Solitudine e solitudini

Il deserto e il giardino. Le due solitudini dell'uomo

di Enzo Bianchi



Solitudine: una parola che abitualmente suona come negativa, che fa paura, perché rimanda all'immagine di una landa desolata, a una situazione chiusa, di isolamento, addirittura di reclusione in prigione. Quando si afferma che qualcuno è solo, lo si dice con un sentimento di pena, di compassione. Gabriel Marcel è arrivato a confessare: «Non c'è che una sofferenza: l'essere solo», ben sapendo che molti uomini e molte donne sono condannati a subire questa situazione. E Victor Hugo ha scritto lapidariamente: «L'inferno è tutto in questa parola: solitudine».

Più che di solitudine, dovremmo però parlare di solitudini, al plurale, perché tante sono le forme in cui la solitudine può apparire, e di fatto appare, nelle nostre vite.

Innanzitutto c'è una solitudine da leggere come una sorta di destino, cioè quella solitudine in cui si precipita a un certo punto della vita, quando la morte ci strappa chi ci permetteva di non essere soli. Questa è, per esempio, la solitudine dell'orfano che, perdendo la madre o il padre, non ha più accanto a sé quella presenza che era la carne, la vita da cui era venuto, non ha più quel riferimento al 'tu' che l'aveva accompagnato nella sua venuta al mondo. Un tempo la solitudine dell'orfano era un tema della letteratura, soprattutto quella per i ragazzi, un tema attestato in modo quasi ossessivo; oggi invece è rimosso, come se non si registrasse più la morte di qualche genitore, che determina per il figlio, bambino o adolescente, una situazione di triste solitudine.

Solitudine legata a una perdita è anche quella di chi è privato del suo amante/amato, Eugenio Montale scriveva alla morte della moglie: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino». Sì, in questa solitudine-destino si può solo gemere, piangere, fare lamento: il pianto è l'unica cosa necessaria e sembra anche l'unica medicina possibile.

Un'altra solitudine negativa è quella dell'isolamento. Accade talvolta, spesso a partire da inizi silenziosi e nascosti, di trovarsi soli, isolati, perché tutti stanno lontano, perché non si è più vicini a nessuno. La manifestazione estrema di questa solitudine è la prigione, dove si è gettati lontano dalla vita, dagli affetti, dallo scorrere quotidiano dell'esistenza.

Oggi però di fatto molti approdano a tale isolamento anche senza giungere a questa situazione limite: vi giungono soprattutto a causa di «un mondo in fuga» (Anthony Giddens), di una società segnata dalla velocizzazione, in cui il singolo non ha più tempo per dare agli altri la propria presenza. Sembra impossibile, ma questa lontananza nasce dai figli stessi, dai propri cari, e l'estraneità si afferma perché i legami si mostrano fragili e sono facilmente allentati o persino troncati. È lo stato in cui vengono a trovarsi molti anziani, pensionati, invalidi e malati, abbandonati in parte o totalmente da quanti, impegnati a vivere, non hanno più cura di quelli che non ce la fanno a 'restare nella vita', a 'correre' come loro. Questi anziani sono - si potrebbe dire - agli arresti domiciliari, perché impediti dalla loro condizione fisica di muoversi come un tempo.

C'è poi la solitudine di chi vive il sentimento dell'estraneità: questo è soprattutto un malessere psicologico e intellettuale. Tale solitudine è più rara ed è un morbo che affligge persone in possesso di una certa educazione, di una certa cultura; non si tratta di abulia o di mancanza di interessi, ma di rifiuto di ciò che sta intorno, dell'aria che si respira. È un sentire estranei gli altri. Questa, in una parola, è la solitudine di chi pensa che gli altri siano l'inferno

Vedo "scritture" intorno

Per mia fissazione vedo scrittura intorno. Riconosco lettere di alfabeti nelle radici delle conifere che sporgono dal suolo e ormeggiano l'albero nel pugno della terra. La specie umana sapeva riconoscerle. Oggi imparo grammatiche, alfabeti, ma attraverso il bosco senza saperlo leggere.

Sulle facce delle persone invece non vedo scrittura. Ammiro chi la scorge nell'iride, nell'unghia, dentro il palmo. Mi distraggo fissando la svariata baraonda delle fattezze del mio genere umano. Mi capita di guardare una faccia intensamente, la vedo reagire con fastidio. Si accorge che non la so leggere, che la osservo angolando un poco il collo come fanno i cani. Non sono fisionomista, vado male con le rassomiglianze.

Diverso mi succede coi sassi: mi ricordano in miniatura le montagne. L'ultimo trovato ha la sagoma del Cervino, vedo la via che porta in cima dal versante italiano, riconosco la parete nord, la pista solitaria che percorse Bonatti. Credo di essere un fisionomista di montagne.



Erri De Luca, Il torto del soldato, 28


p.s. il girasole della foto era cresciuto sul davanzale della mia camera nel giugno 2009.

Preghiera semplice

Caro Dio,

prendo un minuto,

non per chiederti qualcosa,

ma semplicemente per dirti Grazie!

per tutto ciò che ho.



Condividi se sei grato.

In continuo sviluppo della comprensione

La tradizione è plurale

di Christian Albini



Una caratteristica delle vicende interne al cattolicesimo nell'ultimo decennio è il ricorso al concetto di tradizione in forme violentemente polemiche.

La volontà di Benedetto XVI di raggiungere una riconciliazione con i lefevriani usciti dalla comunione con la Chiesa cattolica, accompagnata da ampie concessioni in campo liturgico, ha fatto sentire legittimati nelle proprie posizioni gli ambienti rimasti ostili al Concilio. Ne è derivato un crescendo di attacchi nei confronti di uno stile di cristianesimo a loro avverso (nella liturgia, nella teologia, nella pastorale

Uccidiamo l'inimicizia

Dal trattato «L'ideale perfetto del cristiano»

di san Gregorio di Nissa, vescovo  (PG 46, 259-262)



«Egli è la nostra pace, colui che ha fatto di due un popolo solo» (Ef 2, 14).

