(...) «Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (Nigrizia, Missione oggi, Mondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.
Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.
Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.
I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.
Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano… scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.
Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è stata rubata, annacquata, stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principi del Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.
Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppo costose per essere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte. (...)
don Vinicio Albanese, 20 agosto 2019
http://www.settimananews.it/societa/confratelli-preti-paura-dei-migranti/?fbclid=IwAR1DBkTA0y6LaPIthg_qTWugt_mArPwlCysNGsk0nUwO7rpdpIVQ3yQn_k0

«I canti vengono preparati appunto da un coro, e dovrebbero animare tutta l'assemblea. E quando riusciamo a fare dei canti che vengono eseguiti non soltanto dal coro, ma da tutte le persone che sono presenti, allora davvero si sente che è l'assemblea che celebra e che quella è tutta una comunità, che come un solo corpo, che all'unisono parla, prega, canta e cantando, appunto, prega insieme.
Un altro aspetto che dovremmo forse - e io dovrei - curare un pochino di più è quello del sacramento della Penitenza e anche dell'accompagnamento spirituale; cioè: incominciano ad essere diverse le persone che incominciano a chiedere un colloquio, una possibilità di un dialogo più profondo, un cammino di Fede personale».
don Peppino Puglisi, intervistato nel 1991 in Fulvio Scaglione, Padre Pino Puglisi. Martire di mafia, 208

Conforto. Presenza discreta che sfiora il silenzio 
di Nunzio Galantino 
(...) La parola conforto - derivata dal tardo latino confortare, composto da "con" e un derivato di "fortis" (rendere forte/vigoroso) - è la vicinanza che sostiene e rafforza qualcuno perché non soccomba nella sofferenza e non ceda ai compromessi. (...) A conferire maggiore ricchezza di senso alla parola conforto contribuisce la sua riconducibilità, secondo alcuni, alla radice ebraica "nhm", che significa respirare profondamente e, nel senso causativo, far tirare fiato, portare sollievo in una situazione di dolore o di paura. (...) Di conforto non ha bisogno solo la persona segnata da una particolare sofferenza, che mi sta di fronte. Di conforto ho bisogno anch’io e la comunità della quale mi sento parte. Confortare chi si trova in difficoltà può risultare abbastanza spontaneo e gratificante. Lo è meno confortare se stessi. Per farlo bisogna conoscersi davvero, accettarsi sinceramente ed essere disposti, all’occorrenza, a prendere atto dell’inefficacia degli sforzi profusi per venire a capo dei propri limiti. Essere buoni samaritani di se stessi non è essere compiacenti nei propri confronti né rassegnati di fronte ai propri limiti. Vuol dire piuttosto riconoscere ed accettare, soprattutto in alcuni momenti, il bisogno di tenerezza e di accoglienza, senza che questo si trasformi in rinunzia a combattere (...) Il conforto dato agli altri è presenza! Mai invadente e sempre rispettosa, fino a saper vestire i panni del silenzio. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 25 agosto 2019

«La Bibbia e i Vangeli sono popolati di donne che camminano, si spostano, e quasi sempre "di fretta". Maria "andò in fretta" da Elisabetta; Maria di Betania "di fretta" va incontro a Gesù per dirgli della morte di Lazzaro; e "abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli". Camminano e corrono; amano con le mani e con i piedi, che conoscono perché se ne prendono cura: "Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli". Questo tipo di agape si chiama Maria.
La fede e la pietà continuano la loro corsa nel mondo perché uomini e donne continuano a correre lungo la via. E in questa comune corsa, i piedi delle donne corrono diversamente».
Luigino Bruni, Avvenire 3.8.2019

«Perché ci si saluta in montagna?
Può essere una domanda posta da chi visita i monti da poco, noi montanari siamo talmente abituati a salutare chi frequenta i sentieri come noi da non farci più caso».
http://www.dolomitidizoldo.it/salutare-in-montagna/?fbclid=IwAR2lpTFdyQvW6_QflAUwwRBEKP7Waog1uitNi2yFPbz_NxFme9N0SjlOELE


