Ricicla anche tu i tappi!

Il signore che raccoglie i tappi di plastica: «Non sono una leggenda metropolitana»

Danilo Distico fa da collettore in Lombardia da sei anni, per la Caritas. «Anche dalla Svizzera»

«Mi chiamo Danilo Distico, ho 54 anni e non sono una leggenda metropolitana». Troppo facile: come essere certi che sia proprio questo commerciante di San Giuliano Milanese il leggendario raccoglitore di tappi di plastica, una delle più accreditate presunte bufale dell'ultimo decennio? Distico si sistema la giacca, fa strada nel cortile della sua casa di campagna e allarga le braccia: «Eccola, la leggenda». Nel patio, vicino all'orticello, svetta una montagna di sacchi trasparenti pieni di tappetti bianchi, blu e rosa. Non è una bufala, è proprio in questa casa di corte che finiscono i milioni di tappi raccolti ogni giorno in parrocchie, uffici e scuole. Come svela Severino Colombo nel libro «101 stronzate a cui abbiamo creduto tutti almeno una volta nella vita», l'uomo dei tappi esiste eccome. Eppure, nessuno ci credeva. «Ancora in tanti non ci credono. Vengono qui, strabuzzano gli occhi e dicono: ma allora esiste davvero! La cosa divertente è che, anche se scettici, in migliaia fanno la raccolta. Arriviamo anche a quattro o cinque tonnellate al mese. Viene da dire: viva gli increduli».

Chiariamo subito: dove vanno a finire?

«In soldi che servono per la costruzione di pozzi d'acqua in Tanzania. È un progetto della Caritas di Livorno in collaborazione con il Centro mondialità sviluppo reciproco. Funziona così: la gente porta i tappi qui o negli altri centri raccolta. Una ditta provvede a riciclarli e a riconoscere un contributo in denaro che va a dissetare la Tanzania. Ogni tonnellata frutta più di cento euro. All'inizio la cosa si è diffusa come una bufala, ma poi la Caritas ha pensato di farla diventare una iniziativa concreta».

Lei ha un colorificio a San Giuliano. Com'è entrato in questa storia?

«Tutto cominciò nel 2005 con una vacanza a Livorno, io mia moglie e mia figlia Veronica. Proprio mia figlia scoprì l'iniziativa della Caritas e propose di portare dei tappi. Lì mi chiesero di fare da collettore per la Lombardia e fu solo quando cominciarono ad arrivare tonnellate di tappi che capii che la mia vita non sarebbe più stata la stessa».

E com'è la vita di un raccoglitore di tappi?

«Sempre al telefono. Ricevo decine di chiamate al mese e non solo dalla Lombardia. Una donna svizzera mi ha confessato di avere una specie di montagna di tappi in cantina. C'è una parrocchia che chiede se posso passare a ritirare quattro sacchi pieni. Ci sono gli alpini della Valtellina che annunciano di aver raccolto un quantitativo record. Il bello è che tutti chiedono di donare i tappi e poi aggiungono: ma lei esiste davvero?».

Gli alpini della Valtellina sono venuti fin qui?

«Certo, anche quelli della casa di riposo di Porlezza, nel comasco, una poliziotta di Caorso, Piacenza, i parenti del presidente della Provincia di Vercelli, suore da ogni dove».

Lei non ci guadagna nulla?

«Al massimo un rimborso spese per il carburante. Perché non sempre le parrocchie hanno la possibilità di portare qui la raccolta. Allora interveniamo io e la l'Associazione Polisolidale di cui faccio parte. Il progetto che ho in mente prevede di coinvolgere i comuni della Lombardia in modo tale da fare tanti piccoli centri smistamento».

Dopo sei anni tra i tappi, qual è l'auspicio per il futuro?

«Che in questo percorso non entrino in ballo tre colori: quello della pelle, della religione e della politica. Detto da uno che per lavoro vende colori».


Roberta Scorranese

Responsabilità civile

Concordo con la sospensione: che si induca ad essere responsabili delle proprie azioni, anche di quelle meno onorevoli. A quando la sospensione degli "onorevoli" deputati e senatori che compiono certe azioni indegne dell'essere uomini e dell'essere rappresentanti degli italiani che li hanno votati?!


don Chisciotte

Nuova evangelizzazione

Che c'è di nuovo per l'evangelizzazione?

di Gaston Piétri, prete ad Ajaccio

L'espressione “nuova evangelizzazione”, come viene talvolta utilizzata, fa pensare che sarebbe venuto il tempo di abbandonare gli schemi degli anni post-conciliari per dei progetti più soddisfacenti. La verità invece è che la nostra società ci obbliga ad una presa di coscienza più acuta della vera portata dell'evangelizzazione per il tempo che stiamo vivendo, come hanno fatto al loro tempo Henri Godin e Yvan Daniel, pubblicando, nel 1943, un libretto dal titolo provocatore: Francia, terra di missione? La parola missione, oggi quasi banale, appariva allora per caratterizzare un'urgenza. La “missione” non designava più terre lontane, ma la testimonianza da dare al Vangelo in quei paesi in cui il cristianesimo aveva a suo favore a priori tutti i vantaggi di una lunga storia. Cosa volevano dire quegli autori gettando all'opinione pubblica ecclesiale, come uno slogan polemico, quel “Francia, terra di missione?” Non che ci fosse poca gente alle messe della domenica, che i bambini disertassero il catechismo, che i seminari di spopolassero, che un gran numero di parrocchie non avessero più un parroco residente. Ma che nuove popolazioni, nel contesto dell'industrializzazione, erano venute a stabilirsi nei nostri spazi urbani; che quegli uomini e quelle donne erano accampati ai margini di una Chiesa che funzionava ancora facilmente con la sua organizzazione, il suo linguaggio, i suoi ritmi. Gli autori sapevano per esperienza che all'epoca altri fermenti, diversi dal Vangelo, nascevano in quei gruppi umani, le cui condizioni di vita avrebbero dovuto preoccupare maggiormente i cristiani. Nascevano allora la “Mission de Paris”, la “Mission de France”, che, attraverso i preti stessi, volevano rappresentare una Chiesa che fosse il più vicino possibile a coloro che erano appunto più lontani. Il cardinal Suhard, guardando la sua città dalla collina di Montmartre, parlava di un “muro da abbattere”. Ma si pensava ancora che bisognasse ri-cristianizzare, e quindi rifare, anche se si trattava di farlo in modo diverso, ciò che la scristianizzazione aveva disfatto. “Renderemo nuovamente cristiani i nostri fratelli”, cantavano i più giovani. Ora, ecco che è venuto un tempo in cui evangelizzare non consisterà più nel ri-cristianizzare. Certo, ci sono territori segnati in profondità da secoli di cristianesimo. Ma coloro che li abitano sono tutti “vecchi cristiani”? Siamo mescolati a gruppi sociali, a reti professionali e di amicizia, a persone operanti nell'ambito associativo, per i quali il Vangelo potrebbe essere una vera Notizia, perché non è ancora stato sentito. Ciò che è nuovo, non è tanto l'evangelizzazione, quanto il Messaggio stesso, da parte di coloro che potrebbero riceverlo. Colpisce vedere quanti hanno sentito parlare di Chiesa e poco o niente di Cristo. L'ateismo trionfante ha fatto il suo tempo. Molti ideali mobilitanti sono falliti. La vita talvolta è buona, grazie a Dio, talvolta è deludente o perfino disperante. I modi di vita sono sempre più complessi. Molti punti di riferimento ecclesiali tradizionali si riducono o scompaiono. I sistemi di ripartizione del territorio, in particolare il sistema parrocchiale, sono superati dalla mobilità delle persone, dalla fluidità delle appartenenze, dai nuovi mezzi di comunicazione. Intanto, si profilano interessi spirituali, nel più gran disordine. Come offrire l'occasione, nei nostri incontri, che l'interesse per Cristo sbocci e unisca? È la novità del Vangelo, e solo quella, che può toccare dei compagni di strada in quelle profondità dove nascono le attese. Non sono gli artifici, del genere “marketing” religioso per quanto ben intenzionato, che risveglieranno quell'interesse, dato che è di una scelta di esistenza che stiamo parlando. Non stiamo cercando di fare degli adepti. Stiamo cercando essenzialmente di incontrare gli altri e ad incontrarli in verità. Perché il nostro incontro sia il luogo dell'incontro con un Vangelo che si mette ad interrogare nell'intimo coloro che vi vedevano al massimo una lontana dottrina senza tempo. Passare dal non-interesse all'interrogazione è il primo passo. Forse due condizioni devono essere entrambe presenti. Innanzitutto, amare questa società, indipendentemente dalle sue miserie morali, per poter attestare con i nostri atteggiamenti questa notizia: “Dio ha tanto amato il mondo che ha donato suo Figlio” (Giovanni 3,16). Poi, la necessità per noi di abitare veramente questo mondo, non solo di esserci. Possiamo ancora sentire il grido: “Francia, terra di missione?” e l'appella di Paolo VI nel 1964: “Non si salva il mondo dal di fuori” (Ecclesiam Suam). Le evoluzioni della società ci invitano ad accogliere senza sosta il Vangelo che non ha finito di svelare la sua novità. La novità è solo lì. Smettiamola di essere dei “vecchi cristiani”.


in “La Croix” del 19 marzo 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Comunità-sentinelle

Buon compleanno, don Tonino!

di don Renato Sacco, parroco in Diocesi di Novara

“Carissimo don Tonino, ti scrivo per il tuo compleanno: oggi (18 marzo) ne compi 58. Auguri!”. Iniziava così il mio biglietto di auguri pubblicato dal quotidiano Avvenire il 18 marzo 1993. Eravamo da poco tornati dalla marcia dei 500 a Sarajevo, dicembre 1992 e tu eri molto malato. Già allora qualcuno si era stupito che un prete del nord facesse gli auguri a un vescovo del sud. Figurati ora! Anche se il giorno prima del tuo, c'è il compleanno dell'Italia (150), sai che qui da noi, al nord, molti vorrebbero addirittura la secessione. Che tempi amari e faticosi, caro don Tonino! Ai tuoi tempi c'erano i caccia F16 a Gioia Del Colle, e tu sei riuscito a mobilitare anche i vescovi della Puglia contro quel progetto di morte. Ora le cose sono peggiorate e ci sono gli F35 a Cameri. Le guerre invece di diminuire aumentano: tu sei stato in Bosnia, dove comunque anche oggi non è che le cose vadano molto bene. E poi l'Iraq (mons. Bettazzi, che continua ad essere un punto di riferimento, saggio e forte, dice che sei una vittima della guerra del Golfo, tanto hai sofferto e te la sei presa

Chiediamo Luce

La nuova religione sarà come il “lego”

di Jacques Attali


Pubblichiamo un brano tratto dal libro di Jacques Attali Il senso delle cose (...)

La diffusione di democrazia e mercato genera precarietà, cui la democrazia, da sola, non basta a fornire senso. Essa infatti organizza la libertà individuale ma non costituisce, in sé, un progetto politico che possa rendere meno esposti alla precarietà. Ed ecco che rinasce il bisogno di trovare un senso alla durata, sia grazie alla nazione, sia grazie alla religione. Il giogo integralista non resisterà, ne sono convinto, al desiderio di democrazia e di consumo dei giovani di tutto il mondo. Al contrario, per reazione alla società dei consumi, la domanda di religioso diventerà più forte. Il XXI secolo sarà, all'inizio, il secolo del confronto e della concorrenza tra le religioni e all'interno del Cristianesimo e dell'Islam. (...) Credo che noi non ci stiamo dirigendo verso un mondo religioso o laico, ma verso un individualismo che condurrà progressivamente a ciò che chiamerei la «religione Lego», o la «religione dell'ego», in cui ognuno prenderà qualcosa dal Cristianesimo, dall'Islam, dal Buddhismo, e questo gli permetterà di costruirsi un suo credo.

Oggi l'utopia dell'immortalità è una delle più grandi della nostra società. Noi trasmettiamo ai nostri figli un senso di eternità. Cristallizziamo il tempo in oggetti, e questo ci infonde un sentimento di immortalità: non possiamo morire, crediamo, prima di avere utilizzato questi oggetti. E crediamo che la scienza ci darà l'immortalità tramite l'allungamento della durata della vita e la clonazione. Ma queste ricerche non impediranno agli uomini di avere bisogno di un patto con la morte, cioè di immaginare un aldilà. Lo si vede in particolare nella società americana, in cui la democrazia non riesce a realizzare un sogno laico. Il religioso potrebbe anche mettere sul potere politico una cappa di piombo tale da ostacolarne il funzionamento democratico. Negli Stati Uniti i predicatori giocano un ruolo sempre più rilevante nella vita politica. (...) Se le nostre società non sapranno dare un senso pieno alla morte, e se gli individui non sapranno costruire un rapporto individuale con la vita, allora certe religioni imporranno un rapporto collettivo con la morte. (...) Attualmente assistiamo dunque a una battaglia tra l'uniformazione delle religioni, il loro tentativo di presa globale e la loro diversificazione, la loro frammentazione e balcanizzazione. Una frammentazione che oggi è parziale ma domani sarà ancora più drastica, e in cui ciascuno porterà la propria definizione di religioso. La distinzione tra sette e religioni sarà sempre più incerta. Così potremmo tendere verso una religione individualista in cui ognuno userebbe il proprio rapporto con il mondo, la natura e quello che egli chiama

Il dolore di non vedere corrisposto il proprio amore

L'agonia dell'orgoglio e della concupiscenza, non è la tua agonia, Signore! Tu non soffri per avere o per portar via: tu muori per guadagnarti il diritto di dare, d'amare l'inamabile.

Rivedo certe mie esperienze, se voglio capire qualche cosa.

Quand'è che più veramente soffrii? Allor che vidi perduto un guadagno o rintuzzata una mia ambizione? No; quando nessuno ha badato al mio amore che amava d'amare.

Chi accetta la vita come urto d'egoismi non può sottrarsi alla lotta. L'agonia in tal caso è legge; ci ha un suo gusto.

Chi invece la sente come devozione è portato a credere

Ancora sulla quaresima

Ma la Quaresima val ben una Lettera

di Diego Andreatta

Una carrellata su trentatré testi di vescovi italiani sul cammino verso la Pasqua. Grande varietà di stili, poca attualità e ricerca di qualche via nuova

Alcune non sono più lunghe di 3500 battute, entrano a pennello nello spazio dell'editoriale sul settimanale diocesano. Altre richiedono molte più colonne, talvolta vengono impaginate in un inserto staccabile con indice in ultima e icona in copertina. La varietà delle Lettere quaresimali dei vescovi italiani nella loro lunghezza - ma ancor di più nelle scelte dei temi, dei contesti e dei linguaggi - è una conferma stagionale, quasi tangibile, della vivace pluralità delle Chiese locali. Un'effervescente difformità di stili (forse anche di utilizzi) che rende difficile rispondere alle domande: ma cosa preme comunicare ai nostri pastori in questa Quaresima 2011? e noi cosa vorremmo sentirci dire all'avvio del "tempo favorevole"? Un'impressione sinottica sulle Lettere - dopo averne compulsate una trentina, da diocesi piccole e grandi, ad ogni latitudine dello Stivale - è che la consuetudine resista bene, ma che, rispetto al passato, si preferisca la "forma brevis" del messaggio circoscritto ai temi dell'itinerario quaresimale. Raramente, insomma, la Lettera sembra voler assumere un peso specifico - non solo per numero di pagine - tale da poter essere poi ripresa dai parroci - è più citata, che approfondita, infatti - come testo del Pastore diocesano da valorizzare magari anche nelle Messe feriali. In questa scelta c'è forse la preoccupazione di non togliere priorità alla Lettera d'inizio d'anno sul Piano pastorale (ritmata sul decennale CEI), eppure - anche se non c'è alcun obbligo canonico di produrre un testo "forte" e originale per la Quaresima - il ritmo nuovo aperto dalle Ceneri potrebbe comunque risultare ideale per l'accoglienza una tantum di una parola magisteriale "pensata per noi". Anche da parte di orecchi distratti o lontani, catturati magari dal titolo-civetta di un quotidiano locale amico... Dipende dai contenuti, si dirà. Dunque, passiamoli in rassegna: in queste 33 Lettere prese a campione tornano più volte "preghiera, digiuno ed elemosina" raccomandati come gli "strumenti" più importanti nella "palestra dello Spirito" quaresimale, talvolta in termini biblico-teologici più o meno classici, talvolta con applicazioni aggiornate che spaziano dall'astinenza dal gioco o dalla dipendenza tecnologica fino all'impegno coerente in nuovi stili di vita. La tensione alla fraternità missionaria, con i dovuti riferimenti al messaggio quaresimale del Papa, e alle relative forme di preghiera e condivisione (molte diocesi usano il calendario ad hoc), in qualche caso viene invece messa in secondo piano dall'attenzione ai bisogni caritativi del territorio diocesano. Destinatari mirati di due messaggi quaresimali (quelli di Locri-Gerace e di Trento, in particolare) sono i giovani proiettati verso l'estate di Madrid, mentre in quattro casi prevale la centralità eucaristica, in vista del Congresso nazionale di Ancona a settembre. Se alcune Lettere sembrano non aver richiesto lunga preparazione, altre invece appaiono quasi precotte o comunque impermeabili al contesto storico di "questa" Quaresima, a giudicare dalla latitanza di riferimenti all'attualità, dalle "rivoluzioni" in Nordafrica fino all'anniversario dell'Unità, citato raramente. Con qualche eccezione come il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero che richiama il testamento spirituale del ministro pakistano Shahbaz Bhatti, assassinato il 2 marzo. Una sottolineatura per tre testi, singolari per motivi diversi. Il vescovo di Bolzano-Bressanone, Karl Golser coniuga magistero e cammino personale prendendo spunto dalla "scoperta" del suo morbo di Parkinson per suggerire a tutti un'articolata riflessione sulla Provvidenza e sul discernimento del disegno di Dio nella propria vita. Il vescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi propone alla riflessione dei fedeli alcuni capitoli del Catechismo della Chiesa universale sui temi della resurrezione della carne e della vita eterna, introducendoli con un invito all'attenzione a queste verità di fede: "tante volte sentiamo parlare di inferno, purgatorio e paradiso, ma non sappiamo più dare un significato a queste parole che progressivamente ci diventano come estranee". Il vescovo di Parma, Enrico Solmi racconta invece un episodio accadutogli qualche anno prima, la confessione raccolta da un giovane "in zona Cesarini" in una parrocchia romana, per invitare poi ad un "viaggio dentro noi stessi". E conclude, senza troppe benedizioni, con un paterno "Buona Quaresima!". Ecco, il linguaggio infine, che meriterebbe forse altri post, soprattutto in riferimento ai destinatari: a lettere quaresimali dallo stile ricercato, dottrinale e autoreferenziale fanno da contrappunto altre di tono diretto, essenziale, dialogante. Qualche pastore, appoggiandosi ai nuovi media ha preferito affidare al suo blog il lancio degli spunti quaresimali, mentre un altro - quello di Trani, Barletta e Bisceglie, Giovan Battista Pichierri - ha abbinato al messaggio quaresimale un'originale "intervista immaginaria a Gesù su alcuni aspetti della condizione dell'uomo contemporaneo". Riuscirà a farsi leggere?

