Merita sempre un giro

Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili


Stavolta anche la destra gli darà ragione...

Bregantini: lavoratori, non merci

intervista a Mons. Giancarlo Bregantini

Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della Commissione Lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, docente di Storia della Chiesa con una lunga esperienza di operaio in fabbrica negli anni della giovinezza, continua a porsi una domanda. “Con questa riforma la precarietà sarà vinta? O resteremo comunque in un clima di precarietà? O addirittura l'aumenteremo?”



- E ha trovato la risposta, monsignor Bregantini?

“Non entro tanto nel merito tecnico. Ma sulla questione in atto mi permetto di fare tre rilievi critici. Il primo è il dispiacere che provo nel vedere la Cgil lasciata fuori da questa riforma. Un fatto che viene quasi dato come scontato, quasi che il primo sindacato italiano per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro. Dietro questa fetta di sindacato c'è tutto un mondo importante, cruciale, da coinvolgere per camminare verso il futuro. Altrimenti c'è il rischio che questa parte sociale, con i suoi milioni di iscritti, resti disillusa, arrabbiata, ripiegata su atteggiamenti difensivi, su un passato che non c'è più. Lasciare fuori la Cgil sarebbe una perdita di speranza notevole, un grave errore”.



- Il secondo rilievo?

“Ci voleva un po' più di tempo per mettere in atto una riforma così importante. Non era necessaria questa fretta così evidente. La questione è chiusa, è stato detto da parte del premier Mario Monti. Si poteva dire: la questione è posta, ora dialoghiamo, nelle fabbriche, negli uffici, in Parlamento, nella società civile, ovunque perché il lavoro è il tema cruciale del nostro Paese. Ma c'è un terzo rilievo, forse il più importante e profondo”



- E quale?

“Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce. E' la grande istanza dell'enciclica sociale Rerum Novarum. La questione di fondo. Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto in magazzino. Leone XIII lo scrisse nella pietra miliare del cattolicesimo sociale, emanata nel 1891, più di un secolo fa. E' un po' come nella questione della domenica derubricata a giorno lavorativo. In politica ormai l'aspetto tecnico sta diventando prevalente sull'aspetto etico”.



- Del resto questo è un governo espressamente di tecnici...

“Se con Berlusconi la questione centrale era legata al profitto, oggi c'è l'aspetto tecnico che domina ogni questione politica. Ma alla fine tra profitto e aspetto tecnico si crea una sintonia eccessiva. L'aspetto etico nella politica è necessario. E invece non è più tenuto in considerazione”.



- Il Capo dello Stato ha invitato il Paese a riflettere sul fatto che non abbiamo più risorse e che l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è solo un aspetto della riforma.

“La tematica di fondo dell'articolo 18 dovrebbe coprire tutti i lavoratori, non solo quelli con più di 15 dipendenti, già garantiti. Va estesa come valori di dignità e difesa come normativa. Ma più in generale, come sollecita il Capo dello Stato, riflettendo sulla riforma decisa dal governo nel suo complesso mi chiedo: diminuirà o aumenterà il precariato dei nostri ragazzi? Riusciremo ad attrarre capitali ed investimenti dall'estero solo perché è più facile licenziare? Sarà snellita la burocrazia? Daremo con questa riforma più vigore all'esperienza imprenditoriale? Ma non vorremmo nemmeno che la cosa fosse schiacciata su questi temi, perché ripeto, al centro di tutto ci deve essere la dignità dell'uomo e della famiglia”.



- Ci sono aspetti che ritiene positivi in questa riforma?

“Siamo contenti che i licenziamenti discriminatori vengano contemplati per tutti, anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti. Questo è un discorso molto positivo. Anche la triplice distinzione dei licenziamenti in discriminatori, economici e disciplinari è molto saggia.



- Che ne pensa dei licenziamenti economici? Se passa la riforma del governo qualunque lavoratore del privato potrà essere licenziato per la sola motivazione che l'azienda è in crisi o che non serve più la mansione cui era addetto

Sicurezze... ??

"Digital Hoarder" - Quasi una patologia

Perché non gettate le vecchie email? Le dieci domande per scoprirlo

Del materiale che intasa le memorie dei pc ripeschiamo solo il 20%. L'ossessione riguarda almeno il 5% degli americani

di Beppe Severgnini

Un tempo, si capiva dagli armadi. Si apriva un'anta a casa di amici, e si rischiava d'essere travolti da una slavina di dischi, musicassette, videocassette, scatole di diapositive, buste di fotografie, giornali, libri, fumetti, diari scolastici, corsi d'inglese abbandonati come vecchi amanti, dopo una breve infatuazione. Ora l'accumulo è diventato digitale: meno ingombrante fisicamente, ma forse più rischioso.

Gli americani hanno trovato un nome per questa nuova figura, che si nasconde - neppure tanto bene - dentro tutti noi: «digital hoarder», l'accumulatore digitale. Ammassa email, messaggi di testo, foto, giochi, documenti, brani musicali, video familiari e altri scaricati dal web. Di tutto questo materiale rivedrà/riascolterà, al massimo, il 20%. Non fa niente: si accontenta di sapere che c'è.

Un'assicurazione psicologica che lascia (forse) tranquillo l'interessato, ma deve preoccupare (certamente) tutti noi. Al fenomeno il «Wall Street Journal» ha dedicato un lungo articolo, chiedendo opinioni a psichiatri e antropologi. Le conclusioni sono preoccupanti: il fenomeno ossessivo-compulsivo interessa già il 5% della popolazione USA. Spesso s'inizia ad accumulare (scaricare, copiare, duplicare) per riempire un vuoto nella propria vita; ma presto l'abitudine si trasforma in una dipendenza, che lascia sempre più isolati (e in cerca di hard disk più capienti).

Ma gli americani sono americani: noi non abbiamo un «Institute for Challenging Disorganization» (Istituto per la Sfida alla Disorganizzazione), né la passione spasmodica per il controllo. Davanti a un imprevisto, ce la prendiamo con la sorte o un parente; non con il calcolo delle probabilità.

I potenziali accumulatori patologici italiani (P.A.P.I., sperando che la signorina Noemi non detenga il copyright) vanno trattati in altro modo. Provino, per esempio, a rispondere a queste dieci domande.

1)Conservate tutte le email spedite e ricevute? Le prime risalgono al governo Dini?

2) Il numero dei vostri contatti Skype, sommato a quello degli amici su Facebook e dei follow su Twitter è pari agli abitanti del Molise?

3) Cancellare documenti vi provoca piccoli disturbi psicosomatici?

4) Le vostre fotografie sono distribuite su quattro piattaforme (telefono, iPad, portatile, computer fisso)? L'immagine in cui, dopo la cena nel rifugio, sembrate al sesto mese di gravidanza, vi perseguita, cari Luca e Marco?

5) Lo schermo del vostro computer, affollato di microscopiche icone, sembra un cimitero di guerra in cui non sapete trovare la lapide?

6) In ogni tasca, cassetto o borsa tenete almeno una chiavetta Usb? E non avete idea di cosa ci sia dentro?

7) Avete esaurito nomi di figli/animali domestici e, per le vostre moltissime password, dovete ispirarvi ai protagonisti dei recenti scandali (StateBoniInLombardia, For-Me-Gone012, Lusi-spoglia-Margherita)?

8) Impiegate più tempo a cercare un documento che a scriverlo di nuovo?

9) Copiate tutte le foto su dozzine di Cd, e li numerate usando sempre lo stesso pennarello indelebile?

10) Infine: conservate floppy disk, dicendo che potrebbero interessare ai vostri figli?

Se tre o più risposte sono affermative, cominciate a preoccuparvi. Per familiari, parenti, amici e colleghi, ovviamente. Perché è chiaro: strambi, in Italia, sono sempre gli altri.

Relazione è Vita

Vivere da soli porta alla depressione

di Emanuela Di Pasqua

L'uomo è un animale sociale e vivere da soli non è così naturale, anche se ormai sembra essere un trend in piena crescita, coinvolgendo ragazzi, adulti e anziani. Anche quando si è giovani e forti e si vive una vita lavorativa intensa rientrare a casa senza nessuno con cui parlare porta alla lunga a un sentimento di tristezza profonda e a un isolamento pericoloso secondo i ricercatori finlandesi .

Le persone che vivono la propria vita in solitudine soffrono infatti molto di più di forme depressive rispetto a coloro che vivono in famiglia e la solitudine aumenta dell'80 per cento la propensione a patologie dell'umore. Lo sostiene uno studio finlandese condotto su un campione di 3500 persone che ha seguito i volontari per ben sette anni e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista BMC Public Health. La ricerca, guidata da Laura Pulkki-Raback dell'Istituto finlandese della Salute Occupazionale, denuncia anche un aumento vertiginoso delle vite solitarie, che negli ultimi 30 anni sono raddoppiate. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna una persona su tre abita da sola, mentre in Canada il 26,8 per cento delle case sono occupate da un solo individuo.

A rendere unica questa ricerca è la scelta del campione, costituito da 1695 uomini e 1776 donne con un'età media di 44,6 anni. Una popolazione giovane dunque, produttiva e meno bisognosa degli anziani, per i quali la vita da single potrebbe essere anche piacevole. Ma non è così o quantomeno non lo è fino in fondo, soprattutto nel lungo periodo. I ricercatori hanno seguito i volontari dal 2000 al 2008, chiedendo loro un resoconto continuativo riguardo allo stile di vita, al consumo di alcolici, al clima lavorativo, allo status, alle condizioni della casa e allo stipendio. Incrociando le risposte con i dati del National Prescription Register riguardo al consumo di antidepressivi gli psicologi hanno notato un link evidente tra le vite solitarie e l'acquisto di regolatori dell'umore. Senza contare che agli studiosi sono sfuggiti chiaramente i depressi non in cura, impossibili da intercettare e magari anche inconsapevoli e pertanto i dati, come evidenzia Pulkki-Raback, sono sottostimati.

I potenti effetti collaterali dell'isolamento sociale nelle persone anziane sono stati spesso indagati, rilevando che a una certa età abitare soli può comportare elevati rischi di malattie mentali e di emarginazione e una maggior propensione a patologie invalidanti. Il valore aggiunto della ricerca finlandese sta nell'aver sottolineato che la solitudine non è un problema che riguarda solo la popolazione più vecchia. Avere la possibilità di relazionarsi con un famigliare tra le mura domestiche mantiene vivi, regala un supporto psicologico importante e un profondo senso di integrazione sociale. Anche nei casi in cui i famigliari in questione non sembrano usciti dalla pubblicità del Mulino Bianco.

Sguardo circolare

Finestre: ciò di cui abbiamo bisogno, mi disse una volta un vecchio saggio in un paese lontano, la vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna rinchiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre che sono geometriche, e ogni geometria presuppone gli angoli retti. Sarà che la nostra vita è subordinata anch'essa agli angoli retti?

Sai, quei difficili itinerari, fatti di segmenti, che tutti noi dobbiamo percorrere semplicemente per arrivare alla nostra fine. Forse, ma se una donna come me ci pensa da una terrazza spalancata sul Mar Egeo, in una sera come questa, capisce che tutto ciò che pensiamo, che viviamo, che abbiamo vissuto, che immaginiamo, che desideriamo, non può essere governato dalle geometrie. E che le finestre sono solo una pavida forma di geometria degli uomini che temono lo sguardo circolare, dove tutto entra senza senso e senza rimedio, come quando Talete guardava le stelle, che non entrano nel riquadro della finestra.

Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi, 218-219

La fede si incultura in un "ambiente" nuovo

La Rete cambia il modo di vivere la fede?

di p. Antonio Spadaro

Esce proprio oggi nelle librerie Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete, il nuovo libro di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica e da anni apprezzato e ormai conosciuto interprete dell'evoluzione dei linguaggi e della cultura cristiana nell'epoca della Rete. Il libro è l'ultimo frutto di "un ecosistema di riflessione" - come lo definisce padre Spadaro ­­- avviato prima con alcuni saggi sulla storica rivista dei gesuiti poi, dal 1° gennaio 2011, col blog Cyberteologia.it. Adesso si sono aggiunti anche la pagina Facebook Cybertheology, un account Twitter (@antoniospadaro) con il quotidiano The CyberTheology Daily, e una serie di altre iniziative. Dall'aprile 2011, c'è anche una rubrica mensile di Cyberteologia sul mensile Jesus. Pubblichiamo qui sotto un estratto dalla premessa del libro.



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Is the Internet Changing the Way You Think? Questo è il titolo di una raccolta di interviste sull'impatto della rete sulla nostra vita, apparsa negli Stati Uniti nel 2011 a cura di John Brockman. Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?



Le recenti tecnologie digitali non sono più tools, cioè strumenti completamente esterni al nostro corpo e alla nostra mente. La rete non è uno strumento, ma un 'ambiente' nel quale noi viviamo. I 'dispositivi', cioè gli oggetti che abbiamo sotto mano (spesso, in effetti, non più grandi di una mano) e che ci permettono di essere sempre connessi, tendono ad alleggerirsi, a perdere consistenza per diventare trasparenti rispetto alla dimensione digitale della vita. Sono porte aperte che raramente vengono chiuse. Chi spegne ormai un iPhone? Lo si ricarica, lo si 'silenzia', ma raramente lo si spegne. C'è chi neanche sa come si spegne. E se abbiamo uno smartphone acceso in tasca siamo sempre dentro la rete.



Di conseguenza aumenta il numero degli studi su come la rete sta cambiando la nostra vita quotidiana e, in generale, il nostro rapporto con il mondo e le persone che ci stanno accanto. Ma, se la rete cambia il nostro modo di vivere e di pensare, non cambierà (... e già lo sta cambiando) anche il modo di pensare e vivere la fede?



La domanda ha avuto in me una genesi precisa. Nel gennaio 2010 avevo ricevuto da mons. Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, l'invito a tenere una conferenza all'interno di un grosso convegno dal titolo Testimoni digitali. Mi chiedeva di parlare di fede e internet. [...]



Allora ho cominciato a esplorare un territorio che mi è apparso, sin dall'inizio, ancora selvaggio, poco frequentato. La ricerca di una bibliografia mi ha portato a verificare che ormai è stato scritto molto sulla dimensione pastorale, che comprende la rete come strumento di evangelizzazione. Davvero poco frequentata mi è sembrata invece la riflessione teologico-sistematica. Le mie domande erano: quale impatto ha la rete sul modo di comprendere la Chiesa e la comunione ecclesiale? E quale impatto ha sul modo di pensare la Rivelazione, la grazia, la liturgia, i sacramenti... e i temi classici della teologia? [...]



L'esigenza di affrontare con coraggio queste domande comincia a essere condivisa. [...] Tuttavia pensare la fede al tempo della rete non è solo una riflessione al servizio della fede. La posta è ancora più alta e globale. Se i cristiani riflettono sulla rete, non è soltanto per imparare a 'usarla' bene, ma perché sono chiamati ad aiutare l'umanità a comprendere il significato profondo della rete stessa nel progetto di Dio: non come strumento da 'usare', ma come ambiente da 'abitare'. [...] Nello sviluppo della comunicazione la Chiesa vede l'azione di Dio che muove l'umanità verso un compimento. Internet, con la sua capacità di essere, almeno in potenza, uno spazio di comunione,



fa parte del cammino dell'uomo verso questo compimento in Cristo. Occorre dunque avere uno sguardo spirituale sulla rete, vedendo Cristo che chiama l'umanità a essere sempre più unita e connessa. [...]