«Proprio coi pastori comincia la serie delle sconcertanti sorprese evangeliche. La novità cristiana viene annunziata, diventa proprietà di quelli che stanno «fuori».
E quelli che stanno « dentro », quelli che appartengono all'istituzione, saranno continuamente confusi da questo bizzarro comportamento del Signore.
I magi verranno da fuori. Ed Erode, che appartiene all'istituzione, saprà da questi stranieri della nascita del «re dei Giudei».
Gesù avrà dodici amici, i primi capi della sua Chiesa. Ma a portare la croce non saranno gli apostoli, bensì un uomo che viene da fuori: Simone di Cirene.
Il Cristo si rivelerà come il Messia a una donna di Samaria, una donna che non appartiene alla razza ebraica, una donna esclusa dalla promessa, una donna che viene di fuori, una donna la cui condotta non è certo esemplare.
L'illustrazione vivente del « comandamento nuovo » verrà offerta non da un sacerdote né da un levita, ma da uno venuto di fuori, uno scomunicato, il Samaritano.
«E il primo a salire in cielo con il Cristo, il primo santo cristiano, è un assassino che non aveva mai sentito parlare del Cristo».
Dunque, i pastori hanno la precedenza assoluta. E non la cedono a nessuno. «Si dissero fra loro: "Andiamo, dunque, fino a Bethlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere"».
Gli «esclusi» sono ammessi a contemplare, a prendere possesso del Dio fatto carne».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 29

Ipocrisia.
di Nunzio Galantino 
Nel mondo ellenistico l’ipocrisia non è percepita come comportamento censurabile né l’ipocrita viene presentato come categoria morale. Cosa che invece avviene nell’Ebraismo e nel Nuovo Testamento. Il passaggio è dovuto a un vero e proprio ampliamento semantico della parola ipocrisia. A cominciare dal verbo greco dal quale essa deriva (ypokrìnomai), composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. 
Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di “critica”, nel senso nobile della parola. Il passo ulteriore di quello che ho chiamato ampliamento semantico riguarda la parola ypokritès che, nella Grecia classica, è strettamente legata all’arte drammatica ed indica colui che ha la capacità di interpretare un personaggio. È l’attore. Nel passaggio dal greco al latino e successivamente alle lingue romanze – ed è il terzo passaggio - l’hypokritès, dall'essere colui che “recita una parte” in teatro, finisce per essere colui che finge e, quindi, inganna. L’hypokritès diviene così il simulatore. (...)
L’ipocrisia, atteggiamento tipico di chi finge virtù, sentimenti e buone qualità che non ha (...) con l’obiettivo di ingannare o conseguire benefici altrimenti non raggiungibili. Più realistico di Hazlitt appare quanto E. Goffman scrive in La vita quotidiana come rappresentazione, dove il sociologo canadese sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. In essa, ognuno indossa una maschera e assume un ruolo, a seconda dei diversi contesti; ognuno crea un’immagine di sé da rappresentare, molto spesso differente da ciò che realmente sente e sa di sé. Nella convinzione che, nella grande rappresentazione che è il nostro mondo, bisogna fingere per ottenere dei vantaggi, o più semplicemente per permettere alla propria vita di scorrere in modo più agevole, senza scossoni e colpi di scena. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2019 

"Trasmettere la fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati, bisogna fare proprie queste attitudini:

Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere che cosa è veramente vero da ciò che lo è soltanto in apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò che è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).
Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt. 16,25). Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.
Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di loro.
Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso sul pane della vita: «Perché il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).
Carlo Maria Martini, Avvenire il 27 luglio 2008

Il valore di una panchina; il valore di un luogo; il valore di tante storie!

https://www.facebook.com/umaniamilano/videos/2843327702350588/

«Amico lettore... anche tu vai in chiesa col tuo passo abituale, tranquillo, un po' legnoso, disposto ad assistere a una calma liturgia, ad ascoltare un sermone rassicurante? C'è gente che va a "fare Pasqua", o si reca abitualmente in chiesa, magari tutti i giorni, come si va a un funerale. Con una certa compostezza, compunzione, cercando di darsi un certo contegno, assumere una certa aria perbene, apparire cortese, garbata.
Non succede niente. Tutto in ordine, previsto, regolamentato. Nessuna sorpresa».
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 151

Una tenera tavola dell'iraniana Mahnaz Yazdani (si legge da destra a sinistra, come indica la freccina).

