembrare che io insista un po' troppo nel mettere in guardia contro questo meccanicismo educativo. Ma l'esperienza mi ha insegnato che esso è una delle più sottili e diffuse insidie dei nostri ambienti. La fiducia nei mezzi soprannaturali, nella parola di Dio, nei sacramenti e nelle tradizioni educative, nell'oratorio, ecc., viene talora vissuta come sicurezza umana, con conseguenti delusioni e anche prove di fede. Ma allora, perché Dio non ha operato come ci aspettavamo? Perché dopo tante prediche e comunioni questo ragazzo è finito così?

I fallimenti educativi sono in certo senso provvidenziali, perché ci aiutano a entrare nel mondo dello spirito, che è mondo di libertà, e ci alleano con quel Dio che non strumentalizza né meccanicizza nessuno, che rispetta fino allo scrupolo la libertà del più piccolo dei suoi figli, contento di attrarre con la forza straordinaria del suo amore e della sua grazia».

Carlo Maria Martini, Itinerari educativi, n. 4

Amore è conoscenza, la conoscenza avviene per amore

«La carità è la porta della gnosi». E' il principio ben conosciuto della tradizione contemplativa dell'Oriente.

I Russi lo giustificano con la necessità di superare l'opposizione tra soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto. (...)

Al di fuori dell'amore, non si può conoscere né l'unità, né la libertà, né la verità. Tutte queste cose sono profondamente unite, non si separano se non nel momento in cui l'amore fa difetto.

E' esattamente questa necessità dell'amore che fonda il carattere ecclesiale della conoscenza. (...)

Questo stesso principio è così riassunto da Florenskij: «La conoscenza effettiva della Verità è nell'amore e non è concepibile che nell'amore. Viceversa, la conoscenza della Verità si manifesta come amore».

E' per la forza di questo amore che tutta la realtà appare unita come una tuttunità.

p. Thomas

Crederei



Al Dio piantato in tutti e in ogni mossa;

al Dio delle formiche, anguille, api;

al Dio bussola e fiore

apparterrei.

A quello invece che mi lascia il posto

e mi piazza da vice onnipotente;

e si è sfilato dall'anulare il mondo

lasciandolo ai capricci dell'Adàm

vedovo di natura morta

non ancora non so credere,

chiedere,

perché dare ha già dato

e del dafarsi

resta solo la revoca del dono.

Erri De Luca, Solo andata, 91

Nell'anniversario della morte di Mazzolari

"Ogni violento presume di essere coraggioso, ma la maggior parte dei violenti sono dei vili.

Il nonviolento, invece, nel suo rifiuto a difendersi è sempre un coraggioso.

Lo scaltro, che adula il tiranno per trarne profitto e protezione, o per tendergli una trappola, non rifiuta la violenza bensì gioca con essa al più furbo.

La scaltrezza è violenza, doppiata di vigliaccheria ed imbottita di tradimento.

La nonviolenza è al polo opposto della scaltrezza: è un atto di fiducia dell'uomo e di fede in Dio, è una testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico".

don Primo Mazzolari

Il testo completo tra i
nostri Testi.

Comunismo della prima comunità cristiana



La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell'esortazione», un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

Atti degli Apostoli 4,32-37 - prima lettura della messa ambrosiana di oggi

Amico per sempre

I discepoli (di Gesù) erano stati chiamati perché stessero con lui (cf Mc 3,13), invece di fatto si trovano a fuggire da lui (al momento del suo arresto).

L'abbandono degli amici è una ferita più amara dell'ostilità dei nemici” (M.G. Lepori, Simone chiamato Pietro, 102).

La fuga permette ai discepoli di salvarsi, ma essi non comprendono che è Gesù stesso che si preoccupa di salvarli (cfr Gv 18,8); ciò dice molto sulla linea tenuta da Gesù nell'accompagnare i suoi discepoli e nel guidarli in quei pochi anni: senza prepotenza, senza retorica.