Pensando che Cristo è la pace, noi dimostreremo di portare degnamente il nome di cristiani se, per mezzo di quella pace che è in noi, esprimeremo Cristo con la nostra vita.

Egli uccise l'inimicizia (cfr. Ef 2, 16), come dice l'Apostolo. Non dobbiamo dunque assolutamente permettere che essa riprenda vita in noi, ma mostrare chiaramente che è del tutto morta. Non risuscitandola di nuovo dopo che è stata uccisa da Dio per la nostra salute, non adiriamoci a rovina delle nostre anime e non richiamiamo alla memoria le ingiurie subite, non commettiamo l'errore di riportare all'esistenza colei che è fortunatamente estinta.

Siccome possediamo Cristo che è la pace, così uccidiamo l'inimicizia per praticare nella nostra vita la fede in lui.

Egli abbatté in se stesso il muro che divideva i due uomini, ne fece uno solo, ristabilendo la pace non soltanto con quelli che ci combattono dal di fuori, ma anche con quelli che suscitano contese in noi stessi. Così la carne non potrà avere più desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne, ma la prudenza della carne sarà soggetta alla legge divina. Allora, ricostituiti in un uomo nuovo e amante delle pace e, da due, fatti un uomo solo, diventeremo dimora della pace.

La pace è la concordia fra due esseri contrastanti. Quindi, ora che è stata eliminata la guerra interna della nostra natura, coltiviamo in noi la pace; allora noi stessi diverremo pace e dimostreremo che questo appellativo di Cristo è vero e autentico anche in noi.

Cristo è la luce vera lontana da ogni menzogna. Impariamo da questo che anche la nostra vita deve essere illuminata dai raggi della vera luce. I raggi del sole di giustizia son le stesse virtù che splendono e ci illuminano perché respingiamo le opere delle tenebre e camminiamo onestamente come alla luce del giorno (cfr. Rm 13, 13). Detestiamo l'agire clandestino e tenebroso e operiamo tutto alla luce del giorno, e così anche noi diventeremo luce, e, come è proprio della luce, illumineremo gli altri mediante le nostre opere buone.

Cristo è la nostra santificazione, perciò asteniamoci dalle azioni e dai pensieri malvagi e impuri. Così ci mostreremo veramente partecipi del suo nome e manifesteremo la forza della santità non solo a parole, ma anche con le opere.

Ma nel 2001-2010 Monti non c'era!

Sembra che gli italiani si divertano a giocare a "tiro a Monti": le colpe di ogni magagna sono dell'attuale Presidente del Consiglio.

Trovo superficiale una tale lettura della situazione.

E l'ennesimo dato - fornito oggi da Bankitalia - lo conferma: nell'ultimo decennio Mario Monti non è stato al governo... e l'equità comunque non c'era.

don Chisciotte

Con gli occhi stessi di Dio

Percorsi di umanizzazione

di Enzo Bianchi

«Vorrei comprendere in modo contemplativo i movimenti sociali, politici, intellettuali, artistici di questo mondo...». Così Thomas Merton, autentico «contemplativo», scriveva a papa Giovanni ormai più di cinquant'anni fa: il contemplativo cristiano, infatti, non è chi disdegna la compagnia degli uomini considerandola una distrazione rispetto all'intimità con Dio, ma piuttosto chi, sforzandosi di tenere lo sguardo fisso su Gesù e di discernere la sua volontà, cerca di vedere gli uomini e le vicende con l'occhio stesso di Dio, un occhio di sapienza e misericordia. È questa convinzione che ha sempre animato il mio sforzo di discernimento dell'epoca in cui mi è stato dato di vivere e di rendere testimonianza al Signore Gesù, una stagione e un'umanità che non ho mai cessato di amare perché sono lo spazio e il tempo in cui posso avvicinarmi a quel Dio che ha voluto farsi uomo perché l'essere umano si umanizzasse in profondità.

Oggi attraversiamo una stagione in cui la consapevolezza dell'intreccio di relazioni a livello planetario suscita da un lato istanze di unità e cooperazione sempre più allargate e, dall'altro,risorgenti particolarismi e chiusure, con tutte le esclusioni che ne derivano.

Viviamo un'epoca in cui gran parte dell'umanità, soprattutto la più povera e disperata, conosce precarietà e incertezza; un tempo in cui le speranze di pacificazione tra i popoli sperimentano improvvise accelerazioni, ma anche tragiche sconfessioni dovute al riemergere di conflitti a lungo sopiti o all'esplosione di nuovi, o alla fragilità e parzialità stesse degli equilibri e delle «paci» raggiunti; un contesto in cui le società si configurano sempre più come multirazziali ma, al tempo stesso, presentano inquietanti fenomeni di razzismo e di rigetto dell'altro e dello straniero...

La nostra è una situazione di profonda crisi di identità e di appartenenza, nella quale sembrano prevalere due risposte tutt'altro che estranee l'una all'altra, due vie di fuga forse tra le più facili ed emotive, ma non certo le più serie e feconde: la riscoperta delle radici etniche a livello sociale e, a livello religioso, l'irrigidimento confessionale.

In questo quadro, continuo a credere non solo possibile ma indispensabile evidenziare alcuni cammini di umanizzazione che il cristianesimo ha sempre elaborato e affermato, ma che anche l'uomo non munito della fede cristiana ha saputo indicare.