Non sono un sociologo né un 'tecnico'.Sulla base della mia formazione accademica di carattere umanistico, prima filosofica e poi teologica, sono arrivato alla riflessione sulla rete dalla critica letteraria, della quale mi occupo sin dal 1994 per «La Civiltà Cattolica». È stata la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e solamente la teologia è stata in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderle. Mi è stata di conforto e ispirazione l'esperienza di Marshall McLuhan, che si è affacciato sui nuovi media con uno sguardo innovativo da critico letterario e pensatore cattolico, e non da sociologo.



È il poeta Gerard Manley Hopkins che mi ha aiutato a capire il ruolo dell'innovazione tecnologica, è il jazz che mi ha fatto capire il ruolo dei network sociali, sono i teologi - da Tommaso d'Aquino a Teilhard de Chardin - che mi hanno illuminato sulle forze che rendono l'uomo attivo nel mondo, partecipando alla Creazione, e che sollevano l'uomo verso una meta che lo supera, ben al di là di ogni surplus cognitivo. È la ricerca inesausta di senso che mi ha fatto capire il valore del cavo usb che ho in mano. E so che il mio iPad ha a che fare con il mio inestinguibile desiderio di conoscere il mondo, mentre il mio Galaxy Note mi dice (anche quando è in silenzio) che io sono fatto per non stare da solo. Ma è la poesia di Whitman che mi dà il gusto del progresso. Ed è Eliot che mi fa attento a non cadere nei suoi tranelli. Ma è anche Flannery O'Connor che mi fa capire che «la grazia vive nello stesso territorio del diavolo» e pian piano lo invade. E dunque capisco che, se anche vedo tanto male in rete, non posso fermarmi a riposare sugli allori di un giudizio negativo, se voglio vedere Dio all'opera nel mondo. E quando vedo l'elettricità invadere il mio computer facendolo accendere e muovere prodigiosamente, è la poesia di Karol Wojtyla che leggeva elettricamente il sacramento della cresima a condurre il mio stupore.



E poi la tecnologia esprime il desiderio dell'uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa, in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano. [...]



Le tecnologie sono 'nuove' non semplicemente perché differenti rispetto a ciò che le precede, ma perché cambiano in profondità il concetto stesso di fare esperienza. Si tratta di evitare l'ingenuità di credere che esse siano a nostra disposizione senza modificare in nulla il nostro modo di percepire la realtà. Il compito della Chiesa, come di tutte le singole comunità ecclesiali, è quello di accompagnare l'uomo nel suo cammino, e la rete fa parte integrante di questo percorso in maniera irreversibile.

Che ritmo!




Trend da osservare con attenzione

In calo i giovani che prendono la patente

«Meglio l'iPad dell'auto»

di Massimo Gaggi

I giovani americani del Ventunesimo secolo guidano meno delle generazioni che li hanno preceduti, spesso non prendono nemmeno la patente e, anche quando vivono in città e zone rurali prive di servizi di trasporto pubblico dove non c'è alternativa all'uso di veicoli individuali, non hanno il mito dell'auto: ai sondaggisti che li interrogano sui marchi per loro più popolari, gli studenti snocciolano quelli del mondo digitale, dai computer e gli smartphone della Apple ai servizi di Google. E anche scarpe, abbigliamento e attrezzi sportivi della Nike. Ma nelle loro liste non c'è nemmeno un logo di una casa automobilistica.

I produttori di Detroit vivono una stagione di riscossa sul piano produttivo ma, a giudicare dalla composizione per classi di età della loro clientela, è meglio non parlare di «nuova giovinezza» (l'età media dell'acquirente di una vettura nuova varia, in genere, tra i 50 e i 55 anni). Per molti il cambiamento di gusti e abitudini dei millennials , i «nativi digitali», è soprattutto una materia d'analisi per i sociologi: il rombo del motore e le cromature che non affascinano più, che non sono più percepiti come un modo per affermare la propria personalità. Il mondo fisico della meccanica e del movimento spiazzato da quello virtuale delle tecnologie digitali e degli incontri sui social network che si portano a termine senza bisogno di muoversi da casa.

Roba da studiosi della società, certo. Ma anche tra i produttori di vetture c'è molta attenzione, allarmata attenzione, visto che questa disaffezione dei giovani può trasformarsi, da qui a qualche anno, in una nuova crisi della domanda. Ne sa qualcosa, ad esempio, la Toyota, il cui marchio Scion - vetture sbarazzine ed economiche, pensate proprio per una fascia di giovani trendy - ha perso quasi i due terzi del suo mercato: le vendite negli Usa sono passate dai 173 mila veicoli di cinque anni fa ai 49 mila del 2011.

Così i produttori cercano di correre ai ripari. La Ford ha puntato sul car sharing di ZipCar: in questo modo cerca di avvicinarsi a studenti che oggi possono solo affittare un veicolo per poche ore ma, magari, domani saranno il nuovo mercato della casa di Detroit. La Chrysler - anch'essa alle prese con un'età media degli acquirenti piuttosto elevata - ha messo in campo un mix di rimedi «fisici» e pubblicitari: dallo spot dell'anno scorso di cui era protagonista Eminem alla sostituzione, nei modelli destinati ai giovani, dei pannelli interni in legno con elementi in fibra di carbonio mentre, all'esterno, al posto delle cromature spuntano finiture in nero opaco, un colore più gradito ai giovani.

Ancora più in là è andata la General Motors che ha affidato lo studio di nuove strategie commerciali e di prodotto a Mtv Scratch, una società di consulenza aziendale e di rebranding che fa capo al gigante dell' entertainment Viacom (proprietario anche dell'omonimo canale televisivo Mtv). Ross Martin, 37enne vicepresidente della società, che in passato ha pubblicato libri di poesia e ha fatto il batterista in una band alternativa, ha raccontato al New York Times del conflitto di culture emerso nel confronto con GM, a cominciare dal suo primo impatto con la sede del gruppo nelle torri del Renaissance Center di Detroit, paragonate da Ross a Death Star, la malefica e cupa stazione spaziale di Guerre Stellari . Non è chiaro fino a che punto i produttori accetteranno i consigli dei consulenti: colori «metallici» e techno sono già stati introdotti, mentre si cerca di adattare l'abitacolo delle vetture alle esigenze di connettività dei giovani. Quanto alla proposta di cambiare l'approccio dei concessionari - meno venditori e più consulenti tecnologici, come nei negozi della Apple - si vedrà.

Per adesso i numeri restano assai poco tranquillizzanti: oggi meno dei due terzi dei diciottenni prende la patente, rispetto all'80 per cento di trent'anni fa e il 46 per cento dei giovani dai 18 ai 24 anni, interpellati in un sondaggio, dichiara che, obbligato a scegliere, preferirebbe un accesso a Internet piuttosto che il possesso di un'automobile.

I meno pessimisti ritengono che, anche se un coupé o una monovolume non sono più gli oggetti «sexy» di un tempo, i giovani non faranno a meno delle quattro ruote, pur senza mitizzarle. Se oggi guidano meno e acquistano meno vetture è perché la crisi spinge verso veicoli usati o induce molti studenti che vivono dei campus universitari a usare la bici. Mentre è sempre più frequente il caso dei ragazzi che, ottenuta la laurea ma non avendo ancora trovato un lavoro, finiscono per tornare a vivere coi genitori. E, a quel punto, si prende l'auto di papà, anche se piena di cromature.

In ascolto

L'appello dei divorziati: la Chiesa non ci escluda

di Carlo Maria Martini

Eminenza, sono un cattolico divorziato e risposato. Ho vissuto attivamente per anni la mia fede in ambito ecclesiale, continuo a viverla nel «nuovo» ambito familiare e, pur non capendo sempre con il cuore le motivazioni della Chiesa, le accetto con la fede e la ragione (anche un po' con il cuore). Ma la sofferenza dovuta alla formale esclusione dalla mia comunità (un cosiddetto terz'ordine) è come una spina nella mia vita di cristiano. Premesso che considero questa una autentica ingiustizia e un allontanarsi dal Magistero (esempio, Sacramentum Caritatis n. 29), possibile che la pastorale non abbia altre soluzioni e proposte per questo problema?

Emanuele Gaudimonte Bitritto (Bari)




Eminenza, sono un uomo divorziato (mia moglie mi lasciò per un altro uomo) e, dopo anni di solitudine, ho iniziato una relazione con una signora che non ha mai contratto matrimonio. Non posso escludere una futura convivenza. Sarei addolorato, per non dire straziato, se la Chiesa negasse a me e alla mia compagna (profondamente cattolica) i sacramenti. P.S. Aggiungo che avevo contratto matrimonio religioso e civile.

Livio Cristiano Orbetello (Grosseto)




Eminenza, sono una donna divorziata da tre anni ed ora ho una famiglia allargata di 6 persone: io, le mie due figlie, il mio compagno e i suoi due figli. Siamo una famiglia «che funziona», ci vogliamo bene e soprattutto i nostri figli si sentono fratelli in una famiglia. I nostri divorzi sono stati molto dolorosi anche se i motivi che hanno dato inizio alla fine dei nostri matrimoni sono diversi, anche se il motivo ultimo è stato il nostro innamoramento non voluto e soprattutto contrastato da me. Ho un Padre spirituale che ha capito i miei sentimenti e i motivi che mi hanno portata al divorzio; lui mi ha invitato a chiedere l'annullamento del matrimonio, ma io per rispetto alle mie figlie e per evitare loro un altro dolore ho rifiutato e allora mi ha consigliato di sposarmi almeno in Comune. Il mio parroco, che stimo tantissimo, alla stessa domanda mi ha detto di non sposarmi e di rimanere convivente. Cosa devo fare? Per la fede che ho per il Signore potrei anche decidere di sciogliere questo attuale legame e rimanere sola, ma mi domando: Gesù ed il Padre che è nei cieli vogliono veramente che io distrugga un'altra famiglia? Soffro molto anche perché non posso ricevere l'eucarestia! Non tutti i divorziati sono uguali, tanti sono molto vicini a Dio anche se la vita ha fatto prendere loro delle decisioni difficili...

Alba Chiodelli Seriate (Bergamo)




Ho 26 anni e, tra qualche mese, diventerò padre. Non siamo ancora sposati e abbiamo accettato questa vita come dono con gioia. Tuttavia, da credenti, abbiamo deciso di cominciare un percorso di confronto con la scelta del matrimonio che, da un punto di vista personale e psicologico, è tagliente e nel quale si presenta l'annosa questione della scelta tra matrimonio e convivenza. Vorrei che mi/ci illuminasse sulle radici più profonde che animano il dibattito in merito. La convivenza è un male? O è un non ancora che può maturare in una scelta più umana e di relazione con Dio (il matrimonio)? Tra i molti sacerdoti con i quali ho parlato ho percepito, sul punto, un atteggiamento frontale, una visione che teme la convivenza come una peste per la società, prima che per la Chiesa. Così è difficile dialogare.

Fausto Berlingazzi Genova



Ho 50 anni, ho una meravigliosa famiglia «normale» e una situazione affettiva «invidiabile» per il mondo di oggi. La mia adolescenza è stata accompagnata da esperienze di fede fortissime che hanno segnato la mia vita. Purtroppo mi rendo conto che «testimoniare» la fede è oggi difficile. Ho incontrato persone praticanti ma lontanissime dagli insegnamenti di Gesù, senza amore per il prossimo, senza solidarietà, senza carità, senza comprensione. Purtroppo queste persone sono spesso «uomini e donne di chiesa». Le chiedo: come si può testimoniare verso chi non crede? Le mie esperienze di fede, personali e indimenticabili, non possono essere «portate ad esempio», sono mie e non trasmissibili. Sono stata fortunata perché mai potrò dimenticare le esperienze che ho vissuto ma come posso testimoniare verso gli altri? La vicinanza di Dio, la preghiera, credere in un domani necessariamente migliore mi sono di conforto nella vita giornaliera. Vorrei che lo fossero anche per gli altri. Ma non so come fare.

Gabriella Carrano Milano




Intendo qui solo evidenziare il problema attraverso la pubblicazione di queste lettere, ognuna delle quali pone temi importanti e in qualche modo è una risposta alle altre su un tema che produce sofferenze e lacerazioni. Rimando per una conoscenza approfondita del mio pensiero su tali tematiche, difficili da trattare in poche righe, al dialogo con il senatore Ignazio Marino Credere e conoscere (Editrice Einaudi) di cui il Corriere ha pubblicato un'anticipazione venerdì 23 marzo. In generale vorrei invitare, non solo gli scriventi, ma un po' tutti «gli uomini e le donne di buona volontà» a considerare come sia necessario affidarsi a guide spirituali, per essere sostenuti, aiutati ed indirizzati, nei tanti crocevia della vita di ciascuno.

in “Corriere della Sera” del 25 marzo 2012

Gesti di Vangelo

In memoria di Fata Prosciutto

di Massimo Gramellini

Fra i tanti articoli indispensabili che uno si illude di aver scritto, il Buongiorno che ha avuto storicamente il maggior numero di reazioni da parte dei lettori è uno squarcio di vita quotidiana pubblicato nel novembre del 2008. Raccontava della salumiera di un mercato di Torino, la signora Kathy, che ogni giorno, alle 13 e 40, riceveva la visita degli alunni di una scuola media poco distante e a ciascuno offriva un sorriso e una fetta di prosciutto. La signora Kathy non era una missionaria e i ragazzini non erano dei bisognosi. Eppure quel rito quotidiano di assurda e gratuita bontà aveva una sua magia e ogni giorno, alle 13 e 40, i clienti del mercato posavano le borse della spesa e guardavano in direzione della scuola, chiedendosi: ma i ragazzi quando arrivano?

Arrivavano, arrivavano sempre. E continuarono a farlo anche dopo l'uscita dell'articolo. Finché un giorno, alle 13 e 40, sono corsi al bancone ma non hanno più trovato ad accoglierli il sorriso della signora Kathy, ribattezzata Fata Prosciutto. Si era ammalata. I ragazzini hanno continuato lo stesso a recarsi al bancone: non più per il prosciutto, ma per avere sue notizie. Le mandavano saluti, pensieri, preghiere. E quando l'altra settimana la Fata se n'è andata - perché le fate hanno molto da fare, non possono stare sempre con noi - la chiesa del funerale era stracolma come per una principessa e anche il prete si è commosso. Basta davvero poco per comunicare con il cuore del mondo. È un linguaggio universale che non usa le parole, ma i gesti. A volte anche una fetta di prosciutto.

Il Regno della Vita

Un regno oggi

Il Regno in cui «Dio ci ha trasferiti liberandoci dal potere delle tenebre» (Col 1, 13) è chiamato regno dei cieli. Da questa definizione capisco che è un regno celato.

Io che come uomo, cittadino di questa terra, appartengo ad uno Stato e ne ho il passaporto, ho nello stesso tempo in tasca un altro passaporto, quello del Regno dei cieli.

Sono come un partigiano che agisce in un paese non ancora conquistato e che conta di conquistare.

Se farò sul serio, capisco subito che dovrò dare fastidio a qualcuno, anzi oggi mi è chiaro che i regimi totalitari e ideologizzati non potranno sopportarmi e, se mi scopriranno, cercheranno di eliminarmi o di ostacolarmi.

Ma io non ho nessuna intenzione di eliminare qualcuno anche perché sul mio passaporto di seguace del Cristo c'è scritto: «Beati i misericordiosi, Beati i portatori di pace» e addirittura «Beati i perseguitati». Che strano questo regno! Chi lo può capire?