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento nazisti. Giovanni Paolo II ha detto che con il suo martirio egli ha riportato «la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo». E nell’omelia della Messa di canonizzazione spiegò: «Massimiliano non morì, ma “diede la vita... per il fratello”.V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore».
qui tutto l'articolo: http://www.famigliacristiana.it/articolo/san-massimiliano-kolbe-il-francescano-che-con-il-suo-martirio-rese-meno-disumano-auschwitz.aspx?fbclid=IwAR2AJufd5tNEgZehsa5sUcyel_IPsKKdVfrTlkJJTL_82JGW5XjRmGkOxwY

Riproponiamo un'intervista (pubblicata lo scorso settembre) a Don Tullio Proserpio. Il Cappellano dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano interviene sul libro dell'ex conduttrice delle Iene in cui parlava del proprio tumore come di un dono creando un grande e aspro dibattito. «Questa vicenda dimostra come la malattia sia un grande tema che tocca in profondo le persone».
http://www.vita.it/it/article/2018/09/25/nadia-toffa-e-il-mistero-delle-nostre-vite/149135/

Trasfigurazione. Invito ad andare oltre le apparenze 
di Nunzio Galantino 
(..) Sia il senso della trasfigurazione consegnatoci dal racconto evangelico, sia la derivazione etimologica della parola ce ne fanno scoprire una forte carica vitale. Nella parola latina "trans-figuratio", il prefisso "trans" indica un passaggio, il movimento di un “andare oltre” la figura o l’aspetto, coinvolgendo il soggetto e la sua storia. Così la trasfigurazione può portarci ad andare oltre una figura fissa, oltre le apparenze, spesso ingannevoli. “Andare oltre”, come fa ogni artista che abbia a che fare con le forme; o come fa ogni poeta e scrittore che fin dalle aule scolastiche ci colpiva con il suo linguaggio figurato, abituandoci a cogliere le sfumature delle emozioni: ad “andare oltre”, appunto, dischiudendoci orizzonti imprevisti. 
Può “andare oltre” solo chi si fida e si lascia portare dove forse da solo non immaginerebbe. La trasfigurazione sorprende come luce che illumina qualche situazione diventata, per lo meno, aggrovigliata. All’improvviso ci si rende conto che esiste un’alternativa; s’intravedono spiragli dove c’è notte, dolore, tragedie. La realtà resta la stessa, ma è posta sotto una luce diversa, che dischiude un futuro. Nel presente, tuttavia, per noi il passaggio di luce è una soglia sfuggente tra visibile e invisibile, dove transita una figura in movimento, non una forma cristallizzata (P. Florenskij). 
La discontinuità costituita dall’esperienza trasfigurante è inafferrabile. Per questo, non valgono i sinonimi usati per spiegarla. Se fosse trasformazione, sarebbe assai arduo riconoscere la stessa persona nel volto “diverso”, così da poter dire: «È ancora lui/lei». Se poi si trattasse di metamorfosi, dove il mutamento d’aspetto è totale, la cosa si rivelerebbe inquietante, al punto da esclamare: «Non è più lui/lei»: le metamorfosi rendono irriconoscibili e portano a fare un salto nel buio. (...) La luce della trasfigurazione può attraversare le ferite (D.M. Turoldo). Ma a patto di aver fiducia che proprio accogliere quella sofferenza è il sigillo della nostra libertà (G. Dossetti).
in “Il Sole 24 Ore” del 11 agosto 2019 

«Esistono forti flussi migratori all’interno dello stesso continente africano e, purtroppo, un numero considerevole di questi migranti ancora viene ridotto in schiavitù. Si fa fatica ad accettare che ci siano forme di schiavitù attuali che derivano da questa storia, eppure mi sento di affermare che sono in genealogica conseguenza. C’è continuità, non solo virtuale ma concreta, con la storia passata, poiché la contemporanea realtà delle forme di sfruttamento benché non riproduca le medesime condizioni e i medesimi contesti, è comunque il frutto di una mentalità che si è consolidata nei secoli».
leggi tutto l'articolo: http://www.osservatoreromano.va/it/news/recuperare-la-storia-dellafrica-comprendere-le-mod?fbclid=IwAR3LGSFIykgbYBmVGElqpIF1kuhITCDCtV5avXFV8jrbjD9PEsZOfDaS71E