Innanzitutto, il cammino della libertà, una condizione di vita che non si mendica né si chiede, ma che si esercita vivendola per prima cosa nel proprio intimo e nei rapporti interpersonali che ciascuno costruisce. È indegno dell'essere umano mendicare la libertà! Nel vissuto quotidiano ciascuno può sempre praticarla, perché non c'è giorno né situazione che ci impedisca di esseri liberi: in questo la testimonianza di uomini e donne che hanno saputo conservare il loro cuore e la loro mente liberi dalla schiavitù del male anche nelle condizioni di oppressione più dure è lì a ricordarcelo. Sappiamo bene che i poteri - politico, economico, ideologico - sono tentati di conculcare la libertà, ma spetta a noi esercitarla nei loro confronti.

Accanto alla libertà occorre affermare anche l'uguaglianza: non l'egualitarismo che misconosce le differenze, ma l'uguaglianza che richiede il riconoscimento dei diritti di ogni persona e di ogni collettività. La democrazia vive se c'è questo riconoscimento dell'uguaglianza di ogni persona. Il tuo prossimo è come te stesso -dice il comandamento ripreso e compiuto da Gesù - e accanto a te non c'è più ebreo, né greco (cf. Gal 3,28; Col 3,11), non ci sono differenze di etnie o di religioni, ma solo persone come te.

E vi è poi il cammino della fraternità, cioè la prassi di solidarietà che tesse legami fraterni, la capacità di vivere l'amoretratuttigliesseriumani.Ciòrichiedediusciredasestessiperincontrare l'altro, per ascoltarlo, per conoscerlo, per comunicare con lui, per creare legami di affetto e di convivenza.

Questi percorsi di umanizzazione esigono impegno da parte di ciascuno di noi e una grande capacità di resistenza civile che non rifugge dall'assumere precise responsabilità: nei confronti del creato, per contrastare il deserto che avanza; nei confronti della legalità e della giustizia, senza le quali sono calpestate proprio la libertà, l'uguaglianza e la fraternità; nei confronti della convivialità, che significa partecipazione di tutti gli umani alla tavola del mondo, alle risorse della terra...

Sono questi percorsi e queste responsabilità che vorrei trattare nella pagine di questa rubrica e cercherò di farlo insieme ai lettori.

in “Rocca” n. 3 del 1 febbraio 2012

Misericordia

«O Signore, non strapparmi dalla vita impreparato, non prendermi quando non ho la lucerna accesa (Mt 25,1-13), non portarmi via quando non ho la veste nuziale (Mt 22,11-14), non porre nuda la mia anima, oggetto di infamia, davanti al tuo tribunale, non prendermi quando non ho niente da presentare a te; ma sii longanime, aspetta, sii benevolo, abbi compassione di me, il pitocco, il nudo, il pigro, il negligente, il miserabile, il povero, l'impuro, lo sporco, il prodigo, l'ingrato, l'insensibile, l'inabissato, il dannato, colui che non ha volto né parola, l'indifendibile, l'indegno di ogni benevolenza, colui che è meritevole di ogni castigo».

Anastasio Sinaita, Omelia sul Salmo 6, 7,2

Sangue misto





Almamegretta

Figli di Annibale (2001)



Annibale, grande generale nero,

con una schiera di elefanti attraversasti le Alpi

e ne uscisti tutto intero.

A quei tempi gli europei non riuscivano a passarle neanche a piedi,

ma tu Annibale, grande generale nero, tu le passasti con un mare di elefanti.

Lo sapete quanto sono grossi e lenti gli elefanti?

Eppure Annibale gli fece passare le alpi con novantamila uomini africani.

Annibale sconfisse i romani,

restò in Italia da padrone per quindici o vent'anni;

ecco perché molti italiani hanno la pelle scura,

ecco perché molti italiani hanno i capelli scuri:

un po' del sangue di Annibale é rimasto a tutti quanti nelle vene,

si é rimasto a tutti quanti nelle vene.

Nessuno può dirmi: «Stai dicendo una menzogna»:

no, se conosci la tua storia sai da dove viene il colore del sangue

che ti scorre nelle vene.

Durante la guerra pochi afroamericani riempirono l'Europa di bambini neri;

cosa credete potessero mai fare in venti anni di dominio militare

un'armata di africani in Italia meridionale,

un'armata di africani in Italia meridionale?

Ecco perché, ecco perché noi siamo figli di Annibale,

meridionali figli di Annibale,

sangue mediterraneo figli di Annibale.

Ogni vita, tutta la vita

Per il rispetto della vita umana

di Claude Dagens, vescovo di Angoulême

Davanti ai gravi interrogativi posti di fronte all'inizio e alla fine della vita umana, non basta indignarsi e gridare. Dire “no all'aborto, no all'eutanasia” è legittimo, ma non sufficiente. Bisogna anche render conto della nostra indignazione e della nostra sofferenza di fronte ad atteggiamenti o a legislazioni che, in ultima istanza, non rispettano la vita umana e la dignità delle persone. Bisogna dare delle ragioni alla battaglia pacifica che conduciamo in questi ambiti così sensibili. La battaglia per il rispetto della vita umana non è scomponibile. Vale per l'embrione nel ventre della madre e per la persona anziana o malata in fin di vita, ma vale altrettanto per uomini e donne che vengono trattati come oggetti in funzione degli imperativi esclusivi della redditività finanziaria o tecnica.

La vita umana, ogni vita umana, porta in sé una sorta di trascendenza concreta. È costituita da elementi biologici, ma non si riduce a tali elementi: è portatrice e rivelatrice “di un essere spirituale”, di una realtà spirituale che va oltre noi. Per comprendere questo fenomeno, basta essere testimoni di una nascita e vedere una donna diventare madre, un uomo diventare padre, prendendo tra le braccia il bambino appena nato. E basta anche scorgere, sul volto di una persona apparentemente non cosciente, lo scorrere di una lacrima, l'abbozzo di un sorriso.

La vita umana, ogni vita umana, porta in sé un mistero, non un enigma da decifrare, ma un mistero, cioè una realtà non misurabile che si rivela a coloro che vogliono guardare e vedere al di là dell'apparenza immediata.

