Avviso ai naviganti



Buongiorno a tutti!

Chi segue quotidianamente i nostri post, non si spaventi se non troverà il sito aggiornato alla consueta ora o tutti i giorni:

questa settimana vado "in giro" in alcune località a pregare (segretissime!).

Un saluto a tutti e un ricordo reciproco... quello sì quotidiano!

Voi passate comunque sul sito... di sicuro da sabato prossimo!

don Chisciotte

Dare vita

La Grazia è multiforme

Dalle «Omelie» di un Autore spirituale del secolo quarto

Beati coloro che sono stati ritenuti degni di diventare figli di Dio, di rinascere nello Spirito Santo e di possedere in sé Cristo che li illumina e dona loro una vita nuova.

Essi sono guidati in diversi modi dallo Spirito, vengono invisibilmente accompagnati dalla grazia e ricevono grande pace nella loro anima.

Talvolta sono come immersi nella tristezza e nel pianto per il genere umano e, pregando incessantemente per tutti gli uomini, si sciolgono in lacrime in forza dell'ardente amore che nutrono verso l'umanità.

Talvolta invece sono dallo Spirito Santo infiammati di tanta gioia e amore, che se fosse possibile porterebbero nel proprio cuore, senza distinzione alcuna, tutti, buoni e cattivi.

Altra volta ancora, per la loro umiltà, si sentono al di sotto degli altri, stimandosi gli esseri più abietti e spregevoli.

Talora sono tenuti dallo Spirito in un gaudio ineffabile.

Qualche volta somigliano a un eroe che, rivestitosi di tutta l'armatura dello stesso re e uscito in battaglia, combatte da prode contro i nemici e li mette in fuga. L'uomo spirituale, infatti, prende le armi dello Spirito, si getta in combattimento contro i nemici, li abbatte e li calpesta.

Spesso la sua anima riposa in un mistico silenzio, nella tranquillità e nella pace, gode ogni delizia spirituale e perfetta armonia.

Riceve doni speciali di intelligenza, di sapienza ineffabile e di imperscrutabile cognizione dello Spirito. E così la grazia lo istruisce su cose che né si possono spiegare con la lingua, né esprimere a parole.

Altre volte invece egli si comporta come un uomo qualunque.

La grazia viene infusa in modi diversi e in modi pure diversi guida l'anima, formandola secondo la divina volontà. La esercita in varie maniere per presentarla dinanzi al Padre celeste, integra, irreprensibile e pura.

Preghiamo il Signore e preghiamolo con amore e grande fiducia perché ci doni la grazia celeste dello Spirito.

Lo stesso Spirito ci guidi e ci conduca a vivere secondo la divina volontà, e ci ristori nella pace.

Questa guida, questa grazia, questa mozione spirituale, ci farà arrivare alla perfetta pienezza di Cristo, secondo quanto dice l'Apostolo: «Perché siate ricolmi di tutta la pienezza del Cristo» (Ef 3, 19).

(Om. 18, 7-11; PG 34, 639-642)

Sottomettersi per servire

"Il Signore dice: Chi di voi vuole essere il primo e il più grande, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti (cfr Mc 9,35).

Chi accetta questo criterio deve servire gratuitamente, sottomettersi a tutti e dare le sue prestazioni come il debitore che restituisce un prestito ad alto tasso.

Coloro poi che esercitano una autorità hanno un onere ancor maggiore degli altri.

Il loro servizio è più impegnativo di quello dei sudditi. Devono dare l'esempio di saper servire umilmente gli altri, considerando i fratelli come un deposito loro affidato da Dio.

san Gregorio di Nissa, La vita cristiana, PG 46,295ss

Anniversario della morte di don Milani

Don Milani e il genio femminile

Parlare del rapporto tra un uomo e le donne non è facile. Se poi l'uomo è un prete, le difficoltà aumentano. E se il reverendo si chiama don Lorenzo Milani, è come ritrovarsi in un tabù elevato al cubo. Perché su questo argomento, per quanto riguarda il sacerdote fiorentino si va davvero a tentoni: così scarsi risultano gli appigli biografici che qualcuno parlò nel suo caso di «misoginia» (l'accusa postuma è stata inopinatamente avanzata dalle cattoliche "di sinistra" Adriana Zarri e Lidia Menapace). Ma è una colpa se la prudenza del celibe don Milani era tale che, per esempio, non permetteva alle donne di dormire a Barbiana

Linguaggio che comunica

Dal «Dio spray» ai fedeli «inamidati»

Le metafore del papa


di Luigi Accattoli

«Valori avariati» ha detto ieri Francesco e li ha paragonati al «pasto andato a male»: ha cioè svolto una miniparabola, o una metafora, una delle tante che ha proposto da quando è Papa.

La «Chiesa babysitter», il «dio spray», il confessionale che «non è una tintoria», le suore che devono essere «madri e non zitelle»; i «cristiani da salotto», quelli «inamidati» e quelli «da museo»; la «preghiera di cortesia» e il «collirio della memoria», la vita cristiana che «non è una terapia terminale»; la tentazione del «progressismo adolescente» e quella di «addomesticare le frontiere», o di «pettinare le pecorelle», o di imporre una «dogana pastorale»: il repertorio immaginifico del Papa argentino è ormai ampio.

