Movida a Milano


Mi pare che la ricercatrice pecchi un po' di ingenuità, specie riguardo l'uso delle droghe (non leggere!) nei gruppi.


I giovani della movida, tra amicizia e divertimento

Vivono la notte metropolitana tra bisogno di sicurezza e vita di gruppo: identikit di un fenomeno

Amicizia, libertà e divertimento: sono i tre elementi fondamentali per i giovani di Milano e provincia. Che prediligono l'happy hour, ritrovarsi nei bar e nelle birrerie, scorazzare sulle strade e nelle piazze. È insomma la movida meneghina, che puntualmente torna sulle pagine dei giornali quando si scontra con le esigenze dei cittadini di riposare.

Eppure qualcosa va fatto per conciliare le due città. Come garantire la sicurezza, particolarmente avvertita tra i giovani che vivono la notte metropolitana. Così delinea l'identikit dei ragazzi milanesi oggi Cristina Pasqualini, ricercatrice in sociologia presso la facoltà di Scienze politiche della Cattolica di Milano e curatrice di un capitolo sui giovani che sarà pubblicato nel prossimo Rapporto sulla città dell'Ambrosianeum. Ecco alcune anticipazioni dei dati.

Qual è il profilo sociologico dei giovani?

Dalle ultime indagini sociologiche emerge che per i giovani dai 15 ai 29 anni, l'amicizia resta il valore più importante: lo è per il 91%. Come il divertimento (76%) e la libertà (94%). Quindi amicizia, libertà e divertimento sono gli ingredienti a cui i giovani non possono rinunciare, che connotano le relazioni tra pari. I giovani sono radicati nel territorio e possono frequentare più gruppi di amici (43%), mentre il 32% ha solo un gruppo e il 25% ha amici che vede separatamente. La multiappartenenza è il fenomeno nuovo degli ultimi anni.

Quindi non c'è più una chiusura in gruppetti ristretti...

Assolutamente: c'è il gruppo del bar, della palestra, dell'oratorio, della scuola, del quartiere, che spesso si frequentano in parallelo o alcune volte si mescolano. Su questo fenomeno ci sono variabili che incidono in maniera molto significativa. La prima è l'età: i giovani più sono piccoli, quindi gli adolescenti, più gruppi seguono. E soprattutto hanno più tempo per frequentare gli amici. Naturalmente crescendo di età, nella piena giovinezza, per motivi lavorativi o carichi familiari, si tende a diminuire il tempo di frequentazione delle amicizie, perché ci sono altri impegni.

La seconda variabile?

È il genere. In Italia, ma soprattutto a Milano e provincia, le femmine sono un po' più discriminate nel divertimento e nelle amicizie rispetto ai maschi. È una questione culturale, loro hanno minori gradi di libertà rispetto ai coetanei: possono uscire meno frequentemente la sera, devono rientrare prima a casa, quindi hanno meno occasioni di creare gruppi amicali e di frequentare persone. Però ci sono eventi che sono a loro più congeniali: per esempio l'happy hour è un momento di socializzazione giovanile particolarmente indicato soprattutto per le femmine, perché è un appuntamento preserale al quale anche le adolescenti possono partecipare. I maschi sono più liberi, quindi frequentano più giri di compagnie e hanno una maggiore mobilità sul territorio.

Esiste però un problema di sicurezza...

Infatti, divertirsi a Milano e in provincia vuol dire fare i conti anche con la sicurezza. Il 30% dei giovani si sente per niente o poco sicuro (valore piuttosto alto), il 48% abbastanza sicuro e un 22% molto sicuro.

Quali rischi percepiscono i giovani?

Per il 12% le aggressioni sessuali, più che altro le ragazze; il 29% il rischio di aggressioni come scippi e rapine; il 39% lo spaccio di droga; il 57% atti vandalici.

C'è una diffusione capillare di droga. Quanto coinvolge i giovani?

Guardi, sostengo questa tesi condivisa anche da altri sociologi italiani: la droga pesante è sicuramente molto diffusa tra i giovani, soprattutto in alcuni luoghi come le discoteche. Ma va anche detto che il gruppo amicale solitamente preserva le persone che ne fanno parte rispetto all'uso di droghe pesanti. Si è visto da alcune ricerche che, se i membri di un gruppo iniziano a fare uso di queste sostanze, vengono allontanate. Certo se il gruppo funziona, se c'è comunicazione, frequentazione, condivisione, voglia di stare insieme. Questo non vuol dire che non se ne fa sporadicamente uso, ma non diventa un abuso. Il gruppo protegge anche le ragazze da violenze, oppure da fenomeni di bullismo. È un fattore di protezione importante, ma quando funziona ed è virtuoso. Se invece si trasforma in un gruppo malato, allora diventa una baby-gang e una cattiva compagnia.

Come la città si rapporta con i giovani, sia per il divertimento, sia per altre esigenze? È pensata anche per loro o no?

Il 50% dei residenti a Milano trova qui comunque un luogo di divertimento confacente alle proprie aspettative, mentre il 77% di chi abita in provincia non lo trova vicino a casa. Da diversi anni Milano è stata definita metropoli dei city users, città delle persone che l'attraversano, la usano, vi lavorano, studiano e poi alla sera se ne tornano a casa propria. In realtà Milano sta offrendo molto ai giovani, dal punto di vista formativo e occupazionale. I modelli della donna “tacchi alti e tailleur” e dell'uomo “giacca, cravatta, scooter e borsa da lavoro” sono miti, rappresentazioni forti che i giovani amano ancora, che in qualche modo perseguono. Poi Milano resta sicuramente il luogo del divertimento: nel 50% in bar, pub e birrerie, l'happy hour è il momento di socializzazione per eccellenza. Poi vanno nei luoghi all'aperto (strade, piazze, parchi) per il 48%, frequentano il cinema, vanno poco in discoteca (solo il 14%, anche perché costa). I luoghi pochissimo frequentati sono l'oratorio (11%), come sale gioco e centri commerciali; circoli e centri sociali (6%).

Come conciliare le loro esigenze con quelle di chi vuole riposare in tranquillità?

Sono problemi che esistono da sempre. Credo però che ci sia un livello di intolleranza più alto negli ultimi anni. Dovremo forse pensare a spazi adeguati per i giovani. Non vuol dire ghettizzarli, perché è importante che si integrino nel tessuto normale della società. Però pensare luoghi ad hoc può essere vantaggioso per loro stessi: avere spazi per potere ballare, cantare, suonare, dipingere. È questo che manca. Così potremmo migliorare la coabitazione, rispettando le esigenze di tutti.


Poich

Aforisma 19

Se Dio non esiste, tutto è permesso? No.

Dato che io esisto, tutto è permesso? Nemmeno.

Poiché noi esiste, non tutto è permesso.



 

L'indecisionista

Quelli che non scelgono

di Massimo Gramellini   

Giuro che non è il prossimo film di Christian De Sica, non ancora. Prima scena, Reggio Emilia: alla vigilia del matrimonio un trentenne si rimette con la ex fidanzata e le propone di seguirlo in viaggio di nozze, ovviamente all'insaputa della moglie. Seconda scena, atollo delle Maldive: tutte le mattine il neo-marito deposita la sposina in spiaggia per andare, dice lui, a scuola di sub. In realtà si precipita dall'altra parte dell'isola, dove la ex - non ex - quasi ex lo aspetta sotto le coperte di un bungalow per le immersioni di rito. Terza scena, di ritorno in Italia: la sposa si scola un termos di caffè e finalmente si sveglia. Esplora il cellulare del marito e vi trova più tracce di quelle lasciate da Pollicino. Dopo consultazione con mammà, partono la richiesta di divorzio e la terapia intensiva presso lo psicologo (suggerirei anche un oculista). Morale sui titoli di coda: che tristezza. Nel marito fedifrago qualcuno vedrà solo un mascalzone, qualcun altro la vittima delle leggi che impediscono ai sultani nati in Padania di praticare la bigamia. Io vedo il campione di una categoria sempre più diffusa: l'indecisionista. Un conservatore spaventato che non procede per scelte ma per accumulazioni. Uno che non sa se ama ancora la ex oppure no e nel dubbio ci si rimette insieme, non sa se rompere il fidanzamento con la futura moglie oppure no e nel dubbio la sposa lo stesso, non sa se liberarsi della ex tornata in auge oppure no e nel dubbio la porta al seguito, non sa se mollare la moglie appena sposata oppure no e nel dubbio si fa mollare da lei. È un disperato e magari si sentirà un figo.

In TV

La valigia con lo spago. Immigrati in TV

di Marco Tosatti

Quattro puntate su Rai Uno, in seconda serata (ore 23.25), a partire da lunedì 29 giugno. Per conoscere flussi migratori, legislazioni, e nuove schiavitù. Testi e regia di Luca De Mata, con la supervisione di Mauro Piacenza, e la collaborazione di Nicola Bux e Massimo Cenci.

Quattro puntate in televisione per dare voci e figure a uno dei fenomeni più discussi del nostro tempo. Dice Luca De Mata: "L'idea di fondo di questa inchiesta è ricordarci che dietro ogni donna, uomo, qualunque sia la sua condizione c'è una Persona. E mai come in questo caso il ragionamento si allarga ad un fenomeno planetario che ci sta coinvolgendo tutti e ci sta cambiando tutti. Non possiamo più voltare la testa da un'altra parte. Il mondo è cambiato, e noi siamo cambiati? Quali leggi possono fermare uno tsunami umano di disperazione e miseria che infila in una città come Roma bambini a dormire dentro i cunicoli della strada. Quando si viene dal nulla anche un cunicolo diventa una reggia, ma quanti di noi possono accettare tutto questo? Ed anche se nessuno sa la soluzione reale del problema una risposta dobbiamo trovarla. L'emigrazione non può continuare ad essere l'ennesimo affare per le criminalità organizzate del pianeta".

Il titolo è evocativo di un passato che ci ha visti protagonisti: "La valigia con lo spago e subito, d'istinto, pensi alle immagini dei milioni di emigranti: Italiani, Irlandesi, Polacchi, Spagnoli, Portoghesi che, all'inizio dell'800 e ancora fino agli anni '50 del secolo scorso, si spostarono da un continente all'altro, con le loro valige legate, tenute sulle spalle, in fuga dalla miseria. Donne, uomini, adolescenti spesso analfabeti che, con caparbietà, sacrifici, volontà sono stati mattoni reali che hanno contribuito alla costruzione della ricchezza dell'Occidente. Masse. Milioni di individui oggi integrati, figlie e figli di quelle valige di cartone difficili da distinguere, ormai, da chi in quelle stesse terre era arrivato solo un secolo prima in fuga dalle miserie e dalle persecuzioni, quando non deportati con la forza. Ed oggi? Ed oggi ancora i tanti arrivi di immigrati nel mondo hanno le stesse regole? Gli stessi modi degli ultimi due secoli? No! Oggi si arriva senza valigia. Senza nulla. Milioni di ombre. I clandestini, scivolano lungo montagne e coste per raggiungere un sogno, che più spesso è risveglio in una miseria che è più della stessa miseria da cui sono fuggiti. Ombre scivolano lungo le coste. Ombre senza valigia perché nella barca non c'è spazio. Ombre senza valigia per meglio attraversare sentieri di monti e precipizi. E se troppo pesanti, ombre lasciate affogare, rotolare nei burroni. Ombre che non devono lasciare tracce sui sentieri e rotte dei mercanti della carne. Pagamento anticipato. La valigia è la tua ombra. Lo spago è attorno al tuo collo e ti stringe, ti stringe, ti mozza il fiato. Spago di criminali, ricattatori, strozzini senza pietà: quando non i soliti fanatici del terrore. Tu devi pagare ed ubbidire. Tu devi diventare un'ombra perché ti porti di là! La valigia? Sei tu! Ombre quando legalizzate solo in Italia hanno versato alle casse dello Stato 6 miliardi di Euro, con cui sono state pagate pensioni a centinaia di migliaia di Italiani".