Millescuse

E su Twitter si compila il "Manuale del despota arabo"


Proprio in queste ore, su Twitter viene diffuso The Arab Tyrant Manual. Diversi utenti del social network si sono uniti a Iyad Elbaghdadi per raccogliere tutte le scuse usate dai governi di quei Paesi arabi che, a partire dalla Tunisia alla fine del 2010, hanno assistito a proteste in cui si reclamano cambi di regime e riforme. Scuse che sembrano battute uscite da un fumetto, ma la tragedia è che noi le abbiamo sentite, e la stampa le ha registrate e diffuse. I Capi di Stato e le più alte cariche seguitano a ripeterle e, nonostante ciò, continuano ad avere un pubblico di sostenitori nei rispettivi Paesi. Tutti noi abbiamo visto i simpatizzanti di Gheddafi acclamare e applaudire i deliranti discorsi in cui prometteva di annientare i Libici sollevatisi contro il suo regime, in piedi da 42 anni. Una storia analoga si sta riproponendo in tutta la regione.

Ecco alcuni estratti del Manuale del despota arabo, selezionati tra quelli comparsi su Twitter con l'hashtag #ArabTyrantManual:

- Di' che le proteste sono iniziate come semplice movimento giovanile, e sono poi state “dirottate” da interessi stranieri.

- Usa la religione. Chiama il tuo mufti di stato e promettigli un aumento in cambio di una fatwa ad hoc.

- Di' che i giovani che manifestano sono stati manipolati da X (KFC, Nescafé, droga, sesso, ecc.).

- Chiama la tua celebrità leccapiedi preferita (cantante, ballerino, calciatore, ecc.) e chiedile di andare in tv a parlare in tuo favore.

- Quando le cose si mettono male, fa' il tuo primo discorso di un'ora, verso mezzanotte, per dire quanto tu sia devoto alla patria.

- Di' che gli spari sui manifestanti tramite elicotteri/jet/carrarmati sono stati accidentali.

- Organizza una parata militare dicendo che è per la nazione. In realtà, è per dimostrare alla gente chi li attaccherà in caso di rivolte.

- Mentre uccidi i manifestanti, fingi di essere aperto al dialogo e pronto a fare il necessario.

- Di' che hai sempre governato il Paese per amore e devozione e che non hai alcun desiderio di potere né possiedi denaro.

- Rispolvera l'uomo nero della generazione di tuo nonno: colonialismo e imperialismo.

- Tieni una conferenza stampa per ingraziarti i giornalisti, poi falli seguire dai picchiatori affinché li pestino e distruggano le telecamere.

- Inscena manifestazioni in tuo supporto. Ma non dare ai dimostranti bandiere e striscioni. Dagli 50 dollari e un AK47.

- Se gli altri stati ti criticano, attaccali per non aver compreso la tua cultura. “Nella nostra cultura, io comando. Loro obbediscono.”

- Ammazza un migliaio di persone. Poi di' che non hai idea di come siano morti visto che tu non hai “ancora” fatto ricorso alla violenza.

- Fatti intervistare da un famoso giornalista. La Amanpour sarà disponibile.

- Parla del tuo sostegno ai diritti umani in [inserire qui lingua europea preferita], poi tortura chi li rivendica.

- Interesse straniero X (dove X può essere: islamismo, sionismo, Israele, Iran, Stati Uniti, colonialismo, imperialismo

Peggiora la sua posizione...

L'«eretico» del Cnr: i terremoti? Castigo divino

intervista a Roberto De Mattei, a cura di Antonio Carioti

«Gli attacchi contro di me sono un tipico esempio della dittatura del relativismo denunciata da Benedetto XVI. Perché non ho fatto altro che riaffermare la tradizionale dottrina cattolica sulla provvidenza».

Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), è di nuovo nell'occhio del ciclone. Dopo il discusso convegno antidarwiniano da lui organizzato nel 2009, ora lo storico romano, docente presso l'Università europea di Roma (legata ai Legionari di Cristo), è nel mirino per una conversazione a Radio Maria, nella quale ha sostenuto che i terremoti «sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio» e che in alcuni casi possono essere castighi divini. Online sono state raccolte migliaia di firme per chiederne le dimissioni, da parte di chi considera le sue posizioni «al di fuori del pensiero razionale» su cui si basa il metodo scientifico. «Innanzitutto

Nord-Sud

Quel prete coraggio e la forza degli ultimi

di Roberto Saviano

Parte della prefazione a “Qui ho conosciuto Purgatorio, Inferno e Paradiso” di Fofi e Panizza (Feltrinelli)

Ci sono delle parole che si ha pudore ad usare. Quasi ci si sofferma con una precauzione maggiore per capire se si sta utilizzando la definizione corretta. Si pronunciano quasi con colpa, scusandosi, soppesandole sulla lingua già con un misto di compassione. Diventano un bolo di saliva, scuse e imbarazzo ed escono dalla bocca con qualche sforzo. Una delle parole che si pronuncia così è "diversamente abile". Quella di don Giacomo Panizza è una storia diversamente abile, è una storia handicappata, giusto per dirla fuori dai denti. Non è una di quelle storie che cominciano e finiscono facilmente, senza intoppi. Come una parabola lineare. È una storia sghemba, storta, fatta di conquiste faticose che ha da subito preso direzioni impreviste, che non è andata come ci si sarebbe aspettati. Quella di don Giacomo è una storia che nasce nel Bresciano e se ne va per una strada tutta sua. Lui comincia giovane a lavorare l'acciaio in fabbrica, come tanti fanno da quelle parti, e da ragazzino partecipa alle manifestazioni sindacali, alla richiesta di diritti. Poi lì accade qualcosa, la lotta sociale, il sogno di redenzione dalla miseria e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'idea di una società diversa a ventitré anni si concretizza nella decisione di entrare in seminario e di farsi prete. Assurdo per quegli anni, gli anni sessanta, assurdo per chi si è formato in fabbrica con l'acciaio e i sindacalisti. Ma Giacomo si innamora delle parole di colui che crede essere l'uomo più rivoluzionario che abbia mai incontrato nelle sue letture: Gesù Cristo. E lo crede al punto da voler dedicare ogni parte di se stesso nello stare al mondo in maniera diversa. Stare nel mondo con una parola nuova. Da subito si occupa di persone diversamente abili, o di handicappati, per usare una definizione che taglia di netto le gambe ai significati positivi. A don Giacomo viene affidato un compito: una comunità in Calabria ha bisogno di aiuto. I ragazzi con problemi vengono licenziati, non trovano lavoro, le famiglie non riescono a seguirli. Ci sono molteplici difficoltà. E a loro accade quello che spesso è visto come destino ineluttabile: esser trattati come pesi, come errori, come inciampi. Serve una mano. Una mano a difendere uomini come uomini, senza altra definizione eccezionale. Una storia che cammina dritta, per la sua semplice trama, prevederebbe a questo punto che don Giacomo porti i ragazzi al Nord e lì se ne occupi. E invece no. Invece don Giacomo pensa che niente vada sradicato da dove si trova. Soprattutto quando la radice è cosa buona, che può crescere, creare, trasformare. Allora si sposta lui a Lamezia Terme e dà vita a quella che viene chiamata la "Comunità Progetto Sud". Quando don Giacomo ci pensa sembra davvero essere un sogno che sa di utopia, uno di quelli che mentre lo immagini sai già che impatterà contro la realtà come un bicchiere di cristallo impatta contro il cemento armato. Nessuno avrebbe mai creduto alla collaborazione di persone diversamente abili con persone normodotate che si incontrano, non solo per ricevere e dare aiuto, ma per collaborare e creare lavoro, realizzare opere, iniziative. Chi ci avrebbe scommesso? Al Sud. In quel Sud. In quegli anni. Nessuno avrebbe visto altro che follia in questo progetto. E don Giacomo ama la follia quando è un'articolazione appassionata della fantasia e del volerci almeno provare. Eppure la Comunità inizia il suo operato e funziona, non solo aiutando chi ne ha bisogno, ma mettendo profondamente in crisi il sistema di potere di quella terra. Che nessuno riusciva ad affrontare: la 'ndrangheta. Ho conosciuto don Giacomo l'ultima estate che ho trascorso libero in vita mia, l'ho conosciuto a un seminario di Progetto Sud. Mi invitò Goffredo Fofi, l'erede di Danilo Dolci, lo scrittore allievo di Capitini, il frate eretico, l'amico eterno, il burbero intellettuale, il combattente ammiratore dell'ostinazione e della frugalità degli asini. Un seminario dove si incontrano le esperienze, dove non c'è solo odore di idee, di metafisiche passioni, dove non ci si parla addosso e non ci si imbroda scambiando recensioni. Seminari di prassi di pensiero. Creare comunità, creare rapporti. Nella convinzione che solo dai rapporti può nascere la premessa per realizzare l'idea. E don Giacomo di questa capacità di costruire impalcature di relazioni è stato, ed è, maestro. Da lì è partito per iniziare in un Sud isolato, spinto solo all'emigrazione, un percorso che prendesse le mosse dal talento di ognuno. Le cose belle che ognuno sa fare. Il portato doloroso di ognuno. I difetti terribili di ognuno. Le debolezze di ognuno. La possibilità di interagire di ognuno. Metti tutto questo assieme. E hai creato un punto di partenza. Don Giacomo l'ha fatto partendo da sud. Lamezia Terme è un territorio difficile, malato di criminalità. Il sangue scorre soprattutto tra due famiglie: i Torcasio e i Giampà. Si fanno la guerra per disputarsi il controllo del narcotraffico in quei territori. I Torcasio sono una famiglia particolarmente sanguinaria: ne diedero dimostrazione dopo uno sgarro subito per le feste. A un certo punto della loro storia, quando si tenta anche un dialogo con la famiglia Giampà, la rampolla dei Torcasio si fidanza con un Giampà. Questi le regala per Pasqua un cesto, che invece di essere pieno di uova è zeppo di tritolo. Ecco come sono le due famiglie: persone che si fanno gli auguri al veleno, gente che, in tutta risposta allo sgarro, si palesa alla porta armi alla mano e fredda il capofamiglia. Questi sono i Torcasio. E con questi don Panizza si è trovato a interloquire. E fin dall'inizio don Giacomo viene minacciato dai Torcasio. Ma perché a un boss della 'ndrangheta dovrebbero dare tanto fastidio "gli handicappati"? Semplice: perché don Antonio, boss dei Torcasio, quei "mongoloidi" come li chiama lui, se li è trovati come vicini di casa. Alla famiglia viene infatti sequestrato uno stabile, una bella palazzina che però nessuno vuole. Come succede sempre al Sud, l'edificio viene man mano spolpato dalla 'ndrangheta di tutti gli arredi, dei bagni, di ogni cosa utile. Le famiglie malavitose fanno di tutto per rendere inservibili i beni confiscati, lo fanno per sfregio allo stato come a dire "o nostro o di nessuno". Nemmeno il comando dei vigili vuole l'assegnazione di quello stabile per paura delle rivendicazioni della famiglia. Invece don Panizza accetta eccome quel dono. E piano piano lo sistema, lo rende agibile e adatto a ospitare il suo Progetto Sud perché la forza di don Giacomo e dei suoi ragazzi è proprio questa: il pensare in maniera diversa e utilizzare un'abilità diversa per costruire un paese diverso.


in “la Repubblica” del 22 marzo 2011

Non è il Dio di Gesù Cristo

Il buon tsunami

di Massimo Gramellini

Come il Pangloss di Voltaire che tesseva l'elogio del terremoto di Lisbona coi parenti delle vittime, Roberto De Mattei ha spiegato dai microfoni di Radio Maria che lo tsunami giapponese «è stata un'esigenza della giustizia di Dio» e che «per i bimbi innocenti morti nella catastrofe accanto ai colpevoli» (ma colpevoli di che?) si è trattato di «un battesimo di sofferenza con cui Dio ha inteso purificare le loro anime». Ora, Pangloss era un paradosso letterario. Ma De Mattei esiste davvero ed è pure il vicepresidente del Cnr, tempio e motore della ricerca scientifica.

Inutile replicare alle sue farneticazioni, offensive per qualsiasi credente dotato di un cervello e soprattutto di un cuore. Chissà se avrebbe il coraggio di ripeterle in faccia ai frati che si videro cascare addosso la basilica di Assisi: immagino che, per De Mattei, il Dio dei terremoti avesse deciso di castigare anche loro. Ma in quale Paese l'autore di simili affermazioni può restare ai vertici della ricerca finanziata dal denaro pubblico, senza che si muova il governo o almeno la Croce Rossa? Forse solo nel migliore dei mondi possibili vagheggiato da Pangloss. E in Italia, naturalmente. Dove due anni fa il vicepresidente del Cnr organizzò, a spese del Cnr, un convegno contro Darwin, che è come se il vicepresidente dell'Inter organizzasse un convegno contro Mourinho. Possibile che quest'uomo non avverta l'incompatibilità paradossale fra la sua carica e le sue idee? Non resta che invocare l'intervento divino: un terremoto «ad personam» che gli sfili la poltrona da sotto il sedere.

Lo vendettero per 100 euro

Ho sempre pensato fosse una indicazione saggia quella della nostra Chiesa diocesana (spesso trascurata dal clero, specie di certa "appartenenza"): non concedere gli spazi parrocchiali per nessuna formazione partitica. Tantomeno per dei miseri euro.

Non posso non apprezzare lo scatto di coscienza che fa muovere alcuni uomini a compiere dei gesti che esprimano le loro convinzioni.


don Chisciotte

Il parroco dà la sala al leghista Gentilini e i fedeli fanno lo sciopero delle offerte

di Filippo Tosatto

L'arrivo del prosindaco-sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini, scatena lo «sciopero delle offerte». Succede nella parrocchia di Busa di Vigonza, piccolo centro alle porte di Padova. La «rappresaglia» è legata alla concessione della sala del patronato al discusso esponente leghista - noto per le sue pesanti esternazioni contro immigrati e omosessuali - che stasera presenterà la sua nuova autobiografia. La circostanza non va giù a un gruppo di fedeli, che ha distribuito volantini in paese, a firma «famiglie cristiane» invitando i praticanti a non versare il consueto obolo durante la messa. «Le parole e gli atti di Gentilini sono incompatibili con il messaggio evangelico e offendono la sensibilità di chi crede nell'eguaglianza tra gli uomini», dichiara Agostino Zabeo, portavoce della protesta. Quasi una legge del contrappasso per il parroco, che tempo fa, dal pulpito, aveva esortato la comunità a non fare l'elemosina ai mendicanti sul sagrato: «Sono risorse sottratte ai veri poveri e favoriscono solo il racket dell'accattonaggio», aveva ammonito. Tant'è. Ora la contestazione ha colto tutti di sorpresa: «Mi sembra esagerata, anche se avevo avvertito il don che Gentilini porta guai», commenta il giovane volontario Roberto Polin. «Però è stato l'editore a contattarci, noi abbiamo detto di sì a condizione che non si faccia politica, né simboli né bandiere è l'accordo. In cambio riceveremo cento euro per le pulizie e il riscaldamento. Del resto a fine mese arriverà anche Debora Serracchiani, del Pd. Noi non abbiamo preclusioni». Pareri discordi tra i fedeli: «La sala non è stata concessa alla Lega - ribadisce Paolo Pinton - e i soldi ci servono per autofinanziare la sistemazione del patronato». «È una situazione particolare - fa eco Nicoletta Bianco - ma noi siamo uno spazio aperto e io sono curiosa di sentire cosa dirà Gentilini. Anni fa abbiamo ospitato anche un gruppo di danza del ventre, quando ci venne chiesta, al parroco vennero i capelli dritti». «Io sono contraria ma siamo in democrazia», sospira Manuela Salloum, del circolo culturale cattolico Noi. E lo sceriffo padano? Non si scompone: «Dicano quello che vogliono, io sono stato invitato e ci sarò. Sono un cattolico praticante io, mica un comunista».


in “la Repubblica” del 25 marzo 2011

Annunciazione: quando si pensa ad una nuova nascita...

"Perché un uomo e una donna si decidono a fare un figlio? Davvero si «decidono» a tanto? È appropriata l'espressione «fare un figlio»? Un figlio è «fatto», oppure solo «desiderato», o addirittura «invocato», e quindi eventualmente «ottenuto»? E come precisare la qualità del «desiderio» o della «volontà» originaria che presiede alla decisione di generare? A quali condizioni quella decisione può apparire «buona», può suscitare dunque consenso e gratitudine in colui che appunto in forza di essa viene in questo mondo? Il «sì» alla vita, da parte di chi nasce, è insieme un «sì» all'iniziale «progetto» dei genitori, alle loro attese o in ogni caso al «disegno» che essi avevano nel cuore? Oppure si tratta di un «sì» a un «disegno» altro da quello dei genitori? Come si manifesta e con quale peso questa eventuale differenza tra l'originario «progetto» dei genitori e il disegno a cui invece di fatto consente il figlio? Non sarà forse condannata ad apparire ineluttabilmente arbitraria e prepotente una decisione come quella di dare la vita a un uomo, e con la vita di necessità molto altro - una patria, una lingua, una tradizione, addirittura un'educazione, un carattere. Il genitore, lo voglia o non lo voglia, diventa di fatto come un «destino» per il figlio, cioè una presenza non solo inevitabile, ma in molti modi determinante; tale suo rilievo non riguarda soltanto le condizioni materiali del vivere, ma le forme stesse del carattere, della coscienza e dunque alla fine l'identità del figlio. Come conciliare tale rilievo esorbitante del genitore con la tanto apprezzata e reclamata «autonomia» dell'uomo?".

Giuseppe Angelini, Il figlio, 15

Made in Italy

Purtroppo anche questa nostra produzione conferma l'accezione negativa dell'espressione "all'italiana": fatta male, di corsa, non attraente, tanto per fare, "alla carlona". Purtroppo.


don Chisciotte

Digiuno e preghiera

Giornata dei «missionari martiri» dedicata a mons. Romero

Il 24 marzo è la giornata dedicata alla preghiera e al digiuno in memoria dei "missionari martiri". Una celebrazione annuale non rituale, se si pensa che lo scorso anno sono stati 23 gli operatori pastorali uccisi in vari Paesi del mondo. La giornata è ispirata al sacrificio di mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso il 24 marzo 1980. Da allora, come ricorda la Fondazione Missio, la Chiesa italiana celebra la giornata di preghiera e digiuno facendo memoria dei missionari martiri e "di quanti ogni anno sono stati uccisi solo perché incatenati a Cristo. La ferialità della loro fede fa di questi testimoni delle persone a noi vicine, modelli accessibili, facilmente imitabili". Nel sito mgm.operemissionarie.it del Movimento giovanile missionario è possibile trovare materiale di animazione e documentario, per offrire contenuti di preghiera e documentazione alle parrocchie e gruppi giovanili che vogliono rispondere all'appello di pregare in favore delle missioni e in memoria dei "martiri" della fede e dell'annuncio missionario. Quest'anno, tra l'altro, l'opinione pubblica mondiale è stata molto colpita dalla morte violenta di Shahbaz Bhatti, l'unico ministro cristiano del governo del Pakistan, ucciso alcune settimane fa a motivo della sua difesa dei diritti civili e di libertà religiosa, gravemente minacciati dai fondamentalisti nel suo Paese.