Ciò che è chiaro nel concetto di questo regno e che incomincia oggi, incomincia dalla mia conversione e non attende la mia morte per farmi agire.

Oggi! Devo agire oggi.

So che è un Regno che non avrà fine, che scavalcherà la stessa frontiera della morte, che si ingrandirà a dismisura oltre il tempo, che è "escatologico", come si ama dire tra di noi, ma che è già tra di noi e che a tutti gli effetti mi deve impegnare.

Il regno dei cieli non è un complimento, una vuota chiacchiera, una promessa vaga, è un fatto, è l'incontro di due volontà serie e autentiche, è una conversione alla Luce, all'Amore, alla Vita, proprio perché Dio è Luce, Amore, Vita.

fr Carlo Carretto, Ogni giorno, 17 gennaio

Mitezza può far rima con fermezza

L'uomo mite che spaventò i violenti

di Matteo Tonelli

(... ) Storie che parlano di un uomo mite che spaventò i violenti. Che si fece rivoluzionario solo perché decise di stare con gli ultimi quando degli ultimi non importava niente a nessuno. Storie di un uomo che consacrò la sua vita alla religione e su un altare trovò la morte. La storia (...) di un uomo mite ma armato di una volontà ferrea. (...) Proprio il vescovo che al momento della sua elezioni era definito "un buon conservatore" si ritrova addosso l'accusa di marxismo. Le gerarchie ecclesiastiche locali lo lasciano solo additandolo come "incitatore della lotta di classe e del socialismo". E il prelato replica così: "E' uno scandalo che i cristiani di oggi critichino la Chiesa perché "pensa in favore dei poveri" e così facendo rischi di trasformarsi in comunista". (..) Lui, che negava di avere "la vocazione del martire" come tale finisce la sua vita. (...)

Anniversario della morte di mons. Romero

Santo sì, santo no: per quanto ancora?

di Maria Teresa Pontara Pederiva

«Il peccato degli uomini fa gemere la bellezza del creato. Per questo la Chiesa deve esclamare per ordine di Dio: Dio ha concepito la terra e tutto ciò che essa contiene perché siano usati dall'intero genere umano. Le ricchezze del creato devono giungere a tutti nella giusta forma, sotto l'egida della giustizia e accompagnate dalla carità. Ci rattrista e ci preoccupa vedere l'egoismo con cui si escogitano mezzi e disposizioni per negare il giusto salario ai raccoglitori. Quanto desidereremmo che la gioia di questa pioggia di rubini e di tutti i raccolti della terra non fosse oscurata dalla tragica sentenza della Bibbia: "Il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore!"».

Era il novembre 1976 quando l'arcivescovo di San Salvador scrive queste parole sul giornale diocesano, descrivendo la bellezza delle piante di caffè con le loro bacche rosse - "splendida pioggia di rubini, ricco dono dei nostri monti" - in contrasto con l'assoluta povertà degli abitanti di quelle stesse terre.



Pochi mesi dopo viene ucciso uno dei suoi collaboratori, e amico fraterno, il gesuita Rutilio Grande, 49 anni, figlio di campesinos della zona e parroco di Aguilares. Uno che diceva "essere cristiani in questo paese è praticamente illegale". "Temo che se Gesù volesse entrare oggi dalla frontiera del Chalatenango non lo lascerebbero passare. Lo tratterebbero da rivoltoso, da ebreo straniero, da portatore di teorie esotiche e bizzarre, contrarie alla democrazia, che vuol dire contrarie alla minoranza. Lo crocifiggerebbero di nuovo".



Di fronte a quella morte mons. Oscar Arnulfo Romero oltrepassa una frontiera, quasi un punto di non ritorno, come lo descrivono i suoi più stretti collaboratori: tre giorni di lutto, la chiusura delle scuole cattoliche, il disertare qualunque cerimonia ufficiale. E, mentre il governo scatena un'ondata di repressione - con migliaia di vittime, torture e stupri - è irreversibile la "conversione" dell'arcivescovo, determinato a tornare a Roma, dove aveva studiato ospite del Pio Collegio latinoamericano, ma dove intendeva questa volta, per salvare un'intera popolazione dallo sterminio, chiedere l'intervento del Vaticano. Che non venne mai.



Gli diedero solo dell'"imprudente" : è questo il termine con cui spesso vengono definiti, in ecclesialese, quanti si avventurano sopra le righe del "non vedo, non sento, non parlo", i binari della mediocrità e dell'egoismo di chi guarda solo all'interesse, e benessere, personale, ignorando quello del fratello che soffre. Imprudente era stato definito Max Josef Mezger, per bocca della Chiesa tedesca succube del nazismo, imprudente era Romero, cui né Paolo VI, né Giovanni Paolo II hanno mai accordato un appuntamento, solo fugaci incontri alle udienze generali.



A chi gli appiccica - come accaduto a Metzger - l'etichetta di marxista Romero risponde: "i preti non possono essere comunisti perché vivono nella speranza e il comunismo ha mutilato dell'al di là questa speranza". Ma questo non significa affatto che la Chiesa non stia, per definizione, dalla parte del popolo oppresso, anzi. "Voi siete l'immagine vivente del Crocifisso - dirà ai campesinos di Aguilares - sono venuto a voi per dirvi che siete voi il Cristo che soffre nella storia".



Continua il suo impegno affiancando i gesuiti (cacciati dal paese nel 1767 e rientrati solo nel 1914): "stiamo imparando dai gesuiti la lezione di una serena fermezza che può nascere soltanto da un amore appassionato per la verità e da un entusiastico spirito di servizio a Cristo e alla sua Chiesa". A Roma sono loro ad accoglierlo e padre Arrupe a sostenerlo.



"La storia del passato ha lezioni gravose per quella del presente - scrive Ettore Masina nel suo testo dello scorso anno "L'arcivescovo deve morire" - E il presente ci costringe a rileggerla sul versante negativo dell'umanità, là dove interi popoli non vengono considerati veramente creature di Dio. Negli anni insanguinati del Salvador lo Spirito scompiglia le pagine dei manuali".



Forte di quanto respirato alla Gregoriana, e in seguito, dai documenti del Concilio, scriverà nella sua lettera pastorale del '77, dopo la riflessione di Medellìn: "Mantenersi - per ignoranza o per egoismo - ancorati ad un tradizionalismo senza evoluzione significa perdere l'idea della vera tradizione cristiana; perché la tradizione che Cristo affidò alla sua Chiesa non è un museo di ricordi da conservare, viene sì dal passato e si deve amarla e conservarla con fedeltà, ma guardando sempre al futuro. La Chiesa è il corpo di Cristo nella storia. Cristo l'ha fondata per continuare ad essere presente nella storia del mondo. E' per questo che lungo i secoli la Chiesa deve cambiare per continuare la missione di Gesù in circostanze sempre nuove. Per questo il criterio che guida la Chiesa non è la compiacenza o il timore per gli uomini, per quanto potenti e terribili che essi siano".



"La Chiesa non può rinunciare a pronunciare un giudizio morale, anche se certi problemi hanno connessione con l'ordine politico, quando lo esigano i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime. La Chiesa in questi ultimi mesi e anni non ha fatto che compiere la sua missione. Proprio perché le interessa l bene di tutti e di tutto l'uomo, ha pronunciato la sua parola sulla situazione del Paese, perché ciò era esigito dalla difesa dei diritti umani".



Ma la "bestia assetata di sangue" non era ancora sazia e la sera del 24 marzo 1980 un colpo di pistola fermò all'istante il cuore di mons. Romero mentre celebrava sull'altare.



Santo per il suo popolo, non ancora per la Chiesa. La causa di beatificazione, a Roma ormai dal '97 e sollecitata più volte dall'episcopato latinoamericano, a ogni anniversario si riscopre sempre ferma.



Nel giugno dell'anno scorso James Martin, gesuita, si chiedeva perché la Chiesa sembri fare differenze tra i martiri. Perché non dovrebbero essere dichiarati santi quei gesuiti dell'università del Centro America, che insieme ai loro compagni, si rifiutarono di abbandonare i poveri cui prestavano il loro ministero e che sono stati uccisi nel 1989. E quattro donne di Chiesa, Dorothy Kazel (Ursuline Sisters of Cleveland), Maura Clarke e Ita Ford (Maryknoll Sisters), e Jean Donovan, assassinate a El Salvador per la loro difesa alla causa dei poveri il 2 dicembre 1980. E, più di recente, Dorothy Stang (Sisters of Notre Dame de Namur), che ha lavorato con i poveri senza terra in Brasile ed è stata assassinata nel 2005, mentre recitava le Beatitudini di fronte ai suoi assassini. E, sopra tutti, p. Martin poneva Oscar Romero "santo subito!", perché "un martire non ha certo bisogno di un miracolo per essere beatificato".



Chiamiamoli "martiri della fede" o "martiri della carità" - come è stato definito san Maximilian Kolbe nel 1982 - ma che siano santi anche loro.



Per Max Metzger ci sono voluti 62 anni per aprire la causa, ma solo con la caduta del muro si era potuto avere accesso ai documenti di Berlino, per Romero siamo solo a 32 anni dalla morte: forse troppo presto? Eppure esistono dei precedenti.



Padre Martin parla senza mezzi termini di un "indecente ritardo". E se lo dice lui, sociologo della religione, autore di un testo "My life with the saints", dichiarato nel 2006 in America, miglior libro dell'anno, forse potremmo rifletterci su anche noi. Perché tanti altri sì e Romero no?

Pastorale vocazionale per la vita presbiterale





Di seguito la traduzione italiana.


Quante promesse ti hanno fatto

che non si sono compiute?




Non ti prometto un gran salario,

ti prometto un lavoro fisso.



Non ti prometto che tutto sarà come il primo giorno,

ti prometto che non ti mancheranno le forze.



Non ti prometto che tutti i tuoi compagni resisteranno,

ti prometto che si può tenere fino alla meta.



Non ti prometto delle persone importanti,

ti prometto persone che non sanno quanto valgono.



Non ti prometto che obbediranno a tutto quello che ti diranno,

ti prometto che dovrai ripeterlo più volte.



Non ti prometto la comprensione di chi ti sta intorno,

ti prometto che saprai che hai fatto la cosa giusta.



Non ti prometto che verranno a chiederti aiuto,

ti prometto che avranno bisogno di te.



Non ti prometto una decisione facile,

ti prometto che non ti pentirai di nulla.



Non ti prometto un lavoro perfetto,

ti prometto che farai parte di un progetto sorprendente.



Non ti prometto che sempre otterrai dei risultati,

ti prometto che il tuo lavoro darà un buon frutto.



Non ti prometto che avrai una vita lussuosa,

ti prometto che la tua ricchezza sarà eterna.



Non ti prometto che sempre sarai coraggioso,

ti promesso che il tuo amore sarà più forte della paura.



Non ti prometto che riuscirai a cancellare la pena, la sofferenza o l'ingiustizia,

ti prometto che, ovunque sarai, porterai speranza.



Non ti prometto il riconoscimento del mondo,

ti prometto una parola efficace.



Non ti prometto la sicurezza umana,

ti prometto la certezza di essere stato scelto.





Io ti prometto che darai alimento al mondo.



Unirai i cuori.



Accompagnerai i sofferenti.



Confermerai coloro che vogliono essere forti.



Sperimenterai con loro la vera gioia.



Immergerai gli uomini nella Verità.



E sarai prete, testimone di Gesù Cristo.



Non ti prometto una vita di avventure,

ti prometto una vita appassionante.



www.teprometounavidaapasionante.com

 

Valore alto della politica

La “carità politica”

del “Groupe paroles”*

A poche settimane dall'elezione presidenziale francese, è bene ricordare che la politica è per eccellenza il luogo in cui cerchiamo insieme di discernere il bene comune e di metterlo in atto. Certo è necessario che questa ricerca sia guidata dall'attenzione alla giustizia, alla libertà e alla fraternità, ma non basta: tutto si gioca infatti nell'ascolto gli uni degli altri, nel dialogo e nell'espressione rispettosa dei punti di vista. Solo così possiamo trovare le strade per vivere insieme. Un simile atteggiamento di spogliazione e di disponibilità è, per i cristiani, un modo di essere recettivi al lavoro dello Spirito e all'accoglienza di “colui che viene”. Questo è tanto più necessario in quanto le problematiche, le soluzioni e i modelli che hanno prevalso in un certo momento non sono necessariamente adatti in altre circostanze e che occorre continuamente rimettersi all'opera. In maniera ancora più fondamentale, come ha spiegato il filosofo Claude Lefort, in democrazia il potere è un luogo vuoto che non è occupato da un sovrano che incarnerebbe la trascendenza e a questo titolo deciderebbe del bene comune. Non c'è più una aristocrazia per natura portatrice dei valori e incaricata di dettarli e di farli applicare. Tanto più che la democrazia è per natura sempre incompiuta e in dibattito. La politica è quindi il luogo di una ricerca permanente. Questa condizione precaria è in se stessa spirituale: ci invita a restare sempre “in cammino”, come Abramo stesso si è messo in cammino; ci invita, come hanno fatto i profeti, a mettere continuamente in discussione tutto ciò che produce ingiustizia, asservimento, idolatria, cioè una riduzione dell'umano a qualcosa di inferiore a se stesso, in quanto viene considerato uno strumento, un oggetto, una funzione (consumare, produrre...), ecc.; ci invita infine ad inscrivere questa ricerca nel tempo, altrimenti è impossibile articolare le differenze e le contraddizioni proprie ad ogni società. Siamo chiamati a vivere questa ricerca in maniera che sia un'esperienza di fraternità, affinché si diffonda nell'intera società, testimoniando così il Dio in cui la nostra fraternità trova la sua sorgente e il suo fine. Quindi, la politica può essere considerata dai cristiani, la cui vocazione è testimoniare la dimensione trascendente dell'essere umano, come il luogo di esercizio per eccellenza della carità: nel senso di farsi prossimi alle donne e agli uomini di oggi nelle molteplici dimensioni delle loro esistenze. È in questo senso che Pio XI ha potuto dire: “l'ambito della politica... è l'ambito della più ampia carità, della carità politica, di cui si potrebbe dire che null'altro, eccetto la religione, le è superiore.” Lo spazio pubblico apre la carità ad una forma di universalità che va al di là delle azioni particolari in direzione di queste o quelle persone o gruppi di persone. Questa apertura sull'universalità è ancor più capitale nell'epoca della globalizzazione, perché si tratta di inserire l'azione politica nazionale in un insieme sempre più vasto. Questo è evidente tanto in materia di migrazione quanto in materia economica, ecologia o energetica. A questo riguardo l'Europa si afferma come uno spazio di solidarietà, e uno strumento di ricostruzione di una regolamentazione di fronte alla crisi, essendo il livello nazionale insufficiente. Non possiamo fare le nostre scelte semplicemente in funzione di programmi o di proposte di riforma o di leggi. E neppure, anche se è importante, basandoci solo sui temi etici o sociali, indipendentemente da un modo di considerare la politica e l'esercizio delle responsabilità. Molto più profondamente, occorre porsi la domanda di come vogliamo essere corresponsabili del nostro destino, di come vogliamo fare politica e come vogliamo che la politica sia fatta: è a partire dal modo di fare politica che si delinea il nostro vivere-insieme. Come potremo vivere e decidere insieme? Questo è la domanda essenziale che dobbiamo porci di fronte alla scelta che ci è proposta. In questo senso pensiamo che il nostro paese abbia fondamentalmente bisogno di essere riunito, per ravvivare la fiducia e il dinamismo che gli mancano. Questo passa attraverso la giustizia sociale, perché essa rende possibile la fraternità, attraverso la solidarietà perché è l'attuazione della fraternità, attraverso il rispetto del più debole e dello straniero. Passa anche, e soprattutto, dal riapprendere a sostenersi gli uni gli altri, a condividere le sofferenze e le gioie, per progredire insieme. Può essere questo il senso di un impegno cristiano in politica, il senso di una scelta al momento del voto. Non si tratta di cristianizzare la società, ma di fare un'esperienza cristiana della politica.