L'uomo della modernità scientifica e tecnica deve considerarsi padrone del mondo? Deve ricorrere a leggi nuove per giustificare questa padronanza sempre maggiore?

Allora, ciò che è in gioco, non sono solo delle opzioni politiche, legate a scadenze elettorali. È la concezione stessa che facciamo della nostra umanità comune. Siamo capaci di accettare la nostra fragilità costitutiva? Siamo decisi a non applicare le regole della nostra società mercantilista a ciò che costituisce la nostra dignità umana?

Il professor Jean Bernard, che è stato membro dell'Académie française, in un libro che si intitolava L'homme changé par l'homme (L'uomo cambiato dall'uomo), si interrogava già nel 1976 sui progressi della genetica e della neurologia. Gli interrogativi degli studiosi non sono diversi da quelli degli uomini di fede come Jean Vanier, quando constata: “Noi nasciamo fragili. Moriamo fragili. Accettiamo la nostra fragilità?” E pone anche quest'altra domanda decisiva. “Sopprimeremo coloro che ci danno fastidio perché non sono conformi alle norme della nostra società dell'efficienza?”.

Questi interrogativi sono immensi. Esigono confronti e dibattiti ragionati. La recente dichiarazione dell'Académie catholique de France, di cui faccio parte, con dei professori universitari competenti in ambito giuridico, medico, biologico e filosofico, vuole essere un contributo a questi dibattiti, sottolineando la gravità degli interrogativi posti: “È per motivi tratti dalla ragione e dalla saggezza che la società deve preservare, anche nella legislazione, il senso trascendente della vita. Infatti è davanti ad una scelta di civiltà che ci troviamo posti”.

in “La Croix” del 16 luglio 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Umili di fronte alle imprevedibili manifestazioni della Presenza di Dio

«Il regno di Dio viene comunque, non lo si può impedi­re. Quindi ha una sua progressione, ha i suoi tempi, che il contadino non riesce bene a ca­pire. Lo dice chiaramente Gesù: «Come, egli stesso non lo sa» (cfr parabola di Mc 4,26-29).


Noi sappiamo che questo regno di Dio viene, ma non possiamo descriverne la tra­iettoria. Né possiamo sapere come sarà fra cinquant'anni o fra dieci anni; l'essenziale è credere al Regno e sapere che viene, che sta venendo. E questo è molto importante anche per l'oggi, perché ci troviamo a contatto con tante vicende e alcune le sappiamo spiegare, mentre altre ci sembrano poco comprensibili, e soprattutto il quadro d'insieme non risulta molto ordinato, né ben sistemato.


Vuol dire che noi non vediamo del tempo che uno spazio limitato. Quindi possiamo dire di quello spazio che il regno di Dio viene, ma non sappiamo bene come si svolgerà: quale sarà il futuro della Cina, dell'India, di queste grandi nazioni? Come si evolverà il rappor­to con gli ebrei? Tutto questo non lo possia­mo dire. Sappiamo che il regno di Dio viene e diamo fiducia alla Parola di Gesù. Quindi è anzitutto un messaggio di grande affidamen­to a Dio.


Anche nella nostra stessa vita, noi sappia­mo che si presentano momenti di salute, di malattia, di fatica, fino alla morte, ma non sappiamo quando. Dio sa queste cose; ci affidiamo a lui sapendo che lui opera il Regno a nostro vantaggio».


Carlo Maria Martini, Parole per vivere, 45

Fuori e dentro la Chiesa

Il dialogo è gratuita attenzione all'altro

di mons. Bruno Forte

Quanto sta avvenendo in Italia, in Europa e nell'intero "villaggio globale" mostra con evidenza quanto ci sia bisogno di dialogo: dalla crisi che attraversiamo non si uscirà se non insieme. Sembra lo stiano comprendendo anche le forze politiche, o almeno i più. Dialogare, però, non è facile: può farlo veramente solo chi crede in un interesse superiore alle parti, nel bene comune da amare e servire più del proprio o di quello di gruppo. Riflettere sulle condizioni che rendono possibile e autentico il dialogo non è allora un esercizio astratto, risulta anzi tanto importante, quanto urgente.

Il dialogo comporta sempre una sorta di uscita da sé, dalle ristrettezze del proprio punto di vista, per arrivare alla condivisione e all'incontro con l'altro.

A tutti i livelli, il dialogo è il linguaggio della vita vissuta come dono e come impegno, e perciò il luogo dove propriamente può realizzarsi la ricerca del bene comune. Dove non c'è impegno generoso per gli altri non potrà esserci dialogo; e, analogamente, dove non c'è dialogo è dubbio che possa esserci attenzione adeguata al bene di tutti e spirito di servizio. Si potrebbe rischiare l'affermazione che il dialogo è la misura dell'autenticità della vita, della ricchezza di umanità di ciascuno e della credibilità delle proposte fatte per il bene comune. Perciò, nulla si oppone di più alla natura del dialogo che la strategia o il tatticismo: dove il dialogo è strumento per dominare l'altro o per usarlo ai propri fini, li cessa di esistere. Il dialogo, in tutti i campi e specialmente in politica, ha la dignità del fine e non del mezzo: esso esige la gratuità dell'intenzione e si propone come una possibilità feconda d'incontro che nasce dalla volontà di servire la causa del bene di tutti.