“Dal tradimento di Giuda, dal rinnegamento di Pietro e dall'abbandono degli altri nelle ultime ore di Gesù emerge un dato: Cristo non ha né plagiato, né reso fanatici i suoi seguaci; li ha conquistati, ma lasciando intatta la loro libertà (G. Ravasi, I vangeli della passione, 48).

Gesù non abbandona nessuno di coloro che gli sono stati affidati. “Gli Apostoli sono diventati degli amici del Signore, buoni o no, generosi o no; fedeli o no rimangono sempre degli amici” (P. Mazzolari, Discorsi, 166).

Si può dunque tradire il Signore, ma lui non tradisce mai i suoi amici, neanche quando è rinnegato o venduto. “Non si può tradire che un amico, e in fondo solo uno che amava come Gesù li amava poteva veramente essere tradito. E solo uno dei suoi amici poteva veramente tradirlo (M.G. Lepori, Simone chiamato Pietro, 94).

Come Giuda si è potuto fregiare del titolo di amico nel momento più tetro e vergognoso della sua vita di discepolo, così ogni uomo resta amico del Signore sempre, in ogni momento della sua vita, anche in quello in cui è più lontano da lui.

Sergio Stevan, Giuda, 50

Primavera pasquale



Vorrei che potessimo liberarci dai macigni
che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati. E' la festa del terremoto.

La mattina di Pasqua le donne, giunte nell'orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro. Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all'imboccatura dell'anima che non lascia filtrare l'ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l'altro.

E' il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell'odio, della disperazione, del peccato.

Siamo tombe alienate. Ognuno con il suo sigillo di morte.

Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l'inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo.

don Tonino Bello

Perch

Forse Dio apprezza di più i molti nomi con cui i popoli lo hanno rivestito nelle varie lingue. La gutturale comune agli anglosassoni, la dentale dei mediterranei, la levissima iod degli Ebrei sono le iniziali di un'inesauribile pronuncia del suo nome.

Dai trentasei angoli del mondo i bisbigli delle persone di fede declinano innumerevoli volte i titoli astrusi e soavi del Creatore.

Sparse in terra in litanie e sussurri, è bello credere che le note compongano in cielo un solo nome, i canti un solo accordo.

Per essere chiamato con molti nomi Dio disfece la torre, la grandezza posticcia di uomini ridotti a maestranze. Scelse di essere nominato in mille lingue perché non si esaurisse la ricerca.

Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, 18

Esclusa ogni superiorità



«Vi sono diversità di 'diaconie' ('ministeri'), ma uno solo è il Signore» (1Cor 12,5). Il fil rouge che più di tutti lega i compiti del Nuovo Testamento tra di loro, da quello di Gesù a quello dei dodici, dagli apostoli ai 'sette' di Gerusalemme, dai compiti di evangelizzazione e guida attestati nelle comunità paoline alle mansioni stabili presenti nelle Chiese post-apostoliche è dunque la diaconia (p. 298).

Non solo l'apostolato, che si ricollega direttamente all'opera di Cristo-servo, ma anche i ministeri contemporanei o successivi a quello apostolico, emanando a loro volta da esso, ne ricevono l'impronta 'diaconale': la missione di servo che Cristo ha ricevuto dal Padre e trasmette agli apostoli e questi a collaboratori e successori per l'edificazione ecclesiale è il dato primordiale da cui risulta che vi sono particolari compiti di uno per altri.

Il 'potere' di Cristo è per il 'servizio': ed ogni potere che Cristo ha trasmesso alla Chiesa è dentro alla medesima logica diaconale.

Resta perciò esclusa, nel Nuovo Testamento, ogni gerarchia di rango, ogni superiorità del ministro sugli altri fedeli: i ministeri non sono 'dignità' che rivestano chi li detiene di una superiorità rispetto agli altri battezzati, ma veri e propri 'servizi' in favore degli altri battezzati (p. 301).

