Per quando ci si sente "nella tempesta"






La Tempesta

(A. Branduardi

Serena e amorevole ricostruzione












Benedetto latinorum


‘‘La messa antica era un monumento della fede, ma non provo nostalgia: solo pochi capivano''


 Nell'anamnesi del «tempo di un tempo» da me intrapresa nei mesi scorsi non può mancare una rilettura sulla vita cristiana come era vissuta fino agli anni sessanta nei paesi del Monferrato e delle Langhe. Inoltre, la recente liberalizzazione della antica messa - detta di san Pio V - da parte di Benedetto XVI mi ha riportato più volte al mio vissuto nell'infanzia, nell'adolescenza e nella giovinezza, dato che la riforma liturgica del Vaticano II é stata attuata quando ormai avevo quasi trent'anni.


Tutta la mia formazione cristiana, spirituale e teologica era avvenuta prima del Concilio e questo evento dello Spirito ha accompagnato i mutamenti non solo della vita ecclesiale, ma anche della mia vita interiore più profonda. Ripeto sovente ai più giovani che io a vent'anni ero un cattolico post-tridentino «doc» nella fede, nella morale, nell'impegno che allora non si diceva «ecclesiale» bensì di «apostolato». Del resto, abitavo di fronte alla chiesa e quindi il parroco mi chiamava regolarmente quando c'era bisogno per le messe, i vespri, i funerali, le «cerimonie» per benedire i temporali e scongiurare la grandine...


A sette anni mi fu insegnato il latino e questo mi permetteva di recitare sovente il breviario con il parroco o con i preti che venivano a predicare alla domenica: i frati passionisti, che arrivavano in bicicletta dal santuario delle Rocche e dei quali si raccontavano le eroiche penitenze e le flagellazioni nel giorno del venerdì, e i giuseppini di Asti.


A quei tempi si può dire che nei paesi di campagna tutta la vita era innanzitutto vita di una comunità cattolica, nel senso che tutti andavano in chiesa e dicevano convinti di credere in Dio, salvo qualcuno che si diceva «comunista» ma che la gente preferiva chiamare «strano»: non sorprende quindi che la figura centrale fosse quella del parroco. Era lui l'autorità più ascoltata e rispettata del paese: la gente andava da lui per chiedere consigli, soprattutto di morale, ma anche per un parere in merito al matrimonio, in particolare se la futura sposa non era del luogo. Il parroco era dunque il riferimento di tutti, e anche i pochi che gli erano avversi lo rispettavano, pur tenendosene a distanza. Le tensioni, le polemiche dure e a volte anche le lotte avvenivano per esempio quando qualcuno voleva trasformare il «ballo a palchetto», montato per pochi giorni in occasione della festa patronale, in una pista da ballo permanente... Sì, perché allora il ballo era considerato un luogo di perdizione: chi vi andava doveva poi confessarsi e comunque il parroco dal pulpito, con voce a volte minacciosa a volte implorante, non mancava di fustigare i nuovi comportamenti che iniziavano a prendere piede nel dopoguerra, accusandoli di portare alla distruzione della morale, delle famiglie e della fede cristiana. A quei tempi la domenica era ancora «la domenica»: il week-end era parola e prassi sconosciuta, nessuno andava via per gite o viaggi, ma tutti dalla dispersione delle cascine in campagna e dai luoghi di lavoro cercavano di ritrovarsi, di incontrarsi per «fare due parole» e rinnovare così la conoscenza e l'amicizia. In chiesa entravano solo donne, ragazze e qualche raro anziano devoto e così iniziava la messa cantata con molta convinzione e fervore, anche se quella gente semplice di campagna non capiva né quello che cantava in latino né tanto meno quello che, sempre in latino, diceva il prete. Il prete, dopo alcune formule recitate ai piedi dell'altare, saliva gli scalini e cominciava a «dire messa», voltandosi solo per qualche «Dominus vobiscum», cui la gente rispondeva «et cum spiritu tuo», ma cosa dicesse il prete negli oremus o cosa leggesse dal messale nessuno lo sapeva o la capiva. Messalini per i fedeli a quell'epoca non ce n'erano, non li avevano nemmeno le suore: quelli famosi del Caronti o del Lefebvre erano merce rarissima e io, conoscendo bene il latino, ero uno dei pochi che poteva seguire ogni parola. Quanto al Vangelo, il prete lo leggeva dapprima in latino sull'altare, con le spalle girate al popolo, poi si voltava e, recatosi alla balaustra, lo leggeva in italiano per la gente: era quello l'unico testo che tutti capivano, seguito dalla predica in cui trovava spazio ogni genere di ammonizione ed esortazione, attinente più alla situazione e alle vicende locali che non al brano appena letto. Al momento dell'offertorio - ero chierichetto sempre presente - il prete mi mandava fuori sulla piazza a chiamare gli uomini perché entrassero a «prendere messa», altrimenti quella non sarebbe stata più «valida» per loro. Così, mentre le donne recitavano il rosario sottovoce e gli uomini continuavano a parlottare, la messa procedeva spedita, con il prete che bisbigliava tutte le formule. Solo al momento dell'elevazione il campanello avvertiva, svegliava e richiamava tutti: mentre il prete innalzava prima l'ostia poi il calice e si genufletteva, il silenzio si faceva totale e assoluto: chi chinava la testa, chi si metteva in ginocchio, tutti vivevano con grande timore il momento culminante di tutta la messa. Prima della comunione del prete - normalmente l'unico a comunicarsi durante la messa - gli uomini uscivano dalla chiesa e riprendevano i loro capannelli, mentre le donne intonavano canti pii e devoti.


Era l'ora in cui ciascuno tornava a casa per il pranzo perché ormai «il dovere era stato fatto». Ma la domenica non finiva a tavola con il pasto abbondante in cui quasi sempre regnava il «bollito»: molti, soprattutto donne, bambini e vecchi tornavano presto in chiesa per i vespri e poi c'era la doverosa visita al cimitero, perché allora si esprimeva soprattutto così l'amore che si provava per i morti. Verso l'imbrunire si rientrava a casa, ci si toglieva «il vestito della festa» e si tornava al vivere quotidiano segnato dal lavoro da mattina a sera.


Che dire oggi di quella messa «antica»? Era senz'altro consona a quel tempo che era davvero il tempo della cristianità e confesso che a me non ha fatto male, anzi, mi ha fornito una robusta spiritualità cristiana. Tuttavia non ne provo nostalgia, anche se é sempre restata per me un inestimabile monumento della fede, e ne vedo anche con lucidità i limiti: solo pochi capivano cos'era la messa, i più ne riempivano il tempo con la recita del rosario o le chiacchiere sul sagrato; le letture bibliche erano scarsissime: un paio di brani dell'Antico Testamento in tutto l'anno, testi quasi unicamente del Vangelo di Matteo e ammonizioni dell'apostolo Paolo. L'unica variante, ma quasi solo «scenografica», erano le messe da morto dei ricchi e dei notabili, nella cosiddetta «prima classe».


Altri tempi, sì. Ma si avvertiva già un'aria di cambiamento: la chiamavano secolarizzazione, e il prete metteva in guardia dalla modernità che avanzava, dai costumi «americani» - in chiesa si parlava addirittura di «americanismo» come eresia cattolica e pericolo incombente! - dal boom economico. L'arguzia dei contadini sapeva però fare dell'ironia. Ricordo mio padre, amicissimo del parroco anche se assolutamente non praticante, che di fronte all'ennesima predica del parroco contro il consumismo dilagante, gli disse: «Ma come! Quando mangiavate solo voi i capponi era Provvidenza, adesso che li mangiamo anche noi é consumismo!». Anche così, in quel tempo, si viveva, si cercava di essere cristiani, si scherzava, riconoscendo tuttavia il dono prezioso che un prete poteva essere per tutto il paese e per una convivenza serena, per una vita segnata da convinzioni etiche condivise dai più.


Enzo Bianchi, La Stampa, 30 settembre 2007, p. 42


Cassandra?!

Una volta ancora abbiamo anticipato le news: guarda il nostro post di due giorni fa.

Pentecoste per l'Africa

Il Sinodo di una nuova Pentecoste

«Se la Prima Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi fu chiamata “sinodo della risurrezione e della speranza” (EIA, 13), i Padri sinodali, in comunione con il Santo padre il papa Benedetto XVI, vedono questa Seconda Assemblea Speciale come il sinodo di una “nuova Pentecoste”.

Grati a Dio, ringraziano il Santo Padre per la provvidenziale decisione di convocare questo sinodo.

I Padri sinodali perciò sono contenti di testimoniare il carattere universale di un'assemblea sinodale alla presenza del Santo Padre, come suoi più stretti collaboratori e rappresentanti della Chiesa dagli altri continenti.

Pregano che lo Spirito della Pentecoste rinnovi la nostra apostolica dedizione ad operare perché la riconciliazione, la giustizia e la pace e l'umanità in generale prevalgano in Africa e nel resto del mondo, mentre non avvenga che gli immensi problemi che gravano sull'Africa ci travolgano, e perché diventiamo “sale della terra” e “luce del mondo”.

Questo esercizio di comunione ecclesiale e responsabilità collegiale ispiri altre strutture e forme di ministero di cooperazione nella Chiesa-Famiglia di Dio».

(fai il download dell'intero testo nella sezione Testi)

Danni del dittatore, di qualsiasi colore politico sia












«La fissazione [di Mao] riguardo all'acciaio fu accettata senza particolari obiezioni, come avvenne per altre sue manie. Per esempio, prese in antipatia i passeri, asserendo che divoravano il grano. Così ogni famiglia fu mobilitata: dovevamo sederci all'aperto sbattendo con vigore qualsiasi oggetto metallico, dai cembali alle padelle, per spaventare i passeri e farli volare via dagli alberi, in modo che alla fine cadessero morti per la stanchezza. Ho ancora nelle orecchie il fracasso che facevamo io e i miei fratelli, insieme coi funzionari del governo, seduti in cortile sotto un enorme albero carico di bacche.


C'erano anche traguardi economici di pura fantasia: Mao sosteneva che la produzione industriale della Cina avrebbe superato quella degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel giro di quindici anni. Per i cinesi, quelle nazioni rappresentavano il mondo capitalista, e superarli significava trionfare sui nemici: era una sfida all'orgoglio della popolazione, e portò il suo entusiasmo alle stelle. I cinesi si erano sentiti umiliati dal rifiuto degli Stati Uniti e della maggior parte delle grandi nazioni europee di dare un riconoscimento diplomatico alla Cina, ed erano tanto ansiosi di dimostrare al mondo che ce l'avrebbero fatta da soli, da essere pronti a credere ai miracoli. Mao fornì l'ispirazione. L'energia della popolazione aveva cercato con ansia un canale di sfogo, e ora eccolo lì, a portata di mano. Lo spirito gung-ho prevalse sulla cautela, così come l'ignoranza trionfò sulla ragione».









questo brano è tratto da Jung Chang, Cigni selvatici, 280-291,

che si trova nella Newsletter del 28.10.2009




Con dolore

 




Certe scene si vedono solo nei film; in questo caso la videocamera ha ripreso tutto ed è tutto vero. Bene ha fatto la Procura a diffondere queste immagini: cercano di individuare gli esecutori dell'omicidio, ma ancor più inchiodano la paura e la assuefazione della gente. Doppio dolore.





don Chisciotte





 

Dio, patria, famiglia... e balilla

Il Vaticano contro i Balilla

«Sarebbe in preparazione un progetto di legge che istituirebbe un Ente Nazionale per l'educazione civile e morale della gioventù. Si parla anche di assistenza religiosa che sarebbe fatta da speciali cappellani. 1) Quali garanzie potrà dare un tale ente statale per la formazione morale dei giovani? 2) Come mai un Consiglio dei Ministri preannunzia la nomina di futuri cappellani? Non spetterebbe questa, nel caso, alle autorità ecclesiastiche? E queste sono state interrogate se intendano o no procedere all'assegnazione dei cappellani in parola? È stato comunicato alle legittime autorità ecclesiastiche il testo del progetto di legge, unica base per stabilire se convenga o meno dare cappellani all'ente suddetto?... 3) E questi cappellani dovranno limitarsi alla sola assistenza religiosa? Non è inoltre loro compito esclusivo (e non di enti statali) anche la formazione morale? 4) Quali saranno le conseguenze di simili provvedimenti sulle organizzazioni giovanili cattoliche? Tutti questi dubbi lasciano in grave preoccupazione».

Così all'inizio del gennaio 1926 monsignor Domenico Tardini, assistente ecclesiastico della Gioventù cattolica e minutante in Segreteria di Stato. Si tratta di uno dei documenti sull'immediata preoccupazione da parte della Chiesa per il nascente istituto destinato a diventare di lì a poco l'Opera Nazionale Balilla (Onb),sorta di esperimento pedagogico legato al regime fascista. Altri scritti, più allarmati, seguirono presto da parte di varie organizzazioni cattoliche nel tentativo di neutralizzare i pericoli legati al nuovo ente che, nonostante le rassicurazioni di Mussolini, aspirava al monopolio dell'educazione giovanile.

Fra i mittenti la Giunta di Azione Cattolica che, diffidando dei segnali distensivi lanciati dal governo attraverso incontri e carteggi riservati (specie tra il gesuita mediatore Tacchi Venturi e diversi uomini del Duce), già nell'adunanza del 18 gennaio deplorava «le influenze e pressioni allo scopo di ottenere che fanciulli e giovanetti appartenenti a nostre Associazioni ed Opere siano da queste distolti, per essere aggregati ad altri Enti e Istituzioni». Solo qualche mese prima il Sant'Uffizio aveva condannato l'opuscolo Il catechismo del balilla e dell'avanguardia fascista, giudicandolo «parodia sacrilega del Catechismo cattolico».

In ogni caso, mentre i lavori parlamentari si concentravano sulla costituenda Opera e le pressioni sui cattolici si moltiplicavano, la Chiesa continuò a rivendicare il diritto alla formazione morale dei giovani e l'Ac quello di esistere con una sua peculiarità distinta dalle organizzazioni fasciste. Inoltre, circa la concessione dei cappellani, una nota vaticana del 2 marzo 1926 per l'ordinario militare monsignor Panizzardi ammoniva: «Cappellani ai Balilla. 1° non possono concedersi se non si ha il testo della legge e del regolamento; 2° se nella legge e nel regolamento non è espressamente detto che deve essere impartita ai balilla la istruzione religiosa e questa la cattolica; 3° se il maestro di religione non è nominato dalla autorità ecclesiastica; 4° se a questo insegnamento della religione ed alle pratiche religiose non è lasciato il tempo e la libertà necessarie. Deve constare in modo esplicito che non devono incomodare le nostre organizzazioni cattoliche. 5° ove tutto ciò risulti, V.S. non prenda verun impegno».

Nessuna concessione, quindi, e, in attesa di conoscere il regolamento, difesa delle proprie posizioni, anche se nelle singole realtà locali, di fronte alle pressioni fasciste perché i religiosi insegnanti facessero iscrivere i loro alunni fra i Balilla o perché i parroci impartissero loro l'istruzione religiosa, c'era chi cominciava ad adeguarsi. «È però desiderabile svolgere e far svolgere azione di persuasione presso i genitori, perché preferiscano l'educazione religioso-morale, ed anche fisica, che viene data dalle associazioni cattoliche. Quanto all'istruzione religiosa per i balilla, se le circostanze d'ambiente consigliano a concederla, è bene sia data possibilmente nella parrocchia purché in modo serio e dignitoso e dallo stesso parroco o da un sacerdote delegato da questo. Siccome però il regolamento non è ancora noto, conviene... dare disposizioni provvisorie», confidava in via riservata a un vescovo il cardinale segretario di Stato Gasparri.

Il disorientamento a livello periferico, in assenza di direttive precise aumentava. «Mi risulta che monsignor Baccini ha nominato un parroco di Cagli cappellano dei Balilla. Faccio notare confidenzialmente quanto pericolo si incorrerebbe se i vescovi incominciassero a far da loro in argomento di tanta importanza, senza rivolgersi alla S. Sede. Già ci troviamo in mezzo a tante difficoltà

Non basta "contarsi", ma proviamo ad essere precisi!

E' il progetto Lynce, messo a punto in Spagna. Con mille implicazioni politiche

In piazza 100mila o un milione? Ora un programma conta le teste

Siamo o no in una società di massa? E qualcuno le conti, le masse. Dai, ci cascano tutti: ad ogni manifestazione c'è sempre uno dei leader che si avvicina al palco e urla: siamo 1 milione! (a volte due, ma in Italia si è parlato anche di tre). Seguono noiosissime guerre "spannometriche" fra questura, manifestanti, governo: erano tre milioni, no erano mezza dozzina. Si esagera da una parte e dall'altra, quando non ci sono dati certi. (...)

E chi è Gutierrez? E' il capo del progetto Lynce, una nuova società che ha messo a punto una tecnologia che conta le teste. Recita la presentazione on line della società: "Il progetto Lynce vuol porre in valore l'espressione pubblica delle opinoni offrendo un metodo rigoroso alla rilevazione dei partecipanti in questo tipo di azioni pubbliche".
Dunque una intenzione scientifica, che si offre come metro di valutazione della democrazia, senza intenzioni politicamente nocive. (...) Insomma metodo scientifico al servizio di una equanime valutazione politica, ma anche utile in sede di ordine pubblico e di uso commerciale. (...)