Proprio per questo il dialogo non nasce e non si sviluppa lì dove la dignità e la consistenza dell'altro non siano rispettati. Il monologo, che ignora le esigenze e gli apporti altrui, vanifica l'incontro, rendendolo puramente accidentale: il dialogo, al contrario, vive della «reciprocità delle coscienze» (Maurice Nédoncelle), dello scambio fecondo in cui il dare e il ricevere sono misurati dalla gratuità e dall'accoglienza di ciascuno dei due. La massificazione anonima esclude ogni possibilità di esistenza dialogica: il riconoscimento dell'alterità come dono da accogliere, e non come rischio da cui difendersi, è essenziale al dialogo. E questo vale nel rapporto interpersonale come in quello fra gruppi (si pensi, ad esempio, alla presenza degli immigrati fra noi). Iniziativa e accoglienza esigono, tuttavia, di non restare chiuse nel cerchio del faccia a faccia, perché il dialogo sia vero e fecondo: la libertà da ogni forma di cattura è necessaria alla possibilità e all'effettiva realizzazione di uno scambio dialogico. Dove si creassero strumentalizzazioni o chiusure settarie il dialogo verrebbe a mancare: esso è autentico non solo quando nasce nel clima della libertà, ma quando si presenta come esperienza liberante, costantemente aperta agli altri, inclusiva e mai esclusiva dei bisogni e delle inquietudini di tutti. L"'incontro nella parola" -in cui consiste letteralmente il dialogo ("dalogos") - deve rendere possibili altri incontri: esso proietta gli interlocutori fuori del cerchio dei due, verso il vasto mondo della solidarietà e della giustizia per tutti.

È qui che si coglie come dialogo e ricerca della verità non solo non si oppongano, ma siano in certo modo l'uno la via e l'autenticità dell'altro: ciò che è ricevuto nell'ascolto docile della verità, esige di essere gratuitamente offerto nel dialogo. L'onestà nell'obbedienza al giusto e al vero rende possibile e autentico il dialogo.

Dialogo non è irenismo o cedimento alla dittatura del più forte: chi dialoga veramente deve servire la verità e impegnarsi per la giusta causa, anche a costo di rischiare il fallimento della convergenza cercata (così, mi sembra, hanno finalmente saputo dialogare i leader europei nel vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles: e bisogna dare atto al presidente del Consiglio Monti di essersi battuto in prima persona per questa linea). D'altra parte, dialogando così si sprigionano le energie nascoste del bene, e le potenzialità di ciascuno, lungi dal chiudersi in se stesse, si proiettano fuori di sé, facendosi servizio e dono. Quest'apertura all'esterno non solo non mortifica la comunione di coloro che dialogano, ma la rende vera e liberante: da un dialogo vero e non soggiogato a poteri forti, ad esempio, l'Europa esce migliore, più credibile e incisiva. Qui si comprende anche come la fatica, che a volte il dialogo richiede, può essere tanto più sostenuta e condurre a un'esistenza veramente dialogica quanto più ci si accorge di essere stati interpellati per primi da un Altro che ci trascende tutti nel dialogo della vita.

In questa luce si coglie lo specifico di chi s'impegna al servizio del bene comune sorretto da un'ispirazione di trascendenza di sé, di obbedienza a Dio e di servizio agli altri. Come afferma Agostino, «nulla maior est ad amorem invitatio, quam praevenire amando» -«Non c'è invito più grande all'amore, che amare per primi» (De cathechizandis rudibus, 4,7). Chi crede nella rivelazione del Dio che ci ha amato per primo è chiamato da questa stessa fede a uno stile di vita plasmato dal dialogo e impegnato nel servizio che anteponga il bene comune al proprio. Senza dialogo al suo interno la Chiesa stessa non potrà proporsi come "icona della Trinità", riflesso nel tempo del dialogo eterno dei Tre. Senza dialogo di sollecitudine e di amicizia verso la comunità degli uomini essa non annuncerà quanto gratuitamente le è stato rivelato e donato. Senza dialogo e spirito di servizio l'ispirazione cristiana in ogni campo e specialmente in politica non sarà credibile. È questo un aspetto chiave del messaggio del Concilio Vaticano II, non solo in rapporto all'ecumenismo e al dialogo interreligioso, ma anche riguardo agli stili della vita ecclesiale e alla relazione fra la Chiesa e il mondo. A cinquant'anni dall'apertura del Concilio e dalle intuizioni profetiche di Giovanni XXIII, che indirizzavano verso il riconoscimento di una nuova aurora per il popolo di Dio e la famiglia umana (il «tantum aurora est...» del discorso inaugurale dell'assise conciliare, l'11 ottobre 1962), queste verità semplici e grandi non solo non hanno perso, hanno anzi guadagnato in attualità e urgenza per tutti.

in “Il Sole 24 Ore” del 1 luglio 2012

Ma non consoliamoci troppo

Sante, sorelle, mistiche: se il Paradiso è donna

di Franco Cardini



Che cosa succede, in Italia e nel mondo, a proposito del rapporto tra il nostro tempo e la religione (e/o le religioni)? È ancora in qualche modo valida la teoria proposta alcuni decenni fa da Sabino Acquaviva, che prospettava un'irreversibile «eclissi del Sacro» nella società moderna? A giudicare da quel che si sente oggi in giro

I pilastri della Chiesa

I primi cristiani si trovarono come comunità.

Ecco la comunità di Gerusalemme, di Antiochia, di Efeso, di Alessandria, di Tessalonica.

E si trovavano, come dicono gli Atti degli Apostoli, con quattro inconfondibili caratteristiche.

1. «Perseveravano nel farsi istruire dagli Apostoli (At 2, 42)

2. Erano fedeli alla preghiera

3. Spezzavano il pane

4. Mettevano tutto in comune tanto che... tra loro non c'era alcun indigente» (At 4,32-34).

Quale stupenda proposta!

Perché non rinnovare ai nostri tempi tanta speranza? Tale miracolo?

Non sarebbe il modo per uscire da una vita senza senso, da una routine che ci soffoca, da strutture che ci invecchiano?

Vivere una Chiesa vera
.

Costruirsi una comunità che rispecchi ciò che dice Luca, dal vescovo giù giù fino all'ultimo dei contadini sperduti in un villaggio.