LE PRIORITA'. Se annunciare bene il volto di Dio Papà è prioritario (lo fu per Gesù, lo è per noi); se ci siamo accorti che la traduzione "Non ci indurre in tentazione" non è la migliore, anzi; se abbiamo le possibilità tecniche di fare bene e presto (un adesivo, per esempio, da apporre sulla pagina del messale... perché dobbiamo aspettare (anni!) la pubblicazione di un libro, che - per quanto importante - è per sempre uno strumento (di carta) rispetto alla grandezza del "contenuto"?! Con questa azione, smentiamo ciò che diciamo con le parole! Noi già preghiamo con le parole "Non abbandonarci alla tentazione" nelle preghiere personali, nel rosario, nelle forme devozionali... ma non nella messa! Che paradosso! Ci rendiamo non-credibili!
don Chisciotte Mc
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/arriva-il-nuovo-padre-nostro?fbclid=IwAR0vfFDMa1e93YEIRgbCVBEWZRkshcy2td3dWlDOp5bEdixtd9w9yWWHsMs


Racconta Elie Wiesel: “Il saggio camminava per le vie di Sodoma e gridava la propria protesta per l’indifferenza, per la mancanza di scandalo  che gli uomini provavano nei confronti delle forme dell’umano patire e della malignità con la quale esse erano prodotte e incrementate.
Perfino un bambino si accorse dell’apparente sterilità di quel grido, vedendo quest’uomo tutto solo, gridando la propria protesta nei confronti dell’indifferenza e della malignità del vivere. E gli disse: Perché gridi in questo modo? Non vedi che nessuno ti ascolta? E il vecchio saggio rispose: Io non grido perché qualcuno mi ascolti, grido per impedirmi di ascoltare la voce di questa indifferenza e di venirne persuaso. Grido per restare in vita; grido per mantenere e conservare il senso di una giustizia che non si rassegna all’umano soffrire e alla malignità che l’accompagna. Per questo io grido: per me, prima ancora che per loro; perché chiunque desideri interrogarsi a proposito di ciò che è realmente giustizia, trovi non soltanto un senso possibile dell’umano vivere ma, nel senso di questo grido, il principio reale a partire dal quale la sconfitta dell’umano patire e della sua malignità incominciano”.

Discorsi d'odio? Possiamo fare qualcosa! 
Su Facebook e Twitter un contenuto su 10 è offensivo, discriminatorio o incita all'odio e alla violenza.
Migranti e rifugiati, minoranze religiose, donne, comunità lgbti, persone con disabilità o in stato di povertà: l'odio online non risparmia nessuno. Questo è quello ha evidenziato la ricerca di Amnesty International.  
Ma tutti possiamo contribuire a fermarlo, per passare dall'indignazione, all'azione!
Possiamo segnalare post e tweet per farli rimuovere, possiamo promuovere un dibattito civile e costruttivo, possiamo mostrare alle persone sotto attacco gli strumenti che hanno a disposizione per tutelarsi.
Insieme possiamo fare la differenza!
Amnesty International, insieme a moltissimi esperti del settore, ha prodotto la guida: “Hate speech: conoscerlo e contrastarlo”
Scopri come contrastare i discorsi d'odio!
Solo in tanti, insieme, possiamo costruire un mondo più giusto, per tutti!
Grazie per esserci.
Tina Marinari -  Amnesty International Italia

CLICCA QUI:
https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/05/13104653/HATE-SPEECH-CONOSCERLO-E-CONTRASTARLO_web-version.pdf