A seconda della stima che si desidera, Lynce cambia anche la sua tariffa: semplice, premium, extra. Ai calcoli effettuati viene promesso l'allegato di foto e tabella che provano l'esattezza della stima. Si paga anche in funzione dell'ampiezza del pubbico che segue il mezzo di informazione che commissiona la misurazione (se di un media si tratta) o se si desidera tenere le informazioni riservate. (...)

Come funziona il sistema? Il segreto industriale copre la tecnologia adoperata, ma qualcosa può dirci il web. Così veniamo a sapere - da un lavoro del 1995 di A. J. Schofield, P. A. Mehta and T. J. Stonham - che è possibile contare le persone sulla base dell'analisi delle immagini video, analisi basata sulla matematica delle "reti neurali". Ma potrebbe anche trattarsi dell'analisi di immagini digitali - e sembra essere il metodo più vicino a quanto viene fatto dagli spagnoli di Lynce) - lette e "contate" da un computer. Altri metodi possibili in quella sorta di disciplina che è il "people counting" sono l'analisi di conteggi effettuali attraverso raggi infrarossi o attraverso le emissioni di calore dei corpi umani. (...)

E qui veniamo al punto. La gente non si conta solo. Come dice il sito di Lynce, la gente, mentre si muove, esprime un'opinione politica, si fa parte di una sfera - la manifestazione del pensiero - dove il "counting" deve fare un grande sforzo per rimanere nel campo della correttezza.

Vittorio Zambardino

Amore e guerra






Eurialo & Niso

parole di Massimo Bubola - musica di Sandro Severini

La notte era chiara, la luna un grande lume / Eurialo e Niso uscirono dal campo verso il fiume

E scesero dal monte, lo zaino sulle spalle / Dovevan far saltare il ponte a Serravalle

Eurialo era un fornaio e Niso uno studente / Scapparono in montagna all'otto di settembre

I boschi già dormivano, ma un gufo li avvisava / C'era un posto di blocco in fondo a quella strada

Eurialo fece a Niso asciugandosi la fronte / - Ci sono due tedeschi di guardia sopra il ponte -

la neve era caduta e il freddo la induriva / ma avevan scarpe di feltro e nessuno li sentiva

Le sentinelle erano incantate dalla luna / fu facile sorprenderle tagliandogli la fortuna

una di loro aveva una spilla sul mantello / Eurialo la raccolse e se la mise sul cappello

La spilla era d'argento, un'aquila imperiale / Brillava nella notte più di un'aurora boreale

Fu così che li videro i cani e gli aguzzini / Che volevan vendicare i camerati uccisi

Eurialo fu sorpreso in mezzo a una radura / Niso stava nascosto spiando di paura

Eurialo circondarono coprendolo di sputo / A lungo ci giocarono come fa il gatto col topo

Ma quando vide l'amico legato intorno al ramo / Trafitto dai coltelli come un San Sebastiano

Niso dovette uscire che troppo era il furore / Quattro ne fece fuori prima di cadere

E cadde sulla neve ai piedi dell'amico / E cadde anche la luna nel bosco insanguinato

Due alberi fiorirono vicino a quel cimitero / I fiori erano rossi sbocciavano ogni inverno

La notte era chiara, la luna un grande lume / Eurialo e Niso uscirono dal campo verso il fiume

Perplessità


In questi giorni continuo a venire a conoscenza di ambienti (scuole, posti di lavoro, università, ecc.) in cui c'è una "decimazione" a causa dell'influenza.

Nessuno si sbilancia a dire che "tipo" di influenza sia; quasi tutti dicono che è troppo presto perché sia quella stagionale.

All'arrivo di quest'ultima, negli scorsi inverni i media si sbizzarrivano a far intervenire esperti, perché è una questione che interessa il pubblico e ottiene l'attenzione della gente.

In questi giorni invece non si sente nulla: come mai accade ciò?

Perché persino negli USA è stato proclamato uno stato di attenzione di fronte ai casi di A H1N1... e da noi no?

Non sarà che abbiamo comprato milioni di dosi di vaccino contro quella famosa influenza grugnante... e forse non servono?

O forse sì, ma non ce lo dicono?


don Chisciotte


La realtà è migliore dei reality (per fortuna!)

La scelta della moglie di Marrazzo: «Non lascerò Piero, la famiglia è unita»

Insieme nella loro villa. Lei torna in tv. «Reagisci, torna a lavorare» le avevano chiesto i colleghi del Tg3

«La mia famiglia, comunque, rimane unita». Ro­berta Serdoz, la moglie di Pie­ro Marrazzo, è la fierezza perso­nificata. Nella grande casa di Colle Romano, immersa nel si­lenzio del castagneto, il cami­no è acceso come sempre. Ci sono tante foto sui muri, le fo­to di una vita, le foto di loro due felici. Sembra un secolo fa. Come può reagire una don­na tanto ferita, tradita nel pro­fondo? Poteva cedere di schian­to e invece lei ha tirato fuori l'orgoglio, la grinta da reporter mostrata per anni in televisio­ne e che adesso le serve come il pane a casa sua, tra le mura amiche, per riprendere in ma­no una situazione drammati­ca. Dopo un weekend di auten­tica umiliazione e sofferenza, Roberta ha deciso che non ab­bandonerà suo marito, anzi gli starà vicino, perché ora lui è di questo che ha più bisogno. Pie­ro Marrazzo, travolto dallo scandalo, sta male. (...) Ma non è questo il tempo delle parole, delle spiegazioni, adesso quello che conta è stare insieme - così ragiona un'ami­ca della coppia - condividere come prima il lettone in ferro battuto che Roberta si porta dietro da sempre. Come un ni­do, un estremo rifugio. Per Pie­ro non ci sarà bisogno di un te­rapeuta - continua l'amica del cuore - perché Roberta per lui, da sempre, è la migliore tera­peuta che possa esistere, con la sua capacità di parlare, di ri­dere, di riflettere. Forse, più in là, si prenderanno anche una vacanza. Per stare vicini, per ri­trovarsi. Ma è presto per fare programmi, questi sono solo i giorni del dolore e della fatica di andare avanti.

Gli amici più stretti, per for­tuna, sono rimasti (...).

Fabrizio Caccia

Dramma interiore

Un ragazzo

di Mario Domina

Un ragazzo è morto.

Non aveva ancora trent'anni.

Lo hanno trovato impiccato nei boschi.

Veniva ogni giorno nella mia biblioteca. Era strano. Si vedeva che aveva dei problemi.

Era venuto anche ieri. Agitato e sorridente come sempre. Ogni giorno più scosso. Ogni giorno più solo.

Ascoltava della gran buona musica. Vedeva buoni film. Era curioso. Mi chiedeva sempre consigli in proposito. Voleva scambiare due chiacchiere.

E io lo cacciavo via, quasi sempre.

Gli dicevo che stavo lavorando, che non potevo chiacchierare con lui. Che alzava troppo la voce e disturbava.

Ma lui, imperterrito, tornava alla carica ogni giorno, con quel sorrisino un po' ebete.

Così ha fatto anche ieri.

E anche ieri l'ho cacciato.

Ora non tornerà più. Non mi disturberà più. Non disturberà più nessuno. Ci ha pensato da solo a togliersi di torno.

E io mi sento una merda.

Uno che predica bene, e razzola male.

Che non vale un cazzo.

Possibile che la vita non ci insegni nulla? Nemmeno a captare le urla silenziose che vengono dalle persone che abbiamo intorno? Le loro continue ambasciate e richieste di aiuto?

E vi assicuro che confessarlo qui non mi farà sentire meglio.

Realtà peggio di "reality"

Se la realtà è peggiore del Grande Fratello

Esposti al gossip, filmati sui telefonini, esibiti su YouTube: siamo tutti nella casa di vetro

Ancora una volta la realtà si fa beffe della fantasia, in questo caso del reality, genere considerato il sostituto della realtà, il non luogo per eccellenza di ogni esistenza mediatica. Quando nel 2000 uscì la prima edizione del «Grande Fratello» si gridò allo scandalo. La tv stava «realizzando» una concezione resa narrativamente tragica da George Orwell in «1984» ed esposta in sede teorica da Michel Foucault in «Sorvegliare e punire». L'idea era quella del Panopticon di J. Bentham, un dispositivo carcerario e repressivo in cui, chi è rinchiuso, può essere osservato senza poter osservare. Il Big Brother televisivo

Domande

«Da ingenuo qual sono e mi ostino a rimanere, mi domando: perché sulle riviste cattoliche svolazzano angioletti tanto carini e agitano la coda diavoletti innocui, e non si trova un disegnatore satirico che metta alla berlina i vezzi, i tic, le gaffes, le vanità e le debolezze di chi tiene sulla testa mitrie e zucchetti colorati? Perché su un giornale cattolico trova spazio il polemista livido che addenta quotidianamente i nemici - o presunti tali - e non c'è ombra di un disegnatore o umorista che graffi - sia pure con la dovuta delicatezza - gli estensori di certi documenti solenni; denunci - sia pure con la dovuta levità - gli infortuni in cui incorrono certi predicatori; dia la caccia agli episodi più clamorosi di vanità ecclesiale; riveda le bucce - sia pure in maniera soft - a determinati comportamenti non certamente evangelici?

Perché nella cronaca di grandiose e ricorrenti manifestazioni di massa si suona la tromba - fino a sfiatarsi - su note trionfalistiche, e non c'è mai una rubrica che descriva gli atteggiamenti ridicoli, le scenette un po' comiche di fanatismo, gli equivoci gustosi, i risvolti un po' imbarazzanti, di cui pure quei raduni spettacolari sono fitti?

La mancanza di ironia, di umorismo, satira, costituisce una grave debolezza dell'ecclesiologia. L'accordo tacito a non scherzare su chi sta in alto loco dimostra chiaramente che la scala dei valori è sconvolta e avrebbe bisogno di essere ripristinata radicalmente. (...) Tra l'altro, ho l'impressione che, nell'area del tempio, ci sia più tolleranza - non dico simpatia - nei confronti della critica, che non dell'umorismo e dell'ironia, che vengono considerati elementi "dissacratori". Forse perché dalla critica ci si può difendere, e magari contrattaccare ad armi pari, ad esempio con la polemica

Foto composte

Clicca sulla foto per vedere una rassegna di foto "panoramiche" composte dall'unione (con appositi programmi) di più foto tangenti l'una all'altra.

Teologo ridente

Il teologo protestante Karl Barth (1886-1968), tre settimane prima di morire, faceva questa stupefacente affermazione:

«Un cristiano fa della buona teologia quando, in fondo, è sempre lieto, sì, quando si accosta alle cose con umorismo.
(...) Bisogna guardarsi dai teologi di cattivo umore! Guai ai teologi noiosi! Naturalmente lo so: siamo... circondati da ogni parte da tanta, tanta tristezza; e noi stessi siamo spesso compagni poco piacevoli. Ma dato che un buon teologo... non serve se stesso, bensì lui, il Padre di Gesù Cristo, egli può guardare al suo prossimo, che, in ogni caso, è amato da Dio, e persino a se stesso, con gioia e con speranza; egli può (quanto più prende seriamente il proprio compito) ridere nonostante tutto di cuore e può persino ridere di sé».

Offene Briefe 1945-1968, 553 ss.

Tv ammaestratrice

Ecco come la Tv ci ha «ammaestrati»

La televisione è stata da sempre un importante fattore di trasformazione culturale. Nella seconda metà degli anni ' 50 la televisione italiana ha svolto una funzione di unificazione linguistica e culturale del Paese, e ha socializzato gli italiani ai valori e al patrimonio culturale (soprattutto letterario e artistico) della nazione, cercando di sollecitare nel pubblico un desiderio di miglioramento di sé e di avanzamento sociale (nel 1954 il 51% degli italiani era analfabeta!). Oggi la televisione, che non è più solo nazionale ma è globale, sembra compiere l'operazione inversa, con due semplici operazioni: stroncando sul nascere ogni desiderio di (reale) cambiamento, attraverso la dittatura del dato di fatto e la ridicolizzazione della critica

In onore di don Carlo Gnocchi

“Io sono il buon pastore” (Giovanni 10,11). A Cristo compete chiaramente di essere pastore. Infatti, come il comune gregge viene guidato e pascolato dal pastore, così i fedeli sono ristorati da Cristo con un cibo spirituale, con il suo corpo e il suo sangue... Ma siccome Cristo ha detto che il pastore entra per la porta e che egli è la porta, mentre qui dice di essere il pastore, ne segue che egli entra attraverso se stesso... perché rivela se stesso e per se stesso conosce il Padre... Nessuno dice di sé di essere la porta. Questo, Cristo lo riservò solo per se stesso. Mentre partecipò ad altri il compito di essere pastori: “Vi darò, dice la Scrittura, pastori secondo il mio cuore (Geremia 3,15). Sebbene, infatti, i capi della Chiesa, che sono suoi figli, tutti siano pastori, tuttavia dice di esserlo lui in modo singolare: “Io sono il buon pastore”, allo scopo di introdurre con dolcezza la virtù della carità. Non si può essere infatti buon pastore se non diventando una cosa sola con Cristo e suoi membri mediante la carità. La carità è il primo dovere del buon pastore, perciò dice: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Giovanni 10,11). Infatti c'è differenza tra il buono e il cattivo pastore: il buon pastore ha di mira il vantaggio del gregge, mentre il cattivo il proprio. Nei guardiani delle pecore non si esige che, per essere giudicati buoni, espongano la propria vita per la salvezza del gregge. Ma siccome la salvezza del gregge spirituale ha maggior peso della vita corporale del pastore, quando incombe il pericolo del gregge ogni pastore spirituale deve affrontare il sacrificio della vita corporale. Questo dice il Signore: “Il buon pastore offre la sua vita per le sue pecore”. Egli consacra a loro la sua persona nell'esercizio dell'autorità e della carità. Si esigono tutte e due le cose: che gli ubbidiscano e che le ami. Infatti la prima senza la seconda non è sufficiente. Cristo ci ha dato l'esempio di questo insegnamento: “Se Cristo ha dato la sua vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Giovanni 3,16)”.

s. Tommaso d'Aquino, Esposizione su Giovanni, cap. 10,3

Che scoperta!!


Senza "digitale", spenta la tv si può vivere meglio di prima

di Alberto Mattioli

Da venerdì 9 ottobre vivo senza televisione. E non solo sopravvivo, ma sto benissimo. Dovrei mentire e scrivere che soffro, martire dell'esperimento sadico di restare senza tivù nel 2010? Beh, no. Intanto perché nessuno mi ha chiesto questo eroismo e ho deciso da solo di trasformarmi nella cavia umana di me stesso. E poi perché la tivù dà dipendenza solo se l'accendi. Se accenderla non puoi, sei libero. E, a differenza di quel che avviene con droga, alcol, fumo, gioco, opera lirica e altri vizi che danno assuefazione, liberarsi è semplicissimo, almeno per chi ha la fortuna di abitare nel Piemonte occidentale (Torino compresa) o in Sardegna. Basta non comprare il decoder o, avendolo, non installarlo.

Il 20 maggio sono sparite Raidue e Rete4: fare a meno di Fede, lo confesso, all'inizio è stata dura, ma ci si abitua a tutto. In fin dei conti, l'uomo è il più adattabile degli animali. Così, quando è arrivato, il fatale venerdì non è stato affatto nero. Semplicemente, dall'oggi al domani, spingendo il pulsante si è materializzato soltanto un pulviscolo di puntini tremolanti che ricorda alcune opere d'arte contemporanea e, in ogni caso, piace moltissimo alle mie gatte. (...)

Però, obbietterete: e l'informazione? Essere aggiornati su quel che succede nel mondo, e magari non solo dalle parti di Montecitorio come credono i tiggì Rai, è importante per tutti e fondamentale per chi fa il tuo mestiere. Già, ma qui c'è l'ennesima dimostrazione che la vendetta è un piatto che va mangiato freddo. Come la tivù ha soppiantato i giornali come principale somministratrice di news, così oggi Internet fa la pelle alla tivù. A portata di clic c'è il mondo. E senza pastone politico, accenti romaneschi, sintassi sballate, congiuntivi sbagliati e congiuntiviti da overdose di capigruppo. Quanto alle serate de-televisionate, sono tutt'altro che tristi. Si riscoprono piaceri dimenticati come un buon libro, un ottimo disco e due chiacchiere con le gatte, che avranno magari una conversazione un po' limitata, ma dicono meno sciocchezze degli ospiti dei talk show. E in ogni caso fanno meno baccano.


In musica

Inneres auge

di Franco Battiato

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando

o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti

precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.

Uno dice che male c'è a organizzare feste private

con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?

 Non ci siamo capiti

 e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?

 Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro?

 La Giustizia non è altro che una pubblica merce...

 di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori

 se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,

quella verticale verso lo spirito.