Nessuno dovrebbe rimanere senza comunità.

Ognuno dovrebbe impegnarsi a costruirla.

Ecco, il vescovo esce all'alba dalla sua camera e scende per pregare.

Non dovrebbe trovarsi nella cappella con i soli familiari. Attorno a lui dovrebbe esserci il suo presbiterio, che è la sua comunità, come lo era per Agostino ad Ippona.

Ed è proprio in quella autentica comunità l'ambiente della sua preghiera. La parola di Dio dovrebbe essere spezzata insieme calmamente, lungamente come pane quotidiano e ispirazione di vita.

Tutti i cristiani di fede dovrebbero sentirsi appartenenti ad una vera comunità di preghiera.

Il cardinale Pellegrino disse con felice espressione: «Camminiamo insieme».

fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 26

La Bellezza inventa varianti

Il corpo ha il paio di braccia e gambe che non sono identiche. Sono simmetriche, stanno bene insieme, ma non sono a specchio. Durante una lezione all'Accademia di Belle Arti uno studente di scultura, Lois, un ladino che veniva da un villaggio del Tirolo del Sud, osservò con il suo buffo accento di vallata che la bellezza stava nella leggera differenza delle mie parti doppie, anche nel profilo. "Il bello consiste in variazioni?" concluse. "Come negli strabici," rispose il professore, disturbato dalla domanda. Gli studenti risero.

Per me l'osservazione era giusta e la risata era l'applauso che accompagna la verità quando si affaccia per la prima volta. La bellezza inventa varianti, non si ripete a specchio.



Erri De Luca, Il torto del soldato, 60-61

Per chi va in montagna

Preghiera del Pellegrino della montagna

Signore Gesù

che dalla casa del Padre

sei venuto a piantare la tua tenda

in mezzo a noi;

tu che sei nato nell'incertezza di un viaggio

ed hai percorso tutte le strade, quella dell'esilio, quella dei pellegrinaggi, quella della predicazione:

strappami all'egoismo ed alla comodità, fa' di me un pellegrino.

Signore Gesù, che hai preso così spesso il sentiero della montagna,

per trovare il silenzio, e ritrovare il Padre;

per insegnare ai tuoi apostoli e proclamare le beatitudini;

per offrire il tuo sacrificio, inviare i tuoi apostoli e far ritorno al Padre:

attirami verso l'alto, fa' di me un pellegrino della montagna.

Come San Bernardo, devo ascoltare la tua parola, devo lasciarmi scuotere dal tuo amore.

A me, continuamente tentato di vivere tranquillo,

domandi di rischiare la vita, come Abramo, con un atto di fede;

a me, continuamente tentato di sistemarmi definitivamente,

chiedi di camminare nella speranza, verso di te, cima più alta, nella gloria del Padre.

Signore,

mi creasti per amore, per amare:

fa' ch'io cammini, ch'io salga, dalle vette, verso di te,

con tutta la mia vita, con tutti i miei fratelli, con tutto il creato nell'audacia e nell'adorazione.

Così sia.

canonico Gratien Volluz, Priore dell'Ospizio del Sempione

Limite

Posta ed eventi

Uno che ha fatto il portalettere per trent'anni, s'intende di consegne che si trasformano in avvenimenti per il destinatario.

Erri De Luca, Il torto del soldato, 65

Se le ferie non bastano...

«Certe notti per dormire mi metto a leggere,

e invece avrei bisogno di attimi di silenzio.

Certe volte anche con te, e sai che ti voglio bene,

mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione.

Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca;

mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali.

Non servono tranquillanti o terapie

ci vuole un'altra vita.

Su divani, abbandonati a telecomandi in mano

storie di sottofondo Dallas e i Ricchi Piangono.

Sulle strade la terza linea del metrò che avanza,

e macchine parcheggiate in tripla fila,

e la sera ritorno con la noia e la stanchezza.

Non servono più eccitanti o ideologie

ci vuole un'altra vita».



Franco Battiato, Un'altra vita


 




 


 

Con-versione copernicana

«Come penetrare allora in questa conoscenza dell'uomo che non è disgiunta dalla rivelazione di Dio? Certo non attraverso la scienza, nel senso delle nostre «scienze umane», che riconosceremo e approveremo, ma attraverso la conoscenza cristiana che consiste in una conoscenza nella fede, una conoscenza in cui l'organo non è una facoltà separata ma l'uomo nella sua intierezza, una conoscenza che inizia e progredisce con la contrizione. Sarebbe più esatto dire, con il Vangelo ed i Padri greci, metanoia, nel significato di capovolgimento della nostra consapevolezza di esistere, di passaggio copernicano dal geocentrismo dell'io (individuale o collettivo) all'eliocentrismo che rivela, nella profondità degli esseri e delle cose, il sole divino».



Olivier Clément, Riflessioni sull'uomo, 10


 

Comunioni

«Quand'alzo il pane, esalto la carità di Dio e la fatica dell'uomo: porto nel cuore del Signore, che le ricovera e le riposa, le opere del mio popolo laborioso.

L'uomo si è incontrato con Te nel pane, ancor prima che Tu lo facessi per noi nel Pane di vita eterna. Tu celebrasti con lui sotto il sole un primo sponsale: lo volesti compagno nel campo prima che sull'altare. I miei contadini non s'accorgono, allorché seminano, zappano, mietono, delle invisibili braccia che hanno vicino e che lavorano senza tregua, prima e più di loro, anche quando essi dormono o son stanchi e malati.