Senza voltarsi indietro ogni volta

«Io non sono contento né di quello che faccio né di quello che vedo fare nel mondo. Vorrei mutarmi e mutare. Se mi ci provo, se mi metto contro per una ragione non d'interesse, ma di coscienza, quasi tutti mi giudicano un pazzo e mi suggeriscono di scavarmi una trincea per ripararmi dal fuoco divoratore dell'egoismo altrui...e che il mondo si perda! (...)

La mia Comunione di stamane è il Cristo operante contro il mio tentativo di fuga di fronte al male travolgente. Un mistero di bene contrapposto al mistero del male: un mistero attivo, operante senza stanchezza, senza sfiducia, senza tornaconto, senza un voltarsi indietro per vedere se qualche cosa cresce, se qualcuno ci segue! (...)

E com'è fermento di bene, è pure ravvivamento e restaurazione di ogni ideale. Qualche cosa ogni giorno s'oscura nella chiarezza della mia visione spirituale: l'esperienza mi consuma e mi brucia la freschezza degli inizi. Si invecchia precipitosamente, e nessun specifico vale a fermarci sulla china di una decadenza che è dello spirito come del corpo.

Il mistero di oggi e di tutti i giorni è la novità di oggi e d'ogni giorno; un riaffacciarsi dell'effimero sull'eterno, del mortale nell'immortale, la primavera divina sull'inverno del tempo; la presenza dello Spirito che ricrea ogni cosa restituendola alle ingenue proporzioni del pensiero divino.

Dio nelle sue creature, l'ideale sempre vivo nella nostra impotenza quotidiana, è il dono di una giornata che si chiude con le tenebre del Getsemani, vinte dalla luce inconfondibile del pane appena spezzato sopra una tavola divenuta l'altare di tutti gli olocausti e di tutte le ascensioni, sotto lo sguardo stupito degli apostoli che, senza capire, si son trovati impegnati nella più grande battaglia del bene che conosca la storia.


Primo Mazzolari, Dietro la croce, 25

Attendere









“Attesa” è la matrioska più grande che custodisce la bambolina più piccola, ma meglio decorata, la più fine, la più preziosa, il nocciolo: la speranza.


don Chisciotte

Urla e grida

Gente da urlo

di Massimo Gramellini

Ero un turista che chiacchierava in un parco di Parigi, circondato da carovane di bambini con mamme e badanti, e stavo inerpicandomi nel racconto di qualche scemenza quando mia moglie mi ha rivolto uno sguardo carico di riprovazione: «Abbassa la voce! Perché urli?». Ho serrato la bocca e mi sono messo in ascolto. I tanti bambini di quel parco producevano un brusio di sottofondo, qua e là increspato da frasi brevi e assertive delle madri. Il più molesto della combriccola ero decisamente io. Ma mi è bastato rientrare in Italia per sentirmi di nuovo afono.

Qui urliamo tutti. Impariamo da piccoli, di solito dai genitori, che suppliscono con i decibel alla carenza di carisma (gli strilli sono manifestazioni di stanchezza e di impotenza). Il resto lo apprendiamo davanti alla tv, dove chi urla di più ottiene di essere inquadrato più a lungo, e politici e «tronisti» hanno messo a punto la tecnica del «disco rotto», che consiste nell'urlare all'infinito la stessa frase, così da impedire agli altri di rispondere. Cresciuti a questa scuola, da grandi siamo pronti per scendere in strada e partecipare alle gare di urlo, particolarmente in voga durante il periodo estivo, quando la gente ha il pessimo vizio di dormire con le finestre aperte. E qui si ritorna alla domanda di mia moglie. Perché urli? Perché urliamo? Per farci sentire. Perché nessuno ci ascolta. O forse perché non vogliamo ascoltare. Ma soprattutto per liberare quella rabbia compressa e senza bersagli definiti, figlia della solitudine e dello smarrimento, che nessuna tastiera di computer riuscirà mai a sfogare.

Il 26 giugno 1967 moriva don Lorenzo Milani

Per lui prete la scuola era il mezzo per colmare quel fossato culturale che gli impediva di essere capito dal suo popolo quando predicava il Vangelo; lo strumento per dare la parola ai poveri perchè diventassero più liberi e più eguali, per difendersi meglio e gestire da sovrani l'uso del voto e dello sciopero. Con quella tenacia di cui era capace quando era convinto di avere intuito una verità andò a cercare uno ad uno tutti i giovani operai e contadini del suo popolo. Entrò nelle loro case, sedette al loro tavolo per convincerli a partecipare alla sua scuola perchè l'interesse dei lavoratori, dei poveri non era quello di perdere tempo intorno al pallone e alle carte come voleva il padrone, ma di istruirsi per tentare di invertire l'ordine della scala sociale. "Voi

Altre strade

Se la Chiesa è in strada

di don Luigi Ciotti

La strada ha una sua spiritualità. E' un patrimonio di volti, storie, sguardi. Il confronto con la strada non è per noi una scelta possibile tra le altre. E' un percorso obbligato. La strada deve tornare a essere il riferimento simbolico e operativo di ogni esperienza cristiana. Non è il solo luogo dovere vivere un'esperienza cristiana. Ma è il luogo in cui si esprime tanto la povertà delle persone (non solo materiale, anche di sensi, significati e valori) quanto la liberazione. La strada esige fedeltà e lealtà. Ci chiede di leggere i cambiamenti e le trasformazioni. Ci chiede, ieri come oggi, di esserci. Di impastarci con la storia, uscire dai nostri recinti, nicchie troppo protette. Ci educa all'autenticità, ad accogliere l'altro e riconoscerlo.

In questi giorni, a Torino, la strada è il luogo della festa. Ma ogni giorno è anche il luogo della povertà, dei bisogni, delle domande in costante trasformazione. Stare indica abitare, e in questo starci c'è un invito a ritrovare le ragioni del nostro impegno di Chiesa al fianco di chi è più fragile, debole e meno garantito.

Poi c'è un altro elemento. Sulla strada si impara. Non s'insegna, o s'insegna poco. Nel 1972, l'arcivescovo padre Michele Pellegrino, ordinandomi sacerdote, mi affidò il popolo della strada. Mi affidò la parrocchia della strada. E per me è stato un grande privilegio e un dono. Padre Pellegrino non mi ha mandato a insegnare a chi è sulla strada, ma a imparare che la Chiesa deve saper riconoscere i volti delle persone. La strada è il luogo dove ogni sapere cozza contro i suoi limiti. E' un luogo di educazione permanente. Richiede conoscenza. Ma diffidate di chi crede di aver capito tutto. La strada ci impone un continuo ascoltare e interrogarci.

Oggi vedo un grande peccato: la mancanza di profondità. Troppe parole non vere, senza verifica e senza controllo. L'informazione è povera, e invece c'è bisogno di una volontà di sapere che sappia scendere in profondità.
Perché se si scende in profondità si sale in altezza. Abbiamo bisogno di più conoscenza e più verità. E di più denuncia. Mi farebbe piacere se i vescovi avessero un po' di coraggio in più. Lo diceva il cardinale Ballestrero, che da presidente della Cei ebbe il coraggio di tacitare il Papa a Loreto: «Siamo chiamati non solo a un'accoglienza pura e semplice, ma anche a una ricerca intraprendente: andare dove ci sono quelli che da noi non vengono».

La strada ci chiama tutti per nome. I princìpi non possono essere un alibi per tentennare. Guai se in nome di un principio non si accolgono le persone. Purtroppo invece, oggi, i pregiudizi resistono. Non vergogniamoci di camminare con Dio: con gli immigrati, le ragazze sfruttate, i carcerati, i disabili. La strada ci ricorda che gli altri siamo noi. E l'incontro con gli altri non è fatalità né caso. E' un dono.

Intervento al 33° Convegno nazionale delle Caritas diocesane

Io sto con Famiglia Cristiana

«... con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l'"immunità morale". La morale è uguale per tutti: più alta è la responsabilità, più si ha il dovere del buon esempio. E della coerenza, che è ancora una virtù, e dà credibilità alle persone e alle loro azioni. (...) La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l'emergenza morale nella vita pubblica del Paese. Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia. I cristiani (come dismostrano le lettere dei nostri lettori) sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell'Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione etica meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare» (d.a. - don Antonio Sciortino).


Lettere al padre e intervento completo di don Sciortino.

Intervista su una fonte autorevole


Provate a digitare "settimanale Chi" su un motore di ricerca di immagini online

e avrete conferma della "qualità" dell'autorevole pulpito,

esperto soprattutto in futilità, corpi esposti, gossip, chimere...

proprio ciò di cui si sta parlando in questi giorni.

Quasi quasi il prossimo articolo di teologia

lo faccio pubblicare su Topolino!

don Chisciotte


Magra consolazione












"Nessuno ha bisogno di una vacanza, quanto uno che ci e' appena stato".


Elbert Hubbard

Bambini-soldato


«Bimbo, prendi il fucile e spara». Guardateli con attenzione perchè rappresentano l'altra faccia di un dramma. Sono occhi che hanno visto l'inferno e misurato la vita e la morte. Sono i protagonisti della mostra (in corso a Roma) "Bambini di guerra: l'infanzia spezzata", un viaggio tra i bambini soldato coinvolti e sfruttati nelle parti di mondo dove sono in corso i conflitti. Unadramma che passa troppo spesso inosservato ma che è al centro dell'interesse delle organizzazioni umanitarie.


Comunicare

Il sorpasso: per gli italiani Internet indispensabile più del telefono

Il dato emerge da indagine globale sulle abitudini online

È il dato di fondo che emerge dal nuovo Norton Online Living Report, l'indagine globale sulle abitudini online condotta dal 13 ottobre al 5 dicembre 2008 da Harris Interactive per conto di Symantec in 12 paesi. Messa di fronte a una lista di oggetti e alla richiesta di scegliere a quale di questi non possa fare a meno, la maggioranza degli italiani ha indicato nell'ordine Internet (55%), il cellulare (54%) e la macchina (47%). L'indagine è stata condotta intervistando 6.427 adulti dai 18 anni in su e 2.614 giovani dagli 8 ai 17 anni, che si connettono per una o più ore al mese. Sette adulti su 10 affermano che Internet ha migliorato le loro relazioni personali. E infatti gli intervistati hanno una media di circa 41 amici virtuali e il 49% ha un profilo su un social network. Anche i ragazzi usano Internet per socializzare, e dichiarano di connettersi per il doppio delle ore credute dai genitori. Peraltro, i genitori spesso sono all'oscuro delle attivita' che svolgono online i loro figli.  Sebbene la metà degli utenti sia consapevole delle attività da svolgere per una totale sicurezza in Rete, raramente effettuano scansioni di virus o hanno una protezione adeguata alle minacce che provengono da Internet. Circa 1 genitore su 5 ha poi rimproverato i propri figli per comportamenti inappropriati in Rete, ma emerge nel 90% dei genitori la consapevolezza della propria responsabilità per la protezione dei figli nell'utilizzo di Internet.

Preti di oggi, non di ieri

«Garelli nota che le nuove generazioni di preti hanno dei riferimenti culturali diversi da quelli consolidati e questo desta preoccupazione. Si domanda: "È in grado questo clero che tende ad invecchiare e che è oberato da molti compiti, di interpretare la nuova stagione sociale e religiosa? Prevale tra i preti il rimpianto dell'egemonia e dei modelli del passato o essi sono capaci di ridefinire il loro ruolo in un'epoca non facile per le sorti della fede?".