*Guy Aurenche, Jean-François Bouthors, Régine du Charlat, Laurent Grybowski, Monique Hébrard, Elena Lasida, Paul Malartre, Jean-Pierre Rosa, Gérard Testard.

in “La Croix” del 14 marzo 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Guerra santa tra "crociati"

Tutti abbiamo abbondanti elementi per dire che entrambi questi soggetti (padre Livio Fanzaga e i sostenitori del sito Pontifex) hanno un bel po' di problemi con la propria psiche e con la Rivelazione evangelica... e finché se le danno tra loro "di santa ragione" (!) non fanno altro che confermare di che pasta sono fatti.

don Chisciotte

Novità cristiana

Il vero segreto

Che esista Dio non è un segreto: è talmente visibile!

Che Dio sia buono non è un segreto: è esperimentato da tutti i cuori ben fatti.

Che Dio sia bello non è un segreto: è scritto su tutti i fiori, sul mare e sui monti.

Che Dio sia immenso non è un segreto: basta guardare il cosmo.

Che Dio sia vicino non è un segreto: basta guardare due sposi in viaggio di nozze o due amici che si parlano o una mamma che attende.

Ma dove sta allora il segreto?

Sta qui: Dio è un Dio crocifisso.

Dio è il Dio che si lascia sconfiggere, Dio è il Dio che si èrivelato nel povero. Dio è il Dio che mi ha lavato i piedi, Dio è Gesù di Nazareth.

A questo Dio non eravamo abituati.

Nella nostra infanzia, che è l'infanzia del popolo di Dio, cercavamo un Dio potente, un Dio che ci risolvesse i problemi, un Dio che eliminasse i cattivi, che vincesse i nemici in modo visibile a tutti.

E invece?

Apparve come un bambino. Si realizzò come un povero operaio, non si servì del divino per trovare il pane.

Non si alleò coi potenti per dominare i popoli.

Non si buttò giù dal tempio per fare i miracoli inopportuni che noi attendevamo per aumentare le nostre sicurezze.

E quando venne la prova non scappò. E non si fece nemmeno aiutare dai suoi angeli.

Come un uomo, uomo vero, uomo uomo, accettò il processo, accettò la condanna, prese la croce sulle spalle, marciò piangendo verso il luogo del cranio dove stava per essere crocefisso.

Questo Dio era nuovo.

fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 16 gennaio

don Peppino fu ucciso il 19.03.1994

Preti con le palle, che hanno pagato con la vita

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”. La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: (...)

Continua a leggere sulla pagina di Facebook dedicata a don Peppino Diana.

Solennità di san Giuseppe

Annuncio a Giuseppe

di mons. Gianfranco Ravasi

La melodia di White Christmas può essere anche gradevole, ma il Natale nella sua genesi profonda non potrà mai essere "bianco" a livello etnico; eventualmente potrà esserlo solo a livello climatologico (ho anch'io in mente una Betlemme di molti anni fa tutta innevata). Fino a prova contraria, infatti, i protagonisti di quell'evento erano semiti e non certo ariani, la loro pelle era olivastra, i loro profili somatici erano simili a quelli degli arabi o degli israeliani nati nell'attuale Vicino Oriente. Ebbene, all'interno di quella famiglia semita vorremmo ora mettere in primo piano colui che nella tradizione è rimasto quasi sempre sullo sfondo, sì, proprio il capofamiglia, Giuseppe, un nome chiaramente ebraico che significa «Dio aggiunga!» o «che egli raduni!». È un nome portato da altri sei personaggi biblici, tra i quali il più celebre è quel figlio di Giacobbe che fece fortuna in Egitto divenendo da schiavo viceré, così da trasformarsi secoli dopo nel protagonista del fluviale romanzo Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann. La presenza del nostro Giuseppe, il padre legale e non naturale di Gesù, è nei Vangeli esile: affiora nella genealogia di Cristo; appare come il promesso sposo di Maria (Luca 1, 27), sarà menzionato durante la nascita di Gesù a Betlemme (Luca 2,4-5), farà qualche altra fugace apparizione nei primi giorni del neonato, acquisterà rilievo durante la vicenda di clandestino e migrante in Egitto, riemergerà dal silenzio anni dopo quando occhieggerà nelle parole di sua moglie, Maria, in occasione della "fuga" del figlio dodicenne nel tempio di Gerusalemme tra i dottori della Legge («tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», Luca 2,48), e sarà ricordato con sarcasmo dai suoi concittadini di Nazaret, quando di fronte ai successi del figlio ironizzeranno: «Ma costui non è il figlio di Giuseppe..., il figlio del falegname?» (Luca 4, 22; Matteo 13, 55). Ci sono, però, due scene nelle quali Giuseppe è protagonista. Sono le uniche e riguardano proprio il Natale. Rievochiamo la prima: è la cosiddetta «annunciazione a Giuseppe» ed è narrata dall'evangelista Matteo (1, 18-25). Leggiamo insieme: «Così fu generato Gesù Cristo: sua Madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta, per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: "Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi". Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù». Per capire il comportamento iniziale di Giuseppe nei confronti di Maria, dobbiamo entrare, almeno sommariamente, nel mondo delle usanze matrimoniali dell'antico Israele. Il matrimonio comprendeva due fasi ben definite. La prima -denominata qiddushin, cioè «consacrazione», perché la donna veniva «consacrata» al suo sposo -consisteva nel fidanzamento ufficiale tra il giovane e la ragazza che solitamente aveva dodici o tredici anni. La ratifica di questo primo atto comportava una nuova situazione per la donna: pur continuando a vivere a casa sua all'incirca per un altro anno, essa era chiamata e considerata già «moglie» del suo futuro marito e per questo ogni infedeltà era ritenuta un adulterio. La seconda fase era chiamata nissu'in (dal verbo nasa', ossia «sollevare, portare») in quanto ricordava il trasferimento processionale della sposa che veniva «portata» nella casa dello sposo, un avvenimento che fa da sfondo alla parabola di Gesù che ha per protagoniste le ancelle di un festoso corteo nuziale notturno (si veda Matteo 25, 1-13). Questo atto suggellava la seconda e definitiva tappa del matrimonio ebraico. Il racconto che abbiamo letto sopra si colloca, allora, nella prima fase, quella del fidanzamento-«consacrazione»: «Prima che andassero a vivere insieme [col trasferimento alla casa di Giuseppe], Maria si trovò incinta». Giuseppe è di fronte a una scelta drammatica. Il libro biblico del Deuteronomio era chiaro e implacabile: «Se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all'ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un'infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre» (22, 20-21). Nel giudaismo successivo, però, aveva preso strada un'altra norma più moderata, quella che imponeva il ripudio. Come si è spiegato, trattandosi già di una vera e propria «moglie», si doveva celebrare un divorzio ufficiale con tutte le conseguenze civili e penali per la donna. È curioso ricordare che a Murabba'at, nei pressi del Mar Morto, è venuto alla luce anni fa un atto di ripudio del 111 d.C., scritto in aramaico e riguardante due sposi che si chiamavano Maria e Giuseppe. Ma ritorniamo a Giuseppe e alla sua decisione. Egli deve «ripudiare» Maria a causa della legge che lo obbliga a questo; essendo uomo «giusto», cioè obbediente alla legge dei padri, egli si mette su questa strada amara, ma, essendo uomo «giusto», che secondo il linguaggio biblico significa anche mite, misericordioso, buono, lo vuole fare nella forma più delicata e più attenta per lo donna. Sceglie la via «segreta», senza denunzia legale, senza processo e clamore, alla presenza dei soli due testimoni necessari per la validità dell'atto di divorzio, cioè la consegna del cosiddetto «libello di ripudio». Certo, la nostra sensibilità ci fa subite dire: che ne sarebbe stato di Maria? La risposta è purtroppo chiara e inequivocabile: sarebbe stata un'emarginata totale, rifiutata da tutti, accolta forse solo dal clan paterno assieme al figlio illegittimo che avrebbe generato. È nota a tutti, infatti, la triste situazione della donna nell'antico Vicine Oriente. Ma lasciamo da parte questa ipotesi irreale e ritorniamo a Giuseppe e al suo dramma interiore, per altro non lontano da quello vissuto da tante coppie di fidanzati. La sua oscura tensione è, all'improvviso, squarciata da una luce: l'angelo nella Bibbia è per eccellenza il segno di una rivelazione divina come il sogno (se ne contano cinque nel Vangelo dell'infanzia di Gesù secondo Matteo) è il simbolo della comunicazione di un mistero. «Non temere di portare Maria a casa tua», completando così anche la seconda fase del matrimonio (nissu'in), dice l'angelo a Giuseppe. Ed è qui che scatta la grande rivelazione del mistero che si sta compiendo in Maria: «Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». E questa la sorpresa straordinaria che dovrà sconvolgere la vita di Giuseppe, sorpresa molto più forte di quella di avere la propria donna incinta di un altro uomo. Si apre, allora, per Giuseppe una vita nuova e una missione unica. Egli, che è «figlio di Davide» (è l'unica volta nei Vangeli in cui questo titolo non viene applicato a Gesù), dovrà trasmettere la linea ereditaria davidica al figlio di Maria nella qualità di padre legale. Potremmo dire che, come Maria è colei per mezzo della quale Gesù nasce nel mondo come figlio di Dio, Giuseppe è colui per mezzo del quale Gesù nasce nella storia come figlio di Davide. La paternità legale o «putativa» in Oriente era molto più normale di quanto possiamo immaginare. Esemplare è il caso del «levirato» (dal latino levir, cognato) così formulato nel Deuteronomio: «Quando uno dei fratelli di un clan morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto verrà presa in moglie dal cognato; il primogenito che essa metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto perché il nome di questi non si estingua in Israele» (25, 5-6). In altre parole, il padre reale di questo figlio è il cognato, ma il padre legale resta il defunto che attribuisce al neonato tutti i diritti ereditari. Come padre ufficiale di Gesù, Giuseppe esercita il diritto di imporre il nome riconoscendolo giuridicamente. Nella Bibbia il nome è il compendio simbolico di una persona, è la sua carta d'identità: perciò, anche se si hanno delle eccezioni (è Eva a chiamare «Set» il suo secondo figlio), è il padre a dichiarare il nome del figlio e Giuseppe sa già che per il figlio di Maria c'è un nome preparato da Dio. «Gesù» è l'equivalente di Giosuè, e a livello di etimologia popolare e immediata significa «Il Signore salva», come è spiegato dall'angelo: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Anche san Pietro in un suo discorso registrato dagli Atti degli Apostoli afferma: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (4,12). A un'analisi più filologica «Gesù» significa letteralmente «Il Signore aiuta» o «Il Signore dà la vittoria», un senso abbastanza vicino a quello tradizionale. Nella narrazione di Matteo c'è un ultimo dato da decifrare. È nella frase finale, quella della nascita di Gesù, che letteralmente suona così: «Giuseppe prese con sé la sua sposa e non la conobbe prima che gli partorisse il figlio». Sappiamo che nella Bibbia il verbo «conoscere» è un eufemismo per alludere all'atto matrimoniale. Sulla frase per secoli si è accesa un'aspra discussione teologica riguardante la verginità perpetua di Maria e la presenza nei Vangeli dei cosiddetti «fratelli e sorelle di Gesù». In realtà il testo di Matteo nel suo tenore originale non affronta la questione, dal momento che in italiano, quando si dice che una cosa non succede «fino a» un certo tempo, si suppone di solito che abbia luogo dopo: Giuseppe non ha avuto rapporti con Maria fino alla nascita di Gesù, ma in seguito avrebbe potuto averli. In greco, invece, e nelle lingue semitiche si vuole mettere l'accento solo su ciò che avviene fino alla scadenza del «finché»: Giuseppe non ebbe rapporti con Maria, eppure nacque Gesù. Il tema fondamentale è, perciò, quello della concezione verginale di Maria. Il Cristo non nasce né da seme umano né da volere della carne, ma solo per lo Spirito di Dio che opera in Maria vergine. Corretta è allora la traduzione che ci propone la Bibbia ufficiale italiana da noi sopra adottata e che risuonerà anche nella liturgia natalizia: «Senza che Giuseppe la conoscesse, Maria partorì un figlio». Parlavamo prima di due scene in cui Giuseppe è protagonista. Alla seconda -che abbiamo già avuto occasione di presentare in passato proprio su queste pagine - dedichiamo solo un cenno. La famiglia di Gesù si iscrive subito nel lungo elenco che giunge fino ai nostri giorni e che comprende i profughi, i clandestini, i migranti. Ecco, infatti, quando il bambino Gesù ha pochi mesi, Giuseppe in marcia con lui e con la sposa Maria attraverso il deserto di Giuda per riparare in Egitto, lontano dall'incubo del potere sanguinario del re Erode. Anche in questo caso siamo proprio agli antipodi di quel «Natale bianco» assurdamente prospettato da certe attuali ignoranze religiose e da isterie xenofobe. Il Natale cristiano ha, in verità, per protagonisti una famiglia di fuggiaschi e migranti con la loro storia di sventure. «Il cristianesimo -scriveva nei suoi quaderni il filosofo Wittgenstein -non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e sarà nell'anima umana, ma la descrizione di un evento reale nella vita dell'uomo». Vorremmo, allora, far risuonare a suggello di questo «Natale di Giuseppe» le parole -forse un po' oratorie e magniloquenti ma dalla sostanza inequivocabile -di uno scrittore "scandaloso" come Curzio Malaparte che in un articolo del Natale 1954 ammoniva: «Tra pochi giorni è Natale e già gli uomini si preparano alla suprema ipocrisia... Vorrei che il giorno di Natale il panettone diventasse carne dolente sotto il nostro coltello e il vino diventasse sangue e avessimo tutti per un istante l'orrore del mondo in bocca... Vorrei che la notte di Natale in tutte le chiese del mondo un povero prete si levasse gridando: Via da quella culla, ipocriti, bugiardi, andate a casa vostra a piangere sulle culle dei vostri figli. Se il mondo soffre è anche per colpa vostra, che non osate difendere la giustizia e la bontà e avete paura di essere cristiani fino in fondo. Via da questa culla, ipocriti! Questo bambino, che è nato per salvare il mondo, ha orrore di voi!».

in “Il Sole-24 Ore” del 20 dicembre 2009

In preparazione al 24 marzo

Sorpresa di Dio

di Giampietro Baresi

Nobel dei poveri (E. Monzani e M. Marelli), Uno sparo sull'altare

Da considerare

Se davvero un Papa si dimettesse

di Roberto Beretta

E se il Papa si dimettesse? Seguo con astratta curiosità l'ipotesi (in questi giorni stranamente diffusa) che Benedetto XVI possa «andare in pensione», tanto più strana in quanto proviene da ambienti «conservatori» che sono tutt'altro che ostili a Ratzinger: ne hanno parlato con intere paginate, per dire, Giuliano Ferrara e Antonio Socci. E - se lo fanno, per di più contro quello che sembrerebbe il loro stesso interesse - si vede che qualche carta in mano devono pur avercela...