Erio Castellucci, Il ministero ordinato

Vita bucata



Padre,

sono un fallito, però ti amo.

Sono vari anni che sto nelle tue mani,

presto verrà il giorno in cui volerò da te...



La mia bisaccia è vuota,

i miei fiori appassiti e scoloriti,

solo il mio cuore è intatto.



Mi spaventa la mia povertà

però mi consola la tua tenerezza.

Sono davanti a te come una brocca rotta,

però con la mia stessa creta

puoi farne un'altra come ti piace...



Signore,

cosa ti dirò quando mi chiederai conto?

Ti dirò che la mia vita, umanamente,

è stata un fallimento,

che ho volato molto basso.

Signore, accetta l'offerta di questa sera...



La mia vita, come un flauto,

è piena di buchi...,

ma prendila nelle tue mani divine.



Che la tua musica passi attraverso me

e sollevi i miei fratelli, gli uomini,

che sia per loro ritmo e melodia,

che accompagni il loro camminare,

allegria semplice

dei loro passi stanchi...



Anonimo spagnolo

Dignità umana

"O uomo, perché hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio?

Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore?

Perché indaghi da che cosa sei staTo fatto e non ricerchi per qual fine sei stato creato?

Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? La luce infusa in te scaccia le tenebre che ti circondano. Per te è stata regolata la notte, per te definito il giorno, per te il cielo è stato illuminato dal diverso splendore del sole, della luna e delle stelle. Per te la terra è piena di fiori, di boschi e di frutti. Per te è stata creata la mirabile e bella famiglia di animali che popolano l'aria, i campi e l'acqua, perché una desolata solitudine non appannasse la gioia del mondo appena fatto.

Tuttavia il tuo Creatore trovò ancora qualcosa da aggiungere per onorarti. Ha stampato in te la sua immagine, perché l'immagine visibile rendesse presente al mondo il Creatore invisibile, e ti ha posto in terra a fare le sue veci, perché un possedimento cosi vasto qual è il mondo, non fosse privo di un vicario del signore.

Dio nella sua infinita bontà prese in sé ciò che aveva fatto in te per sé. Volle essere visto nell'uomo direttamente e in se stesso. Egli, che nell'uomo aveva prima voluto essere visto per riflesso, fece sì che diventasse sua proprietà l'uomo che prima aveva ottenuto di essere solo sua immagine riflessa.

Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell'età per restaurare l'unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l'uomo, perché l'uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello spirito divino chi aveva soltanto un'anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio perché nulla più rimanga nell'uomo di ciò che in lui v'è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell'unità dello Spirito santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli. Amen"

san Pietro Crisologo, Discorsi, 148

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Descrizione teologica della "comunicazione"

«Il modello? Il dialogo misterioso nel sepolcro di Gesù»

di Carlo Maria Martini

Solitamente si dà della comunicazione una definizione empirica: comunicare è «dire qualcosa a qualcuno». Dove quel «qualcosa» si può allargare a livello planetario, attraverso il grande mondo della rete che è andato ad aggiungersi ai mezzi di comunicazione classici. Anche quel «qualcuno» ha subìto una crescita sul piano globale, al punto che gli uditori o i fruitori del messaggio in tempo reale non si possono nemmeno più calcolare.

Questa concezione empirica, alla luce dell'odierno allargamento di prospettive, dove sempre più si comunica senza vedere il volto dell'altro, ha fatto emergere con chiarezza il problema maggiore della comunicazione, ossia il suo avvenire spesso solo esteriormente, mantenendosi sul piano delle nude informazioni, senza che colui che comunica e colui che riceve la comunicazione vi siano implicati più di tanto.

Per questo vorrei tentare di dare della comunicazione una descrizione «teologica», che parta cioè dal comunicarsi di Dio agli uomini, e lo vorrei fare enunciando qui alcune riflessioni che potrebbero servire per una nuova descrizione del fenomeno.