Lo studioso riconosce che nel nostro clero convivono modelli di formazione e modi di affrontare il compito pastorale che riflettono diverse epoche della Chiesa. Alcuni si occupano di pastorale ordinaria, limitandosi al contatto quotidiano con la gente comune; altri sono spinti, magari anche dal loro carisma, a impegnarsi in situazioni particolari, come nel campo della carità, della giustizia sociale, della legalità ecc.

È evidente che questi modi diversi di intendere il compito pastorale modificano anche il rapporto preti-laici e così si ridistribuiscono le responsabilità ed i compiti.

Diventa quindi necessario pensare un nuovo modo di essere preti e la domanda di Garelli non è inopportuna: "Quanto i preti italiani sono pronti a svolgere un ruolo di 'direttori d'orchestra' di una comunità che si compone di molti carismi?".

Si tratta di una domanda fondamentale proprio perché nella Chiesa di domani i preti, tra loro e con i laici, dovranno necessariamente collaborare in sfide pastorali complesse. La situazione dei preti italiani dopo il Concilio "è marcata da una difficile transizione che è della Chiesa tutta, ma che coglie soprattutto il clero: il turbine dell'accelerazione rende la situazione instabile ed espone la vita del prete ad una serie, anche contraddittoria, di sollecitazioni"».

G. Frausini, Il presbiterio. Non è bene che il vescovo sia solo, 28

Calmante

Neo-schiavi

Traffico umani: nuovi schiavi

La condanna arriva da monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, che questa mattina ha aperto il Congresso 2009 'Religiose in rete contro la tratta di persone', convegno che riunisce suore di tutto il mondo impegnate nella lotta al traffico umano, soprattutto allo sfruttamento delle donne.


Il Vaticano definisce il traffico di esseri umani "una nuova forma di schiavitù", un "fenomeno criminale che viola i diritti umani fondamentali e distrugge spiritualmente e materialmente vite umane". La condanna arriva da monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, che questa mattina ha aperto il Congresso 2009 'Religiose in rete contro la tratta di persone', convegno che riunisce suore di tutto il mondo impegnate nella lotta al traffico umano, soprattutto allo sfruttamento delle donne. "La tratta di persone - ha detto Vegliò - è stata in effetti nascosta per troppo tempo sotto le strutture di potere e di controllo che coprono la vergogna e l'ipocrisia di alcuni componenti della società. La tratta di esseri umani - ha aggiunto il Vescovo - si serve principalmente del trasporto di donne e bambini a scopo sessuale ed economico, egoistico e sleale, per mezzo della manipolazione, forza e violenza. Non è mai una vera 'scelta' e quasi invariabilmente questo tipo di vita si conclude con un trauma psicologico. La maggior parte dei paesi colpiti dalla tratta - ha proseguito il capo del dicastero vaticano - non riconosce nemmeno che essa alimenta le industrie locali del sesso e viceversa". Per monsignor Vegliò "non ci possono essere dubbi sul fatto che il traffico di donne sia un fenomeno criminale che viola i diritti umani fondamentali e distrugge spiritualmente e materialmente vite umane". Da qui, dunque, l'invito ad agire "con fiducia e sicurezza nella consapevolezza che come cristiani non possiamo restare in silenzio di fronte a un tale orripilante fenomeno". Monsignor Vegliò ha assicurato che il Pontificio consiglio per i migranti "sta facendo tutto il possibile per sostenere il lavoro della chiesa nel combattere" il traffico di esseri umani, un "serio problema umanitario", e ha ricordato i numeri del fenomeno. "Recenti statistiche - ha detto al congresso 2009 'Religiose in rete contro la tratta' - indicano che sarebbero più di quattro milioni le persone vittime, più della metà delle quali impegnate attivamente, il più delle volte senza volerlo, nell'industria del sesso. Anche in Italia si ritiene vi siano più di 10mila vittime della tratta di esseri umani, la maggior parte provenienti dall'Africa". Il presidente del dicastero Vaticano ha dunque proposto sei "piste di riflessione" per affrontare il fenomeno. Innanzitutto la conoscenza: "E' importante - ha detto - conoscere i fattori che incoraggiano o attraggono specialmente alla prostituzione, le strategie utilizzate dai reclutatori, gli intermediari e gli sfruttatori". C'è poi l'impegno: "Trattare questo specifico compito pastorale richiede tempo, energie e denaro", ha spiegato monsignor Vegliò. "Questo non è un compito ordinario - ha aggiunto - non può esserci un approccio timido poiché ci si confronta con donne veramente ferite e sconvolte dentro". Una terza indicazione riguarda l'attenzione personale e spirituale: le vittime "avranno bisogno di una continua cura personale e spirituale". Il vescovo ha inoltre invitato a una "collaborazione e condivisione di informazione" - questo il quarto punto; c'è poi la formazione: "E' necessario continuare a trovare strategie per affrontare le cause profonde e i fattori associativi che incoraggiano la tratta delle donne". Infine monsignor Vegliò che sottolineato l'importanza di "programmi e campagne pubblicitarie e diinformazione per giungere a una consapevolezza maggiore del fenomeno".

Problemi veri

Per la prima volta nella storia, stima dell'organismo Onu a nove zeri, un sesto dell'umanità

Colpa della crisi economica globale. "A rischio la pace e la sicurezza nel mondo"

Allarme Fao: "Soffre la fame oltre un miliardo di persone"

Continua a crescere la fame nel mondo. Per la prima volta nella storia umana, si stima che oltre un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo è sottonutrito. Lo rende noto la Fao, l'organismo dell'Onu che si occupa di contenere la piaga della carenza di cibo nel mondo. Le stime per il 2009 sono state riviste al rialzo: 1,02 miliardi sono gli affamati, oltre 100 milioni sopra il livello dell'anno scorso.

Un sesto della popolazione mondiale non ha sufficiente cibo per sopravvivere. E' l'effetto dell'attuale crisi economica mondiale, spiega la Fao, che ha ridotto i redditi, aumentato la disoccupazione e ridotto l'accesso al cibo ai più poveri che vivono in Asia; nel Nord Africa e nell'Africa Sub-Sahariana; in America Latina; nel vicino Oriente e non solo: almeno 15 milioni abita nei paesi sviluppati. Secondo il direttore generale Jacques Diouf, "questa silenziosa crisi alimentare costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo. Non possiamo rimanere indifferenti".

Se non verranno adottate subito misure sostanziali e durature, sottolinea l'agenzia Onu, non verrà raggiunto l'obiettivo sottoscritto da 180 Paesi presenti al vertice mondiale dell'Alimentazione nel 1996 di ridurre entro il 2015 il numero delle persone sottonutrite nel mondo. Se n'era parlato anche nell'aprile scorso al vertice dei ministri dell'Agricoltura in vista del G8 di Luglio all'Aquila: "Serve definire regole eque per il commercio internazionale - disse il ministro Luca Zaia - che consentano ai Paesi in via di sviluppo una crescita sana e duratura, senza affamare nessun agricoltore".

Come spiega Diouf, direttore della Fao, "le nazioni povere devono essere dotate degli strumenti economici e politici necessari a stimolare la produzione e la produttività del loro settore agricolo. Per ridurre il numero di persone vittime della fame, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono garantire ai piccoli contadini l'accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati".

Amico computer?!

Collo bloccato, mal di mouse

La mappa dei "tecno malanni"

Una ricerca dimostra che l'uso prolungato del computer provoca danni fin dall'adolescenza. Prevenirli non è impossibile ma la regola d'oro è sempre la stessa: fare una pausa ogni tanto


Trascorrere dalle 10 alle 12 ore davanti al computer è qualcosa che accade a moltissime persone, dato che spesso lo si usa sia a lavoro che a casa. Secondo una ricerca della Stellenbosch University di Tygerberg, in Sud Africa, uno stile di vita di questo tipo provoca dolore al collo e alla testa, e l'aspetto più inquietante è che il disturbo non colpisce solo gli adulti ma anche i giovanissimi. Il team di ricerca sudafricano ha preso in esame 1073 studenti del liceo dell'età di circa 16 anni: il 48% di questi frequenta scuole dove si usa regolarmente il computer e di questi il 43% utilizza il computer per 8,5 ore a settimana o più. Stando ai dati raccolti, solo il 16% di chi passa meno di cinque ore davanti al pc soffre di disturbi al collo, contro il 48% di quelli che stanno al computer dalle 25 alle 30 ore a settimana, che invece lamentano dolori forti e mal di testa.

Ma questo non è l'unico danno provocato da una vita in gran parte trascorsa davanti al videoterminale (VDT). Secondo uno studio dell'Istituto italiano di medicina sociale, quasi il 46% dei lavoratori dell'Unione europea lavora in posizioni dolorose o stancanti. Secondo i risultati preliminari di una ricerca realizzata dal dipartimento di Medicina del Lavoro dell'università degli studi di Bari e dal Centro Europeo Colonna Vertebrale (CECV), la postura lavorativa fissa al pc potrebbe provocare ipercifosi dorsale e l'uso prolungato del mouse l'epicondilite, un'infiammazione dei tendini dovuta a movimenti eccessivamente ripetuti o effettuati con troppa intensità (tanto che in Danimarca quattro casi di malattia del gomito del tennista sono stati recentemente dichiarati malattie professionali). C'è poi la sindrome del tunnel carpale, un dolore al polso che si irradia fino alla mano a causa dell'uso sbagliato del mouse.

La prevenzione più efficace contro questi disturbi è la stessa indicata nel DM 2 ottobre 2000 che prevede le "Linee guida d'uso dei videoterminali". Importante è assumere la postura corretta di fronte al video, con piedi ben poggiati al pavimento e schiena allo schienale della sedia nel tratto lombare, regolando l'altezza della sedia e l'inclinazione dello schienale. Lo schermo deve essere posizionato di fronte in maniera che, anche agendo su eventuali meccanismi di regolazione, lo spigolo superiore si trovi un po' più in basso dell'orizzontale che passa per gli occhi dell'operatore e a una distanza di circa 50-70 cm. La tastiera deve stare davanti allo schermo e il mouse vicino a questa, in modo che entrambi siano facilmente raggiungibili; gli avambracci vanno tenuti appoggiati sulla scrivania così da alleggerire la tensione dei muscoli del collo e delle spalle. Infine occorre evitare posizioni fisse per tempi prolungati e nel caso in cui ciò sia impossibile gli esperti raccomandano di fare frequenti esercizi di rilassamento a collo, schiena, braccia e gambe. Per curare la sindrome del tunnel carpale esistono trattamenti antinfiammatori generali, iniezioni locali di antinfiammatori e, in ultima istanza, l'intervento chirurgico.

L'uso prolungato del video può anche provocare danni alla pelle: uno studio recente eseguito su 3000 lavoratori svedesi, selezionati casualmente e di età compresa tra i 18 e i 64 anni, ha dimostrato che chi lavora al computer è più soggetto di altri a disturbi come la rosacea, la dermatite seborroica, l'eritema aspecifico e l'acne. Provocate dall'esposizione ai campi elettromagnetici dei videoterminali, le "screen dermatitis" sono caratterizzate da sensazioni di prurito, bruciore, tensione cutanea e dolore. Ma il dottor Roberto Moccaldi, coordinatore di medicina del lavoro e radioprotezione del CNR, nel corso di un convegno dedicato a questi temi ha rassicurato: "Quando un organismo interagisce con un campo elettromagnetico, il suo equilibrio viene perturbato, ma ciò non si traduce automaticamente in un danno. I dati scientifici finora disponibili non forniscono un'adeguata dimostrazione di un rapporto causa-effetto tra campi elettromagnetici e comparsa di "electricity hypersensitivity"".