Con le palpebre chiuse s'intravede un chiarore

che con il tempo e ci vuole pazienza,

si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge

 La linea orizzontale ci spinge verso la materia,

 quella verticale verso lo spirito.

 Ma quando ritorno in me, sulla mia via,

 a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato...

 mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!

Ascolta qui l'audio.

Fiducia

«Tira un vento a cui ben pochi di noi erano abituati e la terra, simbolo di stabilità, si presenta davanti ai consumi ed al suo inquinamento progressivo come incapace di contenerci e nutrirci. La Chiesa stessa - città sul monte, àncora di salvezza, torre inespugnabile, sicurissimo vascello - appare ai timidi ed agli sprovveduti come incapace di trasmetterci quella sicurezza a cui eravamo abituati e che faceva il conforto e la fiducia di chi non aveva nessuna voglia di assumersi personali responsabilità.

La paura abita la città. La paura abita la Chiesa.

Che la città abbia paura non mi stupisce: è cosa naturale sotto il dilagare della delinquenza e la temerarietà dei terroristi e dei rapinatori.

A me fa pena la paura della Chiesa perché è il triste segno della nostra carenza di fede nel Cristo risuscitato dai morti, nel Cristo re della storia.

Niente paura quindi se qualcosa cambierà. E cambierà in senso giusto.

Ciò che mi dà questa certezza è che da quando il Concilio ha canonizzato il primato della parola di Dio e le comunità si sono abituate ad interrogarsi sul Vangelo, il terreno gelato delle istituzioni si è liquefatto sotto l'azione del calore dello Spirito.

Si formano ovunque piccole comunità di preghiera che vogliono essere Chiesa e rivivono la Cena del Signore con gaudio e dolcezza nello spirito.

Ovunque si parla di liberazione degli oppressi, di servizio, di impegno, di povertà, di amore.

Sì, è il Vangelo che batte alle porte. Dio non ha abbandonato il suo popolo».


fratel Carlo Carretto, Ogni giorno, 5 gennaio

 



Certi segni, però, non sostengono certo la mia fiducia nel cambiamento...


Attenzione!

«Italia sempre più povera». L'allarme della Caritas

In un anno sono aumentate del 20% le persone che a causa di difficoltà economiche chiedono aiuto ai

centri di ascolto della Caritas. Lo afferma il nono rapporto sulla povertà in Italia, presentato oggi a Roma, messo a punto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Zancan. 372 i centri interessati alla rilevazione (su 6 mila) di 137 diocesi (su 220). Nel 2007, prima della crisi, si sono rivolte ai Cda 80.041 persone (70,3% stranieri) ed oltre 5 mila famiglie. L'incidenza è maggiore nel Mezzogiorno (17,7%): oltre il 20% in Sicilia, Basilicata e Sardegna. Il Nord registra il 2,9% mentre al Centro la situazione è articolata (17,5% nel Lazio, 2,4% nelle Marche).

Nel 2008, rispetto al 2007, l'aumento medio delle richieste di aiuto è stato del 20%. E, stando ai segnali, per il 2009  "è probabile che gli 'impoveritì siano aumentati". Fra questi potrebbero esserci titolari di contratti a termine, impiegati che perdono il posto di lavoro senza preavviso, cassintegrati che vedono avvicinarsi il termine del sussidio. Chi chiede aiuto (dato 2007) non appartiene alla categoria comunemente indicata come povertà estrema. Infatti, tutti vivono in una normale abitazione; il 76,4% vive con i propri familiari. Per lo più si richiedono aiuti economico (56,8% degli italiani e 48,1% degli stranieri) e lavoro (44% e 54,9%). Al 50,6% degli utenti la Caritas eroga servizi e beni materiali (46,1% e 51,3%); seguono le richieste di sussidi economici per gli italiani (20,8%) e di lavoro per gli stranieri (33,5%) che riguarda solo il 10%.

Situazione drammatica, dal Nord al Sud. Al Nord l'esplosione della cassa integrazione, al Sud l'aggravarsi di una situazione già compromessa: sono alcune delle conseguenze della crisi economica che, in alcune aree del Paese, hanno alimentato il fenomeno  della povertà. È quanto emerge dal Rapporto su povertà della Caritas italiana e dalla fondazione Zancan. Secondo alcune testimonianze raccolte dalla Caritas a inizio 2009, la crisi economica al Nord ha scatenato una povertà inattesa, «che si riflette soprattutto nell'esplosione della cassa integrazione, nel mancato rinnovo dei contratti a termine e di lavoro interinale, nella forte crescita dell'iscrizione al collocamento e alle liste di mobilità, nel calo delle assunzioni. Maggiormente colpiti sono i pensionati con reddito basso e le famiglie disgregate, in situazioni difficili, con genitori separati". Al Centro, osserva il rapporto, la povertà è '"discretà, sommersa e dignitosa, tuttavia significativa nell'insieme di un territorio che, per diversi aspetti, era già in sofferenza da tempo". Infine, al Sud, la crisi "piove sul bagnato" e in alcuni casi "sta rappresentando una sorta di alibi per operazioni strumentali di razionalizzazione e/o speculazione produttiva da parte delle imprese".

L'analisi regione per regione. Il Rapporto mette in evidenza come nel nostro Paese si spenda di più per contrastare la povertà nelle regioni laddove ci sono meno poveri. Il Trentino Alto Adige sostiene la spesa pro capite più alta pur facendo registare l'indice della povertà inferiore alla media nazionale. Campania, Calabria e Basilicata, invece, pur presentano un indice di povertà elevato, hanno una spesa spesa pro capite è al di sotto della media nazionale.

Un altro dato che emerge è che si tende a dare soldi piuttosto che fornire servizi durevoli nel tempo, piccoli benefici economici che sono solo un palliativo e non la soluzione al problema povertà. Ciò porta gli enti pubblici a investire cifre molto alte per dare una piccola risposta a molti. A fronte dei 192 milioni di euro spesi per la carta acquisti, l'abolizione dell'Ici e il bonus elettrico, rileva il Rapporto, solo 91 mila famiglie, su un milione, non sono più povere in senso assoluto. Emerge l'idea di un'Italia che non sa affrontare la povertà come si dovrebbe, se si considera che altri Paesi investono di più e con migliori risultati. In un confronto internazionale sugli effetti del sistema di tax-benefit risulta che in Italia tale sistema riesce a ridurre la povertà delle famiglie con bambini solo dell'1,7% contro una media dei Paesi Ocse del 40% (in Francia al 73% e in Danimarca si arriva all'80%). Stando agli estensori del rapporto è dunque di sconfitta che si deve parlare. Un esempio su tutti la vicenda degli assegni familiari: il valore complessivo della misura è considerevole, nel 2008 sono stati spesi 6.607 milioni di euro. Ma il beneficio finale è stato irrisorio: poco più di 10 euro al mese per ogni beneficiario. Un grande investimento per un piccolo risultato.

Pellicola "storica"?!

L'invenzione del guerriero

Uno: Alberto da Giussano non è mai esistito. Due: il «giuramento di Pontida» probabilmente pure. Adesso che nelle sale d'Italia imperversa (pare comunque con successo inferiore alle aspettative) il kolossal di Renzo Martinelli Barbarossa, chi glielo dice alla Lega Nord che il film sul quale ha puntato per far risalire le sue radici sino al Medioevo è in realtà un polpettone che non rispetta affatto la storia? Eppure è così, praticamente tutti gli studiosi sono d'accordo; e davvero non si sa dove Federico Rossi di Marignano (consulente storico della pellicola) abbia

Letteratura di carne

«C'è monsignor vicario, che può molto, se vuole: eccolo. Gli puoi parlare».

Veniva avanti, scendendo dalla gradinata del duomo, un piccolo tozzo prete sulla settantina: il nicchio col fiocco rosso, sulla nuca: la grossa e rossa faccia vigilata da una fronte, che pur essendo larga non aveva nulla di nobile. Gli occhi sornioni e furbi, un po' scappati dall'orbita, guardavano più volentieri oltre che attraverso gli occhiali, mal accomodati sovra un naso senza forma. Teneva la sinistra dietro la schiena, e la destra occupata a tagliar l'aria con un fascicolo di carte. Camminava a passi lenti, dondolandosi, con l'aria un po' assente che aveva di solito e che in quel momento sembrava seguire il gridio dei rondoni che giocavano intorno alle alte e sottili guglie della cattedrale.

«Monsignore, don Bolli vi vorrebbe parlare».

«Bene, bene... Sempre soldato, sempre... ufficiale... ehi! Che nuove ci portate?». E intanto lo sguardo andava dai gambali al berretto, soffermandosi, senza volerlo, sul rosso scarlatto dell'ampia croce, coronata di nastrini azzurri-bianco-rossi.

«Quand'è che vi vedremo a casa per sempre?».

«Presto, monsignore; appena terminata la smobilitazione. Abbiamo tutti fretta».

«Non lo direi. Almeno per qualcuno... quel vostro amico, sì, quel vostro amico... come si chiama?».

«Don Ferretti, monsignore».

«Bravo, don Ferretti, proprio don Ferretti».

E invece di continuare, dondolava il capo, e il fiocco del nicchio pareva acconsentire all'interno giudizio.

«Vengo a parlarvi di lui, se permettete».

«Altro che permettere! Figurarsi: siamo qui apposta, per ascoltare chi ci vuol parlare di don Ferretti. Andiamo in ufficio: si parla meglio seduti».

Attraverso l'atrio, che dà sul primo cortile del vescovado, ove due pavoni, nei giorni di gala, gareggiano con i monsignori, per un secondo breve cortile chiuso in alto da un lucernario si entra negli uffici di curia, un tempo appartamento della famiglia vescovile.

«Sedetevi, sedetevi, signor tenente».

La tentazione era invece di uscire, lasciandolo solo nella poltrona ove s'era buttato più che seduto, con un oh! che pareva uno sbadiglio. E poiché don Stefano rimaneva in piedi come se non avesse sentito e con tale silenzio che l'imbarazzava: «Dicevate che venite da parte di don Ferretti, missus dominici...». «No, monsignore. Ho visto don Ferretti, ieri, a Levico: ci siamo anche parlati a lungo, ma non ho nessun incarico da parte sua. Non gli ho neanche detto che venivo qui. Fu durante il viaggio che mi decisi».

«Ah... un'ispirazione! Le ispirazioni vengono dal Signore o...».

Non lo lasciò finire. «Non so donde venga la mia. Sento che presentare la tribolazione di un confratello a un proprio superiore e proporre... no, mi sbaglio, pregare che il superiore non chiuda la porta in faccia al figliuolo smarrito, e supplicarlo di fare un ultimo tentativo, non possa venire dal maligno».

«Il maligno, il maligno!», e si mise a ridere forte. «Noi di una volta, lo chiamiamo il diavolo. Il maligno!». E poiché l'altro s'era irrigidito davanti ad un'ironia che gli gelava il cuore: «Dite, giovanotto; cosa vuole quel vostro amico?».

«Nulla vuole. Siamo noi, sono io che oso pensare e suggerire che basterebbe...».

«Cosa basterebbe?».

«Un po' di cuore, forse; un po' di paternità, come per il prodigo».

«Il prodigo, il prodigo? Vi deve piacere assai questa parabola. Non dimenticate che c'è anche la parabola dei rami secchi, che vengono tagliati e messi a bruciare. C'è anche l'invitato senza veste nuziale e sapete la sua sorte... in tenebras exteriores, capite? Hanno visto un po' di mondo, questi giovanotti e ne sono rimasti abbacinati. E pretendono che la chiesa si pieghi ai loro miraggi. E una cosa solida, sapete, la chiesa: una pietra, et super hanc petram: e con le pietre non si fanno patti, giovanotto».

E lo disse con gusto, dilatando le spalle, che avevano davvero una solidità granitica. Pareva volesse rappresentare la sicurezza della chiesa, di fronte a don Stefano, troppo esile e alto, nonostante le fatiche della guerra, per dar l'impressione di una certa consistenza. Più che le parole, lo mortificava quella tranquillità così sicura, senza dubbi, senza sentimento. Pareva una pietra e ne ebbe quasi paura. Sì, forse aveva ragione lui, il vicario, di sorridere su quei sogni; ma se le parole (da una cartella logora aveva visto levare la lettera al vescovo) con cui essi esprimevano il loro animo erano inconsistenti, il loro star male era una cosa seria, tanto più che erano in molti... e gli altri non volevano neanche prenderne nota. Le pietre sono solide, senza loro merito; ma i cuori che, continuando a battere umanamente, mirano alla salvezza, la pagano a caro prezzo.

E poiché don Stefano continuava a tacere, l'altro, fatto più ardito da questo silenzio che pareva una resa: «Vedete» e sventolava i fogli della lettera «vedete cosa scrivono questi giovanotti! si danno anche l'aria di riformatori. Secondo costoro, la chiesa dovrebbe far questo, non dovrebbe far quello: peggio dei protestanti. Quelli almeno se le stampano per proprio conto le loro fantasie, e non osano mandarle a un vescovo sotto forma di ultimatum».

«Ha sbagliato, lo so», la voce gli tremava alquanto nella morbida chiarezza del timbro ordinario, «ma prima di condannarlo, tenete conto, monsignore, che don Ferretti è un uomo di azione, e gli uomini di azione non possono venire giudicati sulle parole, neppure sulle loro stesse parole. Quando si è vissuto per quattro anni una tragica vicenda, scrivendo una lettera di pena, riesce difficile non sbandare. Ma il cuore è saldo, monsignore, ve l'assicuro: anche il suo desiderio di servire la chiesa è grande».

Il vicario buttò ancor più in fuori gli occhi, come per accertarsi che tali propositi gli venivano proprio da chi gli stava davanti.

«Bravo, ma bravo! anche per voi dunque i principi son truppe di seconda linea. Ciò che conta è l'integrità del pensare, capite?». E con visibili segni di diniego, mentre tornava a fissarlo ironicamente: «E mi dite che hanno il cuore saldo!? Vi siete troppo buttati fuori nel mondo per avere il cuore a posto». Don Stefano ebbe un impeto di rivolta. Costoro, che erano rimasti seduti sopra una poltrona, dietro un paravento di carte, chiamavano «buttarsi fuori nel mondo» il vivere per anni dietro un muretto di una trincea, che a un'ora X, la quale scoccava sempre troppo presto, bisognava scavalcare per star vicino a chi andava a morire.

«Scusate, monsignore, quello che noi abbiamo visto e goduto è forse un po' diverso dal mondo che immaginate. La guerra non è una parata. Laggiù, monsignore, si moriva, a centinaia, a migliaia. Ed erano giovani che, con calma disperata, chiedevano un motivo per chiudere gli occhi in pace. Ho visto il mondo, non il mondo dei nostri manuali, ma quello per cui il Signore si lasciava crocifiggere in ogni caduto». E poiché l'altro, quasi assente, con gli occhi semichiusi adesso, gli passava in rivista l'uniforme: «Mi trovate elegante e pensate che ci sia stato gusto a far l'ufficiale. Dovevate vederci dopo una settimana di Carso o di Piave: color di terra, sporchi, cenciosi, pidocchiosi e gli occhi pieni di morte».

«Un po' di penitenza, figliuolo».

«Sì, ma di quella vera, non di quella pensata e dosata. E i più grossi peccatori non erano in trincea. Due sole colpe avevano i miei soldati: di essere poveri e di essere fedeli a un dovere, di cui non conoscevano bene il perché. Mentre noi...».

«Su dite, conosciamo il vostro gusto di prendervela con quei di casa». L'ironia, usata con insolito garbo, gli tolse la voglia di continuare.

Avrebbe volentieri gridato contro quella tranquillità farisaica, che non sopporta nessuna critica, che scusa qualsiasi cosa accusando quei di fuori. Ma ricordò di non avere una sua causa da difendere né un suo onore da tutelare, e facendosi subitamente calmo: «Perdonate, monsignore, se mi sono accalorato. Il discorso mi ha portato un po' fuori. Ero venuto non per discutere, ma a chiedervi carità per un'anima, che se è cara a me, non lo è certo meno a voi e al vescovo». «Naturalmente anche noi gli vogliamo bene e preghiamo...».

«E allora» quasi sollevato «datemi un filo di salvezza, una proposta, un desiderio».

«Una proposta!? La chiesa non patteggia in questi casi. Rientri nei ranghi (e pareva compiacersi del linguaggio militare), la smetta con quell'aria di riformatore: poi, un mese d'esercizi presso i gesuiti. Il silenzio e la meditazione dei novissimi fanno bene, oh, se fanno bene».

«E poi?».

«Dopo la cura si vedrà come adoperarlo. Lo scandalo c'è stato e grosso. Certe sue lettere circolano. Capirete, una medaglia d'oro, un eroe. Ci vuol poco a far scalpore».

Don Stefano fissò il vicario con sguardo sconsolato. Non c'era neanche una parola che gli offrisse uno spiraglio. Se don Lorenzo avesse ascoltato il discorso, gli avrebbe gridato fieramente: «Ecco, ora sarai persuaso che non c'è cuore nel nostro mondo e che vogliono la resa a discrezione, senza tener conto di nulla, né del nostro soffrire né della nostra dignità. E tu speri di poter lavorare con costoro?».