Dell'attitudine a parlare in parabole egli ha fatto un programma e non si tratta soltanto di un'abilità che gli viene dagli studi e dalla frequentazione della Bibbia. È stato infatti insegnante di lettere, ammiratore e amico del poeta Jorge Louis Borges (che una volta invitò nel liceo dove insegnava), da cardinale ebbe pure a scrivere

Soluzioni forse non ancora del tutto giuste, ma migliori delle odierne

«E' la dedizione al Dio dell'alleanza ad impegnarci qui e ora per l'amore alla gente, ed è l'unica soluzione ragionevole di chi si trova a vivere in questo nostro tempo.

Vorrei aggiungere che io leggo così, per me stesso, l'enigma dell'uomo oggi; mi interessa meno, a questo livello, il fatto di essere prete o vescovo, del fatto di essere uomo, cioè di dover rendere conto dei miei anni di umanità in una situazione tanto drammatica e assurda.

Giustamente ci lasciamo prendere dall'uno o dall'altro evento che mettiamo a simbolo (Auschwitz è sicuramente un simbolo) di tanti mali; se però pensiamo a ciò che è successo in Cambogia, in Armenia, a quanto sta accadendo in Libano, in India, in America Latina, ci accorgiamo che non si tratta tanto di risolvere una situazione, quanto di esserci dentro con una moralità più seria, con la capacità di esprimere le nostre energie coraggiosamente e non lamentandosi addirittura filosoficamente o teologicamente. L'ha capito bene la teologia della liberazione.

Giobbe giunge a capirlo attraverso la prova e, per grazia di Dio, ciascuno di noi giungerà a capire l'importanza di crescere anzitutto nell'abbandono al mistero, con umiltà e con spirito di ascolto, nell'amore reciproco, paziente e perseverante; allora troveremo alcune soluzioni forse non del tutto giuste o indovinate e però meno ingiuste e migliori delle attuali».

Carlo Maria Martini, Avete perseverato con me nelle mie prove. Riflessioni su Giobbe, 83-84

Perfetta soddisfazione del desiderio

Dagli «Opuscoli»

di san Tommaso d'Aquino

Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel Credo si chiude con le parole: “Vita eterna. Amen”.

La prima cosa che si compie nella vita eterna è l'unione dell'uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: “Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà molto grande” (Gn 15,1).

Questa unione poi consiste nella perfetta visione: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12).

La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il profeta: “Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode”” (IS 51,3).

Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà di più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all'infinito. Per questo le brame dell'uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te”.

I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt. 25,21); e Agostino aggiunge: “tutta la gioia non entrerà nei beati ma tutti i beati entreranno nella gioia”; ed anche: “Egli sazia di beni il tuo desiderio”.

Tutto quello che può procurare felicità là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo più assoluto godimento, perché si tratta del ben supremo, cioè di Dio: “dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal. 15,11).

La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l'altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.


Sul Credo: Opuscula theologica 2, Torino 1954, pp. 216-217

Prometeico, ma affascinante



Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo.

Altrimenti non cominciare neanche.

Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l'isolamento. L'isolamento è il premio. Tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo.

E tu lo farai. Nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare

Soffio



"Il vento scuote le fronde allo stesso modo in cui la parola d'amore tocca il viso dell'amata,

provocando la stessa grazia d'abbandono, un'uguale febbre leggera e radiosa.

Il vento e la parola d'amore dicono la stessa cosa".

Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 13

Criteri di scelta dei "superiori"

"Nel delicato compito di realizzare l'indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente.

«E' un gran teologo, una grande testa: che vada all'Università, dove farà tanto bene!». Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da "Principi".

Siate attenti che non siano ambiziosi, che non ricerchino l'episcopato; si dice che il Beato Giovanni Paolo II in una prima udienza che aveva avuto con il Cardinale Prefetto della Congregazione dei Vescovi, questi gli ha fatto la domanda sul criterio di scelta dei candidati all'Episcopato e il Papa con la sua voce particolare: «Il primo criterio: volentes nolumus». Quelli che ricercano l'Episcopato

Dio in-credibile!

«Salvati gratis? Ma così è troppo facile»

di Assunta Steccanella

«Nessun bambino entra nella casa di Dio senza il suo dio preferito sotto il braccio» (G. Sovernigo). E se noi educatori non ci curiamo di accompagnare ogni bambino ad integrare la propria immagine del divino con il vero volto del Dio di Gesù Cristo, egli cullerà, coccolerà, conserverà la sua immagine parziale, a volte addirittura falsa, fino alla vita adulta: un ostacolo all'incontro autentico con il Signore.

Ne ho avuto conferma poco tempo fa, durante un incontro di catechesi per adulti che non riesco a descrivere se non con l'aggettivo 'doloroso'.

Parlavamo di misericordia, commentando le parole di papa Francesco durante il suo primo Angelus, e spontaneamente il dialogo ci aveva condotto a riflettere sulla figura del padre misericordioso (Lc 15,11 ss.). "La cosa che in questo passo mi sorprende sempre, è l'atteggiamento di quel padre che, come racconta il Vangelo, è capace di vedere il figlio 'mentre era ancora lontano': significa che lo stava aspettando, che magari era sulla terrazza di casa, a scrutare l'orizzonte sperando di vederlo arrivare... e Gesù ci dice che egli, subito, corre incontro al figlio: non aspetta dichiarazioni di pentimento, lo ha già perdonato, lo ha perdonato mentre era ancora lontano..."