Per quanto riguarda la vista, gli oculisti ricordano che l'utilizzo del computer non provoca un peggioramento delle nostre capacità visive ma, semplicemente, affatica gli occhi e fa perdere al nervo ottico elasticità. Per combattere questi disturbi bisogna utilizzare un coprischermo anabbagliante, tenere la stanza ben illuminata e, se necessario, far uso di occhiali riposanti, consigliati dall'oculista. Chi ha il portatile farebbe bene a lavorare con una tastiera esterna e un mouse separato e se i caratteri sullo schermo del notebook sono inferiori a 3 mm gli esperti consigliano l'utilizzo di uno schermo esterno. Buona norma è anche quella di spegnere il pc o distogliere lo sguardo almeno ogni due ore, dando un po' di sollievo agli occhi con il cosiddetto palming: appoggiare i gomiti sulla scrivania a 10-15 centimetri di distanza l'uno dall'altro, chiudere le mani a conchiglia e appoggiarle sopra gli occhi, sostenendo leggermente la fronte con le dita. O, altrimenti, uscire fuori casa o dall'ufficio con una scusa qualsiasi e fare una passeggiata.

Crescita

L'abilità umana aumenta con lo sviluppo demografico

«Più siamo» più abili diventiamo

Le nostre capacità e il nostro sviluppo culturale non sarebbero state possibili senza aumento della popolazione

È quando si è in gruppo con gli amici che nascono le idee più originali. Ma qualsiasi idea, per quanto brillante, se non viene acquisita da altri e trasmessa, andrà persa, risultando inutile. L'intelligenza di un uomo da solo, quindi, non può influenzare l'evoluzione della civiltà umana. Per la prima volta questi concetti sono stati dimostrati scientificamente sulla base dello sviluppo demografico dell'umanità, delle sue capacità e della sua cultura, a partire dalla comparsa dell'Homo sapiens in diverse regioni della Terra.

L'uomo moderno, caratterizzato da un encefalo più sviluppato, è apparso tra i 160 mila e i 200 mila anni fa. Ma i primi reperti di creazioni artistiche e manufatti di semplice tecnologia, come trappole e strumenti di caccia, risalgono a soli 90 mila anni fa. Il cervello più grande quindi non sembra fosse sufficiente a produrre innovazioni significative. Le idee, le tecniche e i comportamenti moderni sono arrivati solo molto più tardi, circa 100 mila anni dopo la comparsa del primo sapiens, in seguito al notevole incremento della popolazione umana.

L'idea che la crescita demografica sia collegata allo sviluppo dello stile di vita è intuitiva. Per la prima volta però, lo studio degli scienziati dello UCL - University College London, pubblicato sulla rivista Science, ha utilizzato una simulazione computerizzata per combinare le informazioni note sullo sviluppo di diversi gruppi umani, includendo dati derivati da studi genetici e ritrovamenti archeologici. Il modello ha rivelato come in corrispondenza di una certa densità di popolazione e un certo grado di migrazione tra sottogruppi siano state ritrovate testimonianze di numerose idee e abilità complesse, segnali di quello che gli scienziati definiscono «comportamento umano moderno» e che rende la nostra specie unica. Infatti è in queste circostanze, in cui viene favorito lo scambio tra esseri umani, che aumenta la probabilità che le nuove tecniche non vadano perse.

Nel tempo, seguendo le oscillazioni demografiche legate ad esempio ai cambiamenti climatici, i segni della civiltà moderna sono andati scomparendo e riapparendo in diverse epoche e regioni. (...) In precedenza queste esplosioni culturali a intermittenza, continua Shennan, erano state spiegate con ipotetiche mutazioni genetiche, che avrebbero portato allo sviluppo cerebrale e del linguaggio, e con la necessità di adattarsi a nuovi fattori ambientali. (...)

Solitudine e isolamento

Quando c'è un vuoto nella vita

E' noto che esiste una differenza tra isolamento e solitudine. L'isolamento come tale ha un carattere negativo: è l'uomo che vive disperatamente solo, magari in mezzo alla gente, ove comunque si sente non compreso e fallito; al contrario, la solitudine per ogni uomo, anche per l'uomo moderno, è un valore fondamentale. Ciò vuol dire che c'è un momento in cui l'uomo giunge a riconoscere che niente lo soddisfa davvero, che tutti i suoi metodi, tutte le sue esperienze, tutte le sue speranze lo hanno soddisfatto solo fino a un certo punto: rimane ancora un vuoto, un vuoto che soltanto Dio può colmare. È un'esperienza che non si fa quando ancora le cose si accavallano una sull'altra e si continua a sperare che ciascuna di esse riempia quel vuoto. Ma quando sopravviene lo scacco, allora ci si viene a trovare in quello stato di attesa e di vigilanza che fu lo stato di Mosè per 40 anni. Ed ecco la solitudine di Mosè. Egli lascia che tutta la delusione, il dolore, la rabbia vengano a galla; non maschera né sopprime tutte queste cose, ma anzi le affronta, perché non ha più paura di guardare nella sua vita.

C.M. Martini, Vita di Mosè

Amore di coppia e sacramento del matrimonio

E' uscito il nuovo numero della rivista teologica del Seminario di Milano "La Scuola Cattolica":

Amore di coppia e sacramento del matrimonio




Francesco Marcaletti: Relazioni coniugali tra passato e presente

Francesco Scanziani: Sul primato della Grazia

Marco Paleari: Per una comprensione unitaria della relazione matrimoniale

Tommaso Castiglioni: Un catecumenato prematrimoniale?

Pierpaolo Caspani: Condizioni di accesso al sacramento del matrimonio

Aristide Fumagalli: La qualità cristiana del matrimonio


Amore vitual-reale?

Bisogna tener conto che gli incontri avvengono anche così...

che fare, dunque?!


Trovare l'amore sul web

A.A.A. cercasi compagno virtuale

Il dating on-line si è imposto anche in Italia, dai siti per cattolici single a quelli per taglie forti ecco alcune stranezze dedicate agli "internauti solitari"


Incontri casuali al bar e lunghi sguardi sull'autobus? Basta: nell'era della tecnologia anche il primo approccio sarà virtuale. Al bando lo scetticismo: 16 milioni di persone, secondo una ricerca della “Pew Internet & American Life Project”, sono già entrate almeno una volta in una delle innumerevoli postazioni virtuali di Cupido. E il fenomeno si può a tutti gli effetti definire anche “nostrano”. Le pagine di dating, infatti, mietono in Italia numerosi ammiratori: XXXXX, per esempio, può vantare

Migranti made in Italy

"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.

Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.

Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.

Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".

La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.

Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".


Da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Caldo o freddo


6.30 Il profumo dalla vetrina del panettiere è irresistibile: Arturo compra due panini caldi, appena sfornati.

Pedala di corsa: ripassa a casa e lascia un panino sul comodino, per Fiora che si sveglierà tra poco.

Mentre scivola tra la nebbiolina, addenta con passione e delicatezza l'altro: il caldo residuo si condensa al fresco del mattino.

Gioisce il palato. Gioisce il ventre. Gioisce il cuore, al pensiero della sorpresa a Fiora. Il sorriso è gratitudine al pane e al panettiere.

Fiora  si sveglia in ritardo si prepara al volo raccatta qualcosa non guarda il comodino fa colazione alla macchinetta dell'ufficio.

La signora delle pulizie alle 10 non osa buttare il panino, lo mette nel congelatore.

Alle 17 rientra Michele da scuola: fame di merenda. Impreca contro il panino congelato, contro il freezer, contro i suoi genitori, contro la vita.

Che colpa ne ha il panino?

don Chisciotte

Condividere la sorte del popolo


Cei taglia 20% delle spese correnti

Si fanno sentire le conseguenza del calo percentuale delle firme dell'otto per mille destinato alla Chiesa cattolica italiana

di Giacomo Galeazzi

Calano di quasi 4  punti, dall'89,82% del 2008 al 86,02% del 2009, i fondi assegnati alla Cei da parte dello Stato in base alla ripartizione dell'8xmille.  Dai 1002,5 milioni di euro del 2008 (che facevano riferimento alle  dichiarazioni del 2005 relative ai redditi del 2004) si passa ai 967,5 milioni di euro del 2009 (che fanno riferimento alle dichiarazioni del 2006 relative ai redditi del 2005). Per l'esattezza, nel 2009 la Cei  ha percepito 913,2 milioni versati dallo Stato come «anticipo», e 54,3 milioni di euro di «conguaglio per le somme dell'anno 2006». È quanto segnala l'agenzia di stampa di informazione religiosa «Adista».  La relazione sull'otto per mille - dal titolo «Presentazione e approvazione della ripartizione e assegnazione delle somme derivanti dall'8 per mille; per l'anno 2009» - è stata curata dal segretario generale Cei, mons. Mariano Crociata, e presentata per l'approvazione all'ultima Assemblea Generale dei vescovi italiani. Ad aggravare ulteriormente un 2009 che per la Cei «rappresenta il punto minimo delle entrare dell'ultimo triennio», la relazione preparata da mons. Crociata aggiunge che «quest'anno, in conseguenza della crisi dei mercati finanziari, potremo attingere dall'avanzo di gestione dell'esercizio 2008 le sole risorse necessarie a sostenere la carità del papa e gli aiuti alle Chiese dell'Europa orientale (11 milioni di euro)» mentre l'anno precedente «era stato possibile integrare la ripartizione con ben 21 milioni di euro». In altre parole, se nel 2008 la Cei aveva chiuso in attivo e, a  fine anno, aveva potuto 'rimpolparè alcuni capitoli di bilancio con fondi aggiuntivi, quest'anno la situazione è assai più delicata. Insomma, le prospettive per il futuro non sono rosee: «Da ciò - spiega infatti la Cei - deriva che potremo aspettarci aumenti significativi dei flussi dell'8 per mille solo in presenza di incrementi del gettito fiscale e dal contestuale mantenimento della percentuale delle firme a favore della Chiesa cattolica». Un fatto, quest'ultimo, che alla luce degli ultimi dati non sembra probabile. La tendenza al calo delle firme a favore della Chiesa negli ultimi anni era infatti già nota, ora la conferma ulteriore. Un dato che preoccupa non poco le gerarchie ecclesiastiche visto che proprio a partire dalla metà degli anni 2000 i vescovi sono stati coinvolti in vicende pubbliche che hanno suscito dibattito ampi e importanti ma spesso aspri. Insomma il coinvolgimento pubblico della Chiesa sembra aver  avuto dei riflessi anche sull'otto per mille, anche se saranno poi i dati dei prossimi anni a dimostrare o smentire una tendenza di questo genere. Le conseguenze della diminuzione di fondi sono immediate: si va infatti verso un taglio di circa il 20% alle spese correnti degli uffici della Cei e al «Fondo per la catechesi e l'educazione cristiana».



Indicativi del sentore comune anche i commenti che trovate nell'articolo.

 


Cambiamenti e stabilità

«Io ho avuto la ventura di vivere a cavallo di due epoche.

Ho conosciuto l'Africa di papà e poi l'Africa delle Repubbliche democratiche e popolari.

Ho conosciuto la pista in cammello e poi ho visto i grandi petrolieri trasformare il deserto in una Babele di soldi e di brut¬tezze.

Ho avuto ancora il tempo di sentire i moralisti tradizionali ante-Concilio affermare che si potevano compiere centinaia di peccati mortali trascurando le fisse rubriche della liturgia in latino, e mi sono trovato a veder celebrare la messa senza paramenti, senza calice e con un fazzoletto rosso al collo.

Sì, ne ho viste di cose! Ho visto il passaggio! Il cambiamento di costume! I tempi nuovi!

Ma ho visto anche il Concilio!

Per me quella immensa assise di vescovi attorno a papa Giovanni e a papa Paolo è stata la più grande prova della presenza dello Spirito nella Chiesa cattolica di oggi.

Nessun'altra Chiesa è stata capace di fare altrettanto!

È stato come il ritorno alla Gerusalemme del primo Concilio, con Giovanni, Giacomo, Pietro, Andrea.