Don Stefano, che era rimasto in piedi, quasi sull'attenti durante il colloquio, salutò monsignore, ed usci. L'uscio involontariamente si chiuse sbattendo e quel rumore parve a don Stefano il crollo del ponte col suo mondo.

Sulla piazza del duomo, il sole scendeva adagio adagio dalle guglie ravvivando le pietre dei rosoni e degli archi. Gettò lo sguardo in alto, verso il cielo, oltre le guglie, e ricominciò a respirare. Con quel tumulto nell'animo, aveva bisogno di correre. Attraversò i giardini e, per vie vuote e care, volse verso la stazione. Gli seccava l'ingombro del corso in giorno di mercato: tutta gente grossa, ben pasciuta, ben difesa, che continuava a far denari anche a guerra finita. Erano le care strade degli anni di seminario, quando in lunghe file si andava in duomo, strette, silenziose, con vecchie case e vecchi conventi e mura di giardini, con le piante che fiorivano a pasqua e a pentecoste e che egli conosceva come quelle del suo orto. Ovunque sentiva il bisogno di costruirsi intorno al cuore un po' di cuore, e le cose l'aiutavano meglio degli uomini.

Primo Mazzolari, La pieve sull'argine, 67-73

Individualismo e solitudine

Gran parte del nostro isolamento ce lo scegliamo da soli. Non ci piace esser dipendenti dagli altri e ogni volta che è possibile cerchiamo di mostrare a noi stessi che abbiamo la situazione sotto controllo e che possiamo prendere da soli le nostre decisioni. Questa fiducia in sé ha molte attrattive. Ci dà un senso di potere, ci consente di muoverci rapidamente, ci offre la soddisfazione di essere padroni di noi stessi e promette molte ricompense e premi.

Tuttavia, l'altro aspetto di questa fiducia in sé è la solitudine, l'isolamento e la costante paura di non riuscire nella vita.

Ho sperimentato sia le ricompense che le punizioni dell'individualismo. Come professore universitario, sono stato un insegnante fecondo e popolare, e questo è avvenuto attraverso i tanti livelli della carriera accademica; ma, alla fine di tutto, mi sono sentito molto solo. Pur proponendo con convinzione l'importanza della preghiera, io stesso avevo perduto la capacità di essere abbastanza tranquillo per pregare. Pur incoraggiando un atteggiamento di reciproca vulnerabilità come un modo per crescere nello Spirito, mi sono scoperto parecchio cauto e anche sulla difensiva quando era in gioco la mia reputazione. L'atteggiamento di fondo degli accademici è la competizione - anche di quelli che predicano la compassione - almeno quando non vogliono perdere il loro lavoro!

H. J. M. Nouwen, Vivere nello Spirito

Per tutti coloro che svolgono un ministero nella Chiesa









O Padre, che insegni ai ministri della Chiesa non a farsi servire, ma a servire i fratelli, concedi a tutti la grazia inestimabile di essere generosi nell'impegno pastorale, fedeli e vigilanti nella preghiera, lieti e premurosi nel servizio della comunità cristiana.


dalla liturgia - trovi altre preghiere nell'apposita sezione


L'amore si fa capire in tutte le lingue







Fou de Love

di A. Branduardi / P. Panella

dall'album "Domenica e lunedì" (1994)

Sangre / loviente in core / Amai ma / come moro non vivrò mai / Loviente sangre / mit you por siempre / e tu non piense a mme / T'amo / più tuo son io / che de moi / son perdido e chiedo di me / a les tue braccia / a los tus besos / now che sarà de mi / Aulentina / tu non vivi per moi / Tiranna mia / tu non vivi per me / I fou de love / appriesse a tte / Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor / co ch'el vols / Tiranna mia / despotista tu ssi / Tiranna mia / pianto e riso y desir / I fou de love / appriesse a te / Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor / e scioglie el sangre / loviente in core / rossiente por ti / Vurria vurria / ma prima 'e murì / Vida d'erotica ambicion / e moratoria de l'amour / e di esiziale inquisicion / Tiranna mia / ca ira / Sangre / Loviente in core / io basio / las palabras coi labbri miei / e più ti bramo / si el tuo bel labbro / palabra non è / Galantina / tu non vivi por mi / Tiranna mia / tu non vivi per me / I fou de love / appriessea ttè / Amor che / a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor / co ch'el vols / Tiraanna mia / despotista tu sì / Tiranna mia / pIanto e riso y desir / I fou de love / appriesse a ttè / Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor / e scioglie el sangre / loviente in core / morir je vurria / d'amour con ti / ma primma 'e murì / I feu de love / Tiranna tu sì / Sangriente love / in core por ti

Una miseria non solo economica

"Povera Italia, un Paese malato di vecchiaia"

Paolini, dal Vajont al racconto della crisi “molto più che economica”

di Andrea Scanzi

«Questa è una miseria particolare, che non riguarda solo il portafoglio». Marco Paolini torna in tivù, ancora su La7. Lunedì 9 novembre, alle 21.30, in diretta dal porto di Taranto, interpreterà "Miserabili. Io e Margaret Thatcher", un racconto in forma di ballata sulla metamorfosi della società italiana (e non solo) dagli Anni Ottanta a oggi. Nessuna interruzione pubblicitaria e un palinsesto dedicato: alle 14 il film Grazie, signora Thatcher di Mark Herman; alle 16 Atlantide sul ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino; alle 20.30 una puntata speciale di Otto e mezzo, con Lilli Gruber. «Miserabili lo portavo in scena tre anni fa, parlavo del sistema economico e nessuno capiva perché. Quando è arrivata la crisi, ho rischiato l'effetto opposto: diventare troppo di moda. Fosse andato in tivù un anno fa, sarebbe sembrato un instant book. Così no. È una maniera particolare, non retorica, di raccontare gli ultimi due decenni. Celebrando il ventennale dalla caduta del Muro di Berlino».

Perché la Thatcher?

«Il suo primo slogan recitava così: "Non esiste più la società, ci sono solo degli uomini e una famiglia". Purtroppo attualissimo».

In che senso?

«La società non esiste più. Niente collettività, solo un personalismo rabbioso. Per anni ci siamo illusi che il nostro mercato godesse di una sorta di immunità. Invece stavamo sopra una bolla, che ora è esplosa. Nessun compiacimento per la profezia autoavveratasi, per carità, non sono una Cassandra. Ma questa è una crisi molto più che economica».

Victor Hugo c'entra qualcosa?

«I miserabili di cui parlava, quelli dell'Ottocento, siamo noi. Le analogie sono spaventose: padri che portavano a prostituire le figlie, ognuno che pensa per sé. La paura per il diverso, il razzismo, l'intolleranza. Una giungla dove l'unico obiettivo è fottere il prossimo».

Questo è uno scenario apocalittico.

«Essere pessimisti individualmente è inevitabile, ma il pessimismo collettivo è pericolosissimo: diventa cinismo. Non serve a dare ossigeno alle nuove generazioni».

In un contesto simile, il ruolo dell'artista qual è?

«Non parlare di se stessi, non chiamarsi fuori. Ma nemmeno l'errore opposto, ovvero mostrare la via. Di ciarlatani siamo pieni, politici e guaritori. L'artista deve fare manutenzione, è come un meccanico che cerca di rimettere in moto i meccanismi. Magari recupera qualche pezzo vecchio, lo olia un po' e rifà funzionare macchinari desueti».

Ad esempio?

«La cultura. Che non è una cosa astratta, non è un panda. È l'unica cosa che può farci uscire da questa povertà, da questa miseria umana».

Ci sarà pur stata una scintilla positiva, negli ultimi anni.

«Più di una, ma isolate. Vent'anni fa si sparse la voce che si poteva oltrepassare il confine a Berlino. Non era vero, ma 50 mila persone si misero in moto, lo attraversarono e al ritorno presero a picconate il Muro. La polizia li lasciò fare. Bastano pochi attimi a cambiare situazioni millenarie. Le persone che si liberano della paura, sono inarrestabili. La forza di Obama è stata quella di un gruppo di persone che, semplicemente, ha detto: si può fare».

E in Italia?

«È un Paese malato di vecchiezza, non anagrafica ma mentale. Inchiodato dalla paura, anchilosato. Gli italiani dovrebbero essere più moderati in politica e più rivoluzionari nella vita di tutti i giorni».

Come si concilia questa diagnosi con il piccolo schermo?

«La mia non è una tivù industriale, io non vado in onda tutti i giorni con l'obbligo di sorridere. È quella la tivù pericolosa. La serialità di chi va sempre in onda è peggiore della serialità fordista. Io faccio un'altra cosa: artigianato».

Un anno subiva il fastidio di essere percepito solo come «l'omino del Vajont».

«Per molti sarò sempre e solo quello, ne sono consapevole. Ho fatto pace col mio perfezionismo grazie al Sergente: lì ho capito di avere superato un'altra frontiera. È che sono lento, ci metto tre anni a fare una ciambella, non tutte vengono con il buco. Sarò sincero: I miserabili non mi soddisfa appieno, ma è tempo di metterlo in archivio. Esternandolo e sperando che smuova qualcosa».

Bei tempi...

Nel numero del 20 dicembre 2003 «La Civiltà cattolica», con un articolo di padre Cesare Giraudo dedicato ai quarant'anni della Sacrosanctum Concilium, descrive, per i lettori più giovani, la situazione nelle chiese prima del Concilio: «Entriamo, dunque, in una qualsiasi chiesa di una qualsiasi parrocchia. I fedeli sono riuniti nella navata, separati dallo spazio riservato al sacerdote mediante una barriera, spesso un cancello di ferro. Oltre la barriera, che si chiama balaustra, nell'area riservata, denominata presbiterio, i comuni fedeli non possono andare: quello spazio è riservato ai presbiteri, i sacerdoti. I laici presenti sono divisi per sesso e per età. I bambini occupano i primi posti: maschi da una parte, femmine dall'altra. Lo stesso vale per i giovani e per gli adulti: donne da una parte, uomini dall'altra, ma questi ultimi sono pochi, perché stanno quasi tutti in fondo, in piedi, vicini al portone o appoggiati alle pareti. I fedeli, ma anche qui gli uomini che lo fanno sono pochissimi, cantano in gregoriano, per lo più senza capire bene il senso delle parole. Quando invece è presente un coro, ascoltano in silenzio. Il sacerdote "dice" messa in piedi, in latino, volgendo le spalle ai fedeli e con tono di voce sommesso, tanto che solo chi sta nelle primissime file può ascoltarlo. Lo svolgimento liturgico è dettato da norme rigorose e nessun celebrante si sognerebbe mai di modificarlo, neppure nei dettagli più piccoli. Il sacerdote non ha aiuti da parte dei laici: legge, in latino, le letture e sempre in latino prega. Canta, traccia nell'aria tanti segni di croce. Lui dice messa e i fedeli ascoltano o, se non riescono ad ascoltare, assistono».

Padre Giraudo tiene a precisare che la maggior parte dei preti celebrava in questo modo con grande devozione e la maggior parte dei fedeli assisteva con grande e sincera pietà. Prova ne sia che se la fede è arrivata fino a noi lo dobbiamo proprio a questo tipo di liturgia. Un modello che aveva comunque gravi limiti, a partire dall'iper-protagonismo del celebrante e nella passività dei fedeli, ridotti al ruolo di pubblico.



Aldo Maria Valli - Luigi Bettazzi, Difendere il Concilio, 98

 


Una ragazza che pensa(va)


Interviste, foto e l'unico video della ragazza morta a Bergen-Belsen

A cura della Anne Frank House: nel 2010 il museo virtuale

Su Youtube canale per Anna Frank: "Un messaggio di tolleranza"

Una ragazza affacciata alla finestra, che guarda curiosa due sposi uscire dal palazzo. Dura pochi secondi l'unico filmato esistente, del 1941, in cui compare Anna Frank, la ragazza ebrea morta nel campo di concentramento tedesco di Bergen-Belsen nel 1945. Quell'adolescente l'abbiamo conosciuta soprattutto attraverso il diario in cui raccontò la vita della sua famiglia costretta a nascondersi dai nazisti, fino all'arresto del gruppo nell'agosto 1944. Con il passare degli anni, quel racconto si è arricchito di nuovi particolari, di elementi che rendevano ancora più terrificante la realtà della Shoah. Ora c'è un ulteriore strumento per saperne di più: su Youtube è stato creato un canale a cura della Anne Frank House.

Oltre a quell'unico filmato di Anna, saranno pubblicate foto inedite, interviste a persone che l'hanno conosciuta, fra cui quella con il padre, Otto Franke, un video del Nobel per la pace Nelson Mandela che parla della forza che ha ricevuto dalla lettura del diario di Anne durante la sua prigionia, un'anteprima del nuovo museo virtuale, che sarà lanciato l'anno prossimo come parte delle celebrazioni per il 50esimo anniversario della Anne Frank House.

"Tutto il mondo potrà così esplorare la vita e il significato di Anna Frank attraverso immagini uniche - si legge nel comunicato - Speriamo che il canale aiuti ad allargare la visibilità della casa di Anne Frank, il suo potere educativo e il suo messaggio di tolleranza".

Anne, suo padre Otto, la madre Edith, la sorella Margot e quattro altri ebrei si rifugiarono contro l'occupazione nazista in un nascondiglio nella casa di Amsterdam dei Frank. La ragazza scrisse in un diario la cronaca della sua vita finché il gruppo non fu scoperto e arrestato nell'agosto 1944. Anna morì nel 1945 in un campo di Bergen-Belsen, nella Germania settentrionale. Il suo diario, pubblicato per la prima volta nel 1947, è stato tradotto in 70 lingue.






Una scelta ancora

Guadagnare meno per vivere di più

Via dal traffico, dalle città costose e dai lavori stressanti. Nel mondo oltre 16 milioni pronti a «scalare marcia»

Simone voleva uscire dall'ingorgo. La macchina era immobile da almeno mezz'ora, in coda con le altre sul Grande raccordo anulare. Sole a picco, aria condizionata che boccheggia. I telefonini che suonano all'impazzata. Dai finestrini delle altre auto, giacche e cravatte, facce stressate che riflettono la sua. «Così non va», disse. Fu allora, da fermo, che decise di scalare una marcia. Era un manager. Ultimo incarico presso la Boston Consulting, prima era capo delle Relazioni esterne Sisal (quella del Superenalotto), un passaggio anche nell'editoria, Rcs. Ci ha messo dieci anni, per uscire da quell'ingorgo che era diventata la sua vita. Oggi Simone Perotti risponde al telefonino dalla sua casetta nelle campagne tra La Spezia e le Cinque Terre. Sono le 15 di una calda giornata feriale di inizio ottobre. È seduto su un tronco, pantaloncini corti e torso nudo. Ha appena finito di zappare l'orto. Questa sera deve «scendere» a mare per tenere un corso di vela. In mezzo, leggerà un libro, scriverà qualcosa. Non ha programmi. «Prima, la mia vita era completamente pianificata. Con un margine di ragionevole certezza avrei potuto immaginare tutto quel che mi sarebbe successo nei prossimi cinque anni».

Downshifting, si chiama così. L'anglismo è reso meno insopportabile per il fatto che su Internet ormai è questo il nome che identifica una pratica traducibile come scalare marcia, rallentare. In Australia, che ne è un po' la patria, lo chiamano anche Sea-changing, parafrasando una fiction dove la protagonista molla il suo lavoro redditizio e superstressante per andare a vivere in un piccolo villaggio rurale. Da Wikipedia: «Scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole riduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero».

La definizione è corretta ma riduttiva. Del resto solo ora la pratica dello «scalare marcia» sta cominciando ad essere registrata dai radar di sociologi e studiosi dei comportamenti di massa. Datamonitor, agenzia londinese che si occupa di ricerche di mercato, stima che in tutto il mondo i lavoratori potenzialmente inclini a fare downshifting sarebbero 16 milioni. Ogni anno, circa 260 mila cittadini britannici fanno una scelta di vita che va in quella direzione. Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone, tutte comprese nella fascia di età tra i 25 e i 45 anni, che hanno deciso di scalare una marcia. La stragrande maggioranza (circa il 79 per cento) lo ha fatto non solo cambiando lavoro e quindi regime di vita, ma anche scegliendo di abbandonare la città a favore di località costiere e di campagna. Non a caso, in Francia li chiamano néo-ruraux, neorurali, termine che però non si limita alla mera decisione di vivere in campagna, ma implica l'accettazione di ritmi diversi, l'appropriarsi del proprio tempo libero.

Centomila nel 2007, quasi il triplo nel 2008, secondo uno studio di Ipsos France che precisa come per rientrare nella categoria sia necessario non solo aver cambiato domicilio, ma anche lavoro. «Per quanto mi riguarda, il downshifting è però qualcosa di più di un abbassamento del salario in cambio di maggiore tempo libero. Si tratta di un cambio di vita netto, sia verso se stessi, sia verso il mondo dei consumi, per accedere alla libertà. Essere liberi, oggi, nel sistema occidentale, può rivelarsi estremamente difficile». (...) Ci vuole metodo, ci vuole costanza. Qualcosa di molto diverso dal sogno del chiosco sull'isola deserta, del 6 al Superenalotto, dell'eredità milionaria da una zia sconosciuta.