Lunga e felice vita a Benedetto XVI! Non mi interessa infatti il gossip. Mi interessa piuttosto lo scenario che queste ipotetiche dimissioni potrebbero scatenare (e che, detto per inciso, per certi aspetti avrebbe alcune conseguenze a parer mio non dissimili dal «sogno» espresso giorni fa su queste pagine da Aldo Maria Valli).



Giuridicamente infatti un «gran rifiuto» del Pontefice è possibile e persino regolamentato, si sa, e in certi casi (cfr. malattia invalidante le facoltà mentali) fors'anche auspicabile. Proviamo però a immaginare che cosa succederebbe davanti a un atto del genere, già avvenuto nel passato ma comunque mai nella storia del papato moderno. E non parlo delle conseguenze giuridiche, tecniche, pratiche nel governo di un meccanismo complesso come la Chiesa, quanto delle ricadute sull'immaginario ecclesiologico e fors'anche sulla teologia della stessa «catholica».



Nemmeno il Papa è «per sempre»: ecco il primo messaggio chiaro che giungerebbe ai fedeli e al mondo intero. Disastroso - forse - per certi ambienti, per i quali sembrerebbe l'ennesimo cedimento alla mentalità precaria e relativista di questa modernità «liquida»; liberante invece per altri, poiché aiuterebbe a scardinare l'idea di una Chiesa immobile e immutabile «in saecula saeculorum» fin nei più piccoli dettagli, monolitica e pesante come un macigno con i suoi perentori «no», impermeabile a qualunque debolezza e fors'anche umanità. Il Papa che invece si ritira come un qualunque pensionato, il «vicario di Cristo» che fa un passo indietro, il Sommo Pontefice che cede il triregno del potere e calza le non più sacre pantofole di un'umana, umanissima impotenza... Uno straordinario e assai eloquente «atto di libertà spirituale», sottolinea lo stesso Ferrara.



Cadrebbe così un assoluto - o meglio: uno dei tanti presunti «assoluti» dei quali abbiamo circondato la Chiesa, come di una palizzata che difende (forse) e rassicura, ma di certo imprigiona e soprattutto falsifica la reale essenza di ciò che racchiude. Forse - dopo - sarebbe un po' più facile tornare all'essenziale: che è sempre fragile, misterioso, soggetto a dubbi e difeso soltanto dalla nostra responsabile fede e dalla grazia di Dio. Ancora il «laico» Ferrara: «Non sarebbe per assurdo (quello delle dimissioni papali) un modo di rinnovare la Chiesa?... Stiamo parlando di un gesto altissimo, prezioso, profetico... che non si può mettere in alcun modo in relazione con le questioncelle sollevate da qualche inchiesta televisiva o da qualche leak di fonte più o meno vaticana... Scombussola certezze tradizionali secolari, innova radicalmente».



Un ritorno all'essenziale, appunto, ottenuto attraverso lo «scandalo» e il paradosso: due elementi di metodo strettamente evangelico, dove vince chi si ritira e vive per sempre chi sa perdere la vita... Perché no? Forse l'Elefantino ci ha preso: le dimissioni sarebbero un gesto più efficace e «parlante» di qualunque enciclica, anche per il Papa «professore» e «teologo». Col che: lunga e serena vita al Pontefice regnante!

«Beati i poveri»

Povertà, condivisione, speranza

di Enzo Bianchi

L'acuirsi della crisi finanziaria e il suo dirompente debordare nell'economia reale hanno causato un sensibile aumento di persone e di famiglie che sono venute a trovarsi, più o meno inaspettatamente, sotto la soglia della povertà. Una povertà di certo non scelta dalla quale sperano di uscire al più presto possibile. In questo contesto che segno può venire alla società da quanti fanno della povertà liberamente scelta un impegno, una memoria evangelica e, più in profondità, da tutti i discepoli di Gesù di Nazaret che ha proclamato «Beati i poveri?». In altri termini, come può esserci oggi una «beatitudine» della povertà in una società che aveva fatto della lotta alla miseria un obiettivo primario e che ora, per la prima volta da decenni, vede concretamente la possibilità che i figli conoscano una condizione economica peggiore di quella dei padri? Non va dimenticato che la povertà è la condizione umana, perché l'uomo è una creatura limitata, fragile, precaria, contrassegnata dal bisogno e dall'ineluttabile morte. Sì, l'essere umano è mortale, e basta questo per dire la sua radicale povertà. Nasciamo inermi, affidati ad altri da cui dipende la nostra vita, e moriamo nella solitudine che dice tutta la nostra miseria, la nostra incompiutezza. La condizione umana è quella di una creatura limitata, non autosufficiente né indipendente, e proprio per questo chiamata all'interdipendenza, alla condivisione, alla solidarietà inscritte al cuore dell'esistenza. Per ogni uomo, per ogni donna è necessario il riconoscimento, l'accettazione e l'assunzione di questa povertà fondamentale, senza la quale non si può percorrere un cammino di umanizzazione in relazione agli altri, all'umanità, a tutta la creazione, al cosmo. Proprio la difficoltà a compiere questa accettazione nutre la tentazione di evadere nel sogno, nell'illusione di poter vivere senza gli altri o addirittura contro gli altri, non percorrendo il difficile e faticoso cammino della comunione. Ma vivere nell'assunzione della povertà ontologica umana è un'esigenza fondamentale per chiunque, cristiano o non cristiano, se vuole umanizzarsi sempre di più. È solo a partire da questa consapevolezza che il cristiano può comprendere la beatitudine della povertà, assumerla nella propria esistenza e proporla come cammino di umanizzazione, di pienezza di vita autentica. Per fare questo, la via maestra rimane quella di fissare lo sguardo sulla vita di Gesù, prima ancora che interpretare le sue parole e le esigenze della povertà da lui espresse di fronte alla venuta del Regno di Dio. Gesù «da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi della sua povertà» (cf. 2 Cor 8,9); il Figlio, che era Dio, ha rinunciato a questa condizione, alle prerogative divine di immortalità, onnipotenza, signoria cosmica, e si è spogliato fino ad assumere la condizione dell'uomo schiavo (cf. Fil 2,7). Gesù ha voluto vivere la povertà radicale, ontologica della condizione umana, e ha fatto questa scelta per amore, per solidarietà con noi uomini e nella libertà dell'amore trinitario. Nel distacco dai beni, nell'usarne come se non se ne usasse, Gesù vede una condizione imprescindibile affinché il discepolo segua lui, coinvolgendo pienamente la propria vita con la sua. Si tratta di una condizione per liberarsi dall'idolatria e dalla seduzione delle ricchezze, una spogliazione liberamente scelta che rende più difficile «volgersi indietro» (cf. Lc 9,62) e tornare a servire il denaro come fine in sé. Questo nuovo sguardo ai beni materiali si tradurrà allora in condivisione, in comunione con i poveri che non hanno potuto scegliere la loro condizione di vita. Ne consegue che anche lo stile della vita cristiana sarà caratterizzato da povertà di mezzi, per non confidare in essi piuttosto che nella forza della parola di Dio: non dimentichiamo le richieste assai esigenti rivolte da Gesù ai discepoli prima di inviarli in missione (cf. Mc 6,7-13 e par.; Lc 10,1-16). Se infatti i poveri sono i primi destinatari del Regno, l'annuncio del Regno non può essere affidato a messaggeri ricchi né a mezzi di diffusione che presuppongano ricchezza e potere. Sì, nello stile di vita del cristiano si tratta sempre di mostrare concretamente con i gesti, con il modo di vivere e di comportarsi il primato del Regno. Allora i cristiani saranno capaci di una parola di speranza anche nelle situazioni più difficili, un parola credibile perché confermata da gesti concreti, dalla creatività operosa di chi sa ogni giorno inventare una modalità diversa per narrare un amore che non viene mai meno.

in “Rocca” n. 5 del 1 marzo 2012

Calvario contemporaneo

Le testimonianze di eritrei, etiopi e somali raccolte da Andrea Segre e Stefano Liberti

In un video con il telefonino i migranti portati a Gheddafi

Girato su un barcone, accusa l'Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro

di Gian Antonio Stella



«Ci state gettando nelle mani degli assassini... Dei mangiatori di uomini...». Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi. Avevano diritto all'asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare. C'è un video, di quell'operazione. Girato con un telefonino. Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l'Italia.



Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà domani. Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.

«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori. Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto. Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare. E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati».



L'atto di accusa contro l'Italia per avere violato le regole del diritto d'asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo. Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte. Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati né informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».

Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l'alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime. La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all'asilo chi scappa per il «giustificato timore d'essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». E l'articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d'asilo».



Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com'erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi...». Oppure, stando alla denuncia dell'Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara. Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l'85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L'Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».



Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere. Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.

Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all'asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l'agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia». Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli. I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi».

Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l'Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l'impossibilità di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell'attività prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione. A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».



Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film. Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d'asilo, nell'aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa. Poi, messi insieme ancora un po' di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale. Il barcone troppo carico. L'avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L'arrivo di un elicottero italiano. L'apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici». Poi la delusione. L'irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all'asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.

Semere l'ha avuto infine, quell'asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all'apposito ufficio. Dopo due anni e mezzo d'inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all'aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l'hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia. Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.

Promemoria

L'Italia a un bivio tra verità e vanità

di mons. Bruno Forte

Singolare attualità del passato: definirei così l'impressione che lascia la lettura del passo del De Civitate Dei in cui Agostino, meditando sul tempo drammatico che gli fu dato di vivere, quello del tramonto dell'impero romano, stigmatizza le ragioni della crisi: esse non si trovano nell'impatto esterno dei barbari, elemento solo concomitante, aperto anzi alla potenzialità positiva di immettere linfa nuova nel sangue malato di una civiltà in sfacelo. La profonda causa del declino è per il Vescovo d'Ippona di carattere morale: si tratta dell'attitudine - avallata dai vertici e divenuta mentalità comune - a preferire la vanitas alla veritas, la vanità alla verità. Le due logiche si oppongono: la vanità dà il primato all'apparenza, a quella maschera rassicurante, che copre interessi egoistici e prospettive di corto metraggio dietro proclamazioni altisonanti, misurando ogni cosa sul gradimento dei più. La verità fonda invece le scelte sui valori permanenti, sulla dignità di ogni persona umana davanti al suo destino, temporale ed eterno. Eppure, nel mondo «che va dissolvendosi e sprofonda» («tabescenti ac labenti mundo»), Agostino riconosce l'opera di Dio, che nel rispetto delle libertà va radunandosi una famiglia per farne la sua città eterna e gloriosa, fondata «non sul plauso della vanità, ma sul giudizio della verità» («non plausu vanitatis, sed iudicio veritatis»: II,18,3). Lo straordinario affresco di "teologia della storia", tracciato dal Pastore teologo, mi pare di un'impressionante contemporaneità: all'orgia della frivolezza, che ha celebrato i miti del consumismo esasperato e dell'edonismo rampante, vanno opposte scelte fondate sulla verità e sul primato dei valori, a cui a nessuno è lecito sottrarsi. Vorrei provare a indicare queste scelte confrontando vanitas e veritas in alcuni campi decisivi. In primo luogo, la crisi della politica davanti a cui ci troviamo, evidente nel fatto che per salvare l'Italia i politici hanno dovuto lasciare il campo ai tecnici: è una crisi frutto anche del modo di agire che ha separato l'autorità dall'effettiva autorevolezza dei comportamenti e la rappresentanza democratica dalla reale rappresentatività dei bisogni e degli interessi dei cittadini. Dove l'amministratore o il politico perseguono unicamente il proprio interesse, puntando sull'immagine e sulla produzione del consenso, lì trionfa la vanitas a scapito della veritas. Il primato della verità esige una politica ispirata alla ricerca disinteressata del bene comune, capace di ascoltare e coinvolgere i cittadini come portatori di bisogni e di diritti, di proposte e di potenzialità, e perciò in grado di dire anche dei "no" per fare ciò che è giusto: l'ideale della cosiddetta "good governance" è inseparabile dalla tensione etica che anteponga al proprio il bene comune. Sul piano dei modelli culturali e delle risorse spirituali la vanitas trionfa lì dove si privilegia l'effimero a ciò che non lo è, sradicando l'agire dalla memoria collettiva, di cui sono tracce le opere dell'arte e dell'ingegno e le tradizioni spirituali e religiose. Una comunità privata di memoria perde l'identità e rischia di essere esposta a strumentalizzazioni perverse: il trionfo della veritas consiste qui nel rispetto e nella promozione del patrimonio culturale, artistico, religioso della collettività, come base per il riconoscimento dei bisogni e delle priorità cui tendere. Un'azione educativa capillare, sostenuta da un sistema efficiente di didattica e di ricerca scientifica, è condizione indispensabile per la conservazione dei beni culturali, religiosi e ambientali, e ha un impatto positivo sull'economia, che va calcolato sia sincronicamente in rapporto alla fruibilità dei beni stessi, sia diacronicamente, misurandone gli effetti benefici sui tempi lunghi e i risparmi connessi a una sana azione di tutela e di prevenzione. Ne consegue che una società che non investa su scuola e università, formazione e cultura, è destinata a implodere. L'ambito dell'economia è parimenti luogo della contrapposizione fra vanitas e veritas: se alla prima s'ispira un'azione economica orientata al solo profitto e all'interesse privato, alla seconda punta un'economia attenta non solo alla massimizzazione dell'utile, ma anche alla partecipazione di tutti ai beni, al rafforzamento dello stato sociale, alla promozione dei giovani, delle donne, degli anziani, delle minoranze. Un'economia di comunione, che miri alla messa in comune delle risorse, al rispetto della natura, alla partecipazione collettiva agli utili, al reinvestimento finalizzato a scopi sociali, al principio di "gratuità" e alla responsabilità verso le generazioni future, può essere il modello della svolta necessaria in questo campo (rilevanti in questa direzione sono le tesi dell'Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate del 29 giugno 2009). La città futura non potrà essere programmata e gestita secondo logiche esclusivamente utilitaristiche: o sarà frutto di un'economia integrata, che unisca l'interesse pubblico e quello privato secondo i principi di un'"economia civile" in grado di valorizzare tutti i soggetti in gioco e di promuoverne la crescita collettiva, o rischierà di accrescere le dinamiche di frammentazione, che producono la disumanizzazione della società. Processi di riconversione industriale e di ottimizzazione del capitale umano, legati anche all'investimento sulla qualità del prodotto, appaiono quanto mai urgenti, specie di fronte agli scenari di crisi che vanno profilandosi a motivo della concorrenza del mercato del lavoro. Qui la centralità della persona umana, la sua dignità, la sua salute, appaiono criteri decisivi, dove vanitas e veritas vengono a discriminarsi. Una società che non investa su lavoro e salute dei cittadini è destinata a inesorabile declino. È, dunque, l'etica il campo diapplicazionepiù profondodelladialetticapropostadaAgostino: a una morale individualista e utilitaristica, finalizzata esclusivamente all'interesse dei pochi, occorre opporre un'etica della verità, aperta a valori fondati sulla comune umanità e sulla dignità trascendente della persona. Quest'etica si caratterizzerà per il primato della responsabilità verso gli altri, verso se stessi e verso l'ambiente, per l'urgenza della solidarietà, che pone in primo piano i diritti dei più deboli, e per l'apertura ai valori spirituali. Ciò che appare urgente per uscire dalla crisi è preferire alla logica di corte vedute della vanitas la logica della condivisione e del servizio. Averlo chiaramente presente è dovere di tutti, nella misura in cui ci stia a cuore una città futura che sia meno dissimile dalla città di Dio, voluta e sperata per il bene dell'intera famiglia umana:quellacheAgostinoebbe l'audacia di proporre come orizzonte di senso e di speranza per il futuro di un'umanità, che sembrava destinata a un inarrestabile destino di dissoluzione.