E stata la pietra angolare su cui costruire il domani, la pietra miliare da cui ripartire per camminare sulle strade del mondo di oggi.

Sì, lo dobbiamo affermare. C'è un cambiamento radicale e c'è una stabilità più radicale ancora.

Il cambiamento è nella cultura e nel costume, la stabilità ènella fede.

Il cambiamento è nel mondo che si ritrova ancora una volta pagano, la stabilità nella Chiesa che si risente pronta a ripetere l'annuncio della Salvezza. Siamo come al principio. Siamo come i primi cristiani».

fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 12 gennaio

Profezia

Il Vangelo non è un programa politico. Ma può ispirare la politica e i politici

"... Straniero e mi avete ospitato"

da Famiglia Cristiana, Lettere al padre

Bisogna avere la forza di dire che il giusto e il vero non si stabiliscono con sondaggi o con la conta dei voti. Ci sono dei livelli minimi di moralità che non possono essere ignorati.

Innanzitutto, mi permetta di ringraziarla perché Famiglia Cristiana è ormai l'unico giornale che sa essere critico verso ciò che non risponde alle linee del Vangelo. Da tempo avete dimostrato il coraggio di mettervi contro chi sa solo cavalcare e alimentare le paure della gente. Mi riferisco a quelle leggi che ci stanno facendo scivolare verso uno Stato xenofobo, nel completo disinteresse degli italiani, che ormai non si scandalizzano più di nulla.

Le scrivo, tuttavia, per esprimere la mia opinione su alcuni atteggiamenti della Chiesa. Sono molto sollevato che, finalmente, persone come monsignor Marchetto abbiano parlato con chiarezza e fuori dai denti sui temi dell'immigrazione. Devo, però, constatare un silenzio più generale della gerarchia che, in nome della salvaguardia di comuni princìpi cristiani, appoggia chi ci governa. Ma io mi indigno contro chi usa la Chiesa per i propri fini e poi approva leggi che fanno a pugni col Vangelo. Cito solo l'invito disatteso: «ero straniero e mi avete ospitato».

Nonostante sia rincuorato da alcuni recenti interventi della Conferenza episcopale italiana (Cei) a difesa degli immigrati, noto ancora una generale freddezza delle Chiese locali. Vivo in Lombardia (in provincia di Bergamo), e salvo alcuni interventi del cardinale Tettamanzi, nessun altro vescovo è intervenuto pubblicamente su provvedimenti poco rispettosi di un essere umano. Ho l'impressione che siano più tutelati gli animali che gli immigrati.

Nelle chiese non sento mai una predica sul rispetto che il Vangelo esige verso le persone e gli stranieri: nella Bibbia lo straniero era immagine di Dio, che passava nella propria vita; ora sento solo omelie apatiche e incapaci di sferzare le coscienze dei cristiani.

So di rivolgere le mie parole a un giornale che ha sempre dimostrato grande sensibilità su questi temi. Ma le scrivo anche con tanta amarezza nel cuore, perché non vedo una soluzione al crescente imbarbarimento della società, di cui la politica non è altro che lo specchio. A volte, penso che debba avvenire una qualche catastrofe per farci rinsavire e ricordare quando i poveracci eravamo noi. Italiani brava gente? Non direi proprio! Con sconforto.


Massimo



Caro Massimo, in quanto cristiano tu condividi e ti riconosci nelle posizioni di Famiglia Cristiana in merito all'immigrazione. Il tuo plauso

Nuovi sacerdoti per la Chiesa di Milano

«Miei cari fratelli, se anche non destinatari del sacro crisma, dobbiamo essere come Gesù martiri di pace, vuol dire che per la pace dobbiamo salire sulla croce. E si sale sulla croce ogni volta che si contrastano le logiche correnti tributarie degli schemi pagani del profitto, della sicurezza, dello schieramento dei blocchi, della deterrenza. Si sale sulla croce ogni volta che si afferma che la produzione delle armi, il commercio degli strumenti di morte e il segreto che copre il loro traffico sono una grossa violenza alla giustizia e un attentato gravissimo alla pace: anzi sono già guerra. Si sale sulla croce quando si vuole scendere, dalle sporgenze utopiche, sul terreno delle mediazioni pratiche. Quando più che additare i grandi progetti e tracciare mete ultime, si disegnano mete penultime e tappe intermedie. E quando, più che fare discorsi sui massimi sistemi, si cerca di incarnare coraggiosamente il discorso della pace nelle condutture legislative, nelle strumentazioni delle scelte concrete, nei dispositivi che innervano i comportamenti umani. Si sale sulla croce ogni volta che, sperimentata l'inutilità di certe strade per arrivare a forti prese di coscienza sulla pace, si è costretti a ipotizzare alcune scelte per le quali si scatena la sufficienza dei dotti, l'ira dei potenti. lo scandalo dei pii, il compatimento dei superficiali, l'indifferenza della massa. Si sale sulla croce ogni volta che si vuol dare una mano agli ultimi, ai poveri, ai diseredati, partendo dal loro angolo prospettico e non dall'osservatorio dei benpensanti e dei garantiti. Si sale sulla croce ogni volta che si è chiamati a quella forma di martirio, straziante e dolcissimo, che si chiama perdono, nel cui oceano, in questo momento, vorremmo chiedere al Signore di poter tutti naufragare».


mons. Tonino Bello, dall'omelia del Giovedì Santo 1986

 

Auguri


Possa la strada venirti incontro,

possa sospingerti il vento.


Possa il sole scaldare il tuo volto

e la pioggia bagnare soffice i tuoi campi

fino al giorno in cui noi ci ritroveremo.


Possa Iddio tenerti nel palmo della sua mano

fino al nostro prossimo incontro.


Antica preghiera gaelica

 



Crisi?!

Adesso capisco perché qualcuno dice che non c'è crisi:

dipende a quale contesto facciamo riferimento.

Pazzesco!


Legittimo chiederselo



«La domanda che a volte mi lascia confuso è: "Sono pazzo io o sono pazzi gli altri?"».


Albert Einstein

 

Drunkoressia

Digiune per ubriacarsi, arriva l'anoressia da «happy hour»

È la «drunkoressia», nuova spia del disturbo alimentare. Si risparmiano calorie per potersi «permettere» i drink

Sfiancanti digiuni di 24, 48 ore. Solo acqua e sigarette per tenersi in piedi fino alle 7 di sera. È il rito pre-happy hour per molte adolescenti anoressiche. Scatta in vista di serate scandite da file di bicchierini di superalcolici bevuti quasi a stomaco vuoto, o dopo avere preso qualcosa dal buffet dell'aperitivo. Nei mille volti dell'anoressia c'è anche questo: si chiama «drunkoressia» ed è una delle spie del disturbo alimentare. In sostanza: astinenza dal cibo per potersi permettere l'abbuffata alcolica. Perchè chi soffre di anoressia è consapevole delle calorie presenti in un cocktail, ma deroga alle rigide regole alimentari che si impone per cedere al fascino dell'alcol, disinibente e facilitatore dei rapporti sociali. E lo fa solo attivando meccanismi preventivi di compensazione. Una sorta di dieta in cui il cibo è sostituito dal bicchiere.

Il fenomeno è stato osservato e descritto durante un convegno a Milano, da un medico di medicina generale del capoluogo lombardo, Maria Cristina Campanini. E gli esperti confermano: «La tendenza a eccedere con l'alcol è molto diffusa fra anoressiche e bulimiche, che lo usano in relazione al loro disturbo», ha spiega all'agenzia di stampa Adnkronos Salute, Dasha Nicholls, psichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza e co-direttore del servizio di Feeding and Eating Disorders nel Great Ormond Street Hospital di Londra. C'è chi affoga nel rum l'ansia di aver mangiato troppo e chi beve per indursi un senso di sazietà. O ancora chi lo fa per superare difficoltà di relazione, o sulla scia di impulsi incontrollabili. Oppure perchè l'alcol è una delle vie più semplici per arrivare a vomitare. «Nel mio studio - ha raccontato la dottoressa Campanini durante il convegno, organizzato dall'ospedale San Paolo di Milano per presentare un progetto per bambini e adolescenti con questi problemi - sono passate diverse ragazze con disturbi alimentari. Di queste due sono morte, una suicida. Ragazze che, una volta costruito un rapporto di fiducia, raccontano delle file durante gli happy hour. Non file per pagare o servirsi al buffet. Ma file di bicchierini superalcolici che bevono, uno dietro l'altro, per sentirsi sazie e disinibite».

L'identikit della ragazza anoressica? «Ottimi voti a scuola, ben vestita, perfezionista - elenca Campanini - È informatissima su diete e cibi ipocalorici, ha visitato tutti i siti Internet dedicati alla salute e al benessere, e ce ne sono circa 50 milioni sul web. La vedi nella sala d'attesa con l'inseparabile bottiglia d'acqua nella borsa, utile per reintegrare i liquidi». Una volta sul lettino, nega la malattia, chiede lassativi e diuretici, riferisce problemi come la scomparsa delle mestruazioni, fingendo di non capire che sono i classici campanelli d'allarme dell'anoressia. «Al medico queste ragazze chiedono 4-5 certificati di idoneità sportiva - prosegue Campanini - perchè si sottopongono a sfiancanti programmi di attività fisica per tenersi in forma. Fanno danza e palestra e non disdegnano sport durissimi, come quelli che vanno di moda adesso, dall'hydrospinning all'acquagym».

Se sono accompagnate dai genitori, emergono subito i conflitti. «In genere - ragiona il medico - le anoressiche hanno alle spalle una madre oppressiva e un padre assente. Facile, all'inizio, nascondere i problemi con il cibo: saltano la colazione, a pranzo sono sole a casa. Piuttosto che mangiare, fumano un paio di sigarette». A nulla serve metterle di fronte al loro peso irrisorio. «Hanno una percezione alterata del loro corpo - spiega ancora l'esperta - continuano a vedersi grasse anche quando l'ago della bilancia le contraddice». Alla base c'è sempre un disagio. Insicurezza, difficoltà a interagire con i coetanei, qualcosa che le spinge a farsi del male.

«E i modelli con cui crescono oggi gli adolescenti non aiutano. Soprattutto le ragazze - sottolinea Campanini - devono fare i conti con minigonne, pantaloni a vita bassa e magliette minimal. Una moda che richiede corpi longilinei. Troppo lontani dalla normalità». Secondo la specialista, il gioco di squadra fra specialisti e medici di medicina generale è una delle vie più efficaci per intercettare e aiutare chi soffre di disturbi alimentari. «Abbiamo bisogno di collaborare con gli specialisti. Servono centri di riferimento, numeri di telefono ai quali rivolgersi anche a tarda sera, indirizzi e-mail con cui tenersi in contatto. Perchè, se riesci ad agganciare una paziente, l'appoggio del centro specializzato deve essere immediato. Sono ragazze furbe e sanno come fregarti. Il rischio è che scappino via».

Offensivo


Sulla divisa di Gheddafi la foto dell'arresto di Omar Al Mukthar, il religioso libico leader della resistenza anti-italiana catturato nel 1931 dagli "squadroni libici a cavallo" del generale Graziani, processato e condannato a morte su ordine di Mussolini.



Posso anche solidarizzare con chi ha combattuto per la liberazione del proprio Paese dal colonialismo e dal fascismo;

posso anche riconoscere che da adolescente anch'io avrei fatto degli "sgambetti" di questo tipo a chi ritenevo disonesto;

ma fatico a supportare che la mia Nazione debba accettare questo tipo di affronti

da chi viene presentato come amico.

don Chisciotte


Viaggi della non-speranza

La sorte dei clandestini respinti in Libia

Ritorno all'inferno


Storia di Semret, ragazza eritrea di 17 anni fuggita dal suo Paese e dal servizio di leva a vita con la traversata del deserto del Sudan.