Nel sepolcro di Gesù, la notte di Pasqua, si compie il gesto di comunicazione più radicale di tutta la storia dell'umanità. Lo Spirito Santo, vivificando Gesù risorto, comunica al suo corpo la potenza stessa di Dio. Comunicandosi a Gesù, lo Spirito si comunica all'umanità intera e apre la via a ogni comunicazione autentica. Autentica perché comporta il dono di sé, superando così l'ambiguità della comunicazione umana in cui non si sa mai fino a che punto siano implicati soggetto e oggetto.

La comunicazione sarà dunque anzitutto quella che il Padre fa di sé a Gesù, poi quella che Dio fa a ogni uomo e donna, quindi quella che noi ci facciamo reciprocamente sul modello di questa comunicazione divina. Lo Spirito Santo, che riceviamo grazie alla morte e resurrezione di Gesù e che ci fa vivere a imitazione di Gesù stesso, presiede in noi allo spirito di comunicazione. Egli pone in noi caratteristiche, quali la dedizione e l'amore per l'altro, che ci richiamano quelle del Verbo incarnato. Di qui potremmo dedurre alcune conclusioni su ogni nostro rapporto comunicativo.

Primo. Ogni nostra comunicazione ha alla radice la grande comunicazione che Dio ha fatto al mondo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo, attraverso la vita, morte e resurrezione di Gesù e la vita di Gesù stesso nella Chiesa. Si capisce perciò come i Libri sacri, che in sostanza parlano di questa comunicazione, siano opere di grande valore per la storia del pensiero umano. È vero che anche i libri di altre religioni possono essere ricchi di contenuto, ma questo è dovuto al fatto che sottostà a essi il dato fondamentale di Dio che si dona all'uomo.

Secondo. Ogni comunicazione deve tenere presente come fondante la grande comunicazione di Dio, capace di dare il ritmo e la misura giusti a ogni gesto comunicativo. Ne consegue che un gesto sarà tanto più comunicativo quanto non solo comunicherà informazioni, ma metterà in rapporto le persone. Ecco perché la comunicazione di una verità astratta, anche nella catechesi, appare carente rispetto alla piena comunicazione che si radica nel dono di Dio all'uomo.

Terzo. Ogni menzogna è un rifiuto di questa comunicazione. Quando ci affidiamo con coraggio all'imitazione di Gesù, sappiamo di essere anche veri e autentici. Quando ci distacchiamo da questo spirito, diveniamo opachi e non comunicanti.

Quarto. Anche la comunicazione nelle famiglie e nei gruppi dipende da questo modello. Essa non è soltanto trasmissione di ordini o proposta di regolamenti ma suppone una dedizione, un cuore che si dona e che quindi è capace di muovere il cuore degli altri.

Quinto. Anche la comunicazione nella Chiesa obbedisce a queste leggi. Essa non trasmette solo ordini e precetti, proibizioni o divieti. È scambio dei cuori nella grazia dello Spirito Santo. Perciò le sue caratteristiche sono la mutua fiducia, la parresia, la comprensione dell'altro, la misericordia.

in “Avvenire” del 12 settembre 2012

La brevità che resta in superficie

In breve

di Massimo Gramellini - 18/09/2008

Qualcuno si stupirà che lo scriva proprio io, dal basso delle mie 25 righe, ma stiamo morendo di troppa brevità. Nella civiltà delle immagini alla parola è rimasto un unico ruolo: quello di didascalia. Ormai persino gli sms sembrano comizi. Va un po' meglio ai cartelli di protesta e ai cori da stadio, eppure la comunicazione contemporanea richiede frasi ancora più brevi, meglio se con riferimenti erotici, capaci di galleggiare per qualche tempo sopra le chiacchiere smozzicate che televisioni, computer e giornali ci rovesciano addosso di continuo. «Yes we can» (Obama). «Pitbull col rossetto» (Sarah Palin). «Ho fatto sesso in tutti gli Stati degli Usa» (questa non è Sarah Palin, ma l'attrice Eva Mendes, ieri). «Presidente, da lei mi farei toccare» (santa Valentina Vezzali, patrona degli arrivisti, mentre fa un fioretto a Berlusconi).