Il pane eucaristico porta il segno di tutte le comunioni naturali, suggerisce tutte le riconoscenze, è compendio e memoria di tutti i doni».




don Primo Mazzolari, Dietro la croce, 27


 

Ci sono fiori e fiori

«Una ragazza, studiando botanica, impara a conoscere diversi tipi di fiori. Questo è il primo passo. Poi va a fare una passeggiata all'orto botanico e scopre da sola che certi fiori sono davvero belli. Questo è il secondo passo, più elevato. Ma ce n'è ancora un terzo: un ragazzo innamorato le dona dei fiori. Solo adesso i fiori hanno un vero valore. La ragazza li fa seccare e li conserva nel suo diario, perché si sente legata ai fiori da sentimenti indimenticabili.

Anche nell'ambito spirituale è così. A catechismo abbiamo imparato che Dio è il nostro Padre nei cieli: questo è il primo grado. Il secondo possiamo raggiungerlo attraverso la meditazione, quando comprendiamo che senza questa verità l'universo sarebbe solo un meccanismo inanimato, la vita un tumulto di casualità. Grazie alla preghiera giungiamo infine anche al terzo grado. Sperimentiamo che, quando ci rivolgiamo a Dio, egli ci ascolta. La verità sulla paternità di Dio si è così trasformata in materia di dialogo, in rapporto interpersonale e, quindi, in un vero valore».




Tomas Spidlik, Sentire Dio nella brezza del mattino, 43-44


 

Scrivere fa rima con "vivere"..?!

«E, chinatosi di nuovo, Gesù scriveva in terra" (cfr Gv 8,1-11).

Ahimé una sola volta il Cristo, stando al Vangelo, ha compiuto questa occupazione che ruba tante ore della mia giornata.

Chi 'vive' non ha bisogno di scrivere...».




Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 159


 

Ciò che non è nostro

«Con quale occhio Dio guarderà il nome del ricco scolpito obbrobriosamente sul capitello della sua chiesa o sulla parete dell'opera parrocchiale, mentre quel capitello e quella parete, a guardar bene, grondano sangue di poveri figli di Dio? Fabbricando la Certosa di Pavia un Visconti non cancella le taglie imposte ai poveri del ducato milanese; come un industriale non pulisce il suo denaro donando qualche milione alla parrocchia o all'ACLI. Sarebbe troppo comodo farsi meriti distribuendo ciò che non è nostro. Già l'apostolo san Giacomo scriveva: "Fratelli miei, che la vostra fede nel glorioso Signor Gesù Cristo non abbia riguardi alle persone". Io credo così all'anima dei ricchi che sento il dovere cristiano di gridare».


don Primo Mazzolari, La parola ai poveri, 14-15


 


 

Altri per altro

«Altri costruiscano chiese, innalzino imponenti colonne, ornino le porte d'avorio e d'argento, e impreziosiscano di gemme gli altari. Io non condanno nessuno. Ognuno segua la sua opinione. D'altra parte è meglio spendere così piuttosto che custodire avaramente la propria ricchezza...

Ma altro è il tuo compito : vestire Cristo nei poveri, visitarlo negli ammalati, nutrirlo negli affamati, accoglierlo in quelli che non hanno un tetto».


s. Girolamo


 


 

La Chiesa, sempre in fase di transizione

Dal «Commento al libro di Giobbe»

di san Gregorio Magno, papa



Il primo albore o aurora fa passare dalle tenebre alla luce; per questo non senza ragione con il nome di alba o aurora è designata tutta la Chiesa degli eletti. Infatti passa dalla notte dell'infedeltà alla luce della fede a somiglianza dell'aurora e dopo le tenebre si apre al giorno con lo splendore della luce superna.

Perciò ben si legge nel Cantico dei Cantici: «Chi è costei che sorge come l'aurora?» (Ct 6, 10). La santa Chiesa, che aspira ai beni della vita eterna, è chiamata aurora, perché, mentre lascia le tenebre del peccato, brilla della luce della santità.

Ma abbiamo ancora qualcosa di più profondo da considerare nella figura dell'alba e dell'aurora. L'aurora infatti o il primo mattino annunziano che è trascorsa la notte, e tuttavia non mostrano ancora tutto lo splendore del giorno; ma mentre cacciano la notte e accolgono il giorno, conservano la luce mescolata con le tenebre.

Che cosa dunque siamo in questa vita noi tutti che seguiamo la verità, se non l'aurora o l'alba? Poiché facciamo già alcune opere della luce, ma in alcune altre siamo ancora impigliati nei rimasugli delle tenebre
.

Per questo il profeta dice a Dio: «Nessun vivente davanti a te è giusto» (Sal 142, 2). E ancora è scritto: «Tutti quanti manchiamo in molte cose» (Gc 3, 2).

Perciò Paolo, dopo aver detto: «La notte è avanzata», non ha affatto soggiunto: Il giorno è venuto, ma: «Il giorno è vicino» (Rm 13, 12). Chi infatti afferma che la notte è trascorsa e che il giorno non è ancora venuto mostra senza dubbio di trovarsi ancora nell'aurora, cioè dopo le tenebre e prima del sole.

La santa Chiesa degli eletti sarà in pieno giorno, quando ad essa non sarà più mescolata l'ombra del peccato. Sarà completamente giorno, quando splenderà di ardore perfetto e di luce interiore. Perciò l'aurora viene anche presentata come una fase di transizione, quando è detto: «E hai assegnato il posto all'aurora» (Gb 38, 12). Chi viene chiamato ad occupare un nuovo posto passa da una posizione a un'altra. Ma che cos'è il posto dell'aurora, se non la perfetta chiarezza della visione eterna? Quando sarà condotta a questo luogo, l'aurora non avrà più ormai nulla delle tenebre della notte trascorsa.

Il luogo verso il quale tende l'amore è enunziato dal salmista quando dice: «L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41, 2).

Verso questo luogo già conosciuto si affrettava l'aurora, lo affermava Paolo quando diceva di avere la brama di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo. E soggiungeva: «Per me il vivere è Cristo, e il morire un guadagno» (Fil 1, 21).