"Cosa intendi dire?". Angelo è un signore attempato, molto ligio agli incontri e sempre attento. Tende ad intervenire con frequenza e non ha il dono della sintesi, ma è appassionato, esemplare.

"Intendo dire che il perdono è un dono che va semplicemente accolto, non possiamo meritarlo, ma dobbiamo riconoscerlo, ossia andare all'incontro, aprire la nostra porta al Signore: lui è già là che ci attende (Ap. 3,20)".

"Beh, naturale. Quando siamo pentiti e torniamo al Signore lui è lì che ci aspetta".

"Non solo, Angelo. Il Signore ci ha già perdonato, in radice. Pensa: in Cristo ha inchiodato il peccato sulla croce e lo ha sconfitto (Colui che non aveva peccato Dio lo trattò da peccato in nostro favore - 2Cor 5,21). Noi quindi ora siamo liberi di scegliere se accogliere questo per-dono, che viene prima di ogni nostra conversione e la rende possibile".

"Eh no! Così saremmo salvati gratis! Troppo facile! Perchè il Signore perdoni bisogna prima pentirsi! Il Signore perdona chi si pente, gli altri restano fuori!".

Ecco qua, un'immagine classica: il Dio giudice inflessibile, il Dio della misura e dello scambio, il Dio antropomorfo del mercato dei meriti, colui di fronte al quale dobbiamo 'guadagnarci' il paradiso; è un volto di Dio che trasmettiamo quasi per osmosi ai nostri bambini, fin da quando offriamo loro il nostro umanissimo perdono condizionato: "Ti perdono se mi prometti di non farlo più". Ancora il 'do ut des'.

Ma come si fa a scardinare un'idea così radicata nel cuore di una persona? Non sono certo sufficienti discorsi, spiegazioni, parole umane. La strada è lunga, va vissuta nella sim-patia, intessuta di accompagnamento e di preghiera. A me adesso è possibile solo un primo passo:

"Sai, Angelo, già il profeta Sofonia diceva che Dio ci rinnova con il suo amore (3,17): è lasciandoci amare che scopriamo i nostri vuoti e ci incamminiamo per porvi rimedio. E' un po' come succede quando offendiamo le persone più care: è il dolore sul loro volto che ci dà la misura della gravità di ciò che abbiamo fatto. Così ci ritroviamo a pensare 'ma come ho potuto...' e il pentimento vero sgorga mentre ci specchiamo negli occhi dell'altro. Lo stesso succede nel nostro rapporto con Dio: proprio quando accettiamo liberamente di essere abbracciati dalla Sua misericordia, ci rendiamo conto di quanto il nostro amore sia stato insufficiente, di quanto la nostra vita sia lontana da questo amore e sentiamo sorgere in cuore il pentimento e il desiderio di cambiare".

Niente da fare. Angelo snocciolava tutte le citazioni dell'Antico Testamento che gli sovvenivano, e le cinque cose necessarie per fare una buona confessione, e ciò che gli diceva sempre il vecchio parroco...

"È tutto vero, ma la cosa non è così rigida e inflessibile: il Vangelo, Angelo, il Vangelo, non lo ricordi? In Cristo va interpretata tutta la Scrittura!"

Ci siamo lasciati così, con lui che ripeteva, accalorandosi sempre di più: "No. Se prima non ci pentiamo, non siamo salvi, il Signore non ci perdona".

Ancora mi pesano tante domande su ciò che è accaduto. Sopra tutto, la consapevolezza di quanta fatica facciamo ad abbracciare la logica di Dio, così lontana dalle misure umane e quindi così 'spaventosa': sì, ci mette paura. Abbiamo paura di abbandonare le nostre sicurezze, di perdere il controllo, e abbiamo paura di diventare buonisti, o del lassismo morale, o del relativismo. Così dimentichiamo.

Dimentichiamo che la misura di Dio è amare senza misura. E che questo viene prima, rendendo possibile (e bello!) tutto il resto, tutta la vita cristiana, il necessario rispetto dei precetti e della dottrina. Dio, ricco di misericordia, viene a noi prima.

Tutti i cinque sensi

L'occhio vuole la sua parte (ma forse gliene diamo troppa...)

di Erri De Luca

Mi è caro nelle storie sacre il dettaglio dei piedi. Il primo gesto di ospitalità era di procurare al viandante acqua per lavarli, olio per ristorarli. Nell'Antico e nel Nuovo Testamento la premura verso la parte più umile del corpo mostra l'importanza del resto, della presenza fisica. Il tatto, l'imposizione delle mani, scatenano l'energia dei miracoli. Gesù tocca e risana, tocca e moltiplica.

Quando deve consegnare la sua eredità ai discepoli, lo fa a una tavola imbandita, dividendo pane e vino. Perché la pietanza, la bevanda, sono opere da onorare attraverso il gusto che permette di apprezzarle. Nel deserto di Sinai piove manna, scaturisce acqua, arrivano pure le proteine sotto forma di enormi stormi di quaglie.

E il naso ha la sua parte: nel libro Esodo/Shmot è detto con insistenza che dai sacrifici prescritti sull'altare si leva un profumo gradito alle narici del Creatore.