Il tema di quest'anno. Scrive al riguardo don Gianni Cesena, direttore nazionale della Fondazione Missio, partendo dal tema della XIX giornata: "Restare nella speranza": "Il tema della speranza è stato rivisitato spesso nell'ultimo decennio con esplicito riferimento al nostro continente europeo: lo si è fatto per segnalare che la speranza sembra lasciare i nostri paesi e le nostre città, che i giovani rischiano sempre più di consegnarsi all''attimo fuggente' privo di futuro, che le stesse comunità cristiane si ripiegano al loro interno senza annunciare più il futuro di Dio, che solo può illuminare il presente". Don Cesena sottolinea che "arruolare i martiri sotto il segno della speranza è certamente un'impresa ardita: il martire è per definizione colui che vede interrotta in maniera brusca una parabola di vita, spesso un'esistenza densa di sapienza, di amore, di dono di sé. Il martire in ogni caso porta con sé uno scandalo, come una prova fatale che Dio propone a lui, ai suoi amici, alla comunità che assiste attonita alla sua eliminazione. Se è un missionario pare che la missione stessa si blocchi".

Sorgenti di fiducia. "Il martire tuttavia non resiste solo nella memoria commossa di chi lo ha conosciuto o nel ricordo dei suoi gesti e insegnamenti: il martire resiste in Cristo - prosegue il direttore della Fondazione Missio -. In tal modo diventa segno e fonte di speranza: non ci istruisce tanto la sua morte, ma la vita che prima ha vissuto in nome e per conto del Vangelo e ora la vita che sperimenta nel suo compimento, cioè nella relazione salda e definitiva con Gesù, il Crocifisso Risorto". Secondo don Cesena, "questo sguardo - che i teologi qualificano come 'escatologico' - non isola il martire, ma lo restituisce ai suoi amici, a chi lo ha conosciuto, a chi ne sente parlare. Non solo il suo passato, ma anche il suo presente è giudizio sul nostro cammino di Chiesa e di missione, è sostegno nelle difficoltà, è regola di vita su ciò che i cristiani devono fare o evitare. Nello scandalo dell'apparente assenza, il martire diventa fondatore di nuove speranze, sorgente di fiducia, messaggio che supera il tempo e lo spazio, Parola preziosa per rinnovare la Missione".

Chi c'è "dietro" ogni martire. Tra i testi che supportano la preparazione alla giornata dei missionari martiri, si sottolinea come "l'amore dei missionari martiri per i valori evangelici di giustizia, pace, libertà, fratellanza, ci fa ripensare alla nostra vita, al nostro essere cristiani, alla coerenza delle nostre scelte: le missionarie e i missionari uccisi ci stimolano a vivere il Vangelo seriamente e integralmente dando la nostra bella testimonianza nell'ambiente in cui viviamo e operiamo". Ecco quindi che "fare memoria dei martiri è acquisire una capacità interiore di interpretare la storia oltre la semplice conoscenza. (...) I missionari uccisi per causa del Vangelo ci ricordano che non è più tempo per attese vuote e incoscienti".



La mappa degli uccisi nell'anno 2010 come contributo testimoniale per la libertà religiosa, la diffusione del vangelo e l'annuncio della salvezza.

23 operatori pastorali: 1 vescovo (mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia); 15 sacerdoti (13 diocesani; 1 Ofm; 1 Ofm conv); 1 religioso (Sdb); 2 seminaristi (1 Sj); 1 religiosa; 3 laici.

Paesi di origine: Asia 5 (2 Cina, 2 Iraq, 1 India); America 14 (5 Brasile, 3 Colombia, 2 Messico, 1 Perù, 1 Stati Uniti,1 Portorico, 1 Haiti); Africa 2 (1 R.D. Congo; 1 Togo); Europa 2 (1 Italia, 1 Polonia).

Luoghi della morte: Asia 6 (2 Cina, 2 Iraq, 1 India, 1 Turchia); America 15 (5 Brasile, 3 Colombia, 2 Messico, 2 Perù, 1 Venezuela, 1 Haiti, 1 Ecuador); Africa 2 (2 R.D. Congo).

Un grande italiano

La preziosa lezione del cardinal Martini

Il fine biblista, il teologo, il mai dimenticato arcivescovo di Milano

di Aldo Grasso

La programmazione di «Correva l'anno» sul 150° anniversario dell'Unità d'Italia è proseguita con una puntata sul cardinal Carlo Maria Martini: il fine biblista, il teologo, il mai dimenticato arcivescovo di Milano (Raitre, lunedì, ore 23.10). Al centro di ogni ricordo del cardinale c'è sempre la Scrittura. È stato il suo più grande insegnamento: come lasciarsi interrogare dalla pagina biblica, come imparare a fare silenzio per ascoltare le pagine del testo sacro, come fare della Bibbia il precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana. Il ritratto di Nicola Vicenti ha messo in luce, tra altri, due aspetti fondamentali che riguardano il mondo della comunicazione e, più in generale, del sapere. Il primo è sulla «lectio divina», la lettura dei testi sacri, l'antico metodo dei Padri della Chiesa, che a loro volta si richiamavano all'uso rabbinico, e che prevede tre grandi gradini o momenti successivi: la «lectio», la «meditatio», la «contemplatio». Martini li ha spiegati così, dandoci una preziosa lezione su quello che dovrebbe essere il nostro rapporto con tutti i testi, dai libri alla tv: per non restare alla superficie delle cose bisogna procedere all'attenta lettura del testo, a una riflessione sul testo e infine al dialogo con il testo, rendendosi cioè disponibili a quanto letto o visto. Il secondo aspetto riguarda la tv. A differenza di molta letteratura negativa (che di solito suscita facili consensi e si esprime nell'elenco dei danni provocati dalla «cattiva maestra» sulla società), il cardinal Martini ha affrontato il tema della tv con spirito positivo, con fiducia, quasi con entusiasmo. Il libro era Il lembo del mantello (1991), una riflessione sulla comunicazione suggestiva come e più di una parabola. Paolo Mieli ha chiuso la puntata definendo il cardinal Martini «un grande guardiano di confine». Che è una bella definizione di sapore biblico.

Qui il filmato della trasmissione dal sito della Rai.

Sconfitte

Bomba o non bomba

di Giorgio Bernardelli

Non è che il disagio con cui seguiamo le notizie di questi giorni è figlio anche di troppi passi indietro che abbiamo fatto tutti rispetto a un tema importante come quello della pace?

Sono molto a disagio di fronte a questa guerra in Libia. Non mi piacciono affatto il modo in cui si è materializzata e le ambiguità del mandato dell'Onu. Ma nello stesso tempo so anche che senza questo intervento Gheddafi sarebbe già a Bengasi, con il seguito che è terribilmente facile immaginare. E quindi? Bombardamenti sì o bombardamenti no? È la domanda che in queste ore spacca anche il mondo cattolico: di prese di posizione perplesse ne ho viste parecchie e non tutte provengono dalla solita area «pacifista». Tante delle argomentazioni sollevate le condivido. Se dovessi tracciare un'analisi politica mi verrebbe da dire che c'è stata una colpevole disattenzione rispetto a quanto stava succedendo e che per affrontare davvero la questione Libia si è aspettato il momento in cui probabilmente non c'erano più alternative alle armi. Il che, comunque, è una sconfitta. Anche perché i possibili sbocchi dell'intervento militare in atto sono tutt'altro che chiari. Ma ai lettori di Vino Nuovo - giustamente - le nostre analisi politiche interessano solo fino a un certo punto. E allora preferisco porre un altro tipo di domanda, che chiama in causa direttamente il nostro vissuto ecclesiale: non è che il disagio di questi giorni è figlio anche di troppi passi indietro che abbiamo fatto tutti rispetto a un tema importante come quello della pace? Perché finiamo sempre per parlarne solo quando ci sono i motori dei caccia che rullano già sulla pista? Perché non sappiamo più alzare la voce prima per dire con chiarezza che situazioni di ingiustizia come quelle che da troppo tempo si consumavano in Libia sono inaccettabili per la comunità delle nazioni? Viviamo in comunità cristiane dallo sguardo sempre più ristretto. Ascoltiamo gli appelli che quasi ogni domenica il Papa lancia all'Angelus con l'indifferenza di chi ascolta «uno che fa il suo mestiere»: parla di sofferenze che non ci toccano più di tanto. Ci siamo stufati persino di ascoltare le notizie sul conflitto che insanguina la Terra di Gesù: israeliani e palestinesi non si mettono mai d'accordo, e allora che se la sbrighino un po' loro... E dire che «pace in terra agli uomini che Dio ama» è stata la prima parola che ha accompagnato il Verbo che si faceva carne. Dobbiamo tornare a parlare di pace e a confrontarci su come la si costruisce davvero. Dobbiamo tornare a dire anche le cose più scomode. Ad esempio che la pace non è mai gratis: noi abbiamo questa stupidissima idea della pace come l'happy end del cinema, la soluzione che si impone da sé. Quando c'è una guerra guardiamo sempre i popoli che la subiscono con una certa commiserazione, pensiamo sempre che in fondo sarebbe così facile mettersi d'accordo. Ma non è affatto così: la pace costa, la pace ha sempre un prezzo che bisogna essere disposti a pagare. E noi, oggi, a che cosa siamo disposti a rinunciare perché i nostri fratelli in Libia possano vivere in pace? Oppure pensiamo davvero che - una volta rimesse a posto le cose con i caccia bombardieri - tutto potrà ricominciare come prima? Che potremo utilizzare nello stesso modo le loro risorse naturali, vendere loro le stesse nostre armi, chiedere loro di fare da diga contro quei "pezzenti" che stanno sull'altra sponda del Mediterraneo? Speriamo che finisca presto la guerra in Libia. E speriamo che l'onda che sta scuotendo il Maghreb e i Paesi arabi sia davvero l'inizio di una trasformazione positiva per quest'area del mondo. Ma speriamo soprattutto che la nostra coscienza non si addormenti fino al prossimo briefing del generale di turno. Sarebbe la sconfitta peggiore.

Non possiamo tacere di fronte al dolore

Comunicato stampa del presidente di Pax Christi Italia,

mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia

Odissea dalla politica

Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi ha denunciato le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi, anche dopo la sua visita in Italia, sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico.

Mentre parlano solo le armi, si resta senza parole. Ammutoliti, sconcertati. Anche noi di Pax Christi, come tante altre persone di buona volontà.

Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi, con altri, ha denunciando le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi senza dire nulla, anche dopo la sua visita in Italia “sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il dio interesse è un dio assoluto, totalitario, a cui tutto va immolato. Anche a costo di imprigionare innocenti, torturarli, privarli di ogni diritto, purché accada lontano da qui. In Libia.” (Pax Christi 2 settembre 2010).

Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico!

Non possiamo tacere la triste verità di un'operazione militare che, per quanto legittimata dal voto di una incerta e divisa comunità internazionale, porterà ulteriore dolore in un'area così delicata ed esplosiva, piena di incognite ma anche di speranze. Le operazioni militari contro la Libia non ci avvicinano all'alba, come si dice, ma costituiscono un'uscita dalla razionalità, un' “odissea” perchè viaggio dalla meta incerta e dalle tappe contraddittorie a causa di una debolezza della politica.

Di fronte a questi fatti, vogliamo proporre cinque passi di speranza e uno sguardo di fede:

1) Constatiamo l'assenza della politica e la fretta della guerra. E' evidente a tutti che non si sono messe in opera tutte le misure diplomatiche, non sono state chiamate in azione tutte le possibili forze di interposizione. L'opinione pubblica deve esserne consapevole e deve chiedere un cambiamento della gestione della politica internazionale.

2) Si avverte la mancanza di una polizia internazionale che garantisca il Diritto dei popoli alla autodeterminazione.

3) Non vogliamo arrenderci alla logica delle armi. Non possiamo accettare che i conflitti diventino guerre. Teniamo desto il dibattito a proposito delle azioni militari, chiediamo che esse siano il più possibile limitate e siano accompagnate da seri impegni di mediazione. Perchè si sceglie sempre e solo la strada della guerra? Ce lo hanno chiesto più volte in questi anni i tanti amici che abbiamo in Bosnia, in Serbia, in Kosovo, in Iraq.

4) Operiamo in ogni ambito possibile di confronto e di dialogo perché si faccia ogni sforzo così che l'attuale attacco armato non diventi anche una guerra di religione. In particolare vogliamo rivolgerci al mondo musulmano e insieme, a partire dall'Italia, invocare il Dio della Pace e dell'Amore, non dell'odio e della guerra. Ce lo insegnano tanti testimoni che vivono in molte zone di guerra.

5) Come Pax Christi continuiamo con rinnovata consapevolezza la campagna per il disarmo contro la produzione costosissima di cacciabombardieri F-35. Inoltre invitiamo tutti a mobilitarsi per la difesa della attuale legge sul commercio delle armi, ricordiamo anche le parole accorate di d.Tonino Bello: “dovremmo protenderci nel Mediterraneo non come “arco di guerra” ma come “arca di pace”.

Giovanni Paolo II per molti anni ha parlato dei fenomeni bellici contemporanei come “avventura senza ritorno”, “ spirale di lutto e di violenza”, “abisso del male”, “suicidio dell'umanità”, “crimine”, “tragedia umana e catastrofe religiosa”. Per lui “le esigenze dell'umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l'assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinati” (12 gennaio 1991).

In questa prospettiva Pax Cristi ricorda ai suoi aderenti che il credente riconosce nei mali collettivi, o strutture di peccato, quel mistero dell'iniquità che sfugge all'atto dell'intelligenza e tuttavia è osservabile nei suoi effetti storici. Nella fede comprendiamo che di questi mali sono complici anche l'acquiescenza dei buoni, la pigrizia di massa, il rifiuto di pensare. Chi è discepolo del Vangelo non smette mai di cercare di comprendere quali sono state le complicità, le omissioni, le colpe. E allo stesso tempo con ogni mezzo dell'azione culturale tende a mettere a fuoco la verità su Dio e sull'uomo.


Sua Ecc.za Mons. Giovanni Giudici, presidente di Pax Christi Italia

Pavia, 21 marzo 2011

Credo

L'autore di questo pezzo senz'altro porta l'acqua al suo mulino (e chi non lo fa?!) e non credo che un singolo articolo di giornale  possa esaurire l'annosa questione. Però sono convinto che le questioni sollevate siano di non poco conto e che meritino un'attenzione maggiore negli ambienti ecclesiali ed ecclesiastici. Capisco di non essere tra quei cattolici che si allineano al coro di esultanza per la sentenza della Corte di Strasburgo (che - non appena interverrà su altre questioni - sarà demonizzata dagli stessi cattolici che ora ne lodano la saggezza), ma credo di non essere eretico né di non amare il Crocifisso... Credo nell'amore per il mio Paese e le sue istituzioni. E anche per chi non è né cattolico né cristiano.


don Chisciotte

 


Il crocifisso non è innocuo

di Gian Enrico Rusconi

La sentenza della Corte di Strasburgo è prigioniera di un brutto paradosso. Dichiarando che il crocifisso esposto in un'aula scolastica non lede alcun diritto, non solo lo dichiara innocuo, ma declassa il più potente segno religioso dell'Occidente a un marcatore identitario. «Non fa male a nessuno» - come ripetono da sempre i molti per trarsi d'impaccio dal conflitto di ragioni che la questione seriamente solleva. Posso comprendere il tripudio dei cattolici governativi e dei leghisti che dopo lo smacco della riuscitissima festa dell'Unità d'Italia si consolano dicendo che nazionale non è la bandiera tricolore ma il crocifisso. Quello che non capisco (si fa per dire) è l'entusiasmo della gerarchia ecclesiastica. Non si rende conto dell'equivoco che promuovendo il crocifisso come simbolo di universalismo e umanitarismo in esclusiva nazionale, negando di fatto spazio ad altri simboli religiosi, lo priva della sua specifica autenticità religiosa? Preoccupazioni culturali, considerazioni psicologiche; deduzioni giuridiche. Di tutto si parla, salvo che del valore religioso del crocifisso che rappresenta (dovrebbe rappresentare) il Figlio di Dio in croce. Non semplicemente un uomo giusto e innocente ma - in una prospettiva teologica carica di mistero - il Figlio di Dio che muore per volontà del Padre per redimere l'uomo dal peccato. Terribile mistero di fede, diventato oggi incomunicabile, banalizzato a segnaposto identitario nazionale. Evidentemente tra i «valori non negoziabili» di molti cattolici c'è la rivendicazione dello spazio pubblico per le loro idee su famiglia e omosessualità, ma non c'è la capacità di trovare le parole per comunicare verità dogmatiche di cui si è perso letteralmente il significato: peccato originale, redenzione, salvezza. Tanto vale ripiegare sulla simbologia umanitaria, come si trattasse di Gandhi. Anzi meglio di Gandhi: «Abbiamo il crocifisso». Non è certo compito degli atei devoti o dei laici pentiti occuparsi di queste cose. A loro non interessano queste faccende teologiche. Ma dove sono i cristiani maturi? Dove sono i «teologi pubblici» - come dice la nuova moda? Lascio a chi è più competente di me dare un giudizio giuridico sulla sentenza di Strasburgo. Il lungo testo sembra molto preoccupato di delimitare i confini della competenza della Corte: «Non le appartiene pronunciarsi sulla compatibilità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche con il principio di laicità quale è consacrato nel diritto italiano». In altre parole, si affida alla giurisprudenza italiana, facendo finta di non sapere quanto essa sia incerta e controversa. Anzi adesso molti uomini di legge saranno sollevati d'avere un'autorevole istanza «esterna» cui appoggiare i loro argomenti. Un punto importante tuttavia è acquisito dalla sentenza: in tema di religione (insegnamento, spazio pubblico, rapporti istituzionali tra Chiesa e Stato) il criterio nazionale ha la precedenza su ogni altro. Ma questo in concreto vuol dire che in Europa prevarranno linee interpretative molto diverse da Paese a Paese: la situazione francese è inconfrontabile con quella tedesca, con quella italiana, con quella spagnola, per tacere dei nuovi Stati membri dell'Europa orientale. Con buona pace dell'universalismo del messaggio cristiano ridotto a principi generalissimi diversamente intesi e praticati a Parigi, a Berlino, a Roma o ad Atene. E' come se per paradosso si riproducessero di nuovo - in termini non drammatici - le antiche divisioni della cristianità occidentale. Ma poi la Corte fa un passo ulteriore significativo, quando dichiara con una certa disinvoltura di non avere prove di una influenza coercitiva negativa del simbolo cristiano su allievi di famiglie di religione o di convincimenti diversi. In realtà proprio su questo punto è stata decisiva anni fa la sentenza della Corte Costituzionale tedesca (a mio avviso la più equilibrata e convincente mai pronunciata) che al contrario ha dichiarato necessario tenere in considerazione le opinioni di tutti gli interessati. Si tratta infatti di un conflitto tra diritti legittimi. L'esito finale della lunga appassionata controversia sul crocifisso in aula è stato il più impegnativo che si potesse immaginare: nessuna imposizione di legge, ma ragionevole intesa tra tutti gli interessati. In nome dell'universalismo e del rispetto reciproco. E' una strada difficile da praticare, ma è l'unica degna di una democrazia laica matura. Peccato che noi ne siamo ancora molto lontani.