in “Il sole 24 Ore” dell'11 marzo 2012

Ideologia leghista vs Vangelo

Quell'ossessione identitaria radicalmente anticristiana

di Giannino Piana

Al di là degli aspetti folkloristici nei quali rientra il rinvio a una forma di religiosità pagana con un proprio rudimentale simbolismo e una propria ritualità - si pensi soltanto al battesimo nel Po, il dio Eridano - la Lega Nord si presenta come un movimento o un partito che si fa paladino della religione cattolica, sia tutelandola, in quanto fattore fondamentale della cultura occidentale, dalle incursioni sul territorio di altre religioni - soprattutto dell'islam - sia istituendo una sorta di simbiosi con le espressioni più popolari di essa. Ma esiste davvero una vicinanza tra Lega e Chiesa cattolica o, più in generale, tra Lega e cristianesimo? O si tratta, più semplicemente, di un uso strumentale della religione in funzione di un progetto politico? Per rispondere a questi interrogativi è necessario esaminare i contenuti dell'ideologia leghista, e in particolare il quadro di valori al quale essa fa riferimento. Ora, ciò che appare immediatamente evidente a chi si accosta a tale ideologia è il suo radicamento in un'etica (se pure di etica si può parlare) tribale (o clanica), espressione di un comunitarismo chiuso caratterizzato da una forma di appartenenza totalizzante ed escludente. L'altro, sia esso il meridionale - il federalismo è concepito come l'anticamera della secessione alla quale la Lega Nord non ha mai rinunciato - o l'extracomunitario, è considerato come «nemico», come colui che attenta alla propria identità e ai propri privilegi. Quella che Francesco Remotti definisce «l'ossessione identitaria», nel suo libro omonimo L'ossessione identitaria, Laterza, 2010, si intreccia con la presunzione della superiorità della cultura occidentale, con l'affermarsi di una forma di «etnocentrismo» che si traduce nell'assunzione di atteggiamenti di disprezzo delle altre culture, fino alla caduta nella xenofobia e nel razzismo. Il sospetto e l'ostilità verso il «diverso» è frutto di una strategia difensiva, che rifiuta ogni confronto ritenuto una minaccia alla propria stabilità, anziché un'occasione di reciproco arricchimento. A determinare lo sviluppo di questa mentalità ha concorso (e concorre anche adesso), da un lato, il fenomeno della globalizzazione, che alimenta processi di omologazione culturale - è sufficiente richiamare qui l'attenzione sull'egemonia del modello americano - con lo svuotamento delle culture locali; e, dall'altro, la paura di tradizioni religiose e sociali compatte, come quella islamica, che, grazie alla loro massiccia presenza sul territorio, possono modificarne radicalmente i connotati. Questi atteggiamenti e questi comportamenti sono tuttavia agli antipodi della prospettiva universalistica propria del messaggio cristiano. Alla solidarietà verso tutti, fondata sull'uguaglianza di ogni uomo in Cristo e al comandamento dell'amore, che implica l'inclusione anche del «nemico», si sostituisce una forma di particolarismo, che si radica in sentimenti egoistici e che fa riferimento a concetti come quello di «clandestinità», che esulano del tutto da una visione cristiana dell'esistenza Il cuore della morale evangelica consiste infatti nel «perdere la propria vita», nel far prevalere l'interesse dell'altro vivendo nell'attitudine del servizio; consiste nel riconoscere che la terra è di tutti e che le sperequazioni esistenti sono il risultato di una situazione di ingiustizia che chiama in causa la responsabilità di ciascuno, a partire da chi ha di più. Per queste ragioni sorprende che molti che si dicono «cristiani» mettano tranquillamente insieme, senza avvertirne l'incongruenza, la partecipazione all'Eucaristia (il sacramento per eccellenza della comunione universale) e l'adesione alla Lega. Così come sorprende che le zone dell'Italia settentrionale tradizionalmente definite "bianche", perché legate in passato al partito dei cattolici e con la più alta percentuale di aderenti alla Chiesa, si siano trasformate in zone nelle quali sussiste il numero più alto di «camicie verdi». Il consenso nei confronti della Lega è spesso dovuto a reazioni emotive, generate dalla paura di fronte a una situazione di grande complessità come l'attuale. Ma non si può negare che la scarsa percezione della contraddizione esistente tra Lega Nord e cristianesimo sia conseguenza di una mancata penetrazione del messaggio evangelico nelle coscienze. Si può tranquillamente dire che essa sia, in altre parole, l'esito di un cristianesimo sociologico, incentrato più sulla tradizione che sulla convinzione, e per il quale l'appartenenza alla Chiesa cattolica si riduce a una mera realtà di facciata, che non modifica in profondità la propria vita incidendo sulle scelte quotidiane. La nuova evangelizzazione deve allora partire di qui. L'effetto più devastante del secolarismo sta nell'aver concorso a diffondere una concezione individualistica e auto-referenziale della vita, che ci rende indifferenti verso il bisogno dell'altro e che cancella ogni tensione solidale. Occorre" quindi reagire con tutte le proprie energie e forze nei confronti di questo clima perverso, riproponendo con forza l'attenzione privilegiata verso chi è più debole e ha pertanto più bisogno di aiuto. La «stranierità» è una categoria che appartiene costitutivamente all'esperienza dell'uomo biblico. Per questo l'ospitalità nei confronti dello straniero è considerata in Israele - come del resto in molte altre civiltà presenti in quello stesso periodo nel bacino mediorientale del Mediterraneo - un dovere sacro al quale non è possibile derogare. Il rifiuto di fare proprio questo dovere, così com'è sancito dalla Lega, non è dunque soltanto un comportamento anticristiano, ma è un vero e proprio atto di inciviltà. Quanti si professano credenti, infine, non possono dimenticare che, nel giorno del giudizio finale, saranno interrogati sulla capacità che avranno dimostrato - con i fatti e non solo con le parole - di saper rispondere alle domande pressanti dei fratelli che erano nel bisogno e invocavano la loro solidarietà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, (..,) perché (...) ero straniero e mi avete accolto. (...) Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, (...) perché ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25, 34-43).

in “Jesus” n. 3 del marzo 2012

Ma i cristiani sanno ancora digiunare?!

Stasera pane e acqua. Il ritorno del digiuno

di Lorenzo Fazzini

L'amministratore apostolico dei cattolici di Tbilisi, monsignor Giuseppe Pasotto, ha spiegato di recente al sito MissiOnLine.org come vivono la quaresima i 50 mila cattolici del Caucaso: «Mercoledì delle Ceneri e venerdì santo a "pane e acqua"; ogni mercoledì e venerdì solo il pranzo, niente cena; chi può, non mangia mai carne per tutta la Quaresima».

La "straordinarietà" (percepita da più parti) di tali scelte fa sorgere una domanda, non scontata bensì attuale: ma oggi i credenti digiunano ancora nella preparazione alla Pasqua? È ancora osservato il precetto dell'«astinenza dalle carni»? E, più in generale, il senso cristiano della penitenza rimane vivo o viene scalzato da un certo buonismo "pastorale"? Esperti e teologi interpellati sulla questione variano le loro considerazioni al riguardo. (...)

Il giudizio di padre Antonio Spadaro, direttore de "La Civiltà Cattolica", è netto: «Fare penitenza in Quaresima significa imparare a vincere le passioni momentanee per ricordarci dell'essenziale, vivere i quaranta giorni di deserto col Signore e non con noi stessi. Credo che stiamo perdendo questa abilità dello spirito cristiano. La vita diventa una sorta di centro commerciale dove l'attenzione è sempre desta e catturata da beni di consumo».

Si badi bene: per il gesuita siciliano «la penitenza cristiana non è una sorta di autoflagellazione né un'ascesi fine a se stessa, ordinata all'equilibrio di una vita più sana. Tale equilibrio è già importante, ma il cristiano ha una intenzionalità molto più radicale: la conversione decisa a Dio, l'orientamento a quelli che la liturgia chiama "beni eterni" contrapposti a quelli di consumo».

Cettina Militello, una delle prime teologhe italiane, oggi docente al Marianum di Roma, conferma la percezione della «perdita della dimensione penitenziale come palestra di autoriconduzione ai valori veri. Ciò si inscrive nella cesura della fede, ovvero la rottura della trasmissione della fede che è un tutt'uno con la perdita culturale di un modello austero del vivere, del parlare, dell'agire». La crisi economica in atto sta causando alcuni "digiuni obbligati": «Va sottolineato che per tanti l'idea di una festa continua viene messa in discussione dalla crisi. Bisogna fare i conti e ci vanno di mezzo il divertimento, il cibo ricercato, i vestiti firmati

Lunedì mattina

Il senso della vita, anteprima. Amore. Lavoro. Pace. Salute. Sono le quattro tappe della nuova mostra fotografica "Il senso della vita" di National Geographic Italia al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 10 marzo 2012. Ecco l'anteprima di un viaggio attraverso le immagini dei più grandi fotografi del mondo.

Parola di mamma

«Mamme, Dio vi capisce!»

di Frances Correa

Tutte le donne sanno che diventare madre è un'esperienza che cambia la vita. Ma per quanto lo si possa immaginare, si arriva sempre impreparate all'appuntamento. Anche perché la maternità (e la paternità) rivoluziona la vita di fede: la rende più difficile ma forse più autentica. La testimonianza che qui presentiamo in una nostra traduzione dall'inglese viene dal Sudafrica: e, a dispetto della lontananza geografica, le riflessioni che Frances Correia propone valgono oltre ogni latitudine (Maria Elisabetta Gandolfi).



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In quanto fervente cattolica mi sono sentita allo stesso tempo spaventata e rallegrata per l'effetto che ha avuto la maternità sulla mia fede. Da un lato c'è qualcosa di davvero meraviglioso nella gravidanza e nel vedere Dio all'opera in modo estremamente reale nel proprio corpo. Anche perché io ero una di quelle donne che ha fatto di tutto per rimanere subito incinta e non è scontato che vada per tutte in questo modo. Così la meraviglia di questa nuova creazione è state ed è un legame profondo con il Signore.



Allo stesso modo i momenti d'intensa gioia e allegria con i miei figli mi portano a una maggiore intimità con Dio.



Attualmente sono madre di tre figli che vanno da zero a cinque anni. Questo significa che l'ultima volta che ho dormito una notte intera è stato più di cinque anni fa. Dal punto di vista del mio essere cattolica ciò significa che negli ultimi cinque anni quando vado a messa o mi siedo in una cry chapel (lo spazio che nelle chiese viene adibito ai genitori con bambini piccoli; ndt) o, se non c'è, fuori sui gradini della chiesa.



Sono sempre stata una persona abituata a pregare regolarmente un'ora al giorno per conto mio. Come tutte le giovani mamme ora invece sono alla disperata ricerca di un qualsiasi tempo per me stessa. Forse potrei tentare di pregare un po' di più nelle rare volte in cui capita che tutti e tre i bambini dormano contemporaneamente, ma il più delle volte m'addormento anch'io.



Non mi sono mai sentita così alienata da Dio e da me stessa come da quando ho i figli. Parlando di questo con un amico, egli mi ha suggerito quello che poi è diventato il mio mantra per la mia relazione con Dio. Mi ha detto che gli sembrava che Dio mi stesse dicendo: "Ti voglio bene, mi manchi e ti capisco".



Ora so che Dio è sempre con me ma quel senso di perdita è relativo a quello spazio che nella vita ordinaria deve essere più aperto a Dio.



Mi manca il silenzio e il tempo per un profondo incontro con il Signore; ma di fatto questo non è possibile quando ho i bambini intorno.



La difficoltà di questo sentimento di alienazione ha due origini.



La prima è quella della mia vita di preghiera interiore che è più o meno svanita di pari passo col mio sempre minor tempo a disposizione.



La seconda è il mio senso di alienazione rispetto alla comunità ecclesiale.



Mi pare di poter dire che le nostre chiese e le nostre celebrazioni liturgiche non siano adatte a esseri piccoli, chiassosi, spesso ammalati e che fanno domande in continuazione.



Seduta nella cry chapel, a volte più che altro attenta a quello che fanno i bambini di fronte a me, tagliata fisicamente fuori dal resto della comunità, spesso mi sono sentita come se fossi a fianco della messa che viene celebrata piuttosto che al suo interno. Ma va anche peggio nelle chiese in cui non ci sono cry chapel.



Ricordo come se fosse adesso quella volta che ero in vacanza con i miei figli e io e un padre mai visto prima sedevamo sotto l'ombra di un albero mentre tentavamo d'indovinare a che punto fosse la messa dalle canzoni che sentivamo (la temperatura quel giorno era sui 40 gradi e sedersi sui gradini della chiesa non era proprio possibile).



D'altra parte sono convinta che con un minimo di creatività e qualche idea fuori dagli schemi potrei fare qualcosa di utile per la fede mia e dei miei figli. Faccio un piccolo esempio liturgico.



Sin da quando ero giovane, per me il triduo pasquale era il faro dell'anno. Negli ultimi anni io e mio marito abbiamo deciso di non partecipare a nessuna liturgia del triduo se non alla messa la mattina di Pasqua. Siamo stati a casa perché i nostri bambini non avrebbero tratto alcun beneficio dalla liturgia nel cuore della notte del sabato santo o dalla liturgia del venerdì santo.



Il primo anno che è andata così mi sono sentita molto in colpa, triste e un po' risentita. Mi è venuta in aiuto un'amica ebrea che mi ha mostrato quante liturgie dell'ebraismo si tengono in contesti casalinghi e sono adatte a bambini piccoli. Mi ha anche ricordato che Gesù e Maria erano ebrei e che avrebbero fatto allo stesso modo.



In questi ultimi anni mi ha aiutato a cucinare e a celebrare la cena del Seder il giovedì santo. Successivamente abbiamo letto il racconto dell'Ultima cena dal Vangelo di Giovanni e lavato i piedi di ciascuno. Questa è una celebrazione che funziona per i bambini. A loro piace farsi lavare i piedi. E poiché siamo in casa possono fare rumore e domande e tutte quelle cose che permettono loro di dare significato alla celebrazione.



E' possibile trovare il modo d'essere cattolico e condividere la nostra fede con i bambini più piccoli. Ma questo richiede un minimo d'organizzazione. Una delle cose di cui sono maggiormente consapevole è che con i bambini è necessario prepararsi.



Non solo è necessario radunare i vestiti, avere la borsa dei pannolini e i biberon per andare a messa o da qualsiasi altra parte; ma è anche necessario che io prepari i bambini per quello che stanno per fare. I bambini non prendono bene il fatto di trovarsi all'improvviso una mattina ad andare in chiesa piuttosto che all'asilo.



Invece se noi abbiamo raccontato la storia della Pentecoste e tutti ci vestiamo di rosso per la messa e vedono che anche il sacerdote è vestito di rosso allora i bambini si lasciano coinvolgere e iniziano a fare domande. Ho imparato che le storie e le azioni sono molto utili per coinvolgerli e comprendere la fede.



Per la mia vita di preghiera personale, ogni anno cerco di organizzare alcune mattinate di ritiro, perché andare a un ritiro vero e proprio è fuori questione. Comunque prendersi del tempo mentre i bambini sono o con una baby sitter o all'asilo e concedermi uno spazio di preghiera, di riflessione sulla mia vita o per parlare con un direttore spirituale su quello che sta avvenendo tra me e Dio, mi ha aiutato enormemente.