Il cammino verso la semplicità è a sua volta un lavoraccio, da pianificare con cura lavorando principalmente su se stessi. Ognuno dei molti siti dedicati al tema sottolinea questo aspetto. Lo studio «Getting a life: understanding the downshifting phenomenon in Australia» rivela come coloro che ci provano vengano sottoposti all'ostilità dell'ambiente che si preparano a lasciare, proprio per la loro scelta di rompere codici predefiniti e uscire dal gioco in anticipo. Coloro che restano aldiquà della linea li considerano anomalie. C'è da affrontare la solitudine, gli amici lavorano come sempre, tu sei alle prese con la gestione del tempo libero inframmezzata da piccoli lavori, tutta un'altra cosa. Lo scalino più alto è appunto quello economico. Guadagnare facendo ciò che si ama, e non sempre una persona ha le idee chiare in proposito.

Scalare una marcia è possibile soltanto al termine di un processo di risparmio, dell'accumulo di un gruzzolo che poi verrà lentamente eroso. Il cambio di città è motivato quasi sempre con la necessità di trovare posti dove il costo della vita sia più basso. La propensione al risparmio deve diventare ferrea, e questo significa cambiare pelle rinunciando alla naturale propensione al consumismo. Occorre essere molto sicuri di sé, perché non avere più lo stipendio fa paura.

La libertà da lavori e vite totalizzanti ha molto a che fare con i conti della serva più che con il gabbiano Jonathan Livingston. E il piano necessita di tempo per essere realizzato, downshifting non è l'equivalente inglese di colpo di testa, tutt'altro. Basta guardare quanto ci si mette a realizzare la propria fuga da Alcatraz. Dieci anni per Perotti, addirittura 15 per John Drake, autore di «Downshifting: how to work less and enjoy life more», uno dei libri di riferimento per chi sta pensando alla rivoluzione esistenziale. «Downshifters, Guide to re-location », «The essential downshifter», «Downshift to the good life», nel Regno Unito il racconto in prima persona sta diventando un sottogenere letterario, segno di una domanda decisamente in crescita.

Su 19 libri a tema pubblicati tra il 2007 e il 2009, solo due raccontano l'esperienza di una famiglia. Avere figli è uno spartiacque importante che rende l'impresa non impossibile ma senz'altro più difficile. La marcia da scalare riguarda un profilo di persona abbastanza definito. Media borghesia almeno, in possesso di un lavoro stressante e redditizio al tempo stesso, possibilmente con una buona rendita a disposizione, di natura ereditaria o dal risparmio.

Ne viene fuori il ritratto di una generazione, a ben vedere. I quarantenni di oggi. Quando è venuto allo scoperto, Perotti ha mandato una mail a tutti e 1.600 i contatti della sua agenda. Amici, colleghi, conoscenti. Gli hanno risposto tutti, alcuni increduli, almeno 800 ammirati, invidiosi, comunque d'accordo con la scelta che il quasi ex manager stava per fare. «Curioso: siamo passati dallo yuppismo interiore a cui abbiamo devoluto tutto a una forma di rifiuto per quello che abbiamo conquistato. Abbiamo creato un meccanismo dal quale siamo stati strangolati, e siamo la prima generazione che se ne sta rendendo conto. Quelli che hanno maggiormente goduto di questo sistema, alla fine non sono felici. Così nasce un nuovo fenomeno sociale».

Ci vuole coraggio, e si può sempre tornare indietro. Alcuni lo fanno, con il cappello in mano, vivendola come una sconfitta. La scorsa settimana, Simone Perotti ha ricevuto una telefonata. Era uno dei più grandi cacciatori di teste presenti in Italia. Gli stava offrendo the big one, l'offerta di lavoro a cui non si può rinunciare. Gli ha risposto nel corso della conversazione, e la risposta era «no». La prossima volta, potrebbe non essere così, potrebbero esserci ripensamenti. «Per il momento, sono libero da vincoli e costrizioni, e libero di gestire il mio tempo. Scalare una marcia significa questo». Mentre parla, in sottofondo si sente il rumore del mare.

Marco Imarisio

Quando muore la persona amata

L'ultimo sponsor

di Massimo Gramellini

Credo non ci sia maschio, anche se di successo e rosolato allo spiedo delle telecamere, che non sogni di essere ricordato dalla sua donna nell'ora della propria morte con queste parole: «Hai avuto una vita splendida e io sono così fortunata che l'ho condivisa con te. Grazie. Ti amo». È il testo con cui Daniela Zuccoli ha salutato il marito Mike Bongiorno dalla pagina dei necrologi del «Corriere». Un testo asciutto e perciò così commovente. Qualsiasi uomo che alla fine degli esami ottenga una pagella simile dalla persona che ha amato potrà ben dire di non aver vissuto invano. È come se dopo la grappa, i prosciutti e le pellicce, Mike (cui ci vollero tre matrimoni prima di trovare quello giusto) avesse deciso di congedarsi con un'ultima fenomenale televendita dedicata alle coppie. A quelle fisse, stabili e ancora innamorate, nonostante tutto. Che non inseguono più le emozioni ma i sentimenti, e quindi non fanno notizia, ma fanno la vita e la costruiscono insieme, un giorno dopo l'altro.

L'amore di coppia non va «per la maggiore», avrebbe detto lui. Non fa vendere giornali, se riguarda i vip, e non alimenta pettegolezzi, se riguarda i nostri amici. È un elemento statico in un mondo che il mercato vorrebbe in movimento perpetuo. Inoltre è un mestiere faticoso, impone rinunce e compromessi continui, e presenta il conto a milionari e poveracci, senza distinzioni. Non prevede ricompense né riconoscimenti ufficiali. Solo due righe di necrologio e la sensazione di essere un po' più vicini degli altri al cielo.

A proposito di uomini che si sentono "grandi", di nemici e di "amici"






Re Federico


di Marco Paolini con I Mercanti di Liquore

da una favola di Gianni Rodari

C'era un grand'uomo sulla terra chiamato re Federico

che andava alla guerra, cercando il nemico...

ma il nemico era andato a comprare un gelato e se n'era fregato del grand'uomo soldato.

Nemico nemico.. vien fora te aspeto!

Adeso non posso finisso 'l sorbeto!

Vien fora, te aspeto coa spada e coa lanza.

Adeso non posso che g'ho el mal de panza!

Nemico... nemico?! Non facciamo scherzi... Nemico?!

Come: Occupato?! Chiama ancora... Nemico! Usa il telefono speciale!

Sono io, sono il presidente, sono il ministro della guerra, sono l'onnipotente!

Jo soi el caudillo, jo soi el leader maximo, je suis le president, e I'm the governator, the terminator!

Nemico... bu! Nemico... un grand'uomo senza nemici è un uomo gran solo!

Nemico... Pronto? Nemico?

Dai non facciamo scherzi... Nemico se ci sei, spara un colpo!

Topo, non imboscarti... odio, odio gli imboscati! Arrenditi, topo!

Impossibile... son qua! Col mio cane e il cane del presidente.

Un grand'uomo senza nemici è un uomo gran solo.. vero, bobi?

Nemico, vado a portar fuori il cane, quando torno voglio che tu sia qui.

Ti prego: mia moglie si incazza!

Nemico... soi il re Federico! Sono tuo amico, ma tu mi sei nemico!

Nemico per piacere... un grand'uomo senza nemici è un uomo gran solo!

Nemico?! Ti faccio vincere.

Violenza al femminile

I dati del Tribunale per i minorenni. «Spesso ubriache o drogate»

Milano, le gang delle cattive ragazze Cresce il bullismo in rosa

Sono responsabili del dieci per cento dei reati di lesioni

Aggrediscono, picchiano e rapinano le coeta­nee per strada e a scuola. Le co­stringono a consegnare il giubbi­no, il cellulare, l'iPod o qualun­que altra cosa attiri il loro desi­derio predatorio irrefrenabile. Spregiudicate, sfrontate, spesso alticce, se non ubriache o perfi­no drogate, nelle tasche dei jeans alla moda o sotto le gonnine a vi­ta bassissima qual­che volta nascondo­no un coltello. Sono le ragazze violente, le protagoniste del «bullismo al femmi­nile», un fenomeno metropolitano che, poco conosciuto fi­no a qualche anno fa, sta crescendo in modo allarmante tra le giovanis­sime. I dati annuali raccolti dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano

Oggi serata diversa!!

A Milano la decima edizione de "La Notte dei senza dimora" vi aspetta il 16 ottobre, in piazza Santo Stefano

ore 20.30: Aiab Lombardia porta in piazza un piatto di Polenta concia da agricoltura biologica. Torte e dolci offerte dai volontari delle associazioni organizzatrici.

ore 21.30: Inizia lo spettacolo, con gli sketch dei comici di Zelig Off

ore 22.15: Intervento sul grave disagio abitativo in Italia

ore 22.30: Concerto dei Giù il Cappello, gruppo "storico" della Notte, che ci accompagna per il decimo anno consecutivo. Musica per far ballare tutta la Piazza!

A mezzanotte...: Tutti nei sacchi a pelo: dormendo per terra si sperimenta una nuova prospettiva e, anche se solo per una volta, ci si mette per davvero nei panni dei senza dimora.

Nella piazza verrà allestita una cittadella del volontariato, con gli stand delle associazioni che a Milano e Provincia si occupano di senza dimora ed estrema povertà.

La "Notte" a Milano è organizzata da: "Quelli della Notte": Casa di Gastone, Cena dell'amicizia, Insieme nelle Terre di Mezzo, Progetto Arca e Ronda della Carità. La "Notte" è possibile grazie alla collaborazione degli artisti, del Parroco della Chiesa di Santo Stefano e di tutte le associazioni e volontari che aderiscono alla manifestazione.

Parole, mani e braccia

«Una donna confessava a un prete contadino e solitario: "Quando vedo un parroco, me lo immagino come un contadino, un operaio, come un pescatore. Mi dico: 'Se dovesse servirsi delle sue mani, delle sue braccia, fosse costretto a guadagnarsi la vita, obbedire ad un padrone, scopare la casa, lavare i piatti, portare la borsa della spesa, vi riuscirebbe?' Se rispondo 'Sì', le sue prediche mi fanno del bene"».

Alessandro Pronzato, La predica prova della fede, 208

Parlar di malattie

Biomedicaepoca

di Mario Domina

1. Un aneddoto, per cominciare

Qualche mattina fa, ho accompagnato i miei anziani genitori a trovare una altrettanto anziana coppia di loro amici e paesani che non vedevano da tempo. Tutti insieme facevano qualcosa come 320 anni di età. Dunque dovrei correggermi e dire: si è trattato di una riunione di vecchi, senza tanti giri di parole. La visita si è protratta per un'ora e mezza circa e ho calcolato che, tolti i convenevoli, qualche reciproco ragguaglio su figli, amici comuni e parenti stretti e il tempo del caffé con biscotti, almeno l'80% del tempo è stato dedicato al parlar di malattie. Si badi, un parlare fitto fitto, specie da parte della padrona di casa, reduce oltretutto da un lungo periodo di raucedine al limite dell'afonìa, dovuto proprio ad una malattia.

Con dovizia di dettagli, iter più o meno conseguenti delle varie anamnesi, plateali errori di dizione di alcuni termini (con involontari effetti comici), ciascuno ha esposto agli altri i suoi guai sanitari e medici

Amare e stupirsi

Chi, più di Giovanni [Battista], dopo Maria e Giuseppe, poteva dire di conoscere Gesù? Era il cugino. Eppure afferma: «Non lo conoscevo» (Gv 1,31.33)!

Noi invece abbiamo la presunzione di conoscere Gesù, di possederlo. Si conosce nella misura in cui si ama. Ma più si ama e più ci si rende conto che il più resta ancora da scoprire. Quando credi di sapere tutto dell'altro, hai smesso di amare, così che l'altro non "ti dice più niente". E' il dramma dell'amore umano quando cessa di essere riverente stupore di fronte all'insondabile bellezza dell'altro. Se ami veramente, ti inoltri in punta di piedi nell'altro. Se l'Altro poi è Dio, l'Amore stesso, allora più lo conosci più ti senti attratto.

Più lo desideri più senti di non possederlo ancora e ad ogni scoperta non puoi che dire: "Non ti conoscevo ancora".

p. Luigi Cavagna

Volontà e piacere nello studio

«Spesso si prende per "attenzione" una specie di sforzo muscolare. Se si dice a degli allievi: "Adesso occorre che stiate attenti", li si vede aggrottare le sopracciglia, trattenere il respiro, contrarre i muscoli. Se dopo due minuti si domanda loro a cosa fanno attenzione, essi non sono in grado di rispondere. Non hanno fatto attenzione a niente. Non hanno fatto attenzione. Hanno contratto i loro muscoli. Si mette in atto sovente questo genere di sforzo negli studi. Siccome esso finisce per stancare, si ha l'impressione di aver lavorato. E' un'illusione. La stanchezza non ha nessun rapporto con il lavoro. Il lavoro è lo sforzo utile, che sia faticoso o no. Questa specie di sforzo muscolare nello studio è completamente sterile, anche se compiuto con buona intenzione. Questa buona intenzione è allora di quelle di cui è lastricato l'inferno. Studi così condotti possono a volte essere buoni scolasticamente, dal punto di vista dei voti e degli esami, ma questo avviene nonostante lo sforzo e grazie ai doni naturali; e studi di tal fatta sono sempre inutili.

La volontà, quella che in caso di necessità ci fa stringere i denti e sopportare la sofferenza, è l'arma principale dell'apprendista nel lavoro manuale. Ma contrariamente a quello che si crede ordinariamente non ha quasi nessuno spazio nello studio. L'intelligenza non può essere condotta che dal desiderio. Perché ci sia desiderio occorre che vi siano piacere e gioia. La gioia di imparare è tanto indispensabile agli studi quanto l'aria per i corridoi. Laddove essa è assente, non ci sono degli studenti, ma delle povere caricature di apprendisti che alla fine del loro apprendistato non possederanno neppure il mestiere».

da Simone Weil, Attente de Dieu, 90-91

Testimonianza interiore

Sii testimone fedele e forte

Come molto sono le persecuzioni, così molti sono i generi di martirio. Ogni giorno tu sei testimone di Cristo. Sei stato tentato dallo spirito di fornicazione, ma, per timore del futuro giudizio di Cristo, hai conservato la castità dell'anima e del corpo: sei martire di Cristo.

Sei stato tentato dallo spirito di avarizia a invadere la proprietà del povero, a violare i diritti della vedova, ma, ricordando i comandamenti di Dio, hai compreso che bisogna aiutare piuttosto che recar danno: sei testimone di Cristo. Tali li vuole Cristo i suoi testimoni secondo quanto sta scritto: «Rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore» (Is 1, 17-18).


Sei stato tentato dallo spirito di superbia, ma, vedendo il misero e il povero, ne hai sentito profonda pietà e hai amato l'umiltà più che l'arroganza: sei testimone di Cristo. E, quel che é più, hai reso testimonianza non soltanto a parole, ma anche con le opere. Quale uomo, infatti, é testimone più autorevole e credibile di chi «riconosce che Gesù Cristo é venuto nella carne» (1 Gv 4, 2) proprio osservando le norme del Vangelo? Invece chi ascolta e non fa, nega Cristo. Anche se lo confessa a parole, lo nega con i fatti. A quanti diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome»? Risponderà in quel giorno: «Allontanatevi da me, tutti voi operatori di iniquità» (Mt 7, 22-23). Testimone é dunque colui che attesta i precetti del Signore Gesù, soprattutto con la prova dei fatti.

Dio solo sa quanti soffrono quotidianamente il martirio in segreto e confessano nel loro cuore il Signore nostro Gesù Cristo! L'Apostolo conobbe questo martirio e questa fedele testimonianza a Cristo, egli che disse: «Questo infatti é il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza» (2 Cor 1, 12). Si verifica anche il contrario. Quanti hanno confessato esternamente e negato internamente! Ecco perché ci si dà questa raccomandazione: «Non prestate fede a ogni ispirazione» (1Gv 4, 1), e si dice anche: Dai loro frutti conoscerete a chi dovete credere (cfr Mt 7, 16).

Perciò sii fedele e forte nelle persecuzioni interne, per essere approvato anche in quelle che sono pubbliche. Anche nelle persecuzioni interne ci sono re e présidi e giudici terribili per il loro potere. Hai un esempio nella tentazione che ha subito il Signore. Si legge: «Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Vedi davanti a quali re sei posto, o uomo? Se fai regnare in te la colpa, sottostarai al re-peccato. Quanti sono i peccati, quanti sono i vizi, altrettanti sono i re. Davanti a questi noi siamo trascinati e davanti a questi siamo posti. Anche questi re hanno un loro tribunale nello spirito di moltissimi. Ma se uno confessa Cristo, fa subito prigioniero quel re, lo atterra dal trono della propria anima. Infatti, come potrebbe restare il tribunale del diavolo in colui nel quale é eretto il tribunale di Cristo?