Sognava l'Europa. Non ce l'ha fatta.


Semret era su uno dei barconi provenienti dalle coste africane, intercettati il 7 maggio scorso dalla Guardia costiera italiana in acque internazionali. È stata fatta salire sulla motovedetta e riportata indietro, in ossequio ai "respingimenti" decretati dal ministro dell'Interno Maroni. Ma che ne è stato dei respinti? Un volontario italiano è riuscito a raggiungerla. E ha ascoltato la sua storia, una di quelle che nessuno, da noi, vuole sentire. È l'avventura di una piccola eritrea di 17 anni, cristiana, ultima di cinque figli.

I suoi fratelli maggiori sono stati costretti a prestare servizio militare a tempo indeterminato. Non si fanno più sentire da anni e la famiglia ha perso le speranze di rivederli. In Eritrea le cose funzionano così: il Governo affigge un foglio nella piazza del paese con i nomi di ragazzi e ragazze che devono presentarsi per la leva. Chi non lo fa viene arrestato per renitenza. Molti giovani scappano appena leggono il loro nome. Allora i soldati hanno preso l'abitudine di aspettarli direttamente all'uscita di scuola.

Semret viene fatta salire su una jeep, ma salta giù insieme ad altri studenti. Alcuni di loro si feriscono e vengono ripresi. Semret e due amiche riescono a fuggire verso il Sudan. Lungo la strada una di loro muore di stenti e la seppelliscono nella sabbia del deserto. Le due superstiti raggiungono Khartoum dove lavorano come donne delle pulizie, cercando di mettere da parte qualche soldo. La loro speranza è l'Europa, di cui tutti parlano come della sola salvezza dai mali dell'Africa. Nemmeno il Sudan, infatti, è un posto accogliente. I profughi vivono in una zona della città dove è facile individuarli.

L'ambasciatore eritreo organizza retate per riportarli in patria, alla guerra e alla morte. Appena Semret teme che scatti la trappola, fugge su un container fino a Tripoli. Di quello che avviene nei campi libici non vuole parlare, nemmeno con sé stessa. Dopo il dramma dei campi, arriva il suo turno per salire su una carretta del mare. Salpano dalla Libia, ma la notte incontrano le tre motovedette italiane che li riportano indietro.

Nel porto di Tripoli, Semret viene avvicinata da un volontario italiano. Non le era mai successo che qualcuno si interessasse alla sua storia, alla sua vita. L'uomo l'ascolta, poi le chiede se vuole firmare una carta, una lettera da presentare a Strasburgo. Non serve tanto per lei, quanto per quelli che verranno dopo: ci vorranno mesi perché l'Europa si muova. Semret dice di sì. Decidono di rivedersi nel centro di raccolta tripolino. Il volontario riesce a entrare corrompendo una delle guardie, e si presenta con i fogli delle procure. Raccoglie 24 firme e impronte digitali. Sono tutte di eritrei e somali. Chiede insistentemente di Semret, ma lei sembra svanita nel nulla. Solo una ragazza, forse la sua amica del cuore, sussurra una frase frettolosa: «Appena è calato il sole è scappata, scavalcando le reti».


Famiglia Cristiana 2009/24

Dall'omelia in occasione della prima messa di un giovane prete

«Il prete è un uomo. Non è fatto, dunque, di un legno diverso da quello di cui tutti siete fatti: è vostro fratello. Egli continua a condividere la sorte dell'uomo anche dopo che la destra di Dio, attraverso la mano del vescovo, si è posata su di lui: la sorte dei deboli, la sorte di quelli che sono stanchi, scoraggiati, inadeguati, peccatori. Gli uomini, però, se l'hanno a male, se uno si presenta nel nome di Dio, pur essendo soltanto un uomo: vogliono messaggeri più splendi, araldi più convincenti, cuori più ardenti. Accoglierebbero  volentieri  dei  vittoriosi,  di quegli uomini che hanno sempre una risposta a tutto e un rimedio per tutto. Terribile illusione! Quelli che vengono sono deboli, in timore e tremore, uomini che devono anch'essi continuamente pregare: Signore, io credo, aiuta la mia incredulità! che devono anch'essi continuamente battersi il petto: Signore, abbi pietà di me, povero peccatore! Eppure essi proclamano la fede che vince il mondo e portano la grazia, che trasforma i peccatori e i perduti in santi e redenti. Sono uomini quelli che vengono. Vengono e dicono, con la loro povera umanità: vedete, Dio ha misericordia di uomini come noi; vedete, per i poveri e per gli stolti, per i disperati e per i moribondi è sorta la stella della grazia. Dicono, come messaggeri umani dell'eterno Dio: non vi adirate contro di noi! Noi sappiamo di portare il tesoro di Dio in vasi di argilla; sappiamo che la nostra ombra offusca continuamente la divina luce che dobbiamo portarvi. Siate misericordiosi verso di noi, non giudicate, abbiate pietà della debolezza sulla quale Dio ha posato il fardello troppo pesante della sua grazia. Considerate come una promessa per voi stessi il fatto che noi siamo uomini: riconoscete da ciò che Dio non ha orrore degli uomini. Voi avrete un giorno paura e orrore di voi stessi, quando avrete sperimentato anche in voi che cosa è l'uomo, che cosa c'è nell'uomo. Beati voi, allora, che non vi siete scandalizzati dell'uomo che è nel prete. Egli è un uomo, affinché voi crediate che la grazia di Dio può essere concessa all'uomo, al pover'uomo, così com'è».


Karl Rahner, Sul sacerdozio, 1967 (orig. 1957)

fai il download dell'intera omelia tra i nostri Testi.

 

Auguri ai neo-eletti

Decalogo dell'uomo pubblico

di Carlo Federico Grosso

(...) un po' sul serio, un po' per gioco, mi sono domandato: quali potrebbero essere le dieci qualità morali che un uomo politico deve ancora oggi possedere, nonostante i grandi mutamenti del costume e del modo di pensare, affinché nei suoi confronti si possa dire: bravo, hai senso dello Stato. Sei pertanto, almeno sotto questo profilo, adatto a governare.

Nel procedere a questo piccolo decalogo delle pubbliche virtù, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Al primo posto metterei il rigore nella gestione del pubblico denaro. Che di un uomo politico mai si possa dire, o anche soltanto pensare: sei un corrotto, hai peculato, concusso, abusato dei pubblici poteri. Lo afferma tuttora il codice penale, ipotizzando, quantomeno in linea di principio, pene rigorose in caso di violazione delle norme.

In seconda posizione collocherei il rispetto delle regole. Un uomo di Stato non può infrangere le leggi o cercare di aggirarle. Può proporre modifiche legislative, mutare la Costituzione nelle parti in cui essa è modificabile, cambiare, entro confini ragionevoli, i rapporti fra i poteri dello Stato. Nel perseguire i suoi obiettivi politici, egli deve tuttavia osservare rigorosamente, sempre, i principi costituzionali dello Stato di diritto. Egli deve pertanto, innanzitutto, salvaguardare la divisione dei poteri: le prerogative sovrane del Parlamento, l'autonomia dell'ordine giudiziario, l'incisività e il prestigio degli organi di garanzia (Corte Costituzionale, Consiglio superiore della magistratura) ai quali è, rispettivamente, affidato il controllo sulla legittimità costituzionale delle leggi e la tutela dell'indipendenza della magistratura. Preservare, in altre parole, il sistema di pesi e contrappesi.

In ulteriore posizione collocherei lo stile di vita. Penso che, se non viola la legge, ciascuno di noi, nella sfera privata, sia libero di praticare vizi o virtù come gli pare. Un uomo pubblico deve tuttavia, quantomeno, apparire rigoroso: non deve dare scandalo, ostentare potere, esibire privilegi. Come uomo di Stato, egli deve essere, piuttosto, modello di equilibrio, saggezza, sobrietà, moderazione. L'uomo politico che ha senso delle istituzioni non dovrebbe, d'altro canto, mai temere il controllo popolare: dato che ciò che lo concerne ha, pressoché sempre, un interesse pubblico, mai dovrebbe, dunque, cercare di nascondere le sue condotte, bloccare la pubblicazione di notizie, limitare la libertà dei giornalisti di dire e raccontare. Gli dovrebbe essere sufficiente il rispetto del diritto, sacrosanto, a non essere diffamato attraverso la pubblicazione di notizie false.

L'uomo di governo dovrebbe, soprattutto, operare, sempre e soltanto, nell'interesse della gente. Si parla, in questa prospettiva, di bene pubblico, di interesse collettivo, l'unico che nella gestione della «res pubblica» si dovrebbe perseguire. Si tratta, ovviamente, del profilo più importante, della sintesi di tutte le altre possibili virtù. In questa prospettiva, lo ha ribadito ieri l'altro il Presidente della Repubblica, la classe politica dovrebbe farsi carico, tutta insieme, dell'indispensabile ammodernamento dello Stato, per rendere le istituzioni pubbliche più snelle, efficienti, pronte nel rispondere, con i servizi, alle esigenze della gente.

Vi sono, poi, innumerevoli altri requisiti: ad esempio, l'uomo pubblico dovrebbe mostrare rispetto per le idee degli avversari, essere sempre educato e controllato nei dibattiti, non dovrebbe mentire a chi lo interroga su fatti pubblici o su fatti privati di pubblico interesse, dovrebbe rimuovere le situazioni di conflitto, per evitare che anche un solo cittadino sospetti che egli possa perseguire interessi privati nella gestione del potere.

Il decalogo potrebbe d'altronde continuare. Quanti di questi elementari pubblici doveri si riflettono peraltro sempre nel modo di fare quotidiano di ministri, sottosegretari, onorevoli di maggioranza e opposizione, presidenti regionali, sindaci e quant'altro? Lasciamo da parte il profilo dei comportamenti personali, e badiamo, piuttosto, ai programmi di legislatura: l'auspicio è che nessuna legge futura cancelli i principi cardine delle garanzie individuali e collettive, ribalti i poteri dello Stato, indebolisca il controllo sulla legalità dei comportamenti; nessuna legge crei sacche di mancata trasparenza, favorisca odiose impunità, circoscriva la libertà di stampa. Nessuno, infine, tagli le radici sulle quali si è fondata, fino ad ora, la Repubblica italiana.

Spenti della vita


Tutti i giorni si mettono in fila e aspettano il loro turno per entrare in uno dei tanti "parador" di Buenos Aires. Lì, questi "spenti della vita" - come li chiama Valerio Bispuri, autore di questo reportage fotografico - troveranno un letto per dormire e un pasto caldo, prima di ricominciare una giornata senza fissa dimora e senza progetti.


 

Urne chiuse

Berlusconi: Milano come l' Africa la Curia: brutta frase, no alla paura

Troppi stranieri sotto la Madonnina, sembra di stare a Nairobi: «Inaccettabile». Parola di Silvio Berlusconi. «Non posso accettare - scandisce il premier al Palaghiaccio - che quando circoliamo nelle nostre città ci sembra di essere, e mi è capitato nel centro di Milano, in una città africana e non una città europea per il numero di stranieri che ci sono». La frase choc chiude la campagna elettorale del centrodestra per le Provinciali. Sul palco, ai due lati del Cavaliere, ci sono Umberto Bossi e il candidato presidente Guido Podestà, quello che il Senatùr aveva definito «uno poco conosciuto». Ma non è il leader della Lega a sbraitare contro il melting pot: «C'è chi vuole una società multietnica e multicolore - ribadisce il presidente del Consiglio tra gli applausi di una sala gremita solo a metà - ma noi non siamo certo tra questi». Dalla Curia arriva subito un commento severo e preoccupato. È di don Giancarlo Quadri, responsabile della Pastorale migranti: quella del capo del governo è «una brutta battuta di questa fase finale della campagna elettorale». Brutta, e anche un po' ignorante: «Sono ben contento della multietnicità di Milano - prosegue don Quadri - sono milanese e amo la città quanto e più del signor Berlusconi; ho studiato la storia della mia città nel corso dei secoli, una città che è diventata grande e ricca grazie alla presenza di genti diverse, e che ha sempre saputo accogliere come ricchezza i tanti popoli diversi passati nel suo territorio». Conclusione: «La presenza degli stranieri è un grande privilegio e un vantaggio per il futuro, non bisogna averne paura: a noi della Curia la città piace così e continueremo ad accoglierli». (...)