Ma il più prestigioso senso della Scrittura Sacra è l'udito. I profeti ricevono in ascolto i discorsi divini da riportare nel mondo e nessuno di loro prende appunti, chiede una ripetizione. Essi semplicemente ricordano tutto, non per prodigio, ma perché le parole a quel tempo avevano un peso e s'incidevano nella membrana acustica dei presenti. Gesù non lascia scritto, lascia detto e questo basta e avanza a produrre quattro Vangeli, più altri apocrifi, scritti a distanza di tempo da chi, venuto dopo, ha raccolto e custodito i racconti a voce. «Un paio di orecchie hai scavato in me» dice Davide, usando il verbo con cui si scavano i pozzi. Perché così è, anzi era, l'udito: un pozzo in cui le parole finivano raccolte e conservate, acqua preziosa in terra di siccità. E dal pozzo potevano essere attinte senza perderne goccia. È strepitoso come sia fisico, e felice di esserlo, il libro spirituale del monoteismo.

L'ultimo dei sensi è la vista. «E vide Elohìm la luce, che è buona», è scritto nel capitolo primo della creazione. La vede, ma dopo averla fatta. I sei giorni della sua opera contengono ognuno la formula: «E vide Elohìm», ma sempre dopo l'opera, al termine del giorno. La vista è notizia terminale. Non determina.

Siamo nell'epoca opposta in cui la conoscenza dipende dallo sguardo. Abbondano gli schermi, nelle case, nei posti di lavoro per strada e quando si va in vacanza ci si dota di cineprese e apparecchi fotografici. Siamo nel primato della percezione visiva, il senso più esaltato e meno affidabile. In montagna basta un po' di nebbia o una nevicata e si è accecati.

Allora ci vuole l'istinto che raduna gli altri sensi e fa fiutare, assaggiare, toccare, ascoltare, per trovare l'uscita, la via del ritorno. È tempo di tornare a imparare da tutta la cooperativa dei sensi. L'occhio ha già avuto la sua parte.

in “Avvenire” del 16 giugno 2013

Enigma e regola

«Il corpo mi definisce, mi limita. È sempre al centro del mio orizzonte di azione e di pensiero; tuttavia percepisco che mi mette in contatto con ciò che è "oltre".

Il corpo è qualcosa in cui sono dentro, che avverto, che tocco, che vedo, che posso misurare e distinguere da un altro corpo. Ma se cerco di capire un po' di più, mi trovo in difficoltà.

Paradossalmente mi è più chiaro lo spirito che non vedo e non tocco, di cui però mi accorgo quando c'è perché allora il corpo è vivo, agile, svelto e quando viene meno perché è smorto, esangue.

Per un certo arco di tempo, non so quanto, il corpo occupa uno spazio. A un tratto si dissolve e si confonde con il resto della materia. Mentre è vivo, io sono lì dove lui è, anche se il mio cuore sa di abitare anche altrove, di abitare là dove desidera e ama.

Per questo il corpo è continuamente inquieto e in ricerca. Che cosa cerca? La sua identità? la sua verità? Un vero enigma!

Il mio corpo mi colloca in uno spazio e in un tempo, mi separa dagli altri e mi unisce, si muove e si arresta, è attratto e respinto, accende e spegne il pensiero. Si verifica per il corpo una certa coincidentia oppositorum. Fa tutto, ma tutto non è; è uno solo e ha bisogno di tutti; c'è, prima non c'era e poi non ci sarà; conosce ciò che è bello e buono, e conosce anche ciò che è brutto e gli fa male» (pp. 36-37).



«La regola classica della sessualità è molto semplice. La soddisfazione che viene dagli atti sessuali acquista vero significato umano quando è finalizzata all'unione amorosa di due persone legate da fedeltà reciproca definitiva e aperte alla fecondità.

Tutto ciò che non rientra in questa regola non rientra nell'ordine. Confluisce qui una marea di azioni, gesti, pensieri, desideri che vanno nella direzione giusta oppure che deviano più o meno da tale regola. Altre azioni e pensieri sembrano addirittura aver dimenticato il fatto dell'incontro, e si avvitano su se stesse o usano dell'altro come puro strumento di ripiegamento su di sé. Sono queste le perversioni più dolenti. (...)

Non è detto però che ogni "disordine" sia un peccato nel senso teologico e religioso del termine. Per arrivare al peccato occorre la coscienza che un gesto libero ed evitabile turba in modo grave l'equilibrio interiore e relazionale della sessualità bene ordinata e con ciò il rapporto di sottomissione al disegno divino per la felicità umana» (pp. 61-62).

Carlo Maria Martini, Sul corpo

Cogliere la Bellezza



«La bellezza è irradiazione, come una luce che non è ricevuta unicamente dall'esterno, ma che promana dal corpo stesso.

Ciò che appare suggerisce un'altra dimensione, una profondità. (...)

Lo sguardo che parte dal cuore e va verso la persona - è, per eccellenza, lo sguardo d'amore - sa cogliere la bellezza propria di ciascun corpo, di ciascun volto».

Xavier Lacroix, Il corpo e lo spirito, 16.

Accompagnando il tema dell'Oratorio Estivo

«A partire dal "cuore-spirito", riunito ed illuminato, la grazia viene comunicata al corpo intero.