21 marzo: canzone primaverile

«Dopo san Francesco ora canto un martire»

Angelo Branduardi ha scelto un'impronta pirandelliana per il suo nuovo album Così è se mi pare. A comporre Così è se mi pare sono quattro nuovi pezzi e due cover, The scarlet tide di Elvis Costello e Fairy tale in New York dei Pogues. Mezz'ora di suoni dal sapore antico cui prestano estro e penna Maurizio Fabrizio, Walter Tortoreto e la moglie Luisa Zappa Branduardi. La scelta di includere solo sei pezzi è imposta da due necessità: mettere in vendita il cd a prezzo ribassato (9,90 euro) e poter curare ogni dettaglio in maniera quasi maniacale. «Non avendo più obblighi di classifica o di mercato, posso concedermi il lusso di fare i dischi proprio come voglio. Anche perché in Italia come in Germania, in Belgio o in Francia il mio zoccolo duro, i "Branduardians", non me lo tocca nessuno" spiega, mostrando con orgoglio il calendario di un tour (...).

In Gira la testa (La veglia di San Gemolo) si aggiunge alla comitiva pure il paroliere Pasquale Panella. «Il pezzo nasce da una nostra chilometrica telefonata in cui gli ho raccontato la mitica storia di san Gemolo, martirizzato attorno all'anno Mille nel luogo in cui oggi sorge la Badia di Ganna, poco lontano da dove vivo. Decapitato dai briganti, l'uomo (che li aveva inseguiti e cercato di convincerli in nome di Dio a riconsegnare ciò che avevano rubato a suo zio vescovo, che transitava di lì in viaggio verso Roma - ndr) raccolse la propria testa, risalì a cavallo, e fece ritorno al proprio accampamento. Poi, compiuta la sua missione, accettò di riposare per l'eternità». (...)


Massimo Gatto






Vale non solo per adolescenti e giovani

Passate delle ore su Facebook? Attente ai disturbi alimentari

Le teenager che amano molto i social network sono a maggior rischio di anoressia, bulimia, diete sconsiderate

Passano ore e ore incollate a Facebook. Poi magari sfogliano un paio di riviste di moda, quindi si vedono in tv telefilm sul genere "Gossip girl", pieni di ragazze bellissime e soprattutto magrissime. Le quindicenni che trascorrono così il tempo libero sono candidate ideali ai disturbi alimentari, oltre che quasi sicuramente insoddisfatte e poco fiduciose in loro stesse. Lo dimostra uno studio dell'università di Haifa, condotto su circa 250 adolescenti dai 12 ai 19 anni. Alle ragazze è stato chiesto di indicare le loro abitudini nel tempo libero, con particolare riferimento al tempo trascorso su internet e alla televisione: i ricercatori hanno indagato il tipo di siti e di programmi visti dalle ragazze, in più le hanno sottoposte a questionari per capirne l'atteggiamento verso il cibo e il grado di autostima e fiducia in loro stesse. I risultati sono chiari: quanto più a lungo le ragazze passavano il tempo su Facebook, tanto più era probabile che soffrissero di disturbi alimentari come bulimia o anoressia. Le più assidue erano anche le adolescenti con maggiori problemi di insoddisfazione personale, che non si piacevano e avrebbero voluto mettersi a dieta per perdere peso. Stesso discorso vale per la televisione o per tutti i contenuti di internet correlati alla moda: in soldoni, la visione di modelle e attrici francamente sottopeso fa sì che le ragazzine si vedano brutte, inadeguate. E questo per alcune è la molla che le precipita in un disturbo alimentare vero e proprio, le altre hanno comunque la tendenza a sottoporsi a diete insensate e vivono male, insoddisfatte e poco sicure di sé. I modelli estetici proposti dai media, allora, fanno davvero male alle adolescenti? «Fanno malissimo - conferma Maria Malucelli, specialista di disturbi alimentari psicogeni della Fondazione Fatebenefratelli di Roma -. Nell'essere umano l'apprendimento dei comportamenti avviene per imitazione di modelli esterni: questo accade nel bambino, l'adulto dovrebbe confrontarsi con i modelli a cui viene esposto e criticarli, adottandoli o rifiutandoli sulla base della propria elaborazione critica personale. Oggi però la costruzione di una struttura di personalità, ovvero di ciò che serve per avere le "spalle forti" di fronte al mondo esterno, è ritardata rispetto al passato: morale, fino a 25 anni i giovani sono ancora "deboli" di fronte ai modelli e, inconsapevolmente, continuano a imparare per imitazione. I motivi sono vari, uno è senz'altro la mancanza di un vero ponte di comunicazione fra genitori e figli: in questo vuoto si sono inserite televisione e internet, che propongono modelli "virtuali" che i ragazzini assorbono passivamente, procurandosi solo dolore e insoddisfazione. Le ragazze somatizzano l'infelicità per la loro incapacità di aderire perfettamente ai modelli stereotipati di oggi con problemi di comportamento alimentare, nei maschi spesso compaiono disturbi sessuali già a 20 anni». Ma perché anche Facebook fa male? «Perché è comunque una comunicazione falsata - risponde Malucelli -. Non c'è un vero contatto umano, pur essendo un mezzo che consente un approccio più attivo ai modelli proposti rispetto alla televisione». Le ragazzine lo percepiscono e, in questa assenza di rapporti veri, finire preda delle proprie fragilità è più che probabile. Come evitare questa deriva dei figli verso modelli irreali, che procurano loro soltanto dolore? Secondo gli israeliani la chiave di volta sono i genitori: nel loro studio, se mamma e papà trascorrevano tempo con le figlie, guardavano e discutevano con loro i programmi televisivi, sapevano quali siti frequentavano le ragazze e navigavano anche in rete e su Facebook con loro, le adolescenti avevano una maggior autostima, si sentivano meglio nei propri panni e questo, per usare le parole degli israeliani, era un ottimo "scudo" nei confronti di possibili disturbi alimentari. «È davvero così: l'adulto può rendere "attivo" il modello proposto dall'esterno stando accanto al figlio, criticando ciò che si vede assieme pur senza imporre il proprio parere. Sarebbe opportuno anche riuscire a limitare il tempo trascorso in Rete, concedendo internet non più di un'ora al giorno», conclude l'esperta.

Elena Meli

Controcorrente

Chi glielo dice?

di Stefania Falsini

Storia di una mamma e di certi messaggi che per colpa di tanti «comportamenti innocenti» non arrivano più al cuore ai nostri figli piccoli

Chi glielo dice a mio figlio che quando avrà 14 anni non potrà uscire quattro sere a settimana per mangiare la pizza con gli amici, che ogni tanto è giusto fermarsi, magari riposare un po', regalarsi un tempo di noia da riempire con pensieri liberi?

Chi glielo dice che il silenzio non fa paura, anzi ci aiuta ad ascoltare noi stessi?

Che è meglio rimanere in piedi per la forza interiore e per l'equilibrio conquistati a fatica nel tempo e non per forza centrifuga, che ogni tanto bisognerà anche rompersi le palle a fare i compiti.

Forse glielo diranno le maestre della scuola materna dove si organizzano quasi tutti i giorni feste di ogni sorta senza soluzione di continuità all'insegna del magna magna e del non so nemmeno che si festeggia ma l'importante è fare casino.

Oppure glielo diranno le zelanti mammine dei suoi compagni di classe che mi inondano la casella postale con mail in cui fanno a gara su chi porta cosa per le povere creature che non sia mai non mangiano.

Chi glielo dice che non è giusto né sano non toccare nulla del pasto che viene servito a mensa perché si ha la pancia piena di patatine, succhi di frutta e merendine? Glielo dovrebbero dire le mammine di cui sopra che indicono riunioni perché qualcuno verifichi che il cibo della mensa è veramente biologico.

Io vorrei dirgli che festeggiare il compleanno di un amichetto è un modo per dire che sei felice che lui sia nato, che sei felice di averlo conosciuto. Che la tua vita non sarebbe la stessa senza di lui.

Io vorrei dirgli che c'è un tempo di ordinarietà e che ci sono momenti di solennità, che le cose belle si celebrano con cura e attenzione, che le feste segnano i fatti importanti della vita.

Io vorrei dirgli che fare un regalo per un amico non è mamma che mette una quota nel mucchio ma è chiedersi cosa gli potrebbe fare piacere oppure come potremmo sorprenderlo.

Io glielo dico. Non so se la mia voce riuscirà ad arrivare alle sue orecchie nonostante il frastuono. Ma io glielo dico.

I nostri confinanti, i libici

Il tema che il papa propone [nel Messaggio per la Pace del 1 gennaio 1986]: pace senza confini. Che significa? Che la pace non è né di destra né di sinistra (...) Se in un angolo della terra, anche piccolo, ci fosse la guerra, noi qui, a Giovinazzo, non potremmo starcene tranquilli, perché quel focolaio mette in crisi anche noi (p. 78).

Non dobbiamo aspettarci una pace prefabbricata. La pace richiede una strategia: non dobbiamo tentare il Signore! Dobbiamo invece tracciare non solo il disegno del traguardo - perché sappiamo che la pace tutti la vogliamo - ma anche una indicazione di percorso (p. 49).


mons. Tonino Bello, Pace. Quanto resta della notte?

Diversi "Perch

Via Crucis metropolitana

di Francesca Lozito

Alcuni escono dal balcone, ma molti preferiscono sbirciare da dietro le tende. E chi invece cammina non può che chiedersi: «Perché non sono qui con noi?»

"Allora, tutti quelli che sono al centro si mettano alla mia destra, quelli che sono alla mia sinistra inizino a seguirci solo dopo che quelli alla mia destra si saranno incamminati, mi raccomando!". Il giovane sacerdote è molto preciso nel dare le indicazioni della processione. Del resto lui ha la fama di essere uno che le cose le fa bene dentro la parrocchia. Saranno almeno un centinaio quelli radunati sul sagrato per attraversare, flambeau alla mano, da una parte all'altra del viale della Grande città.

Santa Madre deh!voi fate... cantano al megafono e si incamminano, mentre gli uomini della parrocchia ai lati con il corpetto da servizio d'ordine fanno in modo che ci si muova in modo ordinato. Mentre si va avanti quel che colpisce è chi in processione non c'è: escono dal balcone le donne, gli uomini, ma molti preferiscono sbirciare da dietro le tende. E chi invece sta camminando non può che chiedersi: "Perché non sono qui con noi? Chi sono queste persone che magari sono rientrate da poco dal lavoro, che hanno un affanno nel cuore che non riescono ad esprimere?". Piccole monadi di città, alcune di loro magari si saranno incrociate qualche volta per le scale del condominio o avranno imprecato per un'attesa oltremodo lunga alla cassa del supermercato ... "signora mia!".

Per attraversare il grande viale sono arrivati i vigili urbani: le macchine sono ferme e dall'altoparlante si chiede di andare avanti in fretta, perché in fondo sono le 9 di sera, c'è ancora traffico e non lo si può bloccare per molto.

L'ultimo tratto si fa passando per una via della città, nota per essere un concentrato di negozi e ristoranti etnici e le più malfamate case alloggio, quelle in cui gli immigrati vivono stipati in venti, trenta in pochi metri quadri, condizioni igieniche disastrose e un affitto sproporzionato. La via del quartiere in cui quando ci arrivi ad abitare ti sconsigliano di andarci di sera da sola. Mentre i fedeli la percorrono la via malfamata, accade qualcosa di davvero particolare: dai negozi, dai ristoranti, dai portoni delle case escono ad uno ad uno gli uomini che la abitano, e si tolgono il cappello e chinano il capo in segno di rispetto davanti alla croce di legno che passa per la strada per raggiungere infine l'altra parrocchia.

Qualche parola non preparata del parroco, riflessione spontanea frutto della preghiera e poi ognuno può baciare la croce: chi tocca il piede, chi bacia la mano, chi ripete il gesto più volte, chi passa soltanto accanto, chi piange ... poi si ritorna nelle case, ripassando per le strade della Grande città. Questa volta a passo svelto, senza guardare in alto.

Uso strumentale della Parola di Gesù

Non è un invito all'indulgenza

di Erika Tomassone

«Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei» (Giovanni 8, 7): con questa parola Gesù disarma le mani pronte a lapidare legalmente una donna. Disarma le menti di uomini che utilizzano la donna come caso di dibattito per poter accusare Gesù. La violenza smascherata dal testo è dunque doppia: contro la donna e contro Gesù. Lasciarsi trascinare nella situazione violenta era, per Gesù, esprimere una opinione a favore o contro. In ogni caso la donna e Gesù sarebbero stati condannati. Gesù sgretola la situazione violenta, pezzo per pezzo. Innanzitutto si sottrae al cerchio del giudizio maschile e dotto, che trattiene al centro una donna adultera colta in flagrante, mentre si è lasciata sfuggire il suo compagno di adulterio. Lui, un maestro e un maschio, si sottrae alla complicità di quel giudizio: tiene gli occhi bassi, scrive a terra. E mentre la donna scivola sullo sfondo, le interrogazioni insistenti portano Gesù al centro del giudizio. Ora non si può più sottrarre, deve esprimere un'opinione. La parola di Gesù prende sul serio la prassi della legge ebraica secondo cui la prima pietra doveva essere scagliata dai testimoni accusatori perché avessero coscienza della grave responsabilità che si assumevano. Gesù però estende questo principio: solo chi è personalmente senza peccato può farsi esecutore del giudizio. Non solo chi non ha mai vissuto l'adulterio, ma chi è oggi senza peccato, una situazione del tutto impossibile per un umano, può essere giudice contro un altro umano fino al punto da togliere la vita a qualcuno, anche se una legge religiosa lo prevede. Solo Dio può giudicare in quel modo e, come dice il testo, il suo giudizio è misericordia e nuova possibilità di vita, non violenza. Il cerchio maschile giudicante si scioglie, dai più saggi ai più giovani, nessuno di quegli uomini può negare la propria situazione di peccato davanti a Dio. Il limite della loro azione giudicante violenta è dato dalla condizione umana che non può autoassolversi, ma che sta necessariamente davanti al giudizio di Dio. Dal giorno in cui Gesù ha pronunciato questa parola, c'è sempre stato, in ogni epoca, qualcuno che l'ha interpretata come un invito all'indulgenza verso i propri reati o errori. Siccome siamo tutti peccatori, siamo tutti assolti, nessuno può criticare il comportamento di nessuno, tanto prima o poi, a scavare bene, scoprirò che anche tu fai come me. Da parola che disinnesca la violenza richiamandosi alla serietà della propria posizione davanti a Dio, e chiede conversione dai comportamenti ingiusti, oggi, è diventata giustificazione per sottrarsi alle proprie responsabilità. Meglio non citare la Bibbia in questo modo.

in “Riforma”, 11 marzo 2011

Libera Chiesa in libero Stato

E' da qualche ora che mi domando: perché i rappresentanti delle istituzioni nazionali del mio Paese, in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbero partecipare alla Messa della Chiesa cattolica?



Se coloro che ricoprono delle cariche istituzionali fossero tutti dei battezzati cattolici credenti e praticanti troverebbero il modo di partecipare alla Messa e/o di pregare per l'Italia, oggi, ogni Domenica, ogni giorno. E probabilmente non nelle “cerimonie ufficiali”.

Se ci fosse più rispetto per la celebrazione della Messa (e per Colui che si fa presente nel Pane e nel Vino consacrati) non la si ridurrebbe a “parata civile”, a “momento istituzionale”.

Se si ci fosse una Buona Notizia evangelica da annunciare anche oggi, si farebbe una omelia-predica nella Messa, e non un discorso alle istituzioni o ai cittadini.

Se le autorità civili riconoscessero come bene della Nazione una preghiera all'Altissimo a favore del nostro popolo, dovrebbero chiedere questo gesto a tutte le religioni presente sul territorio italiano (o almeno le più rappresentate) e magari parteciparvi come segno di accoglienza, rispetto, gratitudine.

Se si riconoscesse la Divina Presenza nel Sacramento dell'Eucarestia non la si “userebbe” per radunare riflettori, commentatori, fotografi, guardie del corpo, sbadigli, corpi istituzionali, sagome ingessate, applausi o fischi.



Ma allora perché?!


don Chisciotte

Storia

Buongiorno Italia

di Massimo Gramellini


Come tanti torinesi in questa giornata di festa, passeggio sotto i portici imbandierati del centro levandomi il cappello ogni volta che qualcuno mi saluta: «Cerea». Cerea. Anzi... buongiorno!». Oggi si parla italiano. Perché oggi sulla Gazzetta Ufficiale del Regno è nata l'Italia e, comunque la pensiate, è una gran cosa. Una cosa fatta da noi. Già, noi. Una minoranza di entusiasti. Ma sono le minoranze di entusiasti a fare la storia, per poi imporla ai pigri e agli scettici come epica collettiva. Davanti a Palazzo Carignano bivacca un gruppo di patrioti lombardi che cantano Mameli a squarciagola. Soltanto uno rimane in silenzio: «Perché tu non canti, Trota?» lo apostrofa un bergamasco. «Perché son federalista». «E alura? Gli americani sono più federalisti di te. Però quando parte l'inno nazionale si mettono la mano sul cuore! Te capì?».

Uno stormo di tonache svolazza sul selciato, lanciando anatemi contro il misfatto appena compiuto da quella banda di massoni: unire l'Italia contro la volontà del Santo Padre! Svoltano l'angolo, ma uno dei pretini torna indietro, lanciando occhiate furtive. Quando è sicuro che i confratelli non lo vedono, estrae dalla tonaca un fazzolettone tricolore e lo sventola in direzione dei ragazzi lombardi. Poi lo rimette in tasca, si fa il segno della croce e fugge via. Fosse un profeta direbbe: «Fra un secolo e mezzo persino il Papa la penserà come me». Invece è solo un povero diavolo innamorato dell'Italia, nonostante tutto. Come tanti italiani in questa benedetta domenica 17 marzo 1861.