«Lei è Beba. Lei è una donna di Milano. È domenica mattina. Sono da poco passate le 11. Beba esce di casa con i due cani al guinzaglio. Si dirige verso il parco Forlanini, dalle parti dell’aeroporto di Linate. Il sole batte forte. Lei costeggia il fiume Lambro. C’è un uomo. È a terra. La faccia spiaccicata sul terreno. Non si muove. Beba corre. Gli è accanto. Ci sono altre persone. Passano. Camminano. Quasi lo sfiorano. Se ne fottono. Beba si abbassa. Lo tocca. Prova a girarlo. Non si muove. Pensa che sia morto. Il sangue le si gela nelle vene. Alza lo sguardo. Poco distante ci sono dei ragazzi, giocano a calcio. Gli anziani del quartiere passeggiano alla ricerca di un po’ di frescura. Una voce. Il tono è violento. Minaccioso. È rivolta a lei. Brutta stronza, lascialo lì. Beba ignora. I due cani stanno leccando il volto dell’uomo a terra. Lui dimostra 30 anni. È un uomo. Inizia a muoversi. Lento. È ubriaco. Ha bisogno d’aiuto. Beba cerca di spostarlo, intanto prende il telefono per chiamare i soccorsi. Nessuno la aiuta. Un’altra voce. Se osi chiamare l’ambulanza ti meniamo, maledetta troia, bisogna lasciarli morire questi immigrati di merda, ricordati che i soccorsi li paghiamo noi contribuenti, mica questi negri. Beba fa finta di non sentire. Una nuova voce. Lavati le mani che ti prendi le malattie. Nel gruppo di persone c’è una signora di circa 70 anni. Lei invoca la giustizia divina. Spera che dio ascolti le sue preghiere e affondi tutti i barconi. Beba è disgustata, ma rimane concentrata sull’uomo. Lo sposta. Lo sistema all’ombra. Ora cammina verso il gruppetto di persone. Tra loro ci sono anche due giovani addetti dell’Amsa, servizi per l’ambiente. Beba li affronta. Siete impazziti? Guardate che esiste l’omissione di soccorso. Beba è avvocato. Il suo nome è Beatrice Bordino. La reazione degli altri è rabbiosa. Beba ha paura. Arretra. Cerca due vigili. Spiega i fatti. Ottiene un’alzata di spalle. Torna a portare un po’ d’acqua all’uomo a terra. Un amico lo ha preso sotto braccio e lo sta trascinando via. Beba si siede sulla panchina. La faccia tra le mani. Piange».
4 agosto 2019


Nel 1990, da una distanza di circa 6 miliardi di km, il Voyager 1 prese questa immagine, in cui appare un puntino minuscolo, che misura appena 0,12 pixel. È un’immagine passata alla storia con il nome di Pale Blue Dot. Quel “pallido puntino blu” è la nostra Terra e il grande Carl Sagan, in una conferenza tenuta all’Università Cornell il 13 ottobre 1994, descrisse con le seguenti, intense parole i pensieri che quell’immagine gli suscitarono: 
«Noi riuscimmo a fare questa fotografia, e, se voi la guardate, vedete un puntino. Quello è qui. Quella è la nostra casa. Quello è noi. Su di esso, tutti quelli di cui siete venuti a sapere, ogni essere umano che ci sia mai stato, tutti hanno vissuto là. L’insieme di tutte le nostre gioie e sofferenze, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e allevatore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia innamorata, ogni bambino pieno di speranza, ogni madre e padre, ogni inventore ed esploratore, ogni moralista, ogni politico corrotto, ogni divo, ogni comandante supremo, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie sono vissuti là, su un granello di polvere sospeso in un raggio di Sole». 
«La Terra è un palcoscenico molto piccolo in un’enorme arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti i generali ed imperatori affinchè in gloria e trionfo loro potessero divenire i padroni momentanei di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine degli abitanti di un angolo del puntino sugli abitanti di un altro angolo appena distinguibile del puntino. Così frequenti i loro malintesi, così ansiosi sono di uccidersi l'un l'altro, così fervente il loro odio. La nostra presunzione, la nostra immaginata auto-importanza, la nostra illusione di avere una posizione privilegiata nell'Universo, sono sfidate da questo puntino di luce pallida». 
«Il nostro pianeta è una macchiolina solitaria avvolta nel grande buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è suggerimento d’aiuto che verrà da altrove a salvare noi da noi stessi. Si dice che l'astronomia insegni ad essere umili e io aggiungo che è un’esperienza che costruisce il carattere. Io penso che non c’è forse nessuna migliore dimostrazione della follia della presunzione umana che questa immagine da lontano del nostro piccolo mondo. Secondo me, essa sottolinea la nostra responsabilità di avere più gentilezza e compassione l'un con l'altro e di preservare e curare teneramente quel pallido puntino blu, l'unica casa che noi abbiamo mai conosciuto».