Esso diventa serenamente cosciente, non nel narcisismo ma nella benedizione, nella gioia non passionale di essere.

Quando il "senso del cuore", scrive Diadoco, viene unificato dallo Spirito, esso comunica la sua gioia "al corpo stesso". L'uomo allora percepisce Dio "con le sue stesse ossa". (...)

L'uomo diventa allora sacerdote del mondo sull'altare del cuore, sacerdote della liturgia cosmica. «Egli offre l'universo a Dio (...) come sopra un altare», dice Massimo il Confessore. Egli libera la sacramentalità del mondo».

Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 48.

Bellezza dell'amore



«L'amore obbliga lo sposo-marito ad essere sollecito per il bene della sposa-moglie, lo impegna a desiderarne la bellezza ed insieme a sentire questa bellezza e ad averne cura.

Si tratta qui anche della bellezza visibile, della bellezza fisica. (...)

L'amore fa dell'«io» altrui il proprio «io»: l'«io» della moglie, direi, diviene per amore l'«io» del marito.

Il corpo è espressione di quell'«io» e il fondamento della sua identità. L'unione del marito e della moglie nell'amore si esprime anche attraverso il corpo».

Giovanni Paolo II, Uomo e donna li creò, 361

Gratitudine

"C'è un aspetto della vita familiare che fa particolarmente bene a un prete celibe: la testimonianza dell'assoluta concretezza dell'amore.

Nella vita familiare occuparsi di qualcuno è fisicamente... occuparsi di qualcuno; nella vita familiare i conflitti e le preoccupazioni non rimangono fuori dalla porta di casa, ma nella tua casa e dormono perfino accanto a te; nella vita familiare capisci che coloro che ami li hai sempre interiormente con te e questo fa tanto bene, ma è anche tanto gravoso da portare, soprattutto quando qualcosa gira storto, per la salute, il lavoro, la casa; nella vita familiare la relazione sessuale non è soltanto il sogno a luci rosse, ma un'esperienza che va anche mantenuta e accompagnata nel tempo, con le esuberanze giovanili e l'evoluzione o il declino della adultità.

Il prete come cristiano vive dell'amore di Dio e dovrebbe dedicare la sua vita a non fare altro che annunciare quell'amore. Ma la concretezza e i costi dell'amore possono sfuggirgli se ogni tanto non li vede e non li tocca con mano. Può sfuggirgli soprattutto la dimensione particolare dell'amore che, nella logica del mistero di Cristo, è già «assoluto nel frammento». Gli farà bene avere due sposi come amici: con loro potrà condividere quella concretezza, perché se vuoi bene a un amico, sai gioire e soffrire con lui. (...)

Pure a quella coppia di sposi farà un gran bene avere un amico prete. Se a un prete fa molto bene sperimentare il concreto dell'assoluto, a una coppia di sposi fa altrettanto bene sperimentare l'assoluto del concreto. Perché loro nella concretezza possono perfino naufragare; perché, a un certo punto, nella vita di coppia può accadere che tu veda di tua moglie o di tuo marito soprattutto il limite, la parzialità, l'imperfezione. E allora: come la mettiamo se in quella relazione ti sei giocato tutto? L'amico prete può dirti che la relazione è buona perché è parte di una storia della salvezza che la contiene - per questo è un sacramento -, perché il suo bene è in Cristo, che ha divinizzato il limite, il frammento, l'imperfezione. Però l'amico prete non ti dirà tutto questo con una dotta conferenza, ma con la sua vita. Lui vive la relazione in assoluto più limitata e limitante, più imperfetta di qualunque relazione di coppia: quella in cui l'altro semplicemente non c'è. Ma la vive in Cristo. Dunque, in lui cosa vedi?"

Stefano Guarinelli, Il celibato dei preti. Perché sceglierlo ancora?, 121-123

Corpo non-animale



«Ciò che definisce l'uomo in questa prospettiva è che il corpo non stringe in un rapporto di parentela l'uomo al mondo inferiore (animale, biologico), ma a Dio; che il corpo, come lo spirito, partecipa dell'essere immagine di Dio; che l'economia di salvezza si svolge attraverso un'economia della carne unita all'economia dello spirito; che le due economie evocano il modo della creazione per le due mani del Padre che sono il Figlio e lo Spirito Santo. (...)

L'uomo è un corpo e uno spirito capax Dei dalla creazione, o, se così si potesse dire, "prima" del peccato, e tale rimane per tutta la storia, tale è rivelato nella storia tramite l'incarnazione».

Michelina Tenace, Dire l'uomo, 92-93

Per gli anniversari di ordinazione

Il prete

Un prete deve essere contemporaneamente piccolo e grande,

nobile di spirito come di sangue reale,

semplice e naturale come ceppo di contadino,

una sorgente di santificazione,

un peccatore che Dio ha perdonato,

un servitore per i timidi e i deboli,

che non s'abbassa davanti ai potenti, ma si curva davanti ai poveri,

discepolo del suo Signore,

capo del suo gregge,

un mendicante dalle mani largamente aperte,

una madre per confortare i malati,

con la saggezza dell'età e la fiducia d'un bambino,

teso verso l'alto, i piedi a terra,

fatto per la gioia, esperto del soffrire,

lontano da ogni invidia,

lungimirante,

che parla con franchezza,

un amico della pace, un nemico dell'inerzia,

fedele per sempre.

anonimo medievale

Per accompagnare l'OE

«In apparenza il corpo, nella nostra cultura, è fortemente valorizzato. La sua salute, la sua bellezza, il suo comfort, il suo piacere sono oggetto di tante cure, spese, preoccupazioni... (...)