Chiunque provi a tessere un ragionamento o ad avventurarsi sul terreno minato della consecutio temporum viene considerato un tipo bizzarro e palloso. Non c'è tempo per ascoltarlo, non c'è voglia, non c'è spazio nei nostri cervelli saturi. Anche del passato si tramandano soltanto i frammenti: «Panta rei», «L'Etat c'est moi», «I have a dream». Gli scrittori sopravvivono sulle carte dei cioccolatini, purché abbiano coniato qualche battuta memorabile: Oscar Wilde e Flaiano surclassano Gadda e Dostoevskij. Ogni frase-slogan viene estrapolata dal contesto e vive una vita propria, spesso antitetica alle intenzioni dell'autore.

La morale di tutto ciò? È un discorso lungo. Appena riesco ad accorciarlo, ci incarterò un cioccolatino.

Come giungere alla decisione



«Ma se il diritto deve pure determinare chi ha la facoltà dell'ultima decisione, occorre anche capire come si debba giungere a questa decisione, se attraverso l'arbitrio (nel senso buono di 'responsabilità') del capo o non invece per maturazione comunitaria, se cioè l'ultima' parola - pur necessaria per il cammino di una comunità - possa essere tale (ultima) solo se ce ne sono state prima altre, così da non essere l'unica'.

La lunga, travagliata discussione conciliare sulla collegialità, non come sostituzione del primato del Papa (come qualcuno accusava i promotori, i quali - almeno al Vaticano II - non l'hanno mai pensato), ma come aiuto per un esercizio più intenso e più agevolmente accettato, ha in fondo portato a renderci conto di come una più larga partecipazione alla maturazione di tutte le decisioni risponda alla natura stessa della Chiesa, la quale - è vero - non è una 'democrazia', ma è e dovrebbe essere sempre di più - e questo è ancora più impegnativo - una 'comunione'.

Forse l'allontanamento o il disinteresse di tanta parte del popolo di Dio (a cominciare dai giovani) potrebbero essere alimentati anche dal non sentirsi coinvolti realmente nella gestione della Chiesa.

Si potrebbe perfino giungere a riflettere sul fatto che la Chiesa ed ogni sua parte costitutiva dovrebbero invece diventare davvero testimonianza della SS. Trinità, di un unico Dio che è tale proprio perché è intima comunione di Tre Persone.

Ogni forma di individualismo all'interno della Chiesa non solo rende più difficile l'esercizio della propria responsabilità, ma soffoca o quantomeno attenua la missione dell'annuncio di Dio nel creato».

Luigi Bettazzi, Non spegnere lo Spirito, 52-53 (anno: 1996)

Istituzioni decadenti perch



Vorrei interrogarmi soprattutto sulla povertà del processo (a Gesù) così come è presentato da Giovanni. Mentre è più plausibile nei sinottici, nel IV vangelo è una vera farsa, una caricatura.

Mi pare che Giovanni intenda probabilmente sottolineare un indice di decadenza religiosa e giuridica: Gesù viene portato davanti a chi non è autorizzato né a interrogarlo né a condannarlo e tocca a lui spiegare come andrebbe condotto il processo.Ci troviamo davvero di fronte al crollo di una istituzione, una istituzione - notiamo - che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove.

Sarebbe stato questo l'atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale. Certamente i sommi sacerdoti hanno molti titoli di discolpa. Possiamo comprenderlo considerando tutta la storia di Gesù e il modo con cui egli si è presentato; (...)

Ciò non toglie che Giovanni ci mette di fronte a una istituzione che ha perso l'occasione provvidenziale in vista della quale era sorta.