Res-publica


Fogna su fogna

di Massimo Gramellini

Cosa spinge sessanta albergatori di un'isola incantata a svuotare le fogne direttamente in mare, davanti a una delle spiagge più belle, ammorbando la natura che dà loro lavoro e benessere? Nel gesto atroce e autolesionista degli inquinatori di Ischia si ritrova una sintesi dei tre fattori che rappresentano la fotografia della crisi morale italiana. Il primo è l'ignoranza: si usa il mare da pattumiera come se fosse il pozzo dell'oblio e le onde avessero il potere di dissolvere l'immondizia o di trascinarla in un altrove che non ci riguarda e di cui non saremo noi a pagare le conseguenze.


Il secondo fattore è l'idea che ciò che appartiene a tutti in realtà non appartenga a nessuno. L'Italia è il Paese dove i cessi privati sono splendenti come musei e i musei pubblici sporchi come cessi. Lo Stato non siamo mai noi, ma Loro, un'entità astratta e tendenzialmente nemica che ha il volto della politica e il solo scopo di portarci via i soldi attraverso multe e tasse.

Il terzo fattore, a mio avviso il più grave, è la morte del futuro. Ne parlo spesso, forse per esorcizzarla. Ma in quei sessanta albergatori che per risparmiare il costo di uno smaltimento corretto dei rifiuti accettano il rischio di inquinare i luoghi nei quali vivono e sulla cui bellezza campano, vedo la mentalità diffusa di chi considera domattina l'ultimo orizzonte immaginabile della propria vita. E pur di far quadrare i conti della settimana è disposto a pregiudicare quelli dei figli e dei nipoti.


Con i migranti

Presa di posizione di 14 congregazioni

Missionari: stiamo con i migranti


In una lettera - “I ladri di futuro e il libro dell'ospitalità” - la Commissione giustizia e pace della Conferenza degli istituti missionari in Italia denuncia il “virus” che ha ridotto la questione migratoria a puro problema di sicurezza.

«Non vogliamo essere tra i complici di questo furto! Non accettiamo e mai accetteremo che questo paese continui a rubare vite e futuro alle storie di migliaia di migranti.

Noi missionari abbiamo visto il mondo dall'altra sponda del Mediterraneo e ci è stato donato di udire e toccare speranze e miserie. Di queste ultime le cause sono spesso da rintracciare in questa sponda del mare. Lo sfruttamento delle risorse, la produzione e vendita di armi, l'iniquità del sistema economico e gli interessi politici dei potenti, congiurano per creare le condizioni dell'impoverimento dei popoli. Per questo ci tradiremmo se passassimo sotto silenzio quanto sta accadendo nel nostro Paese.

In lettere precedenti abbiamo avuto modo di denunciare le derive democratiche e i meccanismi di esclusione che colpiscono le fasce più vulnerabili della nostra società. Tra queste hanno per noi particolare eloquenza i migranti, specialmente coloro di origine africana. Denunciavamo il "virus"che ha seriamente infettato lo sguardo e lo spirito di porzioni significative della nostra società italiana. Ciò ha stravolto la complessità del fenomeno migratorio costituito da persone che chiedono di costruire un altro futuro. Ribadiamo che il processo migratorio non può e non deve essere contrabbandato come problema di ordine pubblico e dunque inserito nell'ambiguità del fuorviante discorso sulla sicurezza.

Riteniamo che sia un grave crimine rubare la dignità e la storia di chi, come i migranti, incarna la speranza in un futuro differente per tutti. Essi ci troveranno sempre e comunque dalla loro parte per scrivere con loro una storia per tutti.

Ogni volto che incontriamo è anche il racconto del nostro cammino come singoli e come società. In realtà i migranti raccontano di noi e del nostro mondo! L'unico libro quindi che dovremmo scrivere è quello dell'ospitalità ricevuta gratuitamente e ora in dovere di donarla a piene mani.

La lettera vera è quella che la gente ha scritto in noi, missionari migranti in Africa ed altrove. Siamo stati "scritti" dai volti e dalle storie che qui da noi, da tempo ormai, vengono spesso respinte».

 ...Tu non sai niente di me

Né da dove vengo

Né perché mi trovo nella tua patria...


       (Nemàt Mirzazah, poeta esule iraniano)

...  Sopra il cuore

firmano le genti un patto eterno

di pace e fraternità...


       (Jorge Carrera Androade)


Nigrizia - 1/6/2009

Mafia a Milano

Su Milano i tentacoli della mafia

Un tema spesso messo in un angolo, ma in vista dell'Expo i pericoli aumentano. Il direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo: «Necessario il culto della legalità»

di Pino Nardi

Parla di un vero e proprio culto della legalità, necessario nei comportamenti quotidiani, ma anche di fronte alla «satanica abilità» della mafia di perseguire i propri obiettivi criminali. Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, avanza precise richieste nella gestione dell'Expo, con «meccanismi il più possibile di controllo, di trasparenza, di verifica e di tracciabilità».

La legalità vale solo per gli immigrati clandestini, oppure è un concetto che bisogna estendere?

La riflessione sulla legalità a volte mi viene quando viaggio in moto per le vie della città. In alcune zone, che dovrebbero essere tutelate, avvengono episodi spudoratamente evidenti di illegalità: auto parcheggiate in zone con grandi cartelli di divieto di sosta proprio attorno al Palazzo di Giustizia e nessuno eccepisce o contesta. Credo che ci sia una legalità, direi un culto della legalità, una passione per essa che passa attraverso piccole scelte concrete.

E poi c'è la microcriminalità...

Infatti, non c'è da stupirsi di derive eclatanti: di chi affitta una camera facendo pagare le ore del letto all'immigrato che non può fare diversamente e magari il padrone di questa casa è italianissimo e lucra su situazioni di bisogno estremo. La legalità deve essere un concetto declinato in tutte le lingue. Cominciando da noi: chi si dovrebbe sentire più in dovere di dare il buon esempio dovrebbero essere quelli che accolgono e che stanno meglio. Quindi se l'illegalità non è tollerabile per nessuno, non ci possono essere zone franche.

Le paure e il bisogno la sicurezza: è come guardare in un microscopio solo sul piccolo crimine che certo influisce sulla qualità della vita...

Chiamiamola anche la criminalità dei disperati: lo stupro che avviene in piazza Anita Garibaldi è chiaro che inquieta e fa arrabbiare. Ma tutte le volte che abbiamo posto ostacoli ai processi di ricongiungimento familiare qualche connessione c'è con i giovani che si lasciano andare a gesti di violenza nei confronti del mondo femminile. Questo non toglie assolutamente una briciola della responsabilità di chi commette certi crimini, però l'intelligenza di chi accoglie deve essere anche quella di far di tutto perché le persone non siano messe nelle condizioni di commettere reati. Poi è vero che forse si guarda a una criminalità col microscopio, rassegnati al fatto che la macrocriminalità è talmente grossa contro la quale è inutile provare a scagliarsi e allora ci accontentiamo. Enfatizziamo la microcriminalità così forse ci acquietiamo la coscienza, ci convinciamo che si sta facendo qualcosa per rendere la città più sicura.

C'è quasi un orgoglio ferito nelle parole del sindaco quando ha detto che Milano non è città della mafia. Però qui, dove ci sono grandi interessi, bisogna anche vigilare...

Sì, infatti ci hanno insegnato a conoscere la mafia anche nella sua capacità di cambiare volto. Non è la criminalità della periferia di Napoli raccontata da Gomorra, ma quella dei colletti bianchi, che gestisce il mercato della cocaina, che pare essere uno dei più floridi di tutto il continente. Dietro questi mercati scientifici c'è la mafia: nella sua genialità e nella sua satanica abilità, dimostra una grande capacità di adattarsi al contesto. Mentre a Napoli purtroppo si è rassegnati ad andare avanti a morti ammazzati, da noi forse questo non sarebbe tollerabile. Allora la mafia è più furba e agisce con meccanismi che toccano l'economia e i sistemi finanziari. Falcone ci aveva insegnato che per combattere la mafia bisogna cominciare a diventare esperti di economia e di finanza.

Aumentano gli allarmi sulle infiltrazioni per l'Expo. Condivide il fatto di risposte precise?

Non credo che ci sia bisogno di essere profeti nell'immaginare questo. Ci si è preoccupati giustamente di mettere in guardia rispetto alle possibili infiltrazioni mafiose sulla ricostruzione dell'Abruzzo, a maggior ragione credo che sia doveroso farlo rispetto allo zuccherino molto allettante dell'Expo. Ci aspettiamo da parte di chi gestirà questi flussi di quattrini, meccanismi il più possibile di controllo, di trasparenza, di verifica e di tracciabilità. Ormai è esperienza non nuova che laddove ci sono consistenti movimenti di denaro e progetti, nella sua satanica abilità trasformistica, la mafia diventa capace di intrufolarsi e di trarne profitto.

Nelle comunità cristiane c'è sensibilità alla legalità oppure è un tema da addetti ai lavori?

Fa parte di quei temi che non appartengono agli schemi normali di esame di coscienza in vista delle confessioni dei cristiani. Così come è difficilissimo sentire qualcuno che si accusa di non aver pagato le tasse, altrettanto lo è percepire la capacità del credente ambrosiano medio di avvertire la peccaminosità di comportamenti nell'ambito della legalità, piccola o grande che sia. O riusciamo a tradurli in scelte coerenti oppure rischiamo di declamare valori che di fatto sconfessiamo regolarmente.

Sogno albanese - Radici nel cemento - 1996





Lui si è comprato una nuova speranza / vendendo tutto quello che ha / per un bisogno di sopravvivenza / per un destino lontano da là / gli hanno parlato di un popolo amico / cugino, fratello, che l'ospiterà / gli hano parlato di pane e lavoro / di casa, decoro e di dignità. / E finalmente una notte s'imbarca / con la famiglia tanto spazio non ha / sopra la nave la gente s'accalca / come fosse l'Arca che li salverà... / E spunta il sole in un porto italiano / un posto più umano dove lavorar / e poi quel popolo amico e fratello / proprio sul più bello non li tradirà / non lo vedi che pregano, parlano / ridono e poi piangono / sentili come baccaiano / sperano, vivono, ora anche sorridono / eccoli: adesso arrivano! / Gli han messi tutti quanti dentro una stanza / che è molto grossa ma finestre non ha / lo chiaman centro di prima accoglienza / lo fanno sempre con chi arriva qua. / L'han perquisito, schedato, insultato / gli han detto che a casa dovrà ritornar / ma lui voleva solo pane e lavoro / un poco di pace e di dignità. / Nel capannone la gente non mangia / meglio morire che indietro tornar. / Se faranno i bravi gli daranno una mancia / ma stai pur certo che lui tornerà... / e se ne vanno col foglio di via / che strano concetto di democrazia / e poi quel popolo amico e fratello / con il manganello li viene a cacciar / non li vedi che... pregano, parlano, ridono e poi piangono / sentili... come baccaiano, sperano, vivono, ora non sorridono / non son poi così cattivi, o no?

Da non dimenticare



 «Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia. (...)

Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte. (...)

Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.

È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi».


dal discorso all'Islam


 


18 mesi

Ogni persona è come un mare profondo.



«Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s'immergono coi fucili.

Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo.

Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo.

Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda.

La risposta non dipende da noi, dai pescatori.

Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare.

A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua.

Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell'acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni».



Erri De Luca, Tu, mio, 14

 


 

Valori... o presunti tali

I valori rifugio

di Barbara Spinelli

C'è sempre il sospetto, quando si parla con frequenza assillante di un bene o una virtù, che i tempi in cui se ne parla siano specialmente vuoti: che quel bene si assottigli, e in particolare il bene comune. Che le virtù si faccian rare: in particolare quelle esercitate nella sfera pubblica, presidiate da istituzioni e costituzioni durevoli ma discusse. Sono i tempi in cui con più fervore garriscono le bandiere dei valori, come ebbe a scrivere Carl Schmitt nel breve saggio del 1960 intitolato La Tirannia dei Valori (Adelphi, 2008). Salvare i valori da questi sbandieramenti è urgente, perché è pur sempre in nome di principi e valori che la stortura andrà corretta.

Tempi simili son dichiarati cinici, nichilisti. In genere son colorati di nero. Enzo Bianchi, in un testo scritto su La Stampa dopo la morte di Eluana, li chiama tempi cattivi, da cui usciamo non concordi ma più divisi (15-2-09). Tempi in cui il vociare attorno ai valori si dilata, invadendo lo spazio più intimo dell'uomo «al solo fine del potere», e distruggendo i valori stessi. Tempi in cui il sale perde il suo sapore e però diventa molto salato, corrosivo. Può accadere addirittura che s'unisca al salace, producendo strane misture di gossip, lascivia e moralismo. Negli Ultimi Giorni dell'Umanità, Karl Kraus descriveva l'eccitata vigilia della Guerra '14-'18 come epoca di valori tanto più gridati, quanto più fatui. I giornalisti, tramutati in vati, erano ingredienti decisivi di quest'epoca enfatica, violenta e cieca.

Non è diversa la crisi che viviamo, e di sicuro s'aggraverà man mano che lo sconquasso finanziario ci toccherà da vicino. Come custodire in tali condizioni il potere, quando governi e politici sono ingabbiati nella dura necessità di un precipizio che controllano a mala pena o non controllano affatto, essendosi affidati alle illusorie forze degli Stati-nazione? Possono dire, con Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». (...) I valori sono già oggi e diverranno sempre più lo strumento per governare con magniloquenza e distrarre l'attenzione da sfide vere, mal comprese e mal spiegate. Prendono il posto del mistero che ci oltrepassa, s'impongono con rigide gerarchie: ci sono valori superiori, e poi più giù valori inferiori o perfino disvalori. Al disastro dell'impotenza, a una politica incapace di reinventare linee divisorie, si replica con ferree graduatorie: ogni schieramento pretende d'esser custode dei valori supremi, relegando l'avversario nelle terre dei disvalori. Facendo garrire i valori, nessun mistero ci oltrepassa: invece della crisi, si parla d'altro.

Non sono in questione solo la morte e la vita, come nel caso Englaro. I valori in blocco, cioè l'insieme di virtù e beni, vengono tramutati in espediente, in trucco che distrae. La giustizia, la libertà, l'eguaglianza, la vita, la pace, l'autonomia, il benessere dei più, la moderazione del dialogo politico non sono in sé squalificati: restano beni essenziali, per la costituzione e il cittadino. Ma nello stesso momento in cui sono adoperati a fini di potere si snaturano, trasformandosi in mezzi. Il potere, innalzato a fine, non li serve ma se ne serve per affermarsi e negare l'avversario.

I valori come assillo che finisce col distruggere quel che si vuol restaurare non sono una novità. Apparvero nell'800, in risposta a un nichilismo ritenuto letale per i valori supremi e addirittura per Dio. Oggi tornano in auge, come strumento di lotta all'avversario, deturpando parole e abolendo antiche distinzioni. Secondo Kant ad esempio, sono le cose ad avere un valore (le si fanno valere sulla base d'un prezzo, sono scambiabili) mentre le persone, se considerate fini e non mezzi, hanno una dignità che non si paga ma si rispetta. Basti pensare al termine valore-rifugio: in economia funziona, nell'etica no. Anche la Chiesa si presta a un'operazione che assolutizzando i valori li incattivisce, e non è un caso che il Concilio Vaticano II - con il suo desiderio di vedere la realtà da più punti di vista - sia considerato da tanti un impedimento. Ci sono parole di Giovanni XXIII difficilmente immaginabili oggi: «Qualcuno dice che il Papa è troppo ottimista, che non vede che il bene, che prende tutte le cose da quella parte lì, del bene: ma già, io non so distaccarmi naturalmente, a mio modo, dal nostro Signore, il quale pure non ha fatto che diffondere intorno a sé il bene, la letizia, la pace, l'incoraggiamento». L'arroganza dei valori è da anni prerogativa della destra, ma non sempre fu così. Anche quando si chiamavano virtù, c'era chi non dissociava valori e violenza. Nella Rivoluzione francese Robespierre diceva: «Il terrore è funesto, senza virtù. La virtù è impotente, senza terrore».

I valori degradati a mezzi cambiano il linguaggio, e ci cambiano sfociando nella svalutazione - o trasvalutazione - dei valori. Fin quando sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con valori non meno possenti, se vogliono generare regole condivise da chi - pur discordando - deve pur sempre convivere. Se vogliono evitare l'antinomia, che è lo scontro fra norme egualmente primarie ma diverse. Per proteggere il fine, devono scendere a patti. Le costituzioni sono lo sforzo tenace, acribico, di conciliare leggi morali in conflitto tra loro ma egualmente preziose, da preservare una per una (per esempio l'eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria morte). Quando invece i valori sono espedienti, possono divenire prevaricatori, visto che il fine è il potere di chi li maneggia: qui è la loro possibile tirannia. Se i valori sono un fine, i mezzi vanno adattati alla loro molteplicità. Se cessano di esserlo, lo scontro si fa feroce e il valore vincente assurge a valore non solo supremo ma unico. Forse per questo esistono pensatori e filosofi non minori che diffidano della parola valore, preferendo parlare di principi, beni o norme.

La crisi economica che traversiamo è tragica (...) proprio perché il politico per padroneggiarla converte i fini in mezzi e viceversa. Perché svaluta valori o li assolutizza, capricciosamente servendosene. La crisi attualizza più che mai quel che Marx scriveva nel Manifesto: «La borghesia non salva nessun altro legame fra le singole persone che non sia il nudo interesse, il "puro rendiconto".(...) Tutto quel che è solido evapora, tutto ciò che è sacro è sconsacrato, e alla fine l'uomo è costretto a guardare con freddo spirito le sue reali condizioni di vita e le relazioni con i suoi simili».

Il valore unico, come il pensiero unico, taglia le ali a altri valori e non preservandoli crea squilibri. Prefigura alternativamente o guerre di tutti contro tutti, o estesi conformismi. Assolutizza perfino i modi del conversare democratico. (...)

Responsabilità sociale di impresa

«Così mi raffiguro l'imprenditore responsabile: un uomo che si lascia di continuo interpellare dalle domande del tempo, aperto al nuovo, al vero, a quel bene che non si dà mai come facile e immediatamente raggiungibile; esso ci pone in cammino, e sembra sempre sottrarsi alla presa per dischiuderci sempre nuovi passi.

Questo è il primo e il più importante livello di eticità, che affonda le sue radici a livello di coscienza

Festa della Repubblica



Costituzione repubblicana - Principi fondamentali

Art. 1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6. La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10. L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12. La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Droga facile

Milano, l'allarme sui Navigli

"I pusher padroni della notte"

Non c'è bisogno di amici fidati e vicoli bui per trovare la cocaina, basta avere pazienza fino all'ora di chiusura della miriade di bar e ristoranti, fino a quando le famiglie con i passeggini non lasciano il posto al popolo della notte. Le saracinesche vanno giù e comincia un altro commercio: sfrontato, sfrontatissimo. I ragazzi africani che occupano per tutta la sua lunghezza viale Gorizia e gli imbocchi dei due Navigli ostentano la loro presenza. Certi dell'impunità

Tra l'una e le due il cambio della guardia è completato. Dopo che i pakistani con le loro bancarelle abusive di cianfrusaglie sono andati via, si materializzano loro. Tra i trenta e i quaranta ogni notte, vestiti all'ultima moda hip-hop, ordinati in vedette e venditori. Una non stop fino all'alba, senza bisogno di nascondersi. Una rete di vendita che copre i cinquecento metri di strada che nei fine settimana, e ogni giorno in estate, sono una delle zone più frequentate della città. Benvenuti sui Navigli, la nuova centrale dello spaccio milanese. Dove non c'è bisogno di amici fidati e vicoli bui per trovare la cocaina, basta avere pazienza fino all'ora di chiusura della miriade di bar e ristoranti, fino a quando le famiglie con i passeggini lasciano il posto al popolo della notte.

Le saracinesche vanno giù, e inizia un altro commercio: sfrontato. Le decine di ragazzi africani che occupano per tutta la sua lunghezza viale Gorizia e gli imbocchi dei due Navigli, proprio di fronte alla Darsena, ostentano la loro presenza certi dell'impunità, in quell'area che nell'immaginario collettivo è "un monumento vivente" e per l'amministrazione culturale è un "patrimonio culturale da valorizzare". In tre sere consecutive di osservazione, soltanto una volta è passata una pattuglia della polizia. Un unico giro, senza fermarsi, che ha avuto l'effetto di interrompere per mezz'ora la vendita e mettere in moto la perfetta organizzazione dei nuovi padroni dei Navigli. Grazie alla rete delle sentinelle, quando passa la Volante non c'è più nessuno.

Le sagome nere, che fino a un attimo prima proponevano ai passanti "una busta per 50 euro, coca buona", di colpo scompaiono. I pusher, impostati come promoter finanziari, che offrivano "quello che vuoi, tu chiedi e io trovo", scendono veloci le scalette che portano alle sponde dei canali, si infilano in vie laterali dove la luce è poca. Passata l'auto bianca e azzurra ricomincia il carosello delle dosi, delle auto accostate e del passaggio di contanti. Questa sera sui Navigli si apre la stagione estiva, con la partenza di un'isola pedonale (...) Perché è questa l'ipotesi più solida: dai quartieri dove il pugno di ferro di governo e Comune ha posizionato l'esercito, gli spacciatori si sono trasferiti qui. Seguendo una logica folle quanto vincente: niente è più invisibile di quello che è in vista. O, forse, di quello che non si vuole vedere. (...) "Hai bisogno di qualcosa?", chiedono facendosi avanti. Fermano anche le coppiette: "Tutto a posto?", con il tono pacato di chi è abituato a trattare con clienti su di giri. Al rifiuto rispondono con un sorriso. Insistono finché hanno speranze, ma tanto sanno che per un cliente perso altri ne arrivano: sui Navigli lavorano solo loro, li occupano spanna a spanna. Quando il camion della pulizia strade si avvicina insultano l'autista, cercano di allontanarlo. Con quelle luci gli rovina la piazza. Forse il getto d'acqua che spazza i marciapiedi rischia di inzuppare la droga nascosta da qualche parte. "Cambiano. Fino a qualche tempo fa c'erano spacciatori più rissosi, bevuti o fatti e ogni notte erano urla. Ora questi sono più tranquilli, stanno lì sfrontati, lavorano e quasi non li senti", racconta un ragazzo che ha una finestra privilegiata sullo struscio degli spacciatori. "E certo, perché questi sono commercianti veri, zero casino vuol dire niente pattuglie chiamate da chi vuole dormire", aggiunge il vicino. (...)  Sono quasi le sette quando arriva il nuovo cambio della guardia. Arrivano i baristi a tirare su le saracinesche, gli spacciatori vanno a dormire.
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