Ma a guardar le cose più in profondità, si tratta davvero di valorizzazione? E' davvero il corpo reale quello che viene così esaltato?

O non è piuttosto un corpo ideale, immaginario, sottomesso a norme determinate, quali la giovinezza, lo charme, la leggerezza, l'assetto sportivo, l'abbronzatura perenne?

Un corpo, in definitiva, piuttosto evanescente, estraneo al tempo, all'invecchiamento, alla fatica, alla sofferenza. Un corpo strumento, per il lavoro o per il godimento. Un corpo macchina per la scienza, cosa spiegabile tra le cose spiegabili. Un corpo senza mistero».

Xavier Lacroix, Il corpo e lo spirito, 5

Ancora sul "corpo"

«L'energia del sesso è una forza creatrice promanante dallo spirito; diventa parzialmente energia sessuale soltanto quando penetra nel campo fisiologico. (...)

Nell'ambito della vita coniugale la sessualità rivela il suo senso simbolico: cercando appassionatamente l'unità - una sola carne - supera se stessa e stimola la brama delle realtà che essa può solo presentire e simboleggiare: un solo essere.

L'amore brama l'incontro nell'estasi corporale, ma unicamente lo spirituale è capace di realizzarlo. (...) Bisogna far appello a tutta la potenza carismatica dell'amore, a tutto l'affetto dell'eros e alla sua ricerca dell'altro per colmare l'abisso. Ci vuole il passaggio dal per-sé alla presentazione trasparente e pura dell'uno all'altro.

E' chiaro che quest'operazione è interamente positiva, orientata verso la casta interezza dell'essere. (...) La sessualità è superata dalla sua stessa simbolistica: simbolo dell'unità, trascende se stessa verso l'integrità dell'unico essere».

Pavel Evdokimov, Sacramento dell'amore, 157-158.

Pensando (e pregando) per gli oratori estivi



«Il corpo esprime la persona. Esso non costituisce soltanto un oggetto di questo mondo, ma, fondamentalmente, è qualcuno, è la manifestazione, il linguaggio di una persona.

E' il respiro latore del pensiero, è il passo e l'equilibrio, struttura il tempo e lo spazio.

Attraverso il corpo sto adesso operando (...).

Esso mi consente di intuire lo sguardo dell'altro su di me. Insomma il corpo rinvia all'esistenza tutta dell'uomo.

L'esperienza della corporeità si rivela come quella di un immediato che coincide con la mia presenza. Né oggetto né attrezzo, il mio corpo non è altro che me stesso davanti al mondo, davanti agli altri. (...)

La «carne» è dunque l'uomo nella sua interezza, ma, precisiamolo immediatamente, nei suoi limiti di creatura.

Se io sono un essere di carne, significa che sono un essere limitato, che non sono Dio. Proprio per questo, la carne è l'uomo nella sua fragile libertà».

Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 6-7.

Senza sdolcinature



«La bocca parla dalla pienezza del cuore»


(dal vangelo di Matteo 12,34)

Le dita (sulla tastiera) pure.

don Chisciotte

Auscultare

Come lo capisco!

«Io non vivo nell'appartamento apostolico per motivi psichiatrici, perché è la mia personalità!».

Papa Francesco non finisce di stupire. E non ha deluso nemmeno questa mattina durante l'udienza nell'aula Paolo VI a novemila tra alunni, docenti, sacerdoti ed ex alunni delle scuole dei Gesuiti in Italia e in Albania. Mettendo da parte il discorso già pronto («Sono cinque pagine, eh!») ha preferito sottoporsi alle domande dei ragazzi provenienti dalle scuole di Torino (Istituto sociale), Milano (Leone XIII), Roma (Istituto Massimo), Palermo (C.E.I.), Messina (Sant'Ignazio) e Scutari (Liceo padre Meshkalla).



«NON POSSO VIVERE ISOLATO» - Caterina de Marchi del Leone XIII gli ha chiesto come mai avesse deciso di rinunciare all'Appartamento apostolico, all'auto di lusso. E Papa Bergoglio ha risposto ironicamente, lasciandosi travolgere dagli applausi: «Non è soltanto una questione di ricchezza, per me è un problema di personalità, io ho la necessità di vivere fra la gente, se io vivessi solo, forse un po' isolato, non mi farebbe bene

Amato dalla Chiesa, la amo



Quanto sei contestabile, Chiesa. eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto ti devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità. Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello.

Quante volte ho avuto lo voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure. No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te. E poi, dove andrei? A costruirne un'altra? Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che mi porto dentro. E se la costruirò sarà la mia chiesa, non più quella di Cristo. Sono abbastanza vecchio per capire che non sono migliore degli altri.

Nessuno di noi è credibile finché è su questa terra. San Francesco urlava: “Tu mi credi santo e non sai che posso ancora avere dei figli con una prostituta, se Cristo non mi sostiene!”. La credibilità non è degli uomini, è solo di Dio e del Cristo. Degli uomini è la debolezza e semmai la buona volontà di fare qualcosa di buono con l'aiuto della grazia che sgorga dalle vene invisibili della chiesa visibile.