Dal «Commento sul salmo 118» di sant'Ambrogio


Disc. 20, 47-50; CSEL 62, 467-469

Malati veri, malati immaginari

Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata»

Si usano cure per situazioni che molti reputano patologiche ma in realtà sono fisiologiche

«La vita è una malattia sessualmente trasmessa ad esito fatale». L'adagio scherzoso che circola fra alcuni medici potrebbe essere tacciato di cinismo. E in effetti, prendendolo alla lettera lo sarebbe. Ma va detto che anche «l'accanimento diagnostico» se non è mortale può produrre discreti effetti collaterali. (...) Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell'intervista alla Bbc, «si ha l'impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c'è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». (...) Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull'opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l'esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo (per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutare. (...)

Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile. A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione.

Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell'industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c'è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all'eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali .


Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè....si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana.  (...) Il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stess, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.

Luigi Ripamonti

Discorsi da preti

Elogio del genere medio. E della stima

La comunicazione tra i preti offre uno spunto interessante per tessere l'elogio del genere medio, cioè di quel tipo di linguaggio che sta tra il "discorso" e la "chiacchiera": è la forma prediletta dai valori per farsi quotidiana qualità.

I preti infatti cominciano fin da piccoli, da quando sono seminaristi, a pronunciare discorsi, cioè a tradurre in parole il mistero di cui sono testimoni e custodi. Dichiarano verità sublimi e precetti estremi, la luce abbagliante di Dio e le pretese indiscutibili del Vangelo. All'inizio, forse, con timore e cautela, come di chi avverte di avere labbra inadeguate per dire la Parola santa, poi via via con maggior disinvoltura, come di chi ha imparato il mestiere. E questo il livello del discorso: il rischio evidente è di ridurre l'annuncio del Vangelo ad un esercizio di cattiva retorica.

Scesi dall'ambone, anche i preti incontrano amici, scambiano saluti e notizie di cronaca, parlano di prezzi, di acciacchi, di sport e raccontano barzellette. Incomincia il tempo indefinito della chiacchiera, talora così lontana, per contenuto e per forma, dal discorso appena pronunciato che fa nascere la domanda: "Ma allora in che cosa crede?". La chiacchiera infatti è sempre tentata di sconfinare in giudizi sommari, in mormorazioni scontente, in insinuazioni malevole, senza il coraggio di diventare obiezioni, senza la misericordia per diventare comprensione.

II genere medio caratterizza quel discorrere senza la pretesa di farsi maestri, senza l'imbarazzo di aprirsi ad un confronto. I preti abituati a lavorare insieme apprezzano l'itinerario che conduce al nascere di un pensiero condiviso, di un obiettivo comune. Quando non è tanto importante dimostrare di aver ragione o di essere più aggiornati si dicono le cose che stanno a cuore, le domande che danno da pensare, le consolazioni di cui è ricca la vita di un prete.

E facile incontrare una inerzia e una rassegnazione che rendono questa comunicazione stentata: ciascuno ha le sue timidezze e le sue presunzioni. Una condizione per rendere possibile anche ai preti di pensare un po' in grande e di camminare un po' insieme è la stima vicendevole. Intendo la convinzione, largamente confortata dall'esperienza, dei tesori innumerevoli che ciascuno custodisce, accumulati in ore di meditazione della Parola di Dio, in migliaia di incontri personali, nella tenace dedizione al ministero, nel gusto rimasto giovane di ascoltare la gente, di farsi carico dei fastidi e dei drammi degli altri. Appena oltre la scorza convenzionale che talora trasforma un prete in un personaggio, c'è un uomo di Dio e il tempo passato ad ascoltarlo, quando il parlare si fa serio e sincero, è tempo guadagnato.

don Mario Delpini - La Fiaccola, febbraio 1991

Scommettiamo?!

Giovani, boom del gioco tra bugie e scommesse

Il 24% dei ragazzi di età compresa tra i 16 e i 19 anni ha nascosto o ridimensionato, nel corso del 2008, le proprie abitudini di gioco ai genitori; il 5% è sfuggito ad impegni scolastici o familiari per giocare; quasi il 12% gioca per sfuggire a problemi personali e, in questi ultimi due casi, la spesa media raggiunge i 32 euro al mese.

Sono centinaia di migliaia i giovani che almeno una volta nel 2008 hanno giocato alle tante offerte del mercato italiano, che lo scorso anno ha avuto una raccolta di 47,5 mld di euro, record destinato a migliorare nel 2009 sopra quota 50 mld. Una crescita del 200% in soli cinque anni. Ma che vede una fetta importante di ragazzi (5%) a rischio. Nomisma ha dedicato una ricerca... al rapporto che i giovani hanno con i giochi: la maggior parte non ha alcuna attrattiva o li considera soltanto un passatempo. Ma esistono anche situazioni (5%) di potenziale rischio (patologico e di violazioni delle norme a tutela dei minori) oltre all'esigenza di maggiori informazioni sui rischi. (...)

Nel 2008 sono stati oltre 28 milioni gli italiani con più di 15 anni che hanno tentato la fortuna almeno una volta, il 55% della popolazione. Gran parte gioca occasionalmente, ma l'11,6% lo fa con regolarità una volta alla settimana e l'1,4% ogni giorno, pari a oltre 700 mila persone. L'86% degli italiani ritiene di non essere abbastanza informato sui rischi derivanti dal gioco. L'88% pensa che non vi siano sistemi di protezione adeguati per evitare/prevenire i rischi del gioco per i più giovani. Il 19% conosce direttamente persone che sono ritrovate in situazioni di grave disagio economico a causa del gioco. Il 68% del campione, pari ad uno sviluppo di circa 686 mila studenti sui 950 mila che frequentano le classi oggetto di indagine ha giocato almeno una volta, con una spesa media mensile di 10 euro. Giocano più i ragazzi (il 76%) ma anche le ragazze hanno sperimentato i giochi con vincite in denaro (61%). La propensione al gioco è fortemente correlata al contesto sociale e familiare. Si gioca di più e con più soldi nel Sud e nei professionali, piuttosto che nei licei. Nelle famiglie in cui si gioca si trova l'80% dei giovani giocatori, con una spesa mensile doppia rispetto ai nuclei familiari in cui non si gioca. Il 52% ha iniziato a giocare per caso e nonostante l'ampia diffusione, per i giovani il gioco è un passatempo occasionale, a cui dedicare meno di un ora al mese. Soltanto l'8% reinveste in gioco le vincite. Ma il 48% non ha interesse a giocare. Sono i gratta e vinci ad essere scelti dai giovani (53%), seguiti dal superenalotto (39%), lotto (27%) e scommesse sportive in agenzia (22%). Ancora bassi ma destinati a crescere i valori dell'online.

Il gioco è considerato il rischio più preoccupante per i giovani dal 3% degli italiani, dopo droghe, alcol, fenomeni di bullismo, disturbi alimentari e malattie sessuali e prima del tabacco. Ma sono gli stessi giovani a pensare che può dare dipendenza (92%), chiedendo maggiori informazioni (38%), in quanto le notizie arrivano per la pubblicità e internet (82%). L'indagine evidenzia che minorenni e maggiorenni giocano più o meno allo stesso modo e con la stessa frequenza.

Esame di coscienza per i ministri della Chiesa

«Splendido, anche dal punto di vista letterario, l'esame di coscienza della seconda omelia [di san Carlo Borromeo], dove il santo arcivescovo immagina che Cristo giudice sottoponga i pastori d'anime ad uno stringente interrogatorio, che non lascia scampo: «Se dovevate essere voi le sentinelle (= speculatores!), perché siete diventati ciechi? Se eravate pastori, perché avete permesso che il gregge a voi affidato andasse sbandando? Se dovevate essere il sale della terra, perché avete perso il sapore? Se eravate luce, perché non avete illuminato quelli che giacciono nelle tenebre e nell'ombra della morte? Se eravate apostoli, perché avete fatto ogni cosa davanti agli occhi degli uomini senza virtù apostolica? Se dovevate essere la bocca di Dio, perché siete rimasti muti? Se non vi sentivate all'altezza di un tale onere, perché lo avete cercato con ambizione? E se invece ne eravate all'altezza, perché siete rimasti così pigri e negligenti? Non vi hanno scosso la voce dei profeti, la legge evangelica, gli esempi degli apostoli, la condizione fatiscente della Chiesa?».


Marco Navoni, Il ministero sacerdotale in san Carlo Borromeo, 24

Per la pace

In marcia verso Gerusalemme

Da ieri, 10 ottobre, ha preso il via la Marcia per la Pace Perugia Assisi, quest'anno diretta in Terra Santa. 500 persone tra giovani, rappresentanti di enti e associazioni, attraverseranno 20 città israeliane e palestinesi.

La Marcia per la Pace Perugia-Assisi, tradizionale appuntamento del movimento pacifista italiano, quest'anno si sposta, attraversa il Mediterraneo e va dritto al centro di uno dei più lunghi e drammatici conflitti in atto, quello che da ormai oltre 40 anni oppone Israele e Palestina. Una settimana di eventi e incontri in dieci città israeliane e dieci città palestinesi, dal 10 al 17 ottobre. Times for responsibilities, il tempo delle responsabilità è lo slogan dell'iniziativa cui parteciperanno 500 persone, tra i rappresentanti di più di 50 comuni, province e regioni, esponenti di associazioni e gruppi, sportivi, artisti, giovani e semplici cittadini, ma anche studenti.

La Perugia-Assisi a Gerusalemme è promossa dal Coordinamento Nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, dalla piattaforma delle ong italiane per il Medio Oriente e dalla Tavola della pace, in collaborazione con una serie di organizzazioni italiane ed europee.

Il programma dedica la giornata di domenica 11 ottobre all'incontro con i palestinesi, il 12 agli israeliani, il 13 a una conferenza internazionale sul ruolo dell'Europa. Poi, il 14, spazio a una delle poche realtà di dialogo ancora attiva: il Circe of parents, associazione dei familiari delle vittime israeliane e palestinesi.


Per approfondimenti.

Stupidità su tutte le reti

Peggio la stupidità o la faziosità?

Sentire discutere Monica Set­ta di economia mentre esprime giudizi di tale avventatezza da mettere i brividi

Fa più male la stupidità o la faziosità? Negli obblighi del contratto di servizio è prevista la tutela dall'idiozia? Il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola vede mai la tv o fa come quegli studiosi che scrivono di tv senza mai aver visto un programma? Leggendo la cronaca dell'incontro fra Scajola, Paolo Roma­ni, Paolo Garimberti e Mauro Masi (quattro persone che, pur occupandosi di tv, credo ne ve­dano ben poca) mi sono chie­sto: ma Scajola, che ha chiesto «chiarimenti» sui programmi di approfondimento della Rai, avrà mai visto un po' di Rai­due?

Mi riferisco a programmi come «I fatti vostri» di Michele Guardì, «Il fatto del giorno» con Monica Setta, «L'Italia sul due» con Lorena Bianchetti e Milo Infante, «Scalo 76 Talent» con Lucilla Agosti e Alessandro Rostagno e altri ancora. Imma­gino di no perché, ne sono sicu­ro, anche lui sarebbe tormenta­to dal dubbio: fa più male la stu­pidità o la faziosità? Sentire discutere Monica Set­ta di economia mentre esprime giudizi di tale avventatezza da mettere i brividi a qualunque persona sensata, o perdersi ne­gli arzigogoli mentali dell'ex chierichetta Bianchetti, o sop­portare la vista di un clone mal riuscito di Sgarbi sono cose che dovrebbero far riflettere sulla natura del Servizio pubblico. La faziosità è disdicevole ma la stu­pidità di certi programmi lascia il segno. Specie su un pubblico non particolarmente attrezzato come quello del pomeriggio. Se fossi l'imperiese Scajola convocherei il direttore di Rai­due Massimo Liofredi e gli direi: «Scusi, ma lei che ha quella faccia un po' così, chi l'ha nominata direttore e perché? Quali programmi ha fatto prima di diventare direttore? Perché la sua rete è così brutta e va così male? Guardi che i soldi che lei spende per Monica Setta sono quelli del canone». Non sono Scajola, guardo la tv e non posso convocare nessuno.

Aldo Grasso

Il Vangelo della Messa di oggi

dal Vangelo secondo Luca 22, 24-27

Nacque tra gli apostoli una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Il Signore Gesù disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

Cortocircuiti... non solo tra i ragazzi

Sesso a scuola, basta un sms

Inchiesta-choc del Comune di Milano. Baby-escort, le liste delle ragazze disponibili girano di istituto in istituto

di Elena Lisa

I segnali per darsi appuntamento nelle zone più nascoste della scuola per avere un rapporto sessuale, è lo stesso in quasi tutti gli istituti di Milano: il «cliente», al massimo un diciassettenne e la baby prostituta, a volte anche di tredici anni, entrambi studenti, abbassano la suoneria del telefonino e si mandano un sms per confermare gli accordi presi il giorno prima. Entrambi fanno di tutto per rispettare l'impegno: se non ricevono il permesso di uscire dall'aula, si fanno cacciare fuori. Non sempre a incontrarsi sono soltanto un lui e una lei. Il sesso, rapido, può essere anche di gruppo. Dipende dai desideri e da cosa offre il momento. Non è neppure indispensabile conoscersi: i ragazzini possono contare su una «lista elettronica», fatta circolare sui telefonini e sui blog via internet, che descrive la disponibilità della studentessa. Oltre al nome, cognome e numero di telefono, anche il prezzo e il tipo di prestazioni fornite: rapporti orali, sessuali completi, anali, con singoli o coppie, durante le lezioni, soltanto nell'intervallo, in cambio di vestiti firmati, ricariche per i cellulari e compiti. Liste note da tempo tra gli adolescenti, e di cui solo oggi, invece, gli adulti conoscono l'esistenza. A parlarne per la prima volta un gruppo di teenager milanesi, seguiti da Luca Bernardo, il medico ha messo in piedi un ambulatorio sul disagio giovanile. «Gli elenchi non restano in mano agli studenti dello stesso istituto. Si scambiano con quelli delle altre scuole, creando un vero e proprio mercato della prostituzione minorile».

Ragazzi che stilano elenchi di mini escort e che, per vincere la timidezza, usano droghe nei bagni di scuola. Addirittura più piccoli, attorno ai dieci anni, quelli trovati da una maestra intenti a scambiarsi immagini di rapporti sessuali con animali. Un'emergenza sociale che l'assessore alla Salute di Milano, Giampaolo Landi di Chiavenna, ha intenzione di arginare, non senza difficoltà: «Non è semplice trattare certi temi perché un certo bigottismo, politico e civile, tende a imporre la regola che di alcune questioni sia meglio non parlare».

Sono stati proprio i presidi, oltre ai medici che si occupano di malattie a trasmissione sessuale, a tracciare il quadro della situazione all'assessore. Da qui è partita una strategia di difesa: spedire lettere e opuscoli informativi per mettere in guardia le famiglie, creare un osservatorio permanente, e proporre al governo un progetto, così che il corto circuito attualmente in atto tra sesso e giovani non venga «curato» con soluzioni a macchia di leopardo, ma attraverso una politica nazionale. «La mini prostituzione più diffusa, ma che desta inspiegabilmente poca preoccupazione, è quella cibernetica - dice Landi di Chiavenna -. Sono moltissime le studentesse che si spogliano davanti alle webcam per arrotondare la paghetta. E poi vivono come se nulla fosse».

Vendere e comprare corpi come scorciatoia a disagi ogni giorno più marcati: ragazzine sempre più malate di protagonismo e maschi schiacciati dall'incapacità di relazionarsi e da un senso opprimente di incomunicabilità. Ma anche un fenomeno che mette in luce l'incapacità delle famiglie di discutere con i propri figli di temi «tabù» come quello del sesso.

A Milano, nei mesi scorsi, sono state proprio le associazioni dei genitori a pretendere che l'amministrazione comunale bloccasse le lezioni di educazione sessuale, organizzate con l'Asl, nelle scuole pubbliche: «Insieme a una campagna contro la smisurata disinvoltura dei teenager che mi piacerebbe promuovere grazie a nomi famosi della musica e dello spettacolo - dice ancora l'assessore - è mia intenzione, a inizio anno scolastico, riproporre alla giunta l'idea di corsi in cui insegnanti preparati sappiano spiegare agli studenti le conseguenze devastanti che certi atteggiamenti comportano». Effetti che conosce bene Luca Bernardo: «Ragazzi e ragazze si presentano nell'ambulatorio spavaldi. Dicono di esserci arrivati perché costretti dalla scuola o dai genitori, ma di non avvertire alcun disagio. È a poco a poco, quando si aprono, che in loro si spalanca una voragine».

Liturgie

Tamburi sotto tono in San Pietro

di padre
John Peter Alenyo

Osservazioni di un giovane comboniano sudanese sulla celebrazione eucaristica di apertura del Sinodo.

 (...) Non so, invece, cosa possano pensare gli africani dell'eventualità di un Papa africano, dopo aver assistito o seguito in televisione la cerimonia di apertura del Sinodo. Se un tamburo africano fatica ancora così tanto a fare il suo ingresso nella Basilica di San Pietro, temo che la salita al soglio petrino di un africano sia di là da venire.