Andare per credere

Paolini: Korogocho, il mio Vajont africano

Nel 2001, assieme ad un gruppo di amici, organizzammo una manifestazione all'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Eravamo in periodo pre-elettorale e cercavamo un modo nostro, fuori dai patrocini degli schieramenti politici, per manifestare il nostro dissenso, gridare il nostro «basta» a tutti i «contro» e condividere la fatica di cercare dei «per» in cui credere. Fu un'auto-convocazione per un 25 aprile di resistenza che chiamammo «Appunti partigiani» e che da allora rinnova i suoi comizi d'amore ogni anno su quello stesso palcoscenico. Sul palco tutti uguali, sette minuti ciascuno, in un passaggio di testimone tra rockstar e artisti di strada, cabarettisti, attori di teatro, musicisti classici e scrittori. Mai da soli, ciascuno accompagnato da qualcun altro, come nella vita dovrebbe essere. Tutti gratis, tutti con il solo scopo di dare significato a quel 25 aprile e, magari, un pochino aiutare il prossimo, quello della Comasina, come quello di Breganze, ma anche di Nairobi, di Korogocho. Decidemmo infatti di devolvere l'intero incasso raccolto con le offerte del pubblico al progetto di padre Alex Zanotelli a Korogocho.

Ci aspettavamo cinquemila persone, ne vennero più di quindicimila, c'era chi già conosceva padre Alex e chi ancora no, ma tutti capirono che una piccola offerta era un atto di giustizia prima ancora che di solidarietà. Fu una giornata lunga, faticosa e meravigliosa, e la raccolta delle offerte fu generosa. Il giorno dopo, chiamammo padre Alex per dirgli cosa avevamo fatto e lui ci disse: «Grazie per aver organizzato l'incontro, grazie di cuore a tutti. Per i soldi che avete destinato a Korogocho

Bambini-miniature

Mia figlia è una "mini-me"

Le dive esibiscono i loro figli vestiti come piccoli adulti e dai modi perfetti. Ma anche intorno a noi vediamo molte mamme che allevano delle piccole "replicanti". Dietro questa "complicità" ci sono dei bimbi felici? Ne parliamo con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi

di Elisa Poli

Katie Holmes con la piccola Suri, vestita come una giovane adulta. Angelina Jolie che regala alla figlia una borsa, versione mini, uguale alla sua. Maria Lourdes che partecipa a un videoclip di mamma Madonna e si veste come lei ai tempi di "Like a Virgin". Jessica Alba, sempre in look sobrissimi, con la piccola Honor rigorosamente ton sur ton. Guardare le immagini delle mamme celebrities strappa sempre un sorriso, con i loro piccoli così belli e vestiti bene, e magari ce li fa un po' invidiare. I loro bambini cresceranno sicuramente eleganti, pieni di carattere, bellissimi. Ma è veramente così? Abbiamo chiesto a Maria Rita Parsi, piscoterapeuta, scrittrice e presidente della Fondazione Movimento Bambino, cosa pensa al riguardo.

Vediamo spesso sulle riviste bambini abbigliati con accessori caratteristici dell'età adulta come scarpe con il tacco, borse griffate e trucco, cosa c'è dietro?

Semplice, di solito c'è un adulto problematico. Una persona che non ha vissuto un'infanzia positiva, libera e spensierata, può cercare di recuperare il tempo perduto quando diventa genitore. Inconsciamente vive di nuovo l'infanzia attraverso i figli. E in più la realizza, la pensa, con il cervello da adulto che ha, con desideri da persona adulta. Va da sé che il bambino non ne trae vantaggio.

Quali sono gli aspetti principali di questa problema?

Si possono avere casi diversi. Può accadere che il genitore spettacolarizzi il figlio, già dalla gravidanza, trattandolo come un'appendice di se stesso. Ecco così che vediamo in giro dei bambini-miniature. La mamma (parliamo di madri, perché di solito è un fenomeno che colpisce le donne) usa il bambino come un accessorio, una "bambolina", da vestire ed esporre. Come un oggetto di sua proprietà di cui decide tutto. Può anche succedere che la mamma invada il territorio del bambino e dell'adolescente in modo attivo. La gioventù, la bellezza, le infinite possibilità del figlio le ricordano che il tempo sta passando e che lei ormai è un'adulta, moglie o compagna e madre. Così si traveste da ragazzina, adottando gli stessi codici di comportamento e l'abbigliamento della figlia.

Cosa succede alla bambina in questo caso?

La figlia rimane schiacciata, viene messa in ombra. Non è affatto protagonista in positivo dell'attenzione della madre, che pensa a prendersi il suo riscatto sulla vita. Ma la cosa peggiore è che può instaurarsi una competizione tra figlia e mamma. Un gioco che non porta da nessuna parte, che vede invadere il territorio emotivo e relazionale della ragazza, a opera di una donna adulta che si traveste da adolescente e cerca di "rubarle" amici e attenzione.

Ma quando sono i bambini in prima persona a chiedere di vestirsi e agire come piccoli adulti?

Travestirsi da adulti, imitarli, mettersi gli abiti dei genitori è una fase normalissima dello sviluppo del bambino. Ma è solamente una fase, un gioco, appunto. Nei loro exploit di "travestitismo" non c'è la programmazione quotidiana e la visione d'insieme che si intuisce dietro alcune scelte delle star o di certe mamme che incontriamo ogni giorno per strada. In questi casi sono gli adulti a scegliere e questo fa la differenza. Sono i genitori a decidere di creare dei "mini-me" e a potenziare il "lolitismo".

In questi mesi si parla molto di Willow Smith, figlia di Will Smith, che a soli 10 anni è già una cantante famosa, una icona fashion e una blogger. Come bisogna rapportarsi con bambini dal talento così sviluppato?

Tutti i bambini sono pieni di talenti. Capita di crescere in un ambiente creativo e di avere delle capacità molto sviluppate. Ma non è detto che il talento più evidente, fosse anche miracoloso e geniale, sia il più importante per il bambino. Mi sono sempre chiesta se Wolfgang Amadeus Mozart, bambino prodigio, sia mai stato felice. Ognuno dovrebbe avere il diritto di sviluppare i lati del carattere che lo rendono felice, non solo che facciano felice i genitori. Un bambino che diventa famoso deve fare i conti con il distacco dalla vita quotidiana, dai coetanei, dalla normalità. E con la possibilità di cadere nel dimenticatoio presto. Cosa lo proteggerà allora? Questa corsa a rincorrere l'attenzione potrebbe renderlo soggetto a forti depressioni, dipendenze, esperienze sessuali precoci e comportamenti a rischio.

Cosa si può fare per evitare certi errori?

Bisogna prima di tutto condannare il "gemellaggio" tra genitori e figli. Dire chiaramente che non è una cosa positiva e auspicabile. È necessario accorgersi poi che una sovraesposizione dei figli all'attenzione esterna non è richiesta da loro, ma da un bisogno egoistico dei genitori. Infine informarsi sulle fasi di crescita dei bambini. Non permettere loro di seguirle in modo naturale è un grave errore. Perché la cosa più giusta e importante che un adulto può fare è garantire ai propri figli la possibilità di svilupparsi e crescere seguendo i propri tempi.

Continuiamo a invocare lo Spirito Santo

Milano pensa all'erede di Tettamanzi

di Giuseppe Chiellino

(...) È tempo di bilanci per Dionigi Tettamanzi, brianzolo, arcivescovo di Milano dal 2002, e per la sua diocesi, una delle più grandi del mondo. Ieri ha compiuto 77 anni e, dopo due anni di proroga, il Papa ha avviato le procedure per la successione. Quando? In curia ricordano che la proroga è generica: "finché non si provveda altrimenti". Questo rafforza le voci secondo cui il cardinale vorrebbe restare sul soglio episcopale almeno fino all'incontro mondiale delle famiglie che a maggio 2012 porterà a Milano almeno mezzo milione di fedeli. Ma c'è chi si spinge più in là e, tralasciando il gossip sulla malattia che affliggerebbe il cardinale, ricorda che nel 2013 si celebrerà un anniversario cruciale nella storia della Chiesa: 1700 anni dall'editto di Milano che diede libertà di culto ai cristiani. La macchina si è messa in moto e insieme al totonomina on partite anche le chiacchiere per dare un voto agli otto anni dell'episcopato di Tettamanzi. (...)


da "Il sole 24 ore", 15 marzo 2011

Invochiamo lo Spirito Santo

La partita del dopo Tettamanzi

di Aldo Maria Valli

Un uomo solo al comando? Oppure una partita a due? O a tre, o a quattro? E con quali tempi? Scrutando dentro l'arcivescovado di Milano al momento si vedono soltanto punti di domanda. L'unica cosa certa è che ieri, 14 marzo, il cardinale Tettamanzi ha compiuto 77 anni e sono quindi scaduti i due anni di proroga concessi dal papa. Che cosa farà adesso Benedetto XVI? Il nunzio in Italia, monsignor Giuseppe Bertello, ha inviato una lettera ai vescovi lombardi, agli ausiliari di Milano, ai cardinali italiani e agli esponenti di spicco del laicato cattolico chiedendo di indicare il successore preferito. Consultazione ampia, vista l'importanza della diocesi ambrosiana. Ottenute le risposte, il nunzio scrive tre nomi e, con una relazione, li invia al prefetto della Congregazione per i vescovi, il canadese Marc Ouellet. Poi tutto è trasmesso al papa, il quale può scegliere fra i tre nomi oppure fare una scelta propria. I più accreditati (...)


in “Europa” del 15 marzo 2011

Testimonianze

Le religiose non sono abbastanza riconosciute

di Monique Hébrard

In questi ultimi giorni molte donne hanno detto sul sito della CCBF (Conférence catholique des Baptisé(e)s de France) o su quello del Comité de la jupe quanto si sentano escluse dalla Chiesa quando vedono salire verso l'altare unicamente degli uomini. Non sono necessariamente a favore dell'ordinazione delle donne, ma notano un'involuzione: le donne sono sempre meno ammesse a distribuire la comunione, a fare le letture e sempre più spesso si rifiutano le bambine come chierichette. Mi sono chiesta cosa sentano quelle che un tempo si chiamavano “les bonnes soeurs”, con un pizzico di commiserazione. Non sono loro forse doppiamente penalizzate per il fatto di essere, se così possiamo dire, in una situazione scomoda e delicata? Sono consacrate, ma non sono preti. Canonicamente sono dei laici, ma sono soltanto... donne nubili. Sono quattro volte più numerose dei religiosi ma non hanno l'aureola né del prete né del monaco. Nella Chiesa svolgono molteplici compiti senza averne un riconoscimento. Pensiamo ad esempio a quella giovane religiosa che ha recentemente abbandonato una cappellania per i giovani per il fatto di essere pochissimo considerata dal prete con cui lavorava. Un'altra, sulla quarantina, ammette: “Ne ho sofferto doppiamente. In quanto donne, facciamo le corvée di segreteria, documenti, lavori di precisione, e nelle responsabilità siamo delle “vice”. In quanto religiosa ma senza divisa, non sono particolarmente ben accetta negli ambienti conservatori, e non necessariamente meglio negli ambienti dei gesuiti o dei preti con i quali ho condiviso delle responsabilità. Spesso mi sono sentita vista né come una vera donna, né come un parroco. Non mi sono mai creata il mio “spazio”, data la poca possibilità di parlare, e avendo solo quella di ascoltare. Penso che siamo “dis-realizzate”: o poco considerate o messe su un piedistallo. Ma né l'una né l'altra di queste posizioni favoriscono il lavoro alla pari. La nostra vocazione non è percepita nel coraggioso mondo cattolico”. Questa testimonianza può sembrare eccessiva, ma ha il merito di sottolineare, con un po' di forzatura, l'origine di ciò che molti possono provare.

Eppure, tra le religiose, che forza e che creatività! Recentemente ho avuto diverse occasioni di constatare quanto esse siano importanti nella vita delle comunità ecclesiali e quanto esse annuncino la Buona Novella in maniera forte e innovativa. Sono talmente in ascolto degli uomini e delle donne del nostro tempo che sanno come nessun altro come coniugare la Buona Novella con l'innovazione sociale. È ciò che ha colpito Jérôme Vignon e Elena Lasida, intervenuti entrambi all'ultimo congresso della CORREF (che riunisce i superiori maggiori di 312 congregazioni femminili apostoliche e di 87 congregazioni maschili, nonché gli abati di 41 monasteri). “La relazione è sempre al centro delle loro azioni”, ha sottolineato Elena Lasida. Stessa constatazione nel centinaio di iniziative citate in Ecclesia 2007 a Lourdes. La capacità di creatività delle religiose non è nuova. In ogni tempo, come racconta Elisabeth Dufourcq nel suo libro appassionante Les aventurières de Dieu, le religiose si sono lanciate in avventure che non erano accessibili alle donne della loro epoca. Il XIX secolo, che ha visto fiorire le congregazioni, mostra quanto esse furono per molti un luogo di dignità e di promozione.

Eppure, sono veramente riconosciute nella Chiesa? Siamo lontani da quel Medio Evo, in cui le badesse di Fontevraud avevano un'autorità di vescovo e dirigevano l'abbazia degli uomini! Perché tante carmelitane del XXI secolo sono ancora sotto la direzione dei carmelitani maschi? Perché una benedettina non ha la stessa libertà di un benedettino (di cui si dice talvolta trivialmente che la sigla osb significa “on se balade” [passeggiamo])? Perché i padri abati partecipano alla CORREF mentre le madri badesse no?

Tuttavia ci sono dei progressi! Grazie a Dio ci sono delle religiose che si assumono grandi responsabilità, ben riconosciute. La stessa CORREF, divenuta mista, è un luogo dove religiosi e religiose imparano la co-responsabilità. I gesuiti, durante la loro 34° congregazione generale hanno dichiarato: “Noi gesuiti chiediamo innanzitutto a Dio la grazia della conversione. Abbiamo fatto parte di una tradizione civile ed ecclesiale che ha offeso le donne. Anche senza volerlo, abbiamo partecipato ad una forma di clericalismo che ha rafforzato la dominazione maschile accompagnandola con una sanzione che si pretendeva divina”. Due religiose ed una terziaria domenicana sono state dichiarate dottore della Chiesa, Teresa d'Avila, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux.

Per terminare vorrei evocare Mons. Guy Herbulot, che fu il 2° vescovo di Evry. In un recentissimo libro (1) che racconta i suoi anni di episcopato, ricorda che il suo predecessore, Mons. Malbois, fu il primo vescovo di Francia a nominare una religiosa al Consiglio episcopale. Lui stesso ne chiamò una seconda, molto conosciuta nel quartiere: “Mi sembrava importante, scrive, che potessimo sentire la voce delle donne sul campo, in relazione di vicinato e capaci di dire quella che era la vita degli abitanti dell'Essonne nel loro quotidiano, nelle loro speranze e nei loro timori, e anche nelle loro rivolte. Era un potente invito a renderci attenti alle evoluzioni di mentalità, ad ascoltare i problemi, ad incoraggiare, a rendere possibile invenzione e creatività"(p. 77). Allora, voi religiose che visitate il sito del Comité de la jupe e quello della CCBF, diteci come vivete nella Chiesa del 2011 la vostra situazione di donne consacrate.

(1) Guy Herbulot, “Bâtisseurs d'Eglise”, L'histoire à vif, Cerf

in “www.comitedelajupe.fr” del 4 marzo 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Conclusione?!

Si sta concludendo il giorno del 77° compleanno del card. Dionigi Tettamanzi. E dal sito della diocesi è già sparito persino il box (boxino) che ricorda la data.


don Chisciotte

Era ora!

Si fa aspra la parola

Il Mosè di Erri De Luca che condivise con Dio la solitudine del deserto

di Giorgio De Rienzo

Mosè ha guidato il suo popolo fuori dall'Egitto e ora è solo in cima al monte Sinai pronto a ricevere le tavole. Su questo tracciato del racconto biblico, De Luca racconta (e interpreta) un episodio centrale della storia ebraica, ma soprattutto un passaggio sublime nella vicenda umana. Prima di tutto c'è l'ascesa in un crescendo musicale. Va su «leggero», il corpo risponde «teso e schietto all'invito degli appigli» nella roccia, il fiato se ne sta compresso nei polmoni e stacca «sillabe di soffio seguendo il ritmo di una musica in testa», mentre il vento arruffa i capelli e sgombera i pensieri. Sale nella nebbia, «dentro una nuvola» con la felicità di «guadagnarsi il sole passo a passo». E quando giunge in cima ha la sensazione, più che di un «traguardo», di uno «sbarramento»: cioè di un «bordo», dove finisce il mondo e comincia il tempo. C'è un senso di vertigine sublime non nel guardare verso il basso da dove si è partiti, ma nello stare dentro a quell'immensità che non appartiene all'uomo: è una sorta di «solitudine spaziosa» in cui sarebbe bello perdersi. Cade ogni memoria: si azzera il ricordo delle cose che si sono lasciate giù. Eppure è obbligo dell'uomo ricordare: perché «senza memoria un uomo è precipizio». Alla donna è assegnato il compito di riprodurre «il mondo con un grembo», all'uomo «spetta ricordare» e dunque tramandare. Se è «grandiosa» la spinta «a scalare le montagne», a «cavalcare altezze», l'impresa più ardua è nello stare «all'altezza della terra» per vivere il «compito assegnato di abitarla», per fare compagnia alla «solitudine» della divinità. Dire che la divinità è «una» non «è atto di fede ma di condivisione della sua solitudine»: «va detto con affetto e con sostegno». Mosè è dunque arrivato. Non per avere il «vuoto intorno e sotto i piedi», ma «per abitare il deserto della divinità»: l'aria sulla sua testa è «oceano irrespirabile». Sta «lassù» non per paragonare «terra e cielo», ma per rimanere «in mezzo, sul confine», per ascoltare e poi ricordare. «L'ascolto è una cisterna in cui si versa acqua di cielo, di parole scandite a gocce di sillabe. L'ascolto è un pozzo che le serba intere, da lì se ne può attingere ogni volta che ne manchi una. E a forza di estrazione la provvista non diminuisce, resta uguale». Si fa aspra la parola di De Luca, si attorciglia quasi in un'ansia di precisione, quasi si scolpisse in pietra. Così appaiono scolpite le parole che Mosè riceve non come leggi ma come indicazione di comportamenti. È questo il momento in cui De Luca si distacca dall'interpretazione del testo biblico divulgato, per ribaltare spesso in leggerezza luoghi comuni. Nell'Eden splende Eva, creatura perfetta che non si macchia affatto del peccato della conoscenza, ma toglie invece il «torto dell'ignoranza» oltre a portar con sé la gioia splendida dell'amore nel mondo. Le tavole prescrivono di non rubare. «L'amore esige la giustizia in terra, infiamma gli umiliati»: l'uomo non dovrà dunque rubare «la loro porzione d'uguaglianza».


in “Corriere della Sera” del 13 marzo 2011

Piccolo estratto di quotidianità

Prendo solo qualche riga di un contributo apparso su VinoNuovo.it: condivido la considerazione che i cosiddetti "nostri propositi" si scontrino poi con le piccole e grandi resistenze, personali, familiari, sociali, anche ecclesiali. E mi piace il tono leggero con il quale un laico profondo dalla penna veloce possa descrivere la quotidiana lotta interiore... e esteriore!


don Chisciotte



La Quaresima dei giornali

di Guido Mocellin

(...) A me che ogni anno non riesce di fare non dirò il digiuno, ma nemmeno l'astinenza, con i panini secolarizzanti di tutti i bar nei dintorni della redazione e, prima che andasse a cucinare per il Padreterno, i manicaretti di mia suocera e i suoi sacrosanti ricatti affettivi («le ho fatto le polpette, non le piacciono più?») a congiurare contro i miei virtuosi propositi; a me che ho fallito anche quando ho provato ad astenermi dalla televisione («ma proprio quest'anno che al venerdì c'è Zelig!») o da Internet invece che dalle carni, o dal parlare troppo (e allora in casa o al lavoro montava subito qualche discussione nella quale tacere proprio non potevo); a me che alle adorazioni eucaristiche dopo cena mi addormento come un sasso, e che ringrazio Dio perché non smette di offrirmi occasioni per qualche infimo gesto di carità, perché se aspetta che me le vada a cercare io campa cavallo...