Quand'ero giovane non capivo perché Gesù, non ostante il rinnegamento di Pietro lo volle capo, suo successore, primo papa. Ora non mi stupisco più e comprendo sempre meglio che l'avere fondato la chiesa su un uomo che si spaventa per le chiacchiere di una serva, era un avvertimento continuo per mantenere ognuno di noi nell'umiltà e nella coscienza della propria fragilità. No, non vado fuori di questa chiesa fondata su una pietra così debole, perché ne fonderei un'altra su una pietra ancora più debole, che sono io.

Ma poi c'è ancora un'altra cosa che forse è ancora più bella. Lo Spirito Santo, che è l'amore, è capace di vederci santi, immacolati, belli, anche se vestiti da mascalzoni e adulteri. Il perdono di Dio, quando ci tocca, fa diventare trasparente Zaccheo il pubblicano e immacolata Maddalena la peccatrice. E' come se il male non avesse potuto toccare la profondità metafisica dell'uomo. E' come se l'Amore avesse impedito di lasciare imputridire l'anima. “lo ho buttato i tuoi peccati dietro le mie spalle”, dice Dio a ciascuno di noi; e continua: “Ti ho amato di amore eterno, per questo ti ho riservato la mia bontà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine Israele” (Ger 31 ,3-4). Ecco, ci chiama “vergini” anche quando siamo di ritorno dall'ennesima prostituzione, nel corpo, nello spirito e nel cuore. In questo, Dio è veramente Dio, cioè l'unico capace di fare le “cose nuove”. Perché non mi importa che faccia i cieli e la terra nuovi: è più necessario che faccia nuovi i nostri cuori. E questo è il lavoro di Cristo. E questo è l'ambiente divino della chiesa.

Volete voi impedire questo “far nuovi i cuori” scacciando qualcuno dall'assemblea del popolo di Dio? O volete voi, cercando altro luogo più sicuro, mettervi in pericolo di perdervi Io spirito?».


fratel Carlo Carretto, Il Dio che viene cap.X, 1971


 

Dedicato a chi se n'è andato (con ragioni)

«Il conflitto è salutare, purché non sia né sistematico, né partigiano, né per angustia mentale, molto meno per concorrenza.

Gli avversari devono avere sempre l'impressione che l'opposizione e la critica cattolica non sono mosse da motivi contingenti e impuri.

Il conflitto va poi condotto con equanimità e carità cristiana, la quale sa ovunque distinguere tra l'errore e l'uomo.

C'è una bella fermezza o intransigenza dottrinale che, quando è sincera e intelligente, vien capita e onorata dagli stessi che ne sono colpiti.

Ciò che guasta, non è la saldezza dei principii, ma la loro incauta e disumana interpretazione e applicazione. Fa piacere incontrare un uomo di fede e di carattere!

Ma se la fede è strettezza di mente o puro formalismo farisaico, se il carattere è ostinazione, la rivolta contro di essa ha la violenza di un incendio.

Le diserzioni più gravi e più dolorose trovano qui una loro prima spiegazione».

Primo Mazzolari, Lettera sulla parrocchia (1937), p. 58

L'arte di consolare chi soffre



L'arte di consolare si deve nutrire di dolcezza, non di asprezza; deve calmare il dolore, addolcire il bruciore, più che provocare turbamento.


L'arte medica del corpo ci può dare sicuro ammaestramento, poiché essa sa usare per le piaghe brucianti medicamenti più blandi, atti ad alleviare il dolore. E le ferite prima si leniscono e poi si operano, proprio perché la durezza del taglio non irriti o esasperi la piaga.


Dunque, quanto dobbiamo stare attenti, nelle nostre visite di conforto, a non parlare con faciloneria o con superficialità! Per sette giorni è rimasto zitto Giobbe; sono rimasti zitti gli amici, e non avrebbero parlato, se Giobbe non avesse rotto il silenzio per il dolore.


Bisogna infatti cercare bene il modo di iniziare, se non vuoi che la tua consolazione sia urtante nella sua espressione.


Anche il silenzio può essere una medicina, mentre chi parla troppo prematuramente, può ferire ancor di più. E non è strano che ferisca altri quello stesso che è ferito di frequente, dato che la chiacchiera non va esente da peccato. Infatti il medico sa aspettare il momento giusto per concedere l'ausilio della medicina alle malattie, quando queste hanno superato il loro accesso, perché - così sostengono - una malattia ancora acuta e non matura non contrasti con i rimedi terapeutici, non potendone trarre beneficio.


E quanto più dobbiamo noi spiare il momento giusto in cui possa fluire, tempestiva e sanante, la nostra parola, che dia la sensazione, non di rinfocolare il dolore, ma di calmarlo! La virulenza del dolore preme; ne è oppresso il cuore dell'afflitta, che ha perso il marito o figli di morte prematura. Non c'è fretta! Lei non ti sta nemmeno ad ascoltare, prima che non sia scemato l'accesso del dolore. Spesso abbiamo avuto modo di vedere liti, nate proprio da tentativi di consolazione. Sei andato per partecipare al dolore non per provocare liti.


Bisogna anche cercare bene l'ordine in cui dire le cose per non cadere in colpa davanti a Dio nell'intenzione di consolare l'uomo.