 In termini di contenuti espressi durante la messa di inaugurazione, sono rimasto positivamente colpito dall'omelia di Benedetto XVI, in particolare dalla sua descrizione dell'Africa. Dato il tema del sinodo ("La chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace"), mi attendevo la solita lista mali: conflitti, fame, malattie, miseria... È questo, oggi, lo stereotipato vocabolario usato per descrivere il continente. Il Papa, invece, ha scelto di mettere in risalto gli aspetti positivi sui quali l'Africa può costruire un futuro migliore. L'ha presentata come «continente della speranza», che già sta dando un contributo notevole alla chiesa e all'interno del mondo globalizzato. Descrivere l'Africa come il «polmone» della chiesa, pur passibile di trasformarsi in polmone ammalato, costituisce un'immagine nuova e inedita. Allo stesso modo, la sua condanna del materialismo come raccolta di «scorie spirituali tossiche» di cui il continente è divenuto ricettacolo (pensando, tra l'altro, alle tonnellate di rifiuti tossici "reali" sversati nei nostri mari...) è un'immagine molto ficcante per descrivere la visione con cui spesso in Occidente si guarda all'Africa, e riflette il reale stato delle cose. Dunque, il messaggio lanciato è stato positivo.

 Ma se guardo la celebrazione da un punto di vista "africano", la considero una sorta di versione "decurtata e tarpata" di una celebrazione eucaristica africana. L'uso del latino è stato deciso a prescindere dalla conoscenza o meno di questa lingua da parte di chi affollava la basilica. La corale è apparsa una specie di "coro gregoriano africano" in uno scenario alquanto freddo e staccato dal contesto.

 Durante la celebrazione, pensavo che un ignaro visitatore che per caso fosse entrato nella Basilica, di fronte alle lunghe file di volti seriosi che riempivano il presbiterio e le panche, avrebbe dedotto che si trattava probabilmente di una celebrazione funebre per qualche alto dignitario, piuttosto che la celebrazione di un evento che apriva le speranze di un grande futuro per la chiesa d'Africa.

Tra l'altro, occhieggiando nell'ampia assemblea, uno non poteva evitare di notare la presenza del tutto minoritaria di volti africani e, in particolare, di cristiani laici africani. Qualcuno ha sussurrato alla fine della celebrazione: «Se dovessi trarre delle conclusioni dalla gente e dall'atmosfera presenti a questa celebrazione, concluderei che non c'è da aspettarsi nulla di particolarmente nuovo né tantomeno rivoluzionario dal sinodo».

 Ma lo Spirito soffia dove e quando vuole... Nutro, pertanto, la speranza di un grande evento per la chiesa africana.

9 ottobre 1963, ore 22.39: Vajont







Le parole dI Tina Merlin nel 25° della tragedia (1988)

dal sito www.tinamerlin.it

Tutti sappiamo ormai, senza ombra di dubbio, che la tragedia del Vajont è stata colpa degli uomini. E non voglio su questo ritornare, se non per augurarmi che essa sia stata e sia in avvenire raccontata in maniera veritiera alla generazione cresciuta dopo e a quelle che verranno. Perché quella tremenda colpa degli uomini del potere - potere economico, potere politico - può anche essere perdonata dai cristiani, ma mai dimenticata. Essa resta un esempio nefasto, nella più generale storia umana, di quanto poco conti la gente di fronte agli interessi dei potenti dentro lo Stato rispetto alla voce della gente. Di come, purtroppo, ancora oggi, malgrado gli insegnamenti del Vajont, vi siano due linguaggi e due misure in alto e in basso, e chi è in alto comanda e chi è in basso subisce. Mi sembra importante sottolineare questo concetto proprio quest'anno, nel quarantesimo anniversario della Costituzione repubblicana. Perché è lì, nella Carta costituzionale che è la massima legge dello Stato, frutto di quella guerra popolare contro i fascisti e i tedeschi che fu la Resistenza, è lì che sono state raccolte e sancite le aspirazioni del popolo, i suoi diritti, i doveri dei ricchi e dei poveri, il futuro dell'Italia democratica; è lì che è stata proclamata la sovranità popolare, i diritti inviolabili dell'uomo, l'uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi, la responsabilità dei funzionari e dei dirigenti dello Stato nell'amministrare la cosa pubblica, il dovere della proprietà privata di non recar danno alla sicurezza e alla dignità degli uomini.


Tutte norme che sul Vajont sono state disattese e tradite, complici fra di loro funzionari e governanti dello Stato, potere economico, potere scientifico. Dalla parte della legge stavano solo gli amministratori locali, i comitati popolari che si battevano per avvisare i ministri che sul Vajont si stava preparando un genocidio, e non furono creduti.

Ero convinta, allora, che dopo il Vajont il rapporto tra il cittadino e lo Stato, tra il cittadino e il governo, tra il cittadino e i politici sarebbe cambiato. Non è stato così, malgrado il fiume di parole allora sprecato per promettere che sì, questo rapporto doveva cambiare. Le forze politiche, che sono pur sempre il baluardo della nostra democrazia, devono ritornare fra la gente, conoscerne veramente i bisogni e i desideri, sollecitare la partecipazione popolare e varare leggi in Parlamento che siano prima discusse con la gente. (...) La democrazia non deve essere, non è, una parola vaga: ha un senso e un contenuto, che non è solo quello di andare a votare ogni 5 anni, concedendo agli eletti una delega e poi lavandoci le mani. L'aveva perfettamente compreso quella vecchina che veniva alle manifestazioni di Erto contro la Sade e diceva con passione: se qui nessuno ci aiuta, prima di morire abbiamo il diritto di difenderci. Ecco: dobbiamo sempre difenderci contro ogni prepotenza. Questo è ciò che ci insegna la Costituzione.



Mi ricorda l'atteggiamento di qualcun'altro...


Obama, svegliato da mia figlia: "Papà, hai vinto"

di Barack Obama

Non è stato il risveglio che mi aspettavo. Appena avuta la notizia, Malia è entrata in camera e mi ha detto: «Papà, hai vinto il premio Nobel ed è anche il compleanno di Bo!». E Sasha ha aggiunto: «E poi ci sono tre giorni di weekend in arrivo». I bambini sono fantastici per mettere le cose nella giusta prospettiva.

Sono sia sorpreso che onorato (...) Per essere onesti, non credo di meritare di stare in compagnia di tante figure che hanno vinto il premio in passato - uomini e donne che mi hanno ispirato, e hanno ispirato il mondo intero, attraverso la loro coraggiosa ricerca di pace. (...) Queste sfide non possono essere sulle spalle di un solo leader o di una sola nazione. (...)

 

Umiltà e superbia

E' tipico delle anime pie temere la colpa là dove non c'è; è invece caratteristica dei reprobi, per la loro superbia, rimproverare gli altri di leggerezza o di mancanza di meriti. Non vogliono essere redarguiti, credendosi più saggi di quelli che essi rimproverano. Provano piacere a manifestare le cose che comprendono, per mostrare che essi sanno cose tanto sottili e utili, che invece gli altri ignorano. Con la loro intelligenza non scrutano se stessi ma sempre le altre cose, perché appaia maggiormente che essi sono al corrente; né esaminano le proprie azioni ma quelle degli altri.

Ma grazie al giusto giudizio di Dio onnipotente avviene che - dal momento che non hanno avuto il timore di Dio e non hanno Dio dinanzi a sé e non vollero camminare nella sua legge (cfr Sal 118, 10) - vomitano le ricchezze che hanno divorato e che Dio estrae dal loro ventre. E

Al padre

Angelo Branduardi

1° Aprile 1965

dall'album "Pane E Rose" (1988)



Dalla lettera di Ernesto Che Guevara ai genitori

Padre, da molto tempo non scrivevo più...

sai che un vagabondo

oggi è qui e domani là.

Già dieci anni fa io vi scrivevo addio...

per una volta ancora riprendo il mio cammino.

Padre, da molto tempo non scrivevo più...

gli anni sono passati

ma io non sono cambiato.

Forse qualcuno potrà chiamarmi avventuriero,

fino alla fine andrò dietro le mie verità.

Padre, da molto tempo non scrivevo più...

la morte non l'ho mai cercata,

ma questa volta forse verrà.

Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato...

per voi non sarà facile, ma oggi credetemi.

Padre da molto tempo non scrivevo più...

mi sento un poco stanco

mi sosterrà la mia volontà

Abbraccio tutti voi, un bacio a tutti voi

e ricordatevi di me ed io ci riuscirò.

Come nelle favole di Fedro


Ecco una considerazione di Pronzato, dopo aver letto il brano evangelico del canto del gallo che richiama l'apostolo Pietro al suo tradimento di Gesù.



Gettiamo uno sguardo sul pittoresco zoo clericale, e ci rendiamo subito conto che il gallo [quello che cantò per Pietro] non c'è: è stato segregato, sicuramente perché gli altri animali non lo sopportano. Di pavoni decorativi perennemente impegnati a lucidarsi le penne ce ne sono anche troppi (loro pare abbiano preso sul serio il "crescete e moltiplicatevi" e rifiutano gli anticoncezionali, che nel loro caso sarebbero addirittura benedetti, perché la loro razza, lungi dall'essere in via d'estinzione, si sta diffondendo in maniera esponenziale, recando danni devastanti all'equilibrio dell'ambiente ecclesiale).

Stanno in agguato anche coccodrilli in procinto di versare lacrime su ciò che non è più.

Per non parlare di gattoni ronfanti, che sbirciano, furbastri e ammiccanti, in direzione di possibili padroni da coccolare e da cui tarsi coccolare.

Non mancano neppure i cagnacci ringhiosi, sempre sul punto di azzannare chi osa avvicinarsi al recinto protetto, oppure si azzarda a manifestare il minimo dissenso.

Ci sono talpe intente a scavare cunicoli sotterranei che portano a Palazzo, dove ci sono onori e... odori di cucina stordenti.

E il cielo è rigato da rapaci avvoltoi che si lanciano in picchiata (verso il basso!) ad artigliare e addentare brandelli di potere.

Ma, inutile cercare oltre, il gallo non c'è. È stato collocato in una gabbia a parte, una specie di cella di punizione... perché non disturbi i pasti, le digestioni e i sonni di tutti col suo irriverente chicchirichì. Eppure bisognerebbe avere il coraggio di aprire quella gabbia umiliante, e concedere al gallo dell'ironia di lanciarsi sulla preda più ghiotta (voglio dire il pavone) e spennarla come Dio comanda.



Alessandro Pronzato, La nostra bocca si aprì al sorriso, 58

 

Prima di tutto l'uomo

Non vivere su questa terra come un estraneo o come un turista nella natura.

Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre: credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi all'uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri, ma prima di tutto ama l'uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell'astro che si spegne,

dell'animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo.

Ti diano gioia tutti i beni della terra:

l'ombra e la luce ti diano gioia,

le quattro stagioni ti diano gioia,

ma soprattutto, a piene mani ti dia gioia l'uomo!


Nazim Hikmet, Ultima lettera al figlio

Sulla opportunità di dire certe parole

Fai in modo che il tuo discorso sia migliore del tuo silenzio.


Dionigi il Vecchio


E parla solo se il tuo discorso è migliore del tuo silenzio.




don Chisciotte

 


Materia creata

Benedetta tu, nuda Materia, terra arida, dura roccia; tu che non cedi se non alla violenza e ci sforzi a lavorare, se vogliamo procurarci il pane.

Benedetta tu sia, pericolosa Materia, madre terribile; tu ci divori se non ti incateniamo.

Benedetta tu sia, universale Materia, durata senza limiti, fiume senza sponde, triplice abisso di stelle, di atomi, di generazioni; tu che dissolvendo le nostre strette misure ci riveli le dimensioni stesse di Dio.

Benedetta tu sia, impenetrabile Materia, tu che tesa dovunque tra le nostre anime e il mondo delle essenze, ci fai languire, dal desiderio di bucare il velo senza cuciture dei fenomeni.

Benedetta tu sia, immortale Materia, tu che dissociandoti un giorno in noi, ci introdurrai per forza nel cuore stesso di ciò che è. Senza di te, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strappi, noi vivremmo inerti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio.

Tu che ferisci e guarisci, tu che ristori e che pieghi, tu che sconvolgi e costruisci, tu che incateni e che liberi, linfa della nostra anima, Mani di Dio, Carne di Cristo, Materia: ti benedico.

Io ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, limpido cristallo dal quale sarà tratta la Nuova Gerusalemme.

Io ti saluto, "ambiente divino", carica di potenza creativa, oceano agitato dallo Spirito, argilla impastata e animata dal Verbo Incarnato.

p. Teilhard de Chardin

Sprechi di tempo, di soldi, di cultura

I danni e le banalità della domenica in tv

Il tema della discussione è indifferente, l'importante è farsi notare e prevalere sempre sull'interlocutore

Com'è noto, i programmi che influenzano di più le idee del pubblico non sono i talk d'approfondimento tipo «Annozero» o «Ballarò». Come confermano molte ricerche, l'esito è sempre lo stesso: i convinti si convincono di più (sia che la pensino in un modo che nell'altro) e gli incerti, in gran parte, rimangono incerti. Diverso invece il discorso per i programmi d'intrattenimento: quando si affrontano temi importanti, nei modi tipici del genere, è più facile convincere la gente che non ha radicate convinzioni politiche.

Per questo è im­portante, ogni tanto, dare un'occhiata a «Domenica in» e «Domenica cinque», due programmi mai così speculari come quest'anno. Nello spazio della discussione, Massimo Giletti su Raiuno parlava di gossip e aveva in studio Roberta Capua, Lory Del Santo, Silvana Giacobini, Enrico Vaime (Vaime? Quello che alla radio fa la morale su questi programmi? Vahimè!), Lamberto Sposini, Stefano Zecchi, Klaus Davi e altri. Il livello della discussione era così mortificante che persino il tintissimo Giletti ha sentito il dovere di precisare: «Io vorrei che si parlasse di banche, della non con­cessione di crediti agli imprenditori...». Ma parlane tu, se sei capace!

Su Canale 5, nel salotto di Barbara D'Urso si parlava di ragazzi, di baby prostituzione, presenti in studio Barbara Alberti, Barbara Palombelli, Alessandro Cecchi Paone, Elisabetta Gardini, Alba Parietti, una suora e uno psicologo. Anche qui, il livello era deprimente. Al solito, il tema della discus­sione è indifferente, l'importante è farsi notare, prevalere sull'interlocutore (esemplare la lite fra Paone e la Parietti, che ha preceduto quella ben più volgare fra Fabrizio Corona e Platinette). Certo, Sgarbi dice sempre le cose più spiazzanti ma, alla fine, il più spiazzato era lui. Questi sono i programmi da tener d'occhio: per i danni e le markette che fanno, per le banalità che inculcano, per i soldi che si sprecano, ministro Brunetta!

Aldo Grasso

Mistificazione per interesse


E' triste e irritante vedere come si riesca - giocando con le parole... e facendolo anche con scarsissimo gusto estetico e letterario - a mascherare la realtà, credendo che questo basti per trasformare un'operazione commerciale in una scelta filosofica. E intanto hanno raggiunto il loro scopo: far parlare di sé... anche il nostro blog, purtroppo.


don Chisciotte

 



Sesso, chi è il vero nemico dell'eros se non la religione dell'ebbrezza?

A proposito di una strana copertina

La copertina con cui facciamo il nostro ingresso autonomo in edicola potrebbe sembrare lubrica e conformista. Non è necessario spiegare perché. Il lettore sa quanti esempi si potrebbero addurre a proposito (...) Ma bisognerebbe ripristinare anche un desiderio. Una certa razza di desiderio. Il nostro. Cioè il desiderio di uomini e di donne, che si orientano gli uni verso gli altri grazie anche a un'attrazione. Che di per sé non è desiderio. O meglio. Che di per sé è “desiderio” che appartiene anche alla sogliola e al gufo.

Perciò, prima provocazione della nostra copertina: il sesso umano non è una sfera di quel particolare animale diviso tra sentimento e pornografia. Il sesso è un fatto che partecipa di quella unità non sogliolesca e non gufiana rappresentata da un essere dotato di senso e di ragione. («D'altro canto la pornografia è essenzialmente sentimentale, poiché omette il legame tra il sesso e il suo scopo nudo e crudo, disgiungendolo dal significato che ha nella vita, tanto da farne semplicemente un'esperienza fine a se stessa», Flannery O'Connor). Tanto per intenderci: quella che viene chiamata “educazione sessuale” in realtà è l'affermazione massiccia del fallico. E ciò che viene chiamato autodeterminazione della donna è reazione, talora isterica, alla distruttività del possesso fallico. È il fiore che si ribella. Non al piacere di concedere il suo nettare, ma ai denti del caprone, poiché soggiace alla pura foga biologica del brucare, che non distingue l'erbaccia dal non-ti-scordar-di-me.