E come ogni madre devo ricordarmi che questo periodo passerà. Già col figlio più grande riesco già a vedere che non ha bisogno della mia attenzione nella stessa misura di cui ha bisogno quello che ha tre anni. Nel giro di altri cinque anni i miei piccoli diventeranno bambini con necessità molto diverse.



Così a chi come me capitasse per un momento di sentirsi prigioniera nella cry chapel, ricordo: "Dio ti vuol bene, anche Dio sente la tua mancanza e ti capisce!".



Frances Correia

testo apparso su Trefoil n. 278/2011, p. 29s; pubblicato a Bedfordview - Sudafrica.



Per informazioni e contatti, scrivere alla direttrice Else Strivens: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Digiuno e nutrimento

Detto degli Indiani d'America

Una sera un anziano capo Cherokee raccontò al nipote la battaglia che avviene dentro di noi.

Gli disse: "Figlio mio la battaglia è fra due lupi che vivono dentro noi.

Uno è infelicità, paura, preoccupazione, gelosia, dispiacere, autocommiserazione, rancore, senso di inferiorità.

L'altro è felicità, amore, speranza, serenità, gentilezza, generosità, verità, compassione".

... Il piccolo ci pensò su un minuto poi chiese:

"Quale lupo vince?".

L'anziano Cherokee rispose semplicemente:

"Quello a cui dai da mangiare".

Poche poche... ma un piccolo segno!

Donne al Concilio

di Laura Badaracchi


Più che ricordarle, «forse bisogna cominciare a conoscerle»: le tredici laiche che parteciparono come uditrici al Concilio Vaticano II, addirittura più numerose delle suore (dieci), «non sono figure da tappezzeria, ma donne di spessore», evidenzia Cettina Militello, docente alla facoltà teologica del Marianum, dove domani, venerdì 9, e sabato 10 un seminario approfondirà i profili di quattro uditrici: Alda Miceli, Rosemary Goldie, Pilar Bellosillo e Marie-Louise Monnet.

L'evento si inserisce nel ciclo di lezioni pubbliche promosso dalla cattedra "Donna e cristianesimo" del "Marianum", in collaborazione con il Coordinamento teologhe italiane, che ha acceso da tempo i riflettori sulla presenza femminile alla storica assise. Il mese scorso, ricorda la presidente del Cti Marinella Perroni, che domani interverrà al seminario, «ci siamo ritrovate per il secondo anno consecutivo a riflettere sul Concilio, stavolta con un focus sulle consacrate che parteciparono ai lavori. Abbiamo registrato un centinaio di partecipanti: segno che l'argomento continua a suscitare l'interesse delle studiose e delle teologhe, ma non solo». E sulle uditrici uscirà a settembre un volume firmato dalla storica Adriana Valerio.

Durante il Vaticano II, che prese il via nell'ottobre di cinquant'anni or sono, fu Paolo VI - succeduto nel 1963 a Giovanni XXIII - a nominare 23 uditrici: una novità assoluta, un gesto a dir poco profetico. Fra loro, una sola italiana: Alda Miceli, come unica rappresentante degli istituti secolari: era membro delle Missionarie della Regalità di Cristo. Nata nel 1908 a Longobardi, in provincia di Catanzaro, impegnata tra le fila della Gioventù femminile di Azione cattolica, scriverà: «L'esperienza del Concilio, straordinariamente ricca per me, diede al nostro Istituto l'occasione di rivelare questa nostra forma di vita consacrata nel mondo, ancora ignorata dalla maggior parte dei vescovi presenti».

A sintetizzare lo spessore di questa figura, Renata Natili, docente alla Pontificia Università della Santa Croce: Alda, scomparsa a novant'anni, «ha creduto nei segni della storia e li ha cercati con lo slancio della speranza, al di là di tutte le inquietanti vicende di una società in travaglio e di una Chiesa in nuovo dialogo col mondo», sottolinea. Con passione e dinamicità fuori dal comune: animava con impegno «catechesi e alfabetizzazione della gente rurale» in tutta la Calabria, diffondendo l'Azione cattolica. E padre Agostino Gemelli la chiamò a far parte del Consiglio di amministrazione dell'Università Cattolica, dopo la morte di Armida Barelli.

Insomma, l'apparenza inganna: «Vestite di nero e con il velo in testa, le laiche uditrici furono scelte non per rappresentanza, ma per le loro qualifiche e il loro ruolo: erano battagliere, altro che santini», rimarca Cettina Militello, rilevando che appartenenze ecclesiali e personalità «molto diverse fra loro, come emerge dal loro impegno precedente e successivo nella Chiesa, rappresentarono una indubbia ricchezza durante i lavori. Anche se non potevano intervenire nella plenaria, infatti, diedero un ricco contributo nelle commissioni: hanno partecipato, ad esempio, alla stesura della Gaudium et spes».

Citate dai padri e dai periti conciliari nei loro diari, «le uditrici finirono per partecipare a tutti i lavori, senza difficoltà ad indicare che la prassi può superare la prudenza», osserva Natili. Un esito insperato, visto che «le donne, come del resto gli uomini laici, non erano state coinvolte nella consultazione preparatoria del Concilio. Nemmeno le religiose».

La svolta avverrà nel '64: «Gli inviti per le uditrici partirono il 21 settembre, quando la terza sessione era cominciata da una settimana, e il 25 settembre entrò in San Pietro la prima donna uditrice: Marie-Louise Monnet (1902-1988), fondatrice in Francia dell' “Action catholique des milieux indépendants”, una sorta di Azione cattolica "specializzata" per determinati ambienti sociali. Nel Discorso di apertura del terzo periodo del Vaticano II, pronunciato il 14 settembre, Paolo VI si era espresso così a riguardo delle uditrici: «Salutiamo gli uditori presenti, di cui conosciamo gli alti sentimenti e i meriti insigni.

Le nostre dilette figlie in Cristo, le donne uditrici, ammesse per la prima volta ad assistere alle assemblee conciliari». Fra loro, Pilar Belosillo (1913-2003), presidente della “World Union of Catholic Women Organisation”. Rosemary Goldie, australiana di origini, classe 1916, scomparsa nel 2010, «si definiva "reliquia del Concilio": lei e le altre se ne fecero portatrici, con uno stile fatto di mitezza e di dialogo appassionato, mai frettoloso», aggiunge Militello, che conobbe personalmente Rosemary.

Approdata a Roma nel 1952, chiamata a far parte del Comitato permanente per i Congressi internazionali per l'apostolato dei laici (Copecial), Goldie sarà scelta nel '67 come membro del "Consilium de laicis", frutto conciliare, di cui sarà sottosegretario per un decennio. L'eredità delle uditrici laiche? Misconosciuta forse, ma sicuramente preziosa: «Ad Alda Miceli e alle donne che le furono compagne, anche se sconosciute alla memoria della storia - assicura la professoressa Natili - dobbiamo tutto quello che siamo».

8 marzo


di Maria Teresa Pontara Pederiva 

Donne nella Chiesa: uno dei temi ricorrenti, e ambivalenti, nelle tante lettere o prese di posizione di laici e preti che incalzano in questi mesi e i cui contenuti singoli vescovi, o anche interi episcopati, stanno affrontando con il dovuto rispetto. Per fortuna. Un tema che rientra comunque all'interno del problema più vasto - e irrisolto per fermarci solo alla questione della corresponsabilità - del ruolo dei laici, con una sola differenza, come nota la teologa Stella Morra: che per le donne il problema ... è elevato al cubo.

Una che conosce bene la situazione - fra cadute e conquiste - è Cettina Militello, fra le prime donne impegnate nello studio della teologia in Italia. Una che si è battuta perché la teologia diventasse "per tutti", mentre dal '600 in qua, nel nostro Paese si è praticamente identificata con gli studi per la formazione dei preti, e dopo il Concilio - classica pezza che non nasconde il buco - si è cominciato a parlare di "teologia per laici", una contraddizione assurda, perché, caso mai, ci dovrebbe essere una teologia per la preparazione specifica nei seminari ... non viceversa. Titolo acquisito alla Gregoriana, insieme ad altre colleghe ha fondato nove anni fa il Coordinamento teologhe italiane, un organismo nato allo scopo di dare visibilità alle donne impegnate su quel versante (fra i primi sponsor la CEI). Oggi insegna "Donne e cristianesimo" al Marianum ed è fresca di stampa la sua curatela de "I laici dopo il Concilio. Quale autonomia?".

Nel suo intervento, dal titolo, Donne Città Chiesa, il tentativo di mettere in relazione la condizione femminile e il suo abitare insieme la Chiesa e la città, nella pienezza di diritti/doveri che conseguono alla comune vocazione battesimale di uomini e donne. Se, come fa notare, "la storia dell'Occidente vede l'ipoteca pesante della Chiesa sulla città degli uomini, non per questo diventata città di Dio", è sul compito delle donne che il suo discorso merita una riflessione condivisa.

"Non so se nella città armonica che anticipa la città celeste, non so se nella Chiesa che costruisce la Gerusalemme che viene le donne abbiano un posto diverso da quello degli uomini. Mi pare più che mai che la cittadinanza debba riguardare insieme uomini e donne. E se si pone per le donne, la questione dell'interrogarsi su un posto loro proprio è a ragione della difficoltà con cui esse hanno avuto accesso ai diritti/doveri della cittadinanza. Di certo la cittadinanza è storia anomala. E' storia di ferite più che di riconoscimenti, di mutilazioni più che di accoglienza, di emarginazione più che di dialogo. Anche se, va ricordato, come altre soggettualità hanno faticato e lottato, anzi, direi, faticano e lottano, per il riconoscimento pieno di diritti e doveri".

Nella Chiesa la situazione non è andata certo storicamente in maniera diversa, anzi: proprio come nella città, le donne sono state prive di diritti "civili" e prive di diritti "umani". La riscoperta dei diritti e la fatica della loro riacquisizione si iscrivono - altro merito da rilevare in questo 50° anniversario - nel Vaticano II.

"Oggi (in verità dagli anni '90) irrompe la controversia del "materno" come dimensione costitutiva della femminilità ed ecclesialmente parlando la rivendicazione del cosiddetto "specifico femminile" avvalla il paradosso di un duplice e irresolubile principio (petrino-mariano) a interpretazione dell'esserci della Chiesa".

Ma Cettina si spinge oltre e fornisce un "compito" preciso alle donne - un ruolo generalmente condiviso dalle teologhe oggi - quasi uno "sguardo dal confine", come lo definisce Stella Morra.

"Credo che la fatica delle donne, lo sforzo del loro acquisire soggettualità e cittadinanza, possa e debba configurarsi come paradigma di acquisizione di diritti nei confronti di ogni diversità che bussa alla nostra porta. La città post-moderna ha molto da acquistare se, nei confronti delle nuove alterità che intrecciano la storia, farà tesoro dei percorsi delle donne".

E' un po' come quello sguardo dal confine: se guardiamo dalla periferia verso il centro, l'occhio può cogliere e abbracciare tutto un mondo là in mezzo sconosciuto. Il centro rappresenta il potere ben in mano agli uomini, ormai rivelatisi incapaci di guardare oltre. Forse che le donne - che vivono comunque ai margini, anche della Chiesa - potranno portare l'attenzione anche a tutte quelle situazioni "altre" che finora non ne sono mai state ritenute degne?

"Le donne, credenti e autonome, abitanti della città degli uomini, senza confusione di piani e di luoghi, devono "profetizzare" un abitare nuovo, "celebrare" spazi originali, "governare" luoghi inediti", scrive Militello. "Profeticamente e autorevolmente, le donne possono e devono celebrare i mirabilia Dei e testimoniarli e annunciarli - e narrarli - e operativamente tradurli. Appieno cittadine e appieno membra della comunità ecclesiale, esse potranno testimoniare che si diventa comunità viventi solo accettandone la presenza, solo accettando di camminare insieme con esse".

Per costruire insieme, uomini e donne, "una città bella, una città multiforme, una città colorata, una città sapiente" dove le donne abiteranno ogni spazio, sia di quella ecclesiale che di quella civile. Non una cittadinanza di serie B, ma autentica e "una".

E, se la Chiesa, non è "un club di soli uomini" - come scrivevano i gesuiti - non si tratta di rivendicazioni di potere (troppo facile e superficialmente sbrigativo il tacciare così le tante lettere di questi mesi), ma di legittima richiesta di corresponsabilità all'interno del popolo di Dio, pur nella distinzione di vocazioni, religiosa o matrimoniale che sia. Perché sono passati i tempi in cui padre Domingo de Soto, legato di Carlo V al Concilio di Trento, poteva pronunciarsi sull'impossibilità assoluta delle donne di assumere qualunque autorità all'interno della Chiesa causa "scarsità di ragione e debolezza d'animo".

Non si tratta di un compito facile, ma perfettamente inserito in quello che anche le neuroscienze individuano come lo "specifico" femminile - e che alcune femministe peraltro rigettano - quello del riconoscere e prendersi cura degli altri, in particolare di chi fa più fatica, di chi non ha voce, di chi è più debole, di è sulla porta, di chi ritiene di non essere accolto perché in situazioni irregolari ... E' un po' come nel campo della politica dove l'occhio femminile coglie ciò che altrimenti rimane nascosto e, troppo spesso, irrisolto. Ma con un solo occhio la visione è comunque incompleta.

Il campo è vasto, ma i cinque ambiti individuati dal Convegno ecclesiale di Verona - vita affettiva, lavoro/festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza - sono solo l'inizio di un laboratorio futuro, che chiede tuttavia alle nostre comunità di essere avviato. Con un po' di coraggio, se solo allarghiamo "insieme" lo sguardo.

Elogio dell'Amore

dal Discorso “sulla speranza, la fede, la carità” (Discorso I,36,29)

di san Zeno di Verona

O carità, quanto sei pia, quanto sei ricca, quanto sei potente! Nulla possiede chi non possiede te. Tu sei stata capace di mutare Dio in uomo. Tu, dopo averlo ridotto entro limiti umani, per qualche tempo l'hai fatto peregrinare lontano dall'immensità della sua potenza sovrana. Tu per nove mesi l'hai relegato in un carcere verginale. Tu hai reintegrato Eva in Maria. Tu in Cristo hai rinnovato Adamo. Tu al mondo, ormai perduto, hai procurato la croce santa per la sua salvezza. Tu, a Dio insegnando a morire, hai debellato la morte. È tuo merito che, quando Dio, figlio di Dio onnipotente, viene ucciso dagli uomini, nessuno d'entrambi si adiri. Tu hai l'anima del popolo celeste, in quanto assicuri la pace, custodisci la fede, abbracci l'innocenza, coltivi la verità, ami la pazienza, additi la speranza. Tu, per la comune natura, rendi uomini diversi per costumi, età, potere, un solo spirito e un solo corpo. Tu permetti che nessun tormento, nessun nuovo genere di morte, nessuna ricompensa, nessuna amicizia, nessun vincolo d'affetto

Quando la forma fa a pugni col contenuto

Tra «benedicenti saluti» e «onerosi incarichi»

di Roberto Beretta

Il cardinale Bertone (segretario di Stato) intima al cardinale Tettamanzi (all'epoca ancora arcivescovo di Milano) di dimettersi dalla presidenza dell'Istituto Toniolo - in pratica la «cassaforte» dell'Università Cattolica; quest'ultimo invece si difende vigorosamente e s'appella al Papa per chiedere ragione. E' il succo dell'ultimo «scandalo vaticano» affiorato abusivamente sulla stampa nel filone che ormai ha cominciato a prendere il nome di «Vatileaks»; e prego di credere che - se ci plano sopra - non è per strologare sull'esistenza di «cordate» curiali o «complotti» di monsignori, né allo scopo di far la morale ai «corvi» che fanno filtrare notizie riservate e alla stampa che le pubblica, e nemmeno di deprecare il clima che sembra regnare Oltretevere: ci sarebbe da dire (e tanto è stato detto) su ognuno di tali aspetti.