Attento a non dire: “Senti un po' questo

Mentre si varca la soglia

Sono davanti alle porte della tua chiesa e non mi libero dai pensieri cattivi.

Ma tu, o Cristo, che hai giustificato il pubblicano, che hai aperto al ladrone le porte del paradiso,

aprimi il tesoro della tua bontà e poiché mi avvicino e ti tocco, accoglimi come la peccatrice e la malata che hai guarito.

Questa, toccato il lembo del tuo vestito, riebbe la salute;

quella, abbracciati i tuoi piedi santi, ottenne il perdono dei peccati.

Io, misero, ardisco ricevere tutto il tuo corpo:

fà che non precipiti nel fuoco,

ma ricevimi come loro

e illumina la mia anima perdonandomi le colpe

per l'intercessione della Vergine che ti generò.

san Giovanni Damasceno, VIII secolo

Chiarezza e umiltà





«Il compito della Chiesa non è sostenere la moralità in un mondo minacciato dall'immoralità, benché essa sia sempre attenta ai giudizi etici.


Compito della Chiesa è anzitutto predicare il Vangelo. E il Vangelo è per tutti, senza esclusioni. E' la proclamazione di un Dio che sempre perdona nel nome del Figlio Gesù crocifisso e risorto. Per questo Gesù ha accolto tutti, si è posto in dialogo con tutti. Non v'è traccia di rifiuto pregiudiziale per alcuna persona nei Vangeli. Anche dove vi fosse un accenno, per esempio verso la donna siro-fenicia (Mt 15,21-26), esso viene superato dalla fede incrollabile di lei.


La legge, le prescrizioni, i decreti, sono qualco­sa di cui non si può ovviamente fare a meno, ma sono anche uno strumento che divide, che pone steccati, permettendo che si crei una distinzione in cui ci sono i buoni e i cattivi. Per questo san Paolo condanna la legge come strumento di peccato e di morte: «le passioni peccaminose, stimolate dalla legge, si scatenavano nelle nostre membra» (Rom 7,5).


E' vero, ci vogliono regole per la comunità, soprattutto per trattare i casi difficili, come dice il vangelo: «Prima ammonisci il fratello che pecca, da solo a solo; se non ti ascolterà prendi con te una o due persone; se ancora non ascolta dillo all'assemblea; se non ascolta neanche l'assemblea, sia per te come un pagano o un pubblicano» (cfr Mt 18,16-18). Ma altrove è Gesù stesso colui che mangia con i pubblicani e i peccatori, che dice ai Sommi Sacerdoti e agli anziani del popolo che i pubblicani e le prostitute passano loro avanti nel Regno (cfr Mt 21,31) e infine muore perdonando i suoi crocifissori e promette a un brigante "in tempo reale" il Regno di Dio.


Non pensi dunque il vescovo di poter gui­dare efficacemente la gente a lui affidata con la molteplicità delle prescrizioni e dei decreti, con le proibizioni e i giudizi negativi. Punti invece sulla formazione interiore, sul gusto e il fascino della Sacra Scrittura, presenti le motivazioni positive del nostro agire secondo il Vangelo. Otterrà così molto di più che non con rigidi richiami all'osservanza delle norme.


Alcuni pensano che governando bisogni so­prattutto badare alla giustizia e alla prudenza. Riguardo alla giustizia è necessario fare leggi che mettano tutti i fedeli sullo stesso piano. Per prudenza è necessario valutare e utilizzare tutte le diversità che comportano missioni e carismi diversificati. Ma non dobbiamo imitare il mondo, nel quale ci si affida alla bontà e giustizia della legge stessa.


Ma come l'esercizio dell'autorità è chiamato a configurarsi per essere capace di dire il Vangelo o almeno di non oscurarlo troppo? Mi sento, di fronte a questa domanda, abbastanza impac­ciato, conscio di non avere una sintesi organica da proporre».


Carlo Maria Martini, Il vescovo, 41-45


 

Sulla differenza uomo-donna


Tango per due



di Francesco Guccini


(album: "Quello che non..." - 1990)


Coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera: 

la vita è solo una cosa rimasta indietro non c'è più, ma c'era; 

composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica, 

l' oggi ha cambiato facciata, ma di quell' ieri passato io so 

che tante ne potreste raccontare e il ricordo stempera e non guasta 

quante cose e facce da narrare che come si dice un romanzo non basta, 

nate con un rapido "a domani", continuate in giorni di "sì" e "no", 

lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango che vi presentò... 



Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole 

lei, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole, 

lui bar, alcol, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, 

lei, lei rayon, lei signorina, la permanente coi ricci... 



Coppia di fronte a un bianchino, anonimo vino frizzante anidride: 

la vita che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride. 

Coppia legata dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena, 

datemi i vostri ricordi, ditemi che ne valeva la pena... 



Ora le luci son spente, sta uscendo la gente, saluti e rumore, 

ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l' amore, 

quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio di un viale, 

quel gioco ardente e discreto, da allora sempre diverso ed uguale... 

chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi, 

sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi, 

perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so 

impronte di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò... 



Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole 

lei, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole, 

lui bar, alcol, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, 

lei, lei rayon, lei signorina, lei, lei...



 

Made by Crosstec