Si pone qui un problema gravissimo, quello della possibilità che un'istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare.

Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche. Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza.

Carlo Maria Martini, Le tenebre e la luce, 76-77

Il pastore nella sua comunità

O Spirito Santo, mi affido a te.

Tu sai che io amo il Signore Gesù, e conosci anche la mia debolezza e fragilità;

sai che, pur ringraziando il Signore per la grande chiamata che mi ha concesso,

come il sapiente re Salomone dico: “Dammi, o Dio, la sapienza, che siede accanto al tuo trono”,

perché io possa guidare un popolo così numeroso.

O Dio nostro Padre, lo Spirito mi illumini con la sua luce e mi guidi con la sua forza

nel cammino con questa porzione di Chiesa alla quale il Padre mi ha destinato.

O Maria, aiutami a guardare dentro di me e su di me,

su questa Chiesa e su queste case

con quello sguardo di verità, di libertà, di semplicità che mi mette nel giusto cammino della croce e della risurrezione,

quel cammino che tu hai percorso nella fede e nella speranza.

preghiera del pastore nella sua comunità

Il Risorto qualifica i desideri

«La domanda (di Gesù risorto ai suoi discepoli in Gv 21,5): «Non avete nulla da mangiare?» è un capolavoro di finezza. Gesù non li rimprovera. Avrebbe potuto umiliarli, prenderli in giro, oppure sgridarli perché si erano sbagliati sulla vocazione. Invece non fa niente di tutto questo e pone la domanda come un bisogno: «Avrei bisogno di qualche cosa per me». Gesù, con estrema delicatezza, fa emergere la nullità del loro lavoro, mettendosi però un po' dalla loro parte.

È così che Gesù fa' con i nostri desideri, non con quelli che sono già di per sé condannabili, evidentemente negativi, ma con tutta quella massa di desideri, in parte buoni e in parte ambigui, che ci muovono, che riguardano la vita, il lavoro, la sistemazione, lo studio, il successo, le relazioni, le amicizie, il trovarsi bene nella comunità, nel gruppo, il fare un certo cammino nella vita.

Gesù non ci prende a pugni nello stomaco, ma ci prende per la mano: «Forse potresti aiutare anche me, con questa tua massa di desideri, potremo lavorare insieme». Gesù ci dà coraggio, stimola, provoca la tensione verso il bene.

«Gettate e troverete». È una parola sicura: fa' capire che se accettiamo che entri anche lui nella nostra ottica e ce la trasformi, ci andrà bene anche umanamente. Gesù vuole che facciamo una pesca fruttuosa, ma vuole che la facciamo la­sciando che lui entri nella nostra ottica e la rettifichi.

Domandiamoci un po' cosa avrebbe fatto invece il diavolo se fosse apparso nella stessa mattina, nella penombra sulla spiaggia? Cosa avrebbe detto? Certamente li avrebbe rimproverati e derisi, perché l'azione del nemico di Dio è di spe­gnere i desideri, di accusarci, di smorzare tutto ciò che di buono c'è in noi. E ciò avviene quando lasciamo che questa voce negativa operi in noi. Abbiamo dentro di noi quello che la Bibbia chiama l'"accusatore" (Satana è il termine ebraico che traduciamo accusatore). E dobbiamo saperlo riconosce­re, perché è accanito contro di noi. Sempre ci fa vedere i no­stri lati negativi, i nostri sbagli e le nostre incapacità.

La parola di incoraggiamento di Gesù è invece piena di significato perché ripete il tono di altre parole del Vangelo: voi ricordate il «bussate e vi sarà aperto», «cercate e troverete», «chiedete e otterrete», «a chi bussa è aperto», «chi cerca trova». È la pazienza, la perseveranza che Gesù raccomanda: di non dare fiato né in noi, né nelle nostre comunità, né nel gruppo alle voci di disfattismo e di pessimismo, che sono voci del nemico».

Carlo Maria Martini, "E' il Signore!"

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