Emancipazione

Donne: l'8 marzo dell'islam

di Chiara Zappa

Lottano per i loro diritti, da un capo all'altro del mondo. Per poter accedere a tutte le professioni e alle più alte cariche politiche. Perché le tradizioni di società patriarcali non siano più proclamate 'leggi divine'. Per poter scegliere di girare a capo scoperto, ma anche di indossare il velo senza essere discriminate. Non sono femministe anti-islam: sono, al contrario, femministe nel nome dell'islam. Molte di loro, in queste settimane, stanno sostenendo le rivendicazioni di democrazia e giustizia sociale che stanno infiammando l'intero Medio Oriente. Solo pochi giorni fa Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell'ex presidente iraniano e nota attivista, è stata arrestata (e poi rilasciata) per aver partecipato a una manifestazione di piazza contro la dittatura di Ahmadinejad. Le battaglie di queste donne hanno una forte valenza di rinnovamento sociale, perché sono basate sulla convinzione, ben sintetizzata dall'esegeta marocchina Asma Lamrabet, che l'islam sia «portatore di un messaggio profondamente emancipatorio». La Lamrabet è una delle esponenti di punta di una nuova generazione di attiviste che sta emergendo in gran parte dei Paesi a maggioranza islamica

Quaresima "interessante"

Fa tendenza, la Quaresima?

di Henrik Lindell

La Quaresima sta ridiventando popolare, senza perdere il suo senso originale: avvicinarsi a Dio. L'epoca in cui era associata solo ad una pratica penitenziale sembra superata. Oggi sono soprattutto la preghiera e la condivisione gli altri suoi due pilastri messi in primo piano. È così per la raccomandazione di praticare l'elemosina, ad esempio a favore di organismi come il Secours catholique o il CCFD (Comité catholique contre la Faim et pour le Développement), che concentra la sua campagna annuale durante la Quaresima. Da qualche anno si constata anche che aumenta il numero dei partecipanti alle Conferenze di Quaresima. Inoltre si moltiplicano i ritiri spirituali, compresi quelli in cui si pratica il digiuno. Diverse iniziative dimostrano con la loro diffusione e le loro caratteristiche che la Quaresima è (ri)diventata un momento di approfondimento della fede, talvolta come premessa alla conversione. Così è per diversi siti e blog che propongono insegnamenti ed accompagnamento spirituale. Un esempio è “Une retraite dans la ville” (www.retraitedanslaville.org - “Un ritiro in città”), un sito fondato nel 2003 dai frati domenicani a Lilla. Durante i 40 giorni di Quaresima, quest'anno dal 9 marzo al 24 aprile, proporranno delle meditazioni quotidiane, delle preghiere cantate in podcast, un accompagnamento personale e un blog che permette di inviare i propri commenti. Il sito è consultabile anche tramite smartphone. Per la Quaresima 2010, anno record, il sito era stato visitato più di 700.000 volte e non meno di 40.500 persone avevano seguito il ritiro on line. Il tema scelto quest'anno è destinato a coloro che sono in ricerca o che vogliono avvicinarsi alla Chiesa: “Risvegliati, tu che dormi”. Secondo frate Marie-Augustin Laurent, uno dei suoi responsabili, il sito raggiunge persone lontane dalla Chiesa. Fa riferimento ad un sondaggio rivolto ai visitatori dell'anno scorso: il 50% dei visitatori ha meno di 60 anni, il che testimonia che si tratta di un pubblico “piuttosto giovane rispetto alla Chiesa francese in generale”, assicura frate Marie-Augustin; il 75% dei visitatori sono donne, il che corrisponde alla tendenza generale dei praticanti. E il 10% sono “persone che si descrivono come lontane o molto lontane dalla Chiesa”, ossia in teoria 4000 persone. Frate Marie-Augustin è del resto colpito dal bisogno di certe persone di comunicare con la Chiesa ma che hanno paura di essere giudicate. Questo appare attraverso la parte blog del sito, che permette di inviare anonimamente messaggi e domande. “Molti ci pongono domande sulla morale sessuale. Alcuni sono omosessuali e hanno paura a parlarne apertamente. Nel quadro del nostro accompagnamento spirituale, noi consigliamo alle persone di prendere contatto con qualcuno della Chiesa. Ci capita a volte di ricevere messaggi di questo genere: “Grazie, per la prima volta nella mia vita mi sono confessato.” L'iniziativa portata avanti dai domenicani non è eccezionale. Sullo stesso tema si può citare “La route de Pâques” (“Il cammino pasquale”), un percorso di ritiro on line proposto dalla Frateternità di Gerusalemme che attira migliaia di iscritti. “Paroles de vie” (“Parole di vita”) di mons. Beau e nuovi siti come “Pause Carême” (“Pausa di Quaresima”) della diocesi di Valence. Occorre cercare un significato particolare in questo nuovo interesse

Per un itinerario quaresimale

In verità è tempo che i cristiani, se veramente vogliono essere credenti maturi, riprendano anche una pratica profetica della quaresima, perché anche in questo sta la “differenza cristiana” che attraverso il comportamento appare visibile, capace di narrare la speranza che abita il cuore dei credenti.

Non si tratta di tornare a vivere in modo legalistico e meritorio delle “osservanze”, ma di praticare, di mettere in atto alcune opzioni che, proprio in quanto sono d'aiuto alla vita cristiana, sono anche una prassi in vista di una maggior qualità di vita umana e di convivenza sociale.

Vorrei allora proporre un itinerario per la quaresima, cercando di meditare su alcuni atteggiamenti indicati dalla grande tradizione ecclesiale come distintivi di questo tempo forte: il leggere, il silenzio, il digiuno, l'astinenza, la lotta spirituale, la condivisione.


di Enzo Bianchi

Fai il download dell'intera riflessione, tra i nostri Testi.

Amara ironia

Al verde

di Massimo Gramellini

Quand'è stata l'ultima volta che vi siete stupiti per qualcosa di naturale, ciclico e prevedibile, come un tramonto, un raccolto, una fanfaronata di Bossi? Ormai ci fanno caso solo le persone semplici: i bambini, gli anziani e qualche miliardo di stranieri. Ieri ha telefonato un giornalista tedesco, un moderato che alle ultime elezioni votò Angela Merkel: «Incredibile, un ministro della vostra Repubblica si è vantato che in Lombardia ci sarebbero le armi per la secessione!». E io: «Era un modo di dire. Gheddafi ha insinuato che in passato Bossi gli avrebbe chiesto un aiutino. Allora l'Umberto ha risposto con orgoglio che non ha bisogno della Libia, lui. Le armi si fabbricano in Lombardia». «E come mai a Bossi servono le armi lombarde?» ha insistito il tedesco (sono cocciuti, i tedeschi). «E' una metafora. Fra l'altro lui preferisce i kalashnikov». «Ma è un ministro dello Stato italiano. O è una metafora anche questa? Migliaia di italiani saranno scesi in piazza per pretendere le sue dimissioni!». «Aspetta che mi affaccio

Blog dell'AVIS di Legnano

Zeronegativo: nome di persona non comune

Zeronegativo. Perché questo nome? Ce le andiamo proprio a cercare, direte voi, mettendo nel nome del blog un messaggio apparentemente cupo, oscuro. Eppure, al di là dell'impressione iniziale, il senso vuole essere di segno decisamente opposto. Chi conosce qualcosa dei tipi sanguigni avrà già intuito dove vogliamo andare a parare. Lo zero negativo in medicina è definito il “donatore universale”, un tipo di sangue che può essere infuso a chiunque, indipendentemente dal suo gruppo sanguigno. Un tessuto in grado di aiutare tutti.

Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. La metafora del donatore universale va intesa in senso lato, come attitudine di colui che cerca di condividere il meglio di sé. Un soggetto sano, che col suo gesto diventa operatore sanitario e quindi portatore di salute nel mondo, ed è in grado di esprimere un livello di consapevolezza diverso, alto. E dal dono del sangue si può alzare ancora lo sguardo a ogni aspetto della vita. Anche un'idea è un dono, e condividere la propria significa percepire l'altro come ricchezza. Questo è lo spirito che Zeronegativo vuole incarnare e diffondere. Al contempo il nostro nome deve suonare come un avvertimento, un volersi porre in maniera neutra di fronte ai fatti e alle notizie che nel tempo riempiranno le nostre pagine.

Quando ci esponiamo, in qualunque campo e con qualsiasi mezzo, abbiamo sempre ben presente la responsabilità degli oltre 7mila soci che rappresentiamo. Non in senso letterale: non ci illudiamo di parlare a nome di tutti, ma sappiamo bene che questa associazione è soprattutto di chi vi partecipa col proprio gesto volontario. E questa piattaforma ha l'ambizione di incrementare il livello di partecipazione dei soci, che saranno anche i nostri primi lettori. E critici, se li conosciamo come crediamo. Per questo punteremo sempre a un denominatore comune: la cultura del dono e della solidarietà. Non ci sono altri interessi o affiliazioni che possano distrarci. Per cui, di fronte alla possibilità che qualcuno possa pensare di imbavagliarci o limitare la nostra libertà di pensiero, il nostro nome sarà la risposta più esauriente: zero, negativo. E grazie. Perché non è lo stile che ci manca.

Ampie prospettive

Vento d'Africa: segno dei tempi?

di Vittorio Cristelli

È sempre utile guardarsi attorno e questa rubrica già nel nome "periscopio" ha questa funzione. Ma per i credenti è pure un dovere, coscienti come dovrebbero essere che lo Spirito parla e soffia non solo attraverso le Scritture ma anche attraverso i segni dei tempi. Nel mese che ci siamo appena lasciato alle spalle il vento ha soffiato dall'Africa. Quel continente, che un certo cliché duro a morire ci dipingeva come regno delle tenebre sta emettendo sprazzi di luce che lo qualificano come maestro da ascoltare. Ho già parlato in questa rubrica dell'Africa settentrionale in rivolta da Tunisi all'Egitto alla Libia. Una rivolta in nome della libertà, della dignità umana e della partecipazione democratica portata avanti soprattutto dai giovani. Qualche osservatore internazionale ha rilevato che neanche da noi del Nord cristiano ricco e democratico c'è più questa sensibilità ai valori e ci limitiamo a paventare i pericoli di invasioni che potrebbero venire da quelle zone tormentate. Una cecità che ha contraddistinto anche i rapporti commerciali e governativi con i dittatori di quei Paesi. Il vento spira dall'Africa. Un po' più a sud e precisamente da Dakar, capitale del Senegal, altri messaggi sono partiti dal Forum Sociale Mondiale che in quella città si è celebrato dal 6 all'11 febbraio. Anche di quello ho già parlato rilevando in particolare le tematiche affrontate dal Forum mondiale di teologia e liberazione. Ma il Forum sociale ha elaborato anche altre tematiche che ci riguardano da vicino. Ne accenno alcune. Dall'isola di Gorèe, tristemente famosa per essere stata luogo di raccolta degli schiavi africani prima di partire per le Americhe, è stata lanciata la "Carta mondiale dei migranti". In essa si propone un'alleanza mondiale degli stessi migranti per chiedere la partecipazione ad una società mondiale pluralista, solidale e responsabile. E si elencano i diritti dei migranti alla libera circolazione, al lavoro, all'istruzione, alla sicurezza, all'alloggio e a far conoscere la propria cultura e religione. La "Caritas Internationalis" presente al Forum ha segnalato una tipologia di migranti che non è contemplata nemmeno nel protocollo per i rifugiati dell'ONU. Sono i "migranti ambientali", quelli cioè che fuggono dai loro Paesi a causa di inondazioni, siccità e calamità naturali. Di necessità di maggior democrazia e di governi capaci di gestire le risorse con il criterio del bene comune hanno parlato a Dakar soprattutto le donne africane, che hanno coniato una dizione nuova: "la sovranità alimentare". C'è una rivendicazione dell'agricoltura familiare, della difesa dei prezzi dei frutti della terra, insidiati dalla concorrrenza dei prodotti del Nord del mondo che possono contare su sovvenzioni governative. E approdano ad una concezione dello Stato, la cui prima sovranità non è nell'esercito bensì nella garanzia della sufficienza alimentare per i propri cittadini. Interessante a questo punto è sapere che per questo loro impegno concreto e concettuale le donne africane sono state candidate al "Premio Nobel per la pace". La Caritas italiana al Forum di Dakar ha inserito il concetto, che dovrebbe diventare convinzione di tutti, che "ogni nostro comportamento a livello personale, sociale, economico e politico ha conseguenze dirette e indirette su tutta l'umanità'. E' frutto della globalizzazione ma anche della visione cristiana della vita. E' quello che p. Ernesto Balducci chiamava "l'uomo planetario". Ribadisco i temi affrontati dal Forum di teologia e liberazione: religioni, violenza e pace; capitalismo e religione; teologia ed ecologia; crisi di civiltà ed esperienza religiosa. Il tutto per un'operazione che può suonare tautologica ma che invece segnala la crisi antropologica: "Umanizzare l'umanità". E' vento d'Africa ma non quello che porta nell'atmosfera le sabbie del deserto, bensì quello che reca anche il soffio dello Spirito.

in “Vita trentina” del 6 marzo 2011

Mercoledì delle Ceneri

Dal trattato  su  «Le opere  e  le elemosine»

di  san Cipriano, vescovo e martire
(25-26: CXI, 71-72)

Pensiamo, fratelli carissimi, a ciò che fece il popolo dei fedeli con la guida degli apostoli, quando in quei primi tempi gli animi erano dotati di maggiore virtù; quando coloro che credevano, professavano con novello fervore la propria fede; quando vendevano le proprie abitazioni, vendevano i campi, e largamente e di buona voglia offrivano agli apostoli le loro sostanze perché le dispensassero a beneficio dei poveri; quando alienavano e dissipavano  il  patrimonio terreno, trasferendolo là dove si raccolgono i frutti di un possesso eterno e comprando case nelle quali avrebbero abitato per sempre. Il moltiplicarsi delle opere corrispondeva alla loro concordia d'amore, come sta scritto negli Atti degli apostoli: «La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4,32). Questo è davvero nascere spiritualmente; questo è imitare secondo la legge celeste l'equità di Dio Padre:  perché  tutto quello che è di Dio, è di  uso comune  per tutti  gli  uomini;  nessuno deve essere escluso dai suoi benefici né dai suoi doni, in modo che tutto il genere umano possa ugualmente godere della bontà e liberalità divina. Così tutti ugualmente illumina la luce del giorno, per tutti brilla il sole e spira il vento, tutti bagna la pioggia, tutti dormono di un solo sonno, su tutti splendono le stelle e la luna. Quale esempio di uguaglianza, quindi, se colui che possiede in questo mondo, rende partecipe delle sue rendite i suoi fratelli e, donando senza interesse, diventa disponibile a gratuite elargizioni e giusto, mostrandosi in tal modo imitatore di Dio Padre. Quale gloria, fratelli carissimi, quanto grande e profonda letizia sarà la nostra allorché il Signore incomincerà a passare in rassegna il suo popolo, a retribuire ciascuno con i premi da lui promessi, secondo i nostri meriti e le nostre buone opere! Li rimunererà con beni celesti invece che terreni, eterni invece che temporali, grandi invece che piccoli; ci offrirà al Padre, al quale ci ha restituito con la sua santificazione; ci darà quell'immortalità che ci ha ricomprato con il suo sangue; ci farà nuovamente tornare in paradiso e ci aprirà i cieli secondo la fede e la verità della sua promessa.

Queste prospettive dobbiamo conservare impresse nei nostri cuori, queste promesse dobbiamo capire nella piena luce della fede; queste mete dobbiamo amare con tutto il cuore; queste ricchezze dobbiamo acquistare con la magnanimità delle nostre opere. Degna e divina cosa è l'elemosina, fratelli carissimi: opera salutare, valido conforto per quelli che credono; presidio per la nostra salvezza e sicurezza; bastone della speranza, salvaguardia della fede; medicina del peccato; fortuna posta nelle mani di colui che la compie; impresa grande e facile da eseguire; corona di pace senza pericolo di persecuzione; vero e grandissimo regalo di Dio, necessario ai deboli e splendente di gloria per coloro che sono forti. Con l'aiuto di questo dono, il cristiano conquista e possiede la grazia spirituale, si rende propizio Cristo, suo giudice, rende Dio quasi suo debitore.

8 marzo

Il noi delle donne da Facebook a piazza Tahrir

di Naomi Wolf

Tra i più diffusi stereotipi occidentali sui Paesi islamici ci sono quelli riguardanti le donne musulmane: occhi da cerbiatto, velate e sottomesse, esoticamente silenziose, eteree abitanti di immaginari harem, rinchiuse in rigidi ruoli di genere. Allora dov'erano queste donne in Tunisia e in Egitto? In entrambi i Paesi, le manifestanti non avevano nulla in comune con lo stereotipo occidentale: erano in prima linea e al centro, nei notiziari e sui forum di Facebook, e anche al comando. In Egitto, in piazza Tahrir, le donne volontarie, alcune accompagnate da bambini, hanno lavorato costantemente per sostenere le proteste

Erri De Luca e le creature sulla terra che trema

Sempre profonde le parole di Erri De Luca, in questo caso sul sentirsi "ospiti" su questa terra (in modo particolare la terra che ci scuote via durante il terremoto). La Bignardi proprio non gli sta dietro. Non è capacità di tutti parlare coi grandi... anche se umili.


don Chisciotte




Profezia audace, audacia profetica

Quando Martini parlò di accidia politica

di Aldo Maria Valli

Un intervento pronunciato nel 1999 che vale la pena di rileggere nel clima di oggi. Compresa una citazione di sant'Ambrogio sul rischio di lasciarsi adulare. La vicenda Rubygate e dintorni quale sfida comporta per chi partecipa alla politica secondo un'ispirazione cristiana?

Ho pensato di poter dare un contributo rifacendomi a una pagina del cardinale Carlo Maria Martini che risale al 1999. Era la vigilia della festa di sant'Ambrogio e quel giorno, nel tradizionale discorso alla città di Milano (intitolato Coraggio, sono io, non abbiate paura!) l'arcivescovo parlò dell'accidia politica, o pubblica accidia, definendola come l'esatto contrario di quella che la tradizione classica greca e il Nuovo testamento chiamano parresìa, ovvero la libertà di chiamare le cose con il loro nome. "Si tratta - disse il cardinale - di una neutralità appiattita, della paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri etici, che ha quale conseguenza un decadimento della sapienzialità politica".