«La Chiesa non ha bisogno di teologie di corte. Né della corte di Giovanni Paolo II, né di quella di Benedetto XVI, né di quella di Francesco. Al teologo non si addice mai la logica della corte. Anzi, non c’è teologia alcuna finché la forma di vita è quella della corte. La teologia deve essere molto più rispettosa e molto più critica di una corte. Non deve né mormorare di nascosto, né compiacere ostentatamente. Per questo la teologia dell'XXXXX è irrimediabilmente tramontata. Non ha onorato la realtà, ma ha idealizzato le cose e le persone, le opere e i giorni. Per questo è diventata non una risorsa ma un problema».
Andrea Grillo, 2.08.2019
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/avanzamento-ecclesiale-e-turbamenti-delle-teologie-di-corte-10-idee-sullistituto-giovanni-paolo-ii/?fbclid=IwAR3XWjmkVP7U2RpKxI7vDW7sSgLt0vy2BhDbSUyUn3638U9ZZ6r7rBoFTwQ

Anche la piccolina ha seguito l'esempio della mamma, fiorendo la stessa notte!

«(...) Da quando il legislatore, nel 2003, ha liberalizzato l’azzardo, tutto è cambiato: l’Italia si è trasformata in uno dei più grandi casinò a cielo aperto del mondo. L’effetto di questa scelta ha portato a un’escalation della dipendenza: la dimensione comunitaria che caratterizzava anche il gioco d’azzardo ha lasciato posto alla solitudine del giocatore, che davanti alla macchina inserisce direttamente denaro fresco e vive un «tempo ipnotico», incapace di percepire quanto spende.
In pochi anni la ragnatela della cultura dell’azzardo si è diffusa persino nei più piccoli e sperduti centri abitati in cui si trovano bar, sale scommesse e tabaccherie. Non ci riferiamo qui all’esperienza dell’azzardo che si svolge nelle case o nei circoli con regole certe e somme di denaro modiche, pena l’allontanamento del giocatore, ma a quella dinamica che induce a diventare giocatore solitario. Bastano un paio di dati per definire la proporzione del fenomeno: le slot machine disseminate sul territorio sono 366.399, una ogni 161 cittadini, mentre si vendono 3.600 «gratta e vinci» al minuto.
È il gioco legale che fa crescere l’illegalità, l’usura, il riciclaggio di denaro e l’estorsione, non il contrario».
http://www.vita.it/it/article/2019/08/02/la-grande-ragnatela-dellazzardo/152391/

«Don, ma perché non parli tu al microfono al CRE? Perché non gestisci tu la riunione animatori e intervieni solo su alcune questioni? Perché lasci che a volte facciano la preghiera gli altri e tu dai solo la benedizione?”. (...)
Sono domande che mi sono state rivolte durante i CRE, alle quali andrebbero aggiunte le molte domande che mi vengono rivolte durante tutte le attività che caratterizzano la vita parrocchiale dell’anno pastorale. La mia risposta, semplice ma non banale, è questa: “Perché sapete farlo, quindi potete farlo. E, forse, dovete farlo”».
http://www.santalessandro.org/2019/07/dal-prete-tuttofare-al-prete-compagno-di-viaggio/?fbclid=IwAR1DgmurgfoHU2TSlaADfhBocXBXIAtgKBlzj9d35cpl-Jep_HroT8lozVg


«Il cuore di un uomo è molto simile al mare, ha le sue tempeste, le sue maree e nelle sue profondità ha anche le sue perle».
Vincent van Gogh


«Non l'abbondanza del sapere sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente».
sant' Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali


«Ciò che amiamo ci dice chi siamo». 
san Tommaso d'Aquino


«Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»
di Enzo Bianchi
In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. (...) Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.
La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai discepoli, la stanchezza e la forza, la debolezza e il pianto, la gioia e l’esultanza, i silenzi e i ritiri in solitudine, le sue relazioni e i suoi incontri, la sua libertà e la sua parrhesía, sono bagliori dell’umanità di Gesù che i vangeli ci fanno intravedere attraverso la finestra rivelatrice e opaca dello scritto. E sono riflessi luminosi che consentono all’uomo di contemplare qualcosa della luce divina.
L’alterità e la trascendenza di Dio sono state evangelizzate da Gesù e tradotte in linguaggio e pratica umana. È la pratica di umanità di Gesù che narra Dio e che apre all’uomo una via per andare verso Dio. «Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito... lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18), rivelato una volta per tutte, in modo ultimo e definitivo. Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli (...).
Ecco perché ritengo sia un grave rischio per i cristiani