(Lib. 29, 2-4; PL 76, 478-480)

Il Concilio: in ascolto di Dio e degli uomini

Il "Papa buono" in ascolto dell'ispirazione

di Filippo Rizzi - 22 giugno 2012



Porta sulle sue spalle i ricordi più intimi del suo Papa Giovanni XXIII il segretario di Angelo Giuseppe Roncalli, l'arcivescovo Loris Francesco Capovilla, classe 1915. Nella abitazione a Sotto il Monte a Ca' Maitino, nel Bergamasco, ogni oggetto, cimelio, arredo sacro rievoca e parla della biografia del Pontefice del Concilio, della Pacem in terris, del libro testamento Il giornale dell'anima ma soprattutto è ancora intatta la memoria del custode della vita pubblica e privata del "Papa buono": «Divenni suo segretario quasi per caso

Teologia dell'ecologia

La Terra redenta dall'eco-teologia

di Jürgen Moltmann

Ci troviamo oggi alla fine dell'epoca moderna e all'inizio del futuro ecologico del nostro mondo, se il nostro mondo deve sopravvivere. Con ciò si intende un nuovo paradigma, nel suo nascere, che lega tra loro la cultura umana e la natura della Terra in maniera diversa da come è avvenuto nel paradigma dell'età moderna.

L'età moderna è stata determinata dalla presa di potere dell'uomo sulla natura e le sue forze. Queste conquiste e presa di possesso della natura sono oggi giunte al loro limite. Tutti gli indizi indicano che il clima della terra si va alterando drasticamente ad opera di influenti comportamenti umani. Le calotte di ghiaccio ai poli della terra si sciolgono, il livello dell'acqua si innalza, alcune isole scompaiono, aumentano i periodi di siccità, si estendono i deserti e così via. Conosciamo tutto ciò, ma non facciamo nulla in rapporto a quanto sappiamo. La maggior parte delle persone chiudono gli occhi o sono come paralizzate.

Eppure nulla favorisce tanto le catastrofi quanto il non far nulla paralizzante. Abbiamo bisogno di comprendere in modo nuovo la natura e di una nuova immagine di uomo, e perciò di una nuova esperienza di Dio nella nostra cultura. Una nuova teologia ecologica ci può in questo aiutare. Secondo le tradizioni bibliche Dio non ha infuso il proprio spirito divino soltanto nell'uomo, ma in tutte le sue creature: «Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; / togli loro il respiro: muoiono, / e ritornano nella loro polvere. / Mandi il tuo spirito, sono creati, / e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104, 29.30). Si può dedurne: se l'immagine e somiglianza divina dell'uomo dipende dallo spirito divino che abita in lui, allora tutte le creature, nelle quali abita lo Spirito di Dio, sono immagini di Dio e devono essere dunque rispettate. In ogni caso gli esseri umani fanno parte della natura della Terra in un modo così stretto che si trovano nella stessa situazione irredenta e nella comune speranza della redenzione. Gli uomini non saranno salvati 'da' questa terra, ma 'con' questa terra dalla caducità e dalla morte.

Paolo ha udito il «gemiamo interiormente aspettando

E se finisce?!

Erri De Luca ambienta la sua storia a Napoli, a metà degli anni '50, e mette sulle labbra di un portinaio ("don" Gaetano) queste espressioni.



«Don Gaetano capiva l'economia guardando il carro del robivecchi, quello che buttava via la gente. "Stiamo diventando signori, una vecchia vasca da bagno hanno buttato, nientemeno, buttano pure i materassi di lana, hanno comprato quelli con le molle. Buttano le macchine da cucire a pedali. Credono nella corrente elettrica come alla vita eterna, e se finisce?"».

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, 22

Quante chiacchiere inutili in questi giorni... roba da bar!





L'esercito delle dodici sedie, di Davide Van De Sfroos

Siamo qui, siamo qui seduti nel bar

A cercare l'universo nel bicchiere del Cynar

Cosmonauti al tavolino con la sigaretta in bocca

Andiamo a cambiare il mondo appena finiamo la Sambuca

Quando apriamo la Gazzetta cominciamo a bestemmiare

E spieghiamo al Trapattoni com'è che deve fare:

partire per il Mondiale è come partire per la guerra

se perdiamo diciamo che si sapeva , se vinciamo non tocchiamo più terra

Tra una tazza di caffè e un settebello a Scopa

Litigano i Cyberpunk e i Figli della Lupa

Giovannino ha fatto la guerra del '15-18

Ha visto morire la sua classe ma lui è qui a bere Chinotto

- Mi hanno mandato a farmi ammazzare per attaccarmi una medaglia,

Mio nipote gira in Porsche e non ha neanche fatto la naja -

E siamo l'esercito delle dodici sedie

Ci massacriamo di balle ma siamo sempre interi

Ne abbiamo una per tutti e una per nessuno

Il bare è la nostra storia e la nostra religione

Pugni sul tavolo, hanno acceso la televisione

«All'italiana»

«Pure un calcio nel sedere è un passo avanti» (proverbio yiddish).

E 4 calci nel sedere serviranno mai a migliorare una buona volta?!

Sul davanzale

Finalmente stamattina sono fioriti sul davanzale della mia camera!

Consigli per la sicurezza di chi va in bicicletta

Farsi vedere, farsi sentire, conoscere e rispettare le norme, essere prudenti. Sono queste le regole caldeggiate da  Eugenio Galli, Presidente di Fiab Ciclobby. La Federazione italiana amici della bicicletta, infatti, ha collaborato alla stesura dell'e-book con il Consiglio comunale di Milano, grazie alla disponibilità del Comune di Reggio Emilia.

Qui il link per scaricare 'Consigli per la sicurezza di chi va in bicicletta'.

Anche a luglio

Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione

che non è né sicura, né conveniente, né popolare;

ma bisogna prenderla, perchè è giusta.

Martin Luther King

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