Ecco qua spiegato, in poche righe, un fenomeno al quale abbiamo assistito con grande dolore in questi anni. Da parte di molti, di troppi, dentro la Chiesa c'è stata una mancanza di parresìa. Chierici e laici, politici e intellettuali troppo spesso, pur fregiandosi con ostentazione dell'etichetta di cattolici, sono caduti nell'accidia politica, arrivando a coprire, giustificare, relativizzare. (...)

"Normalmente - diceva il cardinale Martini in quel discorso di dodici anni fa - lo scadimento etico della politica, in un corpo sano, dovrebbe essere rilevato e punito da un calo di consenso". Già: normalmente. Se da noi questo non è avvenuto vuol dire che il corpo non era, e non è, sano. Aristotele diceva che il male è destinato a distruggersi da sé, ma oggi non sembra più così. Perché? E' questo il terreno sul quale i credenti (preferisco usare questa espressione rispetto a quella, troppo abusata e strumentalizzata, di "cattolici") devono interrogarsi seriamente.

Martini già nel 1999 dava una risposta. Sosteneva che se il degrado etico della politica non viene chiamato con il suo nome e "punito consequenzialmente" (diceva proprio così: punito) ciò avviene a causa della mancanza di un'opinione pubblica degna di questo nome. Laddove questa opinione, questa capacità di elaborazione critica dei dati politici, è debole o non esiste quasi più, la politica è svincolata da ogni limite. Se al posto di una sana opinione pubblica, capace di esprimere una "resistenza condivisa e critica", la politica trova davanti a sé solo individui, ognuno mosso da interessi particolari, il gioco è fatto: il male può dilagare. (...)

Martini diceva che il livello d'allarme lo si raggiunge quando "lo scadimento etico della politica non è neppure più percepito come dannoso per la polis". (...) Cito ancora Martini, veramente profetico: "Non dovremmo più aspettare decadenze dolorose per aprire gli occhi". Ma i credenti dove sono? Che cosa fanno? Come reagiscono? Il cardinale invitava a invocare lo Spirito (che per i credenti è l'aiuto, il difensore, l'avvocato, il rappresentante della giustizia). Bisogna invocarlo "perché guidi a mettere le ragioni del consenso al di sopra dell'ansia del consenso", è perché, là dove lo scoraggiamento si fa strada "scatti un sussulto di profezia pieno di speranza, che faccia aprire gli occhi a quella visione di futuro che in linguaggio filosofico si può chiamare utopia". (...)

Ma state a sentire che cosa aggiungeva il cardinale. I cattolici, diceva, vanno spesso incontro a un grande rischio, quello di lasciarsi adulare. Lo spiegava già sant'Ambrogio: "Dobbiamo stare attenti a non prestare ascolto a chi ci vuole adulare, perché lasciarsi snervare dall'adulazione non solo non è prova di fortezza, ma anzi di ignavia". Non è formidabile? Noi sappiamo come Dante sistemò gli ignavi. Poiché in vita non agirono mai in base al principio di bene e di male, limitandosi ad adeguarsi alle convenienze, il poeta li piazza nell'antinferno, una specie di non luogo che non è paradiso, non è purgatorio e non è nemmeno inferno, qualcosa di neutro e incolore, come neutri e incolori furono loro in vita, incapaci di parlare chiaramente e di prendere posizione. Ecco, dice Martini, quando ci viene detto che la posizione dei cattolici in politica deve essere ispirata alla moderazione, io sento puzza di ignavia. E' vero, c'è certamente una moderazione buona, che si esprime nel rispetto dell'avversario, ma (sentite bene!) "l'elogio della moderazione cattolica, se connesso con la pretesa che essa costituisca solo e sempre la gamba moderata degli schieramenti, diventa una delle adulazioni di cui parlava Ambrogio, mediante la quale coloro che sono interessati all'accidia e ignavia di un gruppo, lo spingono al sonno". (...) Martini, in quello scritto, esortava i credenti a essere non moderati, ma audaci. Rappresentanti di "una socialità avanzata che non scollega mai la libertà dalla responsabilità verso l'altro". Meditate gente, meditate!

Dare la vita

Il "testamento spirituale" del ministro pakistano per le minoranze religiose

ucciso il 2 marzo.

Estratto da una raccolta di suoi testi (Cristiani in Pakistan) editi da Marcianum Press.

a cura di Maria Antonietta Calabrò

«Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l'amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora - in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan - Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.

Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d'amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna».


da Corriere della Sera, 3 marzo 2011

Scelte sagge, fatte insieme

Cuore

di Massimo Gramellini

Questa storia comincia con un malato cardiaco che sta morendo in ospedale. E con un cuore nuovo a bordo di un aereo-ambulanza, fermo sulla pista in attesa di spiccare il volo. Fra il malato e il cuore ci sono 400 chilometri e un cielo pieno di neve. In sala operatoria tutto è pronto per l'espianto del cuore guasto, eppure il chirurgo frena: prima, dice, assicuriamoci che l'aereo parta davvero. Scelta giusta numero 1: la saggezza.


Sulla pista nevica fitto, non ci sono le condizioni per decollare, ma il pilota e l'équipe medica sanno che è questione di vita o di morte e così decidono di mettere in gioco la loro, di vita. Scelta giusta numero 2: il coraggio.

L'aereo prova ad alzarsi, ma la tormenta lo sbatte a terra, costringendolo a piegarsi su un'ala. Tutti sani e salvi tranne il cuore, che l'urto ha reso inservibile. Nessuno recrimina, nessuno perde la testa. Viene lanciato un appello per un cuore nuovo. Scelta giusta numero 3: il carattere.

La fortuna ha un debole per i forti: il cuore viene subito trovato e condotto a destinazione in tempo utile per salvare il paziente. Intanto ha smesso di nevicare e l'aereo azzoppato può decollare: dal cuore inservibile i medici riescono comunque a recuperare due valvole. Serviranno ad altri malati.

Il gesto di un eroe dipende, in fondo, da un uomo solo. Mentre questa storia è meravigliosa perché allinea una serie ininterrotta di gesti giusti compiuti da un numero rilevante di persone. Che sia potuta succedere in Italia (fra Torino, Lecco e Forlì) è una di quelle notizie che fanno davvero bene al cuore.

 


Cambio di stile di spesa

Vivere gratis con i buoni sconto

I segreti dell'extreme couponing

di
Sara Ficocelli

Può una casalinga disperata trasformarsi in un guru spirituale facendo la spesa? La risposta è sì, almeno negli Stati Uniti. Ma Kathy Spencer, graziosa 40enne di Haverhill, nel Massachusetts, questo salto di popolarità se l'è letteralmente guadagnato. A suon di coupon, buoni sconto e consigli economici in tempo di crisi. Il colpo di genio che l'ha resa famosa creandole intorno stuoli di adepti si chiama "extreme couponing" ed è l'arte di fare la spesa gratis, utilizzando i buoni che via via vengono dati nei supermercati e che noi spesso snobbiamo. Lei no. Li ha conservati tutti e ha studiato il modo ideale per massimizzarne l'utilizzo nella vita quotidiana.

Seguendo le indicazioni contenute nel suo sito e ora anche nel suo libro How to Shop for Free, è realmente possibile non proprio vivere senza spendere un soldo, ma quasi. Il trucco è tanto semplice che non c'è: basta star dietro alle offerte e alle opportunità di risparmio che il mercato offre ogni giorno. L'energia per riuscirci la può trovare soprattutto chi non va troppo per il sottile e si trova in ristrettezze economiche. La prima condizione a Kathy non è mai mancata. La seconda l'ha sperimentata tre anni fa, quando suo marito, sull'orlo di una promozione, venne colpito da una polmonite che lo costrinse a letto per mesi. Tra l'assicurazione medica da pagare, quattro figli da mantenere e una crisi economica appena scoppiata, Kathy si ritrovò in poche settimane a dover fare la spesa per tutti con pochi dollari. "Un giorno - racconta sul sito - mi ritrovai in tasca un coupon da un dollaro, e lo usai per comprare una cassetta di succhi di frutta in offerta, del medesimo costo. Avevo acquistato quei succhi gratis. Così mi dissi: perché non utilizzare lo stesso sistema per comprare altre cose?". In tre anni la strategia di Kathy ha conosciuto un successo sorprendente e oggi il network di visitatori che la segue tra sito (43mila visitatori unici al mese), Facebook e Twitter coinvolge migliaia di persone. Per tutti Kathy, che ora vive in una bella casa di campagna e non fa mancare niente né a sé né alla propria famiglia, è il nuovo guru del risparmio. Quello autentico, che senza frode riesce a far quadrare i bilanci di una famiglia, concedendole anche qualche lusso. Seguendo le sue indicazioni è infatti possibile andare al cinema in quattro spendendo 10 dollari, comprare ottimi cosmetici con i buoni sconto e i pannolini senza spendere un soldo, registrandosi a siti specializzati in offerte come Shop It To Me.

Quando Kathy pubblica un nuovo post i responsabili dei supermercati iniziano a tremare. Una segnalazione non preventivata può provocare ingorghi ai cancelli simili a quelli di un concerto, con carrelli della spesa esauriti e code alle casse. E, soprattutto, scaffali prosciugati. Il mondo dell'"extreme couponing" è talmente ben organizzato da essere stato definito da giornali come il Boston Globe una delle rivoluzioni economiche più interessanti degli ultimi anni. Sul web, sensibile alle novità che partono "dal basso", sono nati blog come The Coupon Goddess per discutere del fenomeno, e la pratica dell'"extreme couponing" ha solleticato anche l'interesse di una tv via cavo, che le ha dedicato una serie di video-reportage.

L'ironia della sorte è che il marito di Kathy quella promozione di lavoro non l'ha mai avuta, e per gli Stati Uniti gli Spencer restano una famiglia "a basso reddito". Il loro è un benessere al contrario, che nasce dai soldi risparmiati più che da quelli guadagnati. Una vera rivoluzione.

Occhio profondo

Sono immagini nel loro complesso straordinarie frutto di un lungo lavoro di ricerca intorno ad una delle parti più affascianati del corpo umano. Le ha realizzate Suren Manvelyan in Armenia. Al centro c'è l'occhio umano ripreso con una tecnica fotografica che ingrandisce "l'oggetto" fino al 170 per cento rispetto alla sua dimensione normale. Suren usa la  Canon digitale con la quale  asseconda il suo "amore per la macro fotografia e per la perfezione del corpo umano di cui l'occhio è una delle cose più misteriose che ci consente di vedere e, soprattutto entrare in relazione con il mondo che ci circonda" (Getty images /Barcroft Media).

Che "Tempi" decida quale linea tenere

Ciò avviene quando la sessualità viene sublimata in uno spiritualismo angelico e diventa paranoica. Quest'atteggiamento per decenni è stato un tarlo nell'educazione pseudo-cattolica, preoccupata quasi esclusivamente della purezza intesa moralisticamente. Come non ricordare il modo disumano con cui sono state realizzate le biografie di figure grandi e umane come san Luigi Gonzaga o santa Maria Goretti, i santi della purezza per eccellenza? Purtroppo questo genere di agiografia si spinge fino al ridicolo: per esempio, alcuni biografi di san Luigi arrivavano ad affermare in modo patetico che questi era tanto puro che, quando sua mamma gli dava il latte, egli chiudeva gli occhi per non guardarle il seno. Quanti falsi scandali crearono nelle menti dei lettori!

Al contrario, adesso viviamo immersi nell'atteggiamento opposto: una genitalità svincolata dalla sessualità e, di conseguenza, una completa sregolatezza che annulla la personalità. Se vi sono dei Paesi dove c'è una percentuale altissima di bambini senza padre, la spiegazione è individuabile in questo fenomeno. La triste cultura dell'istintività genitale, che coinvolge addirittura chi, per la sua posizione o per il suo ruolo sociale, dovrebbe essere una figura esemplare, è il frutto di questa divisione.

Allora, come si può costruire una società umana se la mente è malata di sesso? «Animalis homo non percepit ea quae sunt a Deo» afferma l'apostolo. «L'uomo animale non può neppure percepire qualcosa del divino» e, di conseguenza, dell'umano. L'apostolo, con la sua affermazione, dice con severità: come può un uomo gestire una famiglia, una società, un paese, se la sua vita è quella di un animale? Siamo seri: chi, dotato di un sano uso della ragione, nominerebbe responsabile della propria azienda o di qualsiasi istituzione un uomo la cui mente è piena di fango? Nessuno. Perché è evidente che, in breve tempo, porterebbe qualunque impresa al fallimento. Già lo vediamo quando un impiegato ha un'amante e, tradendo la propria moglie, nella maggior parte dei casi, assume come proprio stile di vita l'inganno e la menzogna.

Pensiamo alle parole che Dante Alighieri mette in bocca a Ulisse nel XXVI canto dell'Inferno, quando l'eroe greco si rende conto che i suoi compagni di viaggio si stanno facendo fuorviare dalla sensualità della maga Circe: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Li induce con durezza a usare la ragione, l'unico elemento che permette all'uomo di vivere, sostenuto dalla fede, l'unità di sessualità e genitalità.


Aldo Trento, I dieci comandamenti (con una lettera di don Massimo Camisasca), 54-55, nella collana promossa dal settimanale Tempi

Volare alto coi piedi per terra

Flaubert e la «vita buona» del Vangelo

di Gerolamo Fazzini

Da genitore ripenso a un suo brano sul «contatto col grande». E mi chiedo se tante difficoltà nell'educare non nascano proprio dall'aver abbassato troppo l'asticella

Si dibatte molto in queste settimane (...) sul tema della "severità" nell'educazione che i genitori devono o no impartire ai figli. Lo spunto è un articolo uscito negli Stati Uniti, "Il ruggito della mamma tigre", scritto da una docente di origine cinese ma da anni trapiantata negli Usa, che ha educato le figlie secondo il "modello cinese", un misto di rigore, autorità/autoritarismo e affetto. (...)

Un brano bellissimo che trovo in "Scritti cristiani" di Mario Pomilio (Rusconi 1979...). Scrive l'autore del "Quinto evangelio" in una lettera alla figlia che si accinge agli esami di maturità: «Vedi, io non so nulla di pedagogia. O meglio, tutta la mia pedagogia si riduce a poche righe, che lessi una volta nell'epistolario di Flaubert e non ho più dimenticate. Riguardano un villaggio di marinai sull'Atlantico dove Flaubert si era recato in visita: "Un brav'uomo di quassù, che è stato sindaco per quarant'anni, mi diceva che in quel lasso di tempo non aveva visto che due condanne per furto nella popolazione, cioè su più di tremila abitanti. Mi pare lampante: i marinai sono d'una pasta diversa... Per che ragione? Credo la si debba attribuire al contatto col grande... (...) L'ideale è come il sole, assorbe tutte le lordure della terra. Si è qualcosa soltanto in virtù dell'elemento che si respira... Credo che se si guardassero sempre i cieli si finirebbe con l'aver le ali"».

(...) Oggi che sono papà e il compito educativo mi tocca in maniera più stringente, di tanto in tanto ripenso a quel «contatto col grande» come chiave della proposta educativa che io e mia moglie cerchiamo di condurre. Faticosamente, come tutti. A me, a noi pare che la sfida educativa di oggi consista proprio in questo: nell'educare al "contatto con il grande", affascinare i ragazzi e i giovani alla "vita buona del Vangelo" con proposte coraggiose, ancorché graduali e misurate all'età dei figli.

Mi domando però se, come Chiesa, condividiamo davvero questo obiettivo. (...) A volte, nel vissuto ecclesiale, mi pare serpeggi uno spirito rinunciatario, che teorizza la necessità di proposte "deboli" ai ragazzi, perché - si dice - "altrimenti non ti seguono". A furia di annacquarla, però, la proposta rischia talora di diventare insapore; abbassando troppo l'asticella, si salta... rasoterra! (...)

"Volare alto" costa. Non solo ai ragazzi, ma anche agli educatori. È molto più facile per i genitori cavarsela con un giro da Spizzico o una partita al videogame di moda piuttosto che sottoporre ai figli altre proposte, più valide e impegnative. "Volare alto" implica mettersi in gioco, rischiare con. È il prezzo della credibilità. Del resto, immagino di non essere l'unico convinto che, se facciamo così fatica a proporre la vita buona del Vangelo, è perché i primi a non trasmetterne adeguatamente il fascino siamo proprio noi educatori.

Senza peccato

Il vangelo della Messa di oggi (rito ambrosiano):

Gesù e i suoi discepoli giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, Gesù si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: / “La mia casa sarà chiamata / casa di preghiera per tutte le nazioni”? / Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città (
Marco 11, 15-19).



Domanda: Gesù si indigna o no?

In qualsiasi modo lo volessimo chiamare, il suo atteggiamento non si configurerebbe come peccato.

Neanche rovesciare oggetti di proprietà di altri; fare arrabbiare terzi; suscitare confusione nel tempio; far sorgere pensieri omicidi in alcuni suoi osservatori; probabilmente alzare la voce.

Meno male che è proprio così!


don Chisciotte

Cimitero del futuro-presente


4.000 "camere dedicate" per ospitare fino a 60.000 salme all'interno di un edificio verticale di 34 piani, con una base prevista di 8.500 mq, collocati su un'area di circa 25.000 mq. di cui 2/3 destinati a un grande giardino italiano: tutto questo potrebbe essere Cielo-infinito, il cimitero del futuro, tema di una mostra (...) che sarà aperta al pubblico fino al 10 marzo (dal lunedì al venerdì, dalle ore 10 alle ore 18).

Il naturale e progressivo invecchiamento della popolazione, gli spazi disponibili sempre più ridotti, le nuove abitudini e gli attuali stili di vita, rendono necessarie nuove soluzioni per affrontare un tema delicato ed importante come il culto dei defunti. Grandi aree da dedicare a spazi cimiteriali possono infatti risultare non solo difficili da reperire ma anche scomode, anti-economiche e poco fruibili da anziani e disabili.

"È nata così l'idea di realizzare una struttura moderna, di design innovativo, ma allo stesso tempo semplice e snella nella sua organizzazione a torre. La verticalizzazione sembra infatti incarnare l'idea dell'ascesa verso il cielo e nello stesso tempo costituirebbe la risoluzione al problema della qualità e quantità delle superfici disponibili" ha dichiarato Pier Giulio Lanza, Presidente di Icon Consulting Srl, ideatore e promotore del progetto. Lo spazio, infatti, in una città come Milano, si riduce sempre di più e le strutture già esistenti adibite allo scopo della ricezione delle salme sono insufficienti, soprattutto per le tombe di famiglia. Per rendersi conto di come una struttura verticale possa rispondere in maniera adeguata a tali problematiche, basti pensare che a Milano i decessi annui sono circa 16.000 e che le superfici del Cimitero Monumentale e del Cimitero Maggiore sono rispettivamente di 250.000 Mq e di 678.624 Mq (di cui 80.000 Mq di verde).