Seconda provocazione. In margine alla formidabile intervista pubblicata a pagina 42, il filosofo francese Fabrice Hadjadj ha fatto al nostro ottimo Rodolfo Casadei questa strana osservazione: «E allora non è forse vero che Cristo, uomo non fallico, e Maria, che è vergine, è un'altra storia? Perché Cristo è celibe? Dan Brown s'è sbagliato nel suo racconto su Gesù sposo di Maria Maddalena, perché in realtà Gesù è lo sposo di tutti, anche di Dan Brown! Cristo è celibe per richiamare l'uomo e per strappare la donna alla sua dominazione fallica». Un giornale non può andare oltre la mera provocazione. Ma un uomo e una donna, possono cominciare a chiedersi: è Cristo, come dice Friedrich Nietzsche, che ha dato da bere del veleno all'eros, o è Nietzsche che con la sua religione dell'ebrezza fine a se stessa ci ha consegnati alla morte dell'eros e alla solitudine della “masturbazione assistita”?


Continuiamo a cercare...

Si cerca un uomo

di don Primo Mazzolari

Si cerca per la Chiesa

un prete capace di rinascere

nello Spirito ogni giorno.



Si cerca per la Chiesa un uomo

senza paura del domani

senza paura dell'oggi

senza complessi del passato.



Si cerca per la Chiesa un uomo

che non abbia paura di cambiare

che non cambi per cambiare

che non parli per parlare.



Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di vivere insieme agli altri

di lavorare insieme

di piangere insieme

di ridere insieme

di amare insieme

di sognare insieme.


prosegue nella sezione Anno sacerdotale

Anima battagliera

Centrodestra e centrosinistra corteggiano il voto cattolico

Ma la Chiesa continua a parlare molto chiaro

I politici italiani fanno a gara per "dialogare" con la Chiesa.

Un lettore amico ci ha inviato una lettera per segnalarci che non è d'accordo con un giudizio espresso, qualche settimana fa, in un nostro editoriale, sintetizzato nel titolo: "L'autorevolezza della Chiesa rimane salda". E si giustifica con qualche esempio preso dalle fin troppo concitate cronache politiche recenti. Ma proprio queste cronache ci inducono, invece, a confermare quanto abbiamo scritto in quell'occasione: non si è mai vista tanta preoccupazione nei due campi opposti circa i rispettivi rapporti con la Chiesa.

Nel Centrodestra si sta facendo di tutto per conquistarsi la sua approvazione sia nei comportamenti personali sia nelle decisioni sui problemi più urgenti del Paese. Di qui le missioni dei dirigenti della Lega presso la Cei e poi presso la Santa Sede per dimostrare la loro perfetta aderenza ai princìpi cristiani sui cosiddetti temi etici che stanno a cuore al Papa e ai vescovi; di qui la corsa del premier Silvio Berlusconi, di ritorno dagli Stati Uniti, per stringere la mano a Benedetto XVI in partenza per Praga (in attesa dei titoli dei quotidiani del giorno dopo: "Papa-Berlusconi, riparte il dialogo").

Nel Partito Democratico, in piena confusione da primarie, sono ancora i temi etici al centro di un confronto fra ex "popolari" e "Margherita" ed ex comunisti, che rischia di far fallire la stessa esistenza del Pd: la semplice questione dell'iniziativa parlamentare per un'indagine sull'opportunità di consentire l'uso della pillola abortiva RU486 ha rimesso, ancora una volta, in crisi un rapporto che è sempre stato difficile.

Naturalmente la ricerca dell'appoggio da parte della Chiesa non si sta manifestando in una Canossa del Centrodestra (anche perché nella realtà storica Enrico IV dimenticò ben presto di essersi inginocchiato davanti a Gregorio VII per ottenere la cancellazione della scomunica: si sa come sono fatti i politici). Perché, ad esempio, alla Lega non costa nulla dichiararsi accanto alla Chiesa sui temi della vita e della famiglia, anzi ci guadagna in "voto cattolico"; mentre sull'immigrazione non cede di un millimetro, pur sapendo che la Chiesa la pensa molto diversamente (come ha dimostrato, il giorno dopo l'incontro di Bossi con il cardinale Bertone, l'Osservatore Romano nell'intervista al presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, l'arcivescovo Vegliò). E mentre, fra l'altro, i giudici giudicano "inapplicabile" la legge sul reato di clandestinità.

Così si dica per Berlusconi che ha "ripreso il dialogo" con il Papa dopo l'attacco a Dino Boffo, ma si affretta a ripetere che sui temi etici lascia ai suoi parlamentari libertà di coscienza (per non affidare qualcuno di loro al suo "cofondatore" Fini). Mentre nel Pd, anche per bocca di Franceschini, la libertà di coscienza sembra interdetta.

La Chiesa resta dunque sé stessa, con la medesima autorevolezza che le viene dalla propria fedeltà a Cristo. Qualche anno fa il cardinale Mahony, arcivescovo di Los Angeles, discutendo una legge in preparazione al Congresso che si proponeva di penalizzare la Chiesa per l'assistenza umanitaria agli immigrati, disse che se fosse stata approvata avrebbe chiesto ai suoi sacerdoti di disobbedire, perché: «Negare l'aiuto a un fratello in umanità viola una legge che ha un'autorità superiore al Congresso, la legge di Dio».

Questo è parlar chiaro. Come sta facendo in Italia la stampa cattolica che, secondo Arrigo Levi, «ha trovato un'anima nuova e battagliera, e si fa sentire: forse perfino nella Chiesa».

Beppe Del Colle

Girava anni fa questo testo

La legge fondamentale del CAPO

Art. 1 Il  CAPO ha ragione.

Art. 2 Il  CAPO ha sempre ragione.

Art. 3 Nell'improbabile ipotesi che un dipendente avesse ragione,  entreranno immediatamente in  vigore gli art. 1 e 2.

Art. 4 Il  CAPO non  dorme, riposa.

Art. 5 Il  CAPO non mangia, si  nutre.

Art. 6 Il CAPO non beve, degusta.

Art. 7 Il  CAPO non è mai in ritardo, è trattenuto.

Art. 8 Il CAPO non lascia mai il lavoro, è richiesta la sua presenza altrove.

Art. 9 Il  CAPO non legge mai il giornale in ufficio, si aggiorna.

Art. 10 Il CAPO non da mai confidenza alla sua segretaria, la educa.

Art. 11 Chiunque entri nell'ufficio del CAPO con qualche sua idea,  deve uscirne con quelle del CAPO.

Art. 12 Il CAPO rimane il CAPO, anche in costume da  bagno.

Art. 13 Più si critica il CAPO, meno si fa carriera.

Art. 14 Il CAPO deve pensare per tutti.

Vizi cittadini

Colpa della fretta. Tenerli per mano? «Troppo pericoloso»

Quei bambini di sei anni ancora nel passeggino

Sempre più mamme lo usano fino a tardi. Il pediatra: un errore

Luca è un bel bambino milanese di quasi cinque anni, sveglio e sano. Torna dall'asilo in passeggino, spinto dalla mamma, gambe e braccia che quasi toccano terra. «Scusi signora, ma perché non lo fa camminare?». Risposta gelida: «E secondo lei io ho il tempo? Poi come ci torno al lavoro? Col teletrasporto?». È la reazione di una «mamma acrobata», esemplare cittadino delle donne in costante equilibrio tra lavoro, casa e famiglia. Poche parole che sanno di cocciutaggine e salti mortali al femminile. E che continuano con un sospiro: «Così è più comodo per tutti».

Ecco perché Milano è una selva di passeggini. Pieni di bambinoni extra-large. Hanno quattro, cinque, sei anni. Camminano poco. Corrono al parco e poi si siedono, cinture allacciate e via, verso casa, il supermercato, la fermata del tram, il metrò. Con il passeggino che diventa un porta-bimbo e un porta-robe: la spesa, i giochi, la merenda. Mai per mano, «è troppo pericoloso», le mamme non vogliono e non possono. «Ma per favore, non accusateci», dice Loredana Pizzata, socia del «Club delle mamme», associazione fondata a Milano nel 2008 «con il fine di aiutare tutte le "colleghe"». «Viviamo in una città caotica, andiamo sempre di fretta, abbiamo mille impegni. Altro che accuse: i milanesi dovrebbero ringraziarci, visto che non inquiniamo». E se qualche volta c'è bisogno del passeggino, «vuol dire che non si poteva fare altrimenti». Anche se il bambino è pronto per le elementari. L'età, appunto. Fino a quando usare il passeggino? Secondo il pediatra Italo Farnetani, docente all'Università degli Studi Milano-Bicocca, «il "quattro-ruote" è consigliabile da uno a tre anni, facoltativo dai tre ai quattro, vietato dopo i quattro». Avvertenza: «L'importante è che i piccoli stiano all'aperto, in mezzo alla gente. Il resto è relativo». A una condizione: «Che l'aria sia buona». Parola di mamme anti-smog. Questione di «altitudine». Lea Platero, battagliera madre anti pm10, inorridisce: «Seduti sul passeggino i bambini inalano i gas di scarico delle auto». Dilemma: spingere il piccolo tra incroci pericolosi o usare l'auto? Risposta non c'è, ma una terza via sì: «Con le scuole abbiamo lanciato il progetto "Nati per camminare"». Nonostante i mille pericoli della città.

Milano poco amica dei bambini. Alessandro Balducci, docente di Pianificazione urbanistica al Politecnico, analizza: «Le giovani famiglie stanno scappando, l'area urbana conta quasi il 25 per cento di ultrasessantacinquenni». Quanto alla «passeggino-mania», Balducci sospira: «È l'altro aspetto del problema: è la deriva dell'individualismo più sfrenato». Replica della psicoterapeuta Elena Rosci: «Le mamme del Nord Europa trascinano carretti grandi come case, zeppi di sacchetti e ragazzini di ogni età e nessuno si scandalizza». Serve una rivoluzione culturale, dice: «Il passeggino è un mezzo ecologico che non è più legato al traguardo del bambino (il camminare), ma alle esigenze della madre». In passeggino da grandi. Per scelta o necessità, per comodità o quieto vivere. E anche per vizio. Un vizio tutto italiano. Alina, baby-sitter moldava, trascina una bimba di quattro anni, prende fiato e dice: «Io la farei correre, ma sua mamma non vuole».


Annachiara Sacchi

Chi non si sente interiormente scisso?!

Resecato a mezzo

di Mario Domina

Mentre gli abitanti del messinese piangevano i loro morti e scavavano nel fango, e si disperavano per la mala sorte, la mala politica o il malaffare, o semplicemente per la stupidità umana

Merchandising?


Sarà la shirt di una squadra di calcio o di una nuova congregazione religiosa?! Clicca sull'immagine!



Carità politica












    «Per un cristiano che abbia capito fino in fondo cosa significa essere tale, l'impegno che chiamo - con un'accezione molto lata - politico, è l'espressione più profonda della carità. Perché è certo un segno d'amore dare il pane a chi non l'ha, se mi capita d'incontrarlo, ma è ancora più profondo l'impegno di organizzare le cose in modo che il fratello non manchi del pane, della casa, del vestito, del lavoro... È questo l'impegno politico.


     È un impegno che si configura come servizio ai fratelli, perché essi abbiano ciò che l'amore del Padre ha disposto per loro distribuendo beni in tutto il mondo, a servizio di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.


     Richiamo l'attenzione su questo aspetto della carità che si esprime nell'impegno politico come a una forma singolare, precipua, di carità, perché noto che quest'impegno non è, generalmente, molto sentito dai cristiani. A mio avviso, ciò è dovuto a due ragioni: perché, nella Chiesa, non è ancora maturata abbastanza la coscienza del compito dei laici; perché molti cristiani vedono la politica come un'attività poco pulita.


     Quanto alla prima ragione, il compito primo dei laici, quello che Dio ha affidato al suo popolo, è l'impegno politico. Non c'è bisogno che questo impegno la Chiesa lo affidi ai laici. L'ha già affidato Dio. La Chiesa non deve far altro che dare ai laici la possibilità di viverlo come Dio vuole. In altre parole, io traduco così il comando di Dio agli uomini: costruite la città dell'uomo in modo tale che gli uomini possano beneficiare di tutti i doni che ho messo nel creato. In modo tale, cioè, che tutti abbiano da mangiare e da vestire, abbiano la casa, il lavoro, ecc.


     Quanto alla seconda ragione dello scarso impegno politico dei cristiani, ossia considerare la politica un'attività non pulita, questo si verifica perché la politica è condotta all'insegna del peccato, invece che all'insegna della libertà dei figli di Dio. Se la politica fosse condotta da cristiani nel senso vero del termine, la politica sarebbe una cosa pulitissima, un servizio di carità reso all'umanità. Se, invece, si conduce la politica all'insegna dell'avarizia, dell'orgoglio - di persone, di partiti, di gruppi nei partiti, di Paesi... -, allora non può che essere sporca. Ripeto: non è così necessariamente. Dio non ha pensato così la politica.


     Dio l'ha data come primo comando agli uomini in una formula che significa: assoggettate la terra per ridurla a servizio dell'uomo. Questa è la legge della politica. È un servizio che va fatto con questa intenzione: studiare a fondo tutto il creato, studiare a fondo l'uomo, fare in modo che tutto sia messo a servizio dell'uomo, perché gli uomini, in una società fraterna, abbiano tutti tutto ciò che è necessario per vivere da uomini».


Giuseppe Lazzati, La carità, editrice AVE

Ascoltare la Parola












Perché mi sta a cuore la lectio divina

«Che cosa si vuole ottenere in particolare aiutando i giovani a entrare in un contatto vivo con la Scrittura? Si vuole ottenere anzitutto che un giovane si senta interpellato direttamente da Dio, che impari cioè ad ascoltarlo. Non semplicemente che conosca la Scrittura o ascolti un bravo biblista, ma che si senta personalmente interpellato dalla Parola. Quando questo accade, facciamo un'esperienza indimenticabile; basta farla una volta perché si radica nella vita e continua ad attrarci verso la Scrittura. Scrive un esegeta contemporaneo: «Quando una sola parola del Signore per la prima volta interpella il cuore di una persona, lì la grazia del Battesimo diviene santamente operante». E il vivere da cristiano diviene davvero il vivere di fronte al "Tu" di Dio, di Gesù che ci chiama, ci interpella. Allora non abbiamo più bisogno di altre raccomandazioni, di sussidi esterni perché la Parola ha colpito dentro. Allora la risposta di chi si sente interpellato diventa anche risposta vocazionale: «Signore, che cosa vuoi da me?». (...)


Dunque, il nostro desiderio è di aiutare tutti i giovani a lasciarsi interpellare da Dio, a imparare ad ascoltarlo anche (non solo) a partire dalle pagine bibliche dove Dio parla oggi all'uomo nello Spirito, così da rispondergli. E allorché un giovane capisce che le Scritture parlano di lui e a lui, si inizia quel dialogo che non si fermerà più, di cui si sentirà sempre nel profondo del cuore una grande nostalgia. La conoscenza di Gesù e del cristianesimo sarà solida, integrata, non appiccicata, e la persona diverrà essa stessa, in qualche modo, parola di Dio per gli altri».


card. Carlo Maria Martini, Il Segno, luglio-agosto 2000

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Salve, Regina

"Salve, Regina" missionaria

Salve Regina, donna missionaria,

tonifica la nostra vita cristiana

con quell'ardore

che spinse te, portatrice di luce, sulle strade della Palestina.

Anche se la vita ci lega ai meridiani e ai paralleli dove siamo nati,

fa' che sentiamo egualmente sul collo

il fiato delle moltitudini che ancora non conoscono Gesù.

Spalancaci gli occhi

perché sappiamo scorgere le afflizioni del mondo.

Non impedire che il clamore dei poveri ci tolga la quiete.

E liberaci dalla rassegnazione di fronte alle tante sofferenze del mondo.

O clemente, o pia, o dolce Vergine, Maria.


da uno scritto di don Tonino Bello

Inizia il Mese missionario

«Partire è innanzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro "io".

Partire è smetterla di girare in tondo attorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita.

Partire è non lasciarci chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo a cui apparteniamo: qualunque sia l'importanza di questo nostro mondo, l'umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire.

Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari e volare a velocità supersoniche: è innanzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro; aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre significa avere il fiato del buon camminatore.

Felice chi comprende e vive questo pensiero: "Se non sei d'accordo con me, tu mi fai più ricco".

Avere vicino a sé uno che sa dire soltanto "amen", che è sempre d'accordo, già prima che glielo chieda e incondizionatamente, non è avere un compagno, ma un'ombra. Se il disaccordo non è sistematico e tendenzioso, ma proviene da una visione diversa, allora può soltanto arricchire.

E' possibile viaggiare soli. Ma il buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni.

"Compagno": etimologicamente significa chi mangia lo stesso pane.

Beato che si sente eternamente in viaggio e vede in ogni prossimo un compagno desiderato.

Il buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati, stanchi.

Intuisce il momento in cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta.

Con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.

Andare avanti solo per andare avanti non è un vero camminare. Camminare è andare verso qualcosa; è prevedere un arrivo, uno sbarco.

Ma c'è cammino e cammino.

Partire è mettersi in marcia e aiutare anche altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto e umano».

mons. Helder Camara, Il deserto è fecondo
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