La creazione di una struttura appositamente progettata, con un basso impatto ambientale e orientata alla valorizzazione delle aree verdi, può offrire tutte le garanzie e le soluzioni ottimali, coerentemente con i principi di civiltà e umanità che contraddistinguono Milano: metropoli moderna e all'avanguardia, ma da sempre sensibile al rispetto e la tutela del proprio patrimonio culturale. Ambienti luminosi, climatizzati e sicuri, spazi dedicati a funzioni religiose e laiche, attenzione e cura di tutti i servizi necessari, anche nel rispetto di una società costantemente attenta ai valori tradizionali e nel futuro sempre più multietnica. Il progetto Cielo-infinito permette l'ottimizzazione degli spazi e una sostanziale diminuzione dei costi di mercato e dei tempi d'attesa. Potrebbe, inoltre, diventare anche un importante punto di riferimento per la città: oltre agli spazi dedicati al culto, una parte rilevante della struttura verrà infatti dedicata a iniziative culturali e all'esposizione di opere d'arte.

Qualche vescovo (e non solo) risponde

"Malcostume politico"

di Giacomo Galeazzi

A molti anni di distanza dalle sue ''lettere aperte'' (la più nota quella a Enrico Berlinguer), il vescovo emerito di Ivrea, ed una delle voci profetiche della chiesa italiana, mons. Luigi Bettazzi, ha deciso di prendere carta e penna per una nuova missiva indirizzata, questa volta, ad un suo confratello, il vescovo (ciellino) di san Marino-Montefeltro, Luigi Negri. Una nuova ''lettera aperta'' in risposta ad una intervista che lo stesso presule aveva concesso ieri al quotidiano 'la Stampa' nella quale, di fatto, delegando ''solo a Dio'' il giudizio ''sui comportamenti personali'' del premier tornava a 'sdoganare' il governo per il suo appoggio ai cosiddetti ''valori non negoziabili'' come la vita, la famiglia, la liberta' di istruzione. Mons. Bettazzi, in sostanza, ha voluto dar voce a un'altra parte del mondo cattolico non schierata su queste posizioni. ''Per quanto giro in Italia, sento spesso la lamentela dei cristiani di fronte alla mancanza di 'indignazione', che lei dice non essere 'atteggiamento cattolico', di noi vescovi di fronte al malcostume della politica, e non solo per gli scandali 'privati', - scrive Bettazzi a Negri - ma anche per la moda invalsa di leggi ad personam, proposte, si dice, per difendersi da una magistratura che esorbita dalla sue funzioni (lei lo dice: 'muoversi con prepotenza'), ma che in realtà non fa che assicurare che la legge sia uguale per tutti''. ''Ella rivendica, nella espressa difesa del governo e del suo presidente, l'appoggio che essi danno ai 'principi non negoziabili', quali la difesa della vita al suo inizio e al suo termine o della famiglia naturale: e questo giustificherebbe il sostegno, senza indignazione, ad un governo che si mostra, invece, insensibile di fronte a quello che è il fondamentale 'principio non negoziabile', che è la solidarietà; - si legge ancora nella lettera aperta di mons.Bettazzi - perché se questa si esprime davanti alle vite più deboli, come sono appunto quella iniziale e quella terminale, ma, per essere convincente, deve impegnarsi anche contro tutte le vite minacciate, come sono quelle di quanti sfuggono la miseria insopportabile o la persecuzione politica, che sono invece fortemente condizionate dal nostro governo (quante vite umane sono sparite nel nostro mare o per le imposture della Libia!)''. Rispetto poi alla sola valutazione per i politici del loro comportamento pubblico, il vescovo ricorda che ''chi sta in alto deve dare il buon esempio, perché esso, tanto più in quest'era mediatica, influisce sull'opinione pubblica. Ed è questo - aggiunge subito Bettazzi - che dovrebbe preoccupare noi vescovi, cioè il diffondersi, soprattutto nei giovani, dell'opinione che quello che conta è 'fare i furbi', è riuscire in ogni modo a conquistare e difendere il proprio interesse, il bene particolare, anche a costo di compromessi, come abbiamo visto nei genitori e nei fratelli che suggerivano alle ragazze di casa di vendersi ad alto prezzo''. ''All'indignazione - scrive poi Bettazzi al vescovo di san Marino - ella contrappone la sofferenza, e la richiede in primo luogo per la persecuzione dei cristiani; credo che se silenzi ed esitazioni ci sono stati lo siano stati in primo luogo dal governo, preoccupato per eventuali ricadute economiche o politiche. Ed anche la libertà dei cristiani e delle loro opere va rivendicata come uguaglianza ma senza privilegi, proprio per il compito che la chiesa ha assunto nel concilio di farsi promotrice di libertà e di sviluppo per tutta l'umanità. So, caro vescovo, che la sua difesa del governo interpreta il sentimento di una certa parte del mondo cattolico; - conclude mons. Bettazzi - credo però che essa debba tener conto delle tante contraddizioni che questo ignora, anche per la manipolazione dei media, e che rendono così sconcertata e sofferente tanta parte dello stesso mondo cattolico, proprio anche per certe presunte coperture di noi vescovi''.

Commenti dei lettori del blog di Galeazzi su La Stampa

La Parola di Dio ci ospita

Bibbia. Il codice dell'ospitalità

di Enzo Bianchi

È una ricerca insolita scavare nelle Scritture per trovare non solo esempi, esortazioni e criteri della pratica dell'ospitalità, ma anche la consapevolezza che la Bibbia stessa è luogo di accoglienza, che nello 'sta scritto' c'è spazio per ospitare l'altro, per contenere qualcosa e qualcuno che non si esaurisce nella lettera del testo. Del resto, la composizione stessa della Bibbia è caratterizzata da molteplici aspetti di 'ospitalità', a cominciare dall'accoglienza della diversità in unico testo: la Bibbia

Pro e contro

La via di fuga è disconnettersi. «Ma le relazioni non si impoveriscono»

Le parole che non ti ho detto (a voce)

C'è chi chatta in casa con i figli e chi manda una email per avvisare che la cena è pronta. Abbiamo smesso di parlare?

di Elvira Serra

  Barbara Crivellaro è una donna sull'orlo di una crisi di nervi. Trentanove anni, avvocato amministrativista, racconta come è cambiata la sua vita, personale e professionale, ai tempi di Internet. «Prima, le riunioni di lavoro duravano un'ora, i telefonini c'erano, ma nessuno si sognava di tenerli accesi durante un meeting; adesso vanno avanti per tre ore, interrotte continuamente da chiamate, email, sms che implicano pause e riprese». La posta elettronica è diventata la sua peggior nemica. «I colleghi mi mandano messaggi pieni di allegati: un tempo c'era il fax ed era facile fare le annotazioni a margine. Ora devi aprire un documento dopo l'altro, non sai quando finisce, e il bello è che dopo poco il tuo interlocutore ti manda un'altra email e ti chiede: allora, hai visto? Cosa ne pensi?». Messaggi dispersi. «In una tale mole di sollecitazioni si perdono gli inviti degli amici per l'aperitivo o la cena. Ma anche lì, accidenti!, non possono fare una telefonata? Perché non ci parliamo più con la bocca?».

Alberto Marinelli insegna teorie e tecniche dei nuovi media alla Sapienza di Roma. Due figli di 23 e 18 anni, Giulia e Daniele; ammette di chattare con loro la domenica pomeriggio, quando ognuno è nella sua stanza, davanti al proprio computer, nello stesso (stesso!) appartamento: «Caffè?», chiede uno, e gli altri si ritrovano poi in cucina per una pausa. «Non la vivo come una deprivazione dei nostri rapporti umani. L'isolamento non è certo colpa delle tecnologie, semmai della capacità interrelazionale degli individui. A costo di provocare, aggiungo che nessuna tecnologia isola come la lettura di un libro, momento durante il quale non vogliamo essere disturbati». Spiega che dal punto di vista percettivo, per chi ha meno di 35 anni, parlare attraverso uno strumento tecnologico o faccia a faccia è la stessa cosa. «Ormai la letteratura internazionale, a partire dai saggi dello spagnolo Manuel Castells, è concorde nell'affermare che per le generazioni più giovani non c'è soluzione di continuità tra online e offline. Non si può quindi dire che si parli meno». Usa Today è di tutt'altro avviso. Il quotidiano statunitense ha sentenziato che il 2010 è stato l'anno in cui abbiamo smesso di parlare. Dal mandare email durante la cena all'aggiungere un post su Facebook nel bel mezzo di un appuntamento fino a chattare seduti in platea mentre sul palco Canio uccide Nedda e Silvio e sta per esclamare: «La commedia è finita!».

Alla saturazione era arrivata anche la giornalista Susan Maushart, che ha raccontato i sei mesi di disconnessione totale, lei che era abituata a dormire con l'iPhone, nel saggio The Winter of Our Disconnect. «Io e i miei tre figli ormai non ci guardavamo quasi più negli occhi. Letteralmente mandavo loro dei messaggini per avvisarli che la cena era pronta». Lo stesso sistema adottato dalla famiglia (allargata) Sacks a Vienna, che si è raccontata sulla rivista Ikea Family Live: otto persone dagli 11 agli 87 anni, vivono insieme in due appartamenti adiacenti. È stata mamma Brigitte a dire: «La nostra grande famiglia è come una piccola impresa e tra di noi comunichiamo con la posta elettronica. Se mandi un'email, in dieci minuti ti rispondono tutti. Scrivo persino a Monika in camera sua per avvisarla che è pronta la cena».

Questo tipo di comunicazione non è necessariamente un impoverimento per la psicoanalista milanese Giuliana Barbieri. «È chiaro che una conversazione fatta al computer o tramite smartphone non può essere sostitutiva della comunicazione a tu per tu, per sua natura arricchita da tutto un sistema mimico gestuale. Al tempo stesso non possiamo demonizzare gli strumenti tecnologici, di per sé né diabolici né cattivi. Sono anzi facilitanti a volte. Semmai osservo che le parole, così mediate, spesso vengono sovradosate: si scrive "ti amo" quando in realtà non corrisponde allo stato d'animo». Il verdetto di Usa Today non si può estendere in maniera acritica. Il sociologo dei media Mario Abis, per esempio, dal suo punto di osservazione sulla Business Community, nota che al contrario l'uso della parola parlata è cresciuto. «Nei contesti aziendali la diffusione delle email rende necessari chiarimenti verbali. Mai come adesso le agende nelle imprese sono dense di appuntamenti, meeting, workshop. Dunque non si può pensare a una tendenza generale univoca. E non è un caso che le trasmissioni con maggiore audience siano proprio quelle basate sul parlare. Aumenta la linguistica dell'implicito: "non ho capito, ci sentiamo?"».

Non sono comunicazioni sostitutive, si aggiungono alla conversazione face to face anche per il collega di Abis, Paolo Anselmi, docente di psicologia della comunicazione sociale alla Cattolica di Milano. «Il dato reale è che abbiamo iniziato a scriverci di più, ed è un arricchimento, non è il segnale di un minor investimento sul piano relazionale. Non solo c'è un ampliamento qualitativo dei contatti, ma la relazione non è necessariamente limitata al mondo virtuale: spesso ritrovare amici o compagni di scuola su Facebook prelude a incontrarli di nuovo. Di persona».

Il patron (delle tv e non solo)

In ambiti cristiani da decenni sento dire che la televisione è la grande diseducatrice della nostra società: attraverso lo schermo i modelli distruttivi bombardano e sgretolano i veri valori.

E tra questi danni si citano: la gestione oziosa del tempo davanti all'apparecchio televisivo; le soap-opera e le fiction in cui amori facili, tradimenti, aborti sono all'ordine del giorno; film violenti; talk-show urlati; corpi femminili mercificati; pubblicità invadente che spinge all'acquisto e allo spreco.

Questo ho sentito dire da coadiutori, parroci, qualche vescovo, catechiste, suore, genitori, educatori, insegnanti... credenti e/o uomini e donne di buona volontà.

Da decenni tutti sappiamo chi è il patron delle tv commerciali, i cui palinsesti ci sono stranoti.

I casi sono due: o tutti coloro che hanno detto ciò affermavano il falso, oppure quest'uomo non vuole cogliere (e dire) dove si trova il problema.

Come possa un uomo non accorgersi ha dell'incredibile.

Come possa prodursi in queste capriole del non-senso è stupefacente.

Come possa non essere minimamente sfiorato dal dubbio lascia basiti.

Io non credo che non se ne accorga; che non abbia una "ragione" per dire così; che non abbia dubbi sulla persona di cui parla.

E mi resta un'ulteriore domanda: come mai viene intervistato spesso solo lui, mentre altri vescovi non si esprimono così e così spesso? Mi piacerebbe leggere cosa ne pensa il vescovo per esempio di Siena-Pienza-Montepulciano, o Vigevano, o Noto, o Campobasso, o Belluno, o...


don Chisciotte


Per crescere e divenire uomo

Per uno strano contrasto con il linguaggio divenuto spirituale e quasi mistico, nella nostra generazione, più materialistica della precedente, la quale, nonostante l'ostentato sforzo di circoscrivere la propria conoscenza e ricerca al mondo dei sensi, ne era rimasta fuori col cuore più di quanto immaginava, il senso del mistero va affievolendosi in modo preoccupante. Non lo esclude di proposito né lo nega brutalmente; non se ne occupa, non lo sente. I giovani lo fanno capire anche troppo: ogni bene che la mano non raggiunge non è che un sogno. Non v'è differenza tra chi nega apertamente e chi, pur non negando, non si prende neanche il disturbo di vedere se di là del breve spazio della propria sensibile esperienza, la realtà continua. Chi nega brutalmente fa uno sforzo che può anche celare inquietudine o insicurezza, mentre questo placido fermarsi alla prima posta, questo tornar indietro appena raggiunto il limite della propria passeggiata di pensionati, senza provarne pena o curiosità, mi sembra un accettare la prigionia come cosa naturale. Un romantico parlerebbe di ali infrante, di raccorciamento di respiro; io m'accontento di vederci una diminuzione dell'uomo, un distacco dalla realtà, una minore partecipazione alla vita, che è universalità.

Quando si tratta del mio essere o del mio valore umano o della mia vita, non mi domando se una cosa è possibile e, nel caso nostro, se il raggiungimento del mistero attraverso la mia intelligenza o la mia cordialità, è possibile. Sento di poter osare, di dover osare, prima ancora di sapere se vi riuscirò. Non è giusto che m'impoverisca, tagliandomi fuori dalla realtà col pretesto di star meglio.

Non son quaggiù per star bene, ma per crescere e divenire uomo. E se altri, con la scusa di darmi agi e tranquillità, mi rinchiude nella stretta prigione dei sensi e m'impedisce di pensare che c'è spazio oltre il mio passo breve, orizzonti oltre il mio sguardo, che la vita continua anche quando qualche cosa di mio si dissolve, che ci sto a fare quaggiù così addomesticato, anche se l'addomesticamento mi viene lautamente pagato? Che povera moneta di cambio!


don Primo Mazzolari, Dietro la croce (1942), 23-24

A meno che la voce dei battezzati non conti nulla...

Il bunga bunga negoziabile

di Aldo Maria Valli

Il Rubygate ha provocato nel mondo cattolico disagi molto più forti di quelli che appaiono in superficie. Basta fare un giro nelle parrocchie, parlare con la gente, ascoltare i giudizi di laici, preti e religiosi per rendersene conto. Anche chi, soprattutto in funzione anti-laicista, continuava strenuamente a concedere aperture di credito a Silvio Berlusconi, considerato nonostante tutto un attendibile defensor fidei, ora incomincia a vacillare: potrà mai venire qualcosa di buono, per i cattolici, dall'uomo di Arcore? I sondaggi di Famiglia cristiana, le prese di posizione dei settimanali diocesani e alcune lettere inviate all'Avvenire hanno portato alla luce un'indignazione che si va allargando. E un'indagine Swg per l'Associazione cristiano sociali dice che un cattolico su due giudica troppo indulgente la posizione della Chiesa nei confronti del presidente del consiglio. Il premier si è affrettato a ricucire puntando sulle sirene più suadenti alle orecchie del papa e della gerarchia vaticana: i cosiddetti valori non negoziabili. Il no ai matrimoni gay e alle adozioni per i single rientrano in questa logica. E anche l'attacco agli insegnanti delle scuole statali, nelle intenzioni del premier, aveva questa funzione. Ma sulla scuola Berlusconi è scivolato, perché la sua foga polemica contro l'istruzione pubblica non è piaciuta nemmeno a tanti cattolici. E lo stesso presidente della Cei Bagnasco ieri ha detto che gli insegnanti bravi sono sia nella scuola pubblica che in quella privata. Se dunque sabato i cristiano riformisti, costola del Pdl, hanno applaudito il discorso del Cavaliere, l'universo cattolico per lo più rumoreggia e mugugna. E avanza riserve nei confronti delle stesse gerarchie, ritenute troppo silenziose e prudenti se non appiattite su Berlusconi. Per esempio, la partecipazione del segretario di stato Bertone e del cardinale Bagnasco alla cerimonia commemorativa dei Patti lateranensi, il 18 febbraio a Roma, non è andata giù a molti. Se i vertici della Chiesa l'avessero disertata, si sostiene da più parti, il segnale sarebbe stato fortissimo. In proposito La voce del popolo, settimanale diocesano di Brescia, si è spinto a rivolgersi esplicitamente a Bertone: «Se non si ha il coraggio di condannare esplicitamente certi comportamenti, almeno si eviti di sdoganarli». L'operazione riaggancio tentata da Berlusconi sembra quindi mostrare un limite: tecnicamente è ineccepibile, perché punta su ciò che le gerarchie hanno di più caro. Ma dal punto di vista sostanziale appare vecchia. Rivolgendosi alle gerarchie, il Cavaliere sceglie un interlocutore che in questo momento, sulle vicende di cui ci stiamo occupando, non è in sintonia con la pancia del popolo cattolico. Nell'intervista prontamente chiesta dal Giornale al cardinale Bagnasco il presidente dei vescovi italiani dice che il disegno di legge sul fine vita, in discussione dal 7 marzo alla camera, va sostenuto con decisione. Quella del testamento biologico è un'altra frontiera che lega a doppio filo gerarchie ecclesiali e attuale governo, ma anche in questo caso c'è da chiedersi se lo stesso filo leghi l'intero mondo cattolico. In proposito un vescovo ci diceva in questi giorni: «La Chiesa parla di valori non negoziabili, ma a molti di noi piacerebbe che si parlasse dei valori costituzionali». E un prete di Crema ha scritto ad Adista: «È necessario un supplemento di libertà evangelica per sganciarsi decisamente da un sistema di governo che, attraverso benefici e privilegi, sembra avvantaggiare il mondo ecclesiastico, ma in realtà aliena e impoverisce sia a livello culturale sia a livello socioeconomico i credenti che ripongono fiducia non nell'amore al potere ma nel potere dell'amore».


in “Europa” del 1 marzo 2011

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