Mi accontenterò invece di compiere una minima analisi linguistica. Non so infatti quanti abbiano letto per intero le due missive suddette (sono pubblicate per esempio sul sito web del Fatto quotidiano), ma è un esercizio che consiglio a puro titolo di studio. Dunque, anzitutto salta all'occhio l'uso dei pronomi: Bertone adopera l'aulico «Ella» per rivolgersi al collega, invece Tettamanzi - pur indirizzando al Papa - non teme di adottare il laico «Lei», anche se maiuscolo. Non è indizio da poco.

Il porporato salesiano, poi, farcisce il suo scritto con diverse espressioni di riguardo (persino esagerato, se poi si considera la sostanza del testo): «encomiabile zelo», «a prezzo di ben immaginabili sacrifici», «dedizione profusa», «sollevata da questo oneroso incarico», «superiore intenzione», «benedicente saluto», «deferenti ossequi». Tutti modi di dire che - se anche appartengono al linguaggio della diplomazia vaticana - denunciano una deferenza formale che fa a pugni col contenuto: un vero diktat, nel quale in poche righe si intima al cardinale milanese di lasciare il posto al Toniolo indicando lui stesso il successore (scelto però da altri), gli si fissa addirittura il termine ultimo per dare le dimissioni e gli si prescrive di non procedere nel frattempo ad alcuna decisione... Insomma, una destituzione immediata in piena regola, impartita con continui riferimenti all'«autorità superiore» e per di più inviata in due paginette via fax un sabato mattina: altro che «benedicente saluto» e «oneroso incarico»!

La replica ha invece tono del tutto diverso, lontano dai sussieghi curiali (solo due i riferimenti, di cui di solito i vescovi infarciscono le loro prediche, a pensieri «spirituali») e invece estremamente franco, direi «laico». Tettamanzi per esempio parla senza peli sulla lingua di «coazione al mio dimissionamento», di «sanzioni», di «misure senza dubbio gravissime, nel merito e nel metodo»; esprime «motivi di profonda perplessità»; spiega senza giri di parole che il suo lavoro ha puntato a «superare le difficoltà di una gestione clientelare e parassitaria... resistenze non sempre limpide... interessi non certo ecclesiali e figure poco nobili», per «restituire l'Università cattolica ai cattolici italiani... mettere fine a un lungo periodo di irrilevanza pubblica, di concentrazione patologica dei poteri e assoluta mancanza di trasparenza sulla destinazione delle risorse donate». Parole chiare, nette, sostenute; e l'arcivescovo lo esplicita: «Condividendo schiettamente con Lei queste considerazioni... Non mi preme mantenere l'incarico, ma assolvere al compito affidato».

Tutto questo senza mettere in dubbio l'obbedienza dovuta al superiore: «La mia disponibilità resta piena e cordiale», conclude infatti Tettamanzi; ma si tratta di un'obbedienza resa in piedi, da uomini e da adulti, senza paure, senza piegarsi ad alcun potere, né inginocchiarsi a nessun baciamano - foss'anche a quello del Papa - prima di aver esposto con ragionevolezza e serietà e forza le proprie sacrosante ragioni.

Ne esco confortato: dunque nella Chiesa, anzi nella sua più alta gerarchia, c'è spazio per sfuggire all'umiliante «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare»; esistono uomini che rifiutano consapevolmente la logica sacrificale dell'«obbedisci e taci», che tante volte ci è stata proposta come l'unica ascetica cattolica... Obbedienti sì, ma a ragion veduta, in piedi e a testa alta: grazie, cardinale Tettamanzi!

Interessantissimo... dalle conseguenze drammatiche

In questi giorni si sente l'eco delle notizie di tornado in Indiana.

Ecco un video tratto da una telecamera di un parcheggio all'aperto: in 90 secondi ci mostra come possa iniziare quel movimento d'aria che in breve tempo diventa tanto disastroso.


Contemplativi nell'azione

Martini: senza silenzio non si fa la rivoluzione

di p. Carlo Maria Martini

Tra le molte cose che si possono dire sulla maniera in cui è vissuta oggi la dimensione contemplativa dell'esistenza, viene in mente la disabitudine alla pratica della preghiera e alle pause contemplative. In questo la nostra civiltà occidentale si distingue nettamente dalle civiltà dell'Oriente, dove sono in onore la pratica e le tecniche contemplative e il gusto per la riflessione profonda. Forse la gente prega e riflette più di quanto non sappia o non dica. Si tratta di aiutarla a dare un nome più preciso, un indirizzo più costante, a certe impennate del cuore che, più o meno intensamente, sono presenti nella storia di ognuno. L'esodo massiccio dalle città nei periodi di vacanza e nei fine settimana esprime in fondo anche questo desiderio di ritorno alle radici contemplative della vita. Lo sfondo generale lo dà la cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo tutto teso al «fare», al «produrre», ma che genera per contraccolpo un bisogno di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Sia l'attivismo frenetico sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una «fuga» dal reale. Per far evolvere questa situazione non basterà risvegliare una ricerca di preghiera, occorrerà anche purificare, orientare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le contrapposizioni tra azione, lotta e rivoluzione da un lato, e contemplazione, silenzio e passività dall'altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento sia all'azione sia alla contemplazione. (...) Va tenuto presente anzitutto il tono esasperato che assumono le contraddizioni della civiltà industriale. Questo rende ancor più stimolante e profetico il compito di elaborare modelli e forme di preghiera contemplativa per l'uomo d'oggi. Si può ricordare la crisi di certi adulti che, sparite certe forme tradizionali di preghiera legate al ritmo pre-industriale, faticano a trovare nuove forme. Si può ricordare la consolante richiesta di silenzio contemplativo da parte di certi giovani. E la confluenza di più civiltà nella trama internazionale della nostra società. Il confronto con le forme di preghiera provenienti soprattutto dall'Oriente può diventare uno stimolo per una più rigorosa scoperta degli originali valori della preghiera cristiana, sullo sfondo di un dialogo e di un reciproco arricchimento con altre tradizioni. La proposta di riflettere sulla dimensione contemplativa della vita intende provocare il recupero di alcune certezze che hanno patito qualche scolorimento e qualche eclissi: l'importanza del silenzio, il primato dell'essere sull'avere, sul dire, sul fare, il giusto rapporto persona-comunità. Mi pare venuto il momento di ricordare che l'abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce, che non si ha azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell'essere profondo. L'uomo «nuovo»

Conversione

«Parlare di sobrietà solidale, significa innanzitutto parlare di un modo di vivere»*

di Cécile Renouard, religiosa assunzionista, teologa

Cercare la giustizia del Regno, significa cercare in ogni momento i mezzi della trasformazione dei nostri comportamenti e delle nostre istituzioni quando sono inique; significa rimettere in discussione le strutture di peccato

Ieri la Giornata europea contro il lavoro domenicale

«No al lavoro domenicale». Sindacati alleati con la Chiesa

di Cavalli Giovanna

«La domenica non ha prezzo» è lo slogan di chi vorrebbe che, almeno nel giorno di festa, negozi e centri commerciali restassero chiusi. Contro lo shopping 7 giorni su 7 - orario continuato - si celebra la «Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro» (...) Avvenire , quotidiano dei vescovi italiani, pubblicava un editoriale per spiegare che «tutto in fondo oggi si può vendere e comprare, ma la domenica, che è la nostra libertà insieme personale e collettiva, non ha prezzo». Secondo i promotori - tra i circa ottanta organismi che aderiscono all' alleanza ci sono sindacati, associazioni civili e religiose - «in questi tempi di crisi la domenica libera dal lavoro è la dimostrazione chiara e visibile che le nostre società non dipendono solamente dal lavoro e dall' economia». La Filcams Cgil (che con Cisl, Uil e Confesercenti partecipa all' iniziativa) ribadisce che la totale liberalizzazione di orari e aperture domenicali e festive nel commercio, prevista dal decreto «salva Italia» del governo Monti «non crea nuovi posti di lavoro ma esaurisce chi già c' è con turni pesanti e richieste eccessive di flessibilità».

Economia e felicità

La crisi? Colpa degli infelici

Gli americani (più degli europei) hanno perso i valori etici e di solidarietà. Così sono diventati più tristi


di Pier Luigi Vercesi

Negli anni Novanta, i “ruggenti” secondo il Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz, a New York la gente si cospargeva di un'acqua di colonia battezzata Happy. Sull'altra sponda dell'Atlantico, a Londra, ragazzi su di giri offrivano, nei locali notturni, bustine con stampata la faccina che ride. Contenevano ecstasy. Ovunque, vecchio o nuovo mondo che fosse, rimbalzava l'eco di un ossessivo ritornello: Don't worry, be happy. Cronache del secolo passato. Da archiviare. E invece no, spiegano gli economisti e in particolare uno, Stefano Bartolini, Università di Siena: erano i sintomi, ancora difficili da interpretare, di una grave malattia che avrebbe causato la più drammatica crisi economia del dopoguerra, quella che viviamo ora. Stiamo, dunque, pagando l'infelicità degli americani. E anche un po' la nostra.

La perdita di valori morali e di solidarietà

Educazione civica



Un sito e una pagina Facebook per segnalare gli errori delle amministrazioni comunali a proposito delle piste ciclabili.

«Corse in città»

Cosa fa poi la Samaritana, icona della chiesa missionaria?

Corre in città.

Abbiamo appena ascoltato un canto splendido: «Andiamo a costruire la città dove avanza il deserto, strutture di giustizia inventeremo; chi ha fame, chi ha sete accoglieremo in fraternità».

Ecco, questo significa correre verso la città: amare il mondo, perché anche noi siamo mondo.

Immagino che la maggior parte di noi avrà cominciato a leggere in profondità la Christifideles laici. Cosa ci dice il papa? Il mondo è la vigna in cui siamo mandati! Andiamo, amiamolo il mondo! Facciamogli buona compagnia, perché la chiesa è per il mondo, non per se stessa! La chiesa è per il mondo: segno nel mondo. Il mondo cresce a dismisura. Ormai è fatto di 5 miliardi e 200 milioni di persone. I cattolici sono 870 milioni, i cristiani 1 miliardo e 600 milioni circa. Vedete che sproporzione tra la crescita del mondo e quella della chiesa? Ma sì, perché la chiesa non coinciderà mai col mondo; è segno e lampada delle nazioni, che deve passare in mezzo al mondo, annunciando ad alta voce che Gesù ci vuole bene e che non si è stancato di noi.

Questo humus dobbiamo seminare nelle nostre città. Dobbiamo metterci agli incroci, lì nelle piazze dove si incontrano le culture, non per annettercele, non per conquistarle, ma per pasqualizzarle, per cresimarle: per cresimare il mondo.

Laici, cresimate il mondo! Lo Spirito di Dio è sceso su ciascuno di noi. Lui è il crisma. Gesù, poi, l'ha fatto scendere su di noi: sul papa, sui vescovi; e dai vescovi l'olio, il crisma, scende sui credenti, con la cresima. E dalle vostre mani il crisma deve andare sul mondo.

Imbrattate il mondo del sacro crisma, dell'unzione di Cristo le realtà terrene: lo sport, il lavoro; tutto ciò che fate deve esserne unto.

Questo significa andare in città, pasqualizzare il mondo. Non è annettercelo, ricompattarci, fare gli squadroni per dire «siamo i più forti».

Amare la città: questa è la chiesa missionaria, che ha un grande rispetto delle strutture, che confida anche nell'intelligenza del mondo, degli altri.

Noi come chiesa dobbiamo giocare come serva del mondo, non come riserva.

No, non facciamo il braccio di ferro con le strutture sociali; noi non possiamo dire al mondo: «Siamo i più forti perché abbiamo promosso e allestito le case per i tossicodipendenti; siamo i più bravi perché i terzomondiali li accogliamo». No, la chiesa è serva del mondo, non riserva. E se qualche volta siamo chiamati a giocare come riserva del mondo, dobbiamo scendere in campo con l'animo di chi spera che il titolare entri subito e prenda il nostro posto.

Comprendete? Noi dobbiamo lavare i piedi al mondo, e poi lasciarlo andare dove Dio vuole, dove lo Spirito lo spinge. Ecco la chiesa!

Mi auguro che l'amitto che indosso possa presto essere rovesciato e diventare un grembiule. Vedete, basta sfilare queste striscioline!

Accidenti, le ho annodate bene! Però bisogna sfilarle, per cingerci dell'amitto come fosse un grembiule. Auspichiamo la chiesa del grembiule: serva del mondo, che si piega ai piedi del mondo ma con grande fiducia.

Fratelli miei tutti, se saremo capaci di fare questo, sono convinto che saremo davvero chiesa missionaria, una chiesa che si lascia cioè condurre dallo Spirito.

mons. Tonino Bello, Missione. Anche tu!, 40-43

Vigilanza

 

Confessione

Signore Gesù, mi sono rivolto interamente alla tua Chiesa. Manda dunque agli sbocchi delle strade, raccogli buoni e cattivi, fà entrare nella tua Chiesa storpi, ciechi e zoppi. Comanda di riempire la tua casa, fà entrare tutti alla tua cena, perchè, a patto che ti segua, ne renderai degno chi inviterai. Viene naturalmente respinto chi non ha l'abito nuziale, cioè la veste della carità, il manto della grazia. La tua famiglia non dice: "Sono sana, non ho bisogno del medico", ma dice: «Guariscimi, Signore, e sarò guarita, salvami e sarò salvata» (Ger 17,14). Perciò la figura della tua Chiesa si trova in quella donna che ti si accostò alle spalle e toccò la frangia della tua veste, dicendo tra sé: «Se riuscirò a toccare la sua veste, sarò salva» (Mt 9,20-21). Questa Chiesa confessa le sue ferite, questa Chiesa vuole essere curata.

sant'Ambrogio, Trattato sulla penitenza

Google e il rispetto della privacy

Scatta la nuova privacy di Google: cosa cambia e come difendersi

di Federico Guerrini

Oggi, primo marzo, sono diventate operative le nuove regole per tutti i servizi legati a un account personale su Google;

in questo articolo vengono presentati alcuni modi per diminuire od eliminare le proprie tracce personali che non vogliamo lasciare a disposizione di Google.

Digiuno possibile

Il digiuno? Se breve può far bene

di Adriana Bazzi

La dieta-senza-cibo fa bene alla salute. Parliamo di digiuno, ma, naturalmente, parliamo di un digiuno limitato nel tempo: un giorno al mese. Detta così non sembra una grande idea perché il digiuno è spesso associato a pratiche religiose ed è vissuto come una sorta di punizione, almeno secondo la cultura cristiana, e non è nemmeno tanto nuova, perché qualcuno ci aveva già pensato come mezzo per dimagrire. Ma adesso le prove scientifiche si stanno accumulando e secondo gli ultimi studi, non solo sugli animali, ma anche sull'uomo, stanno dimostrando che chi digiuna ha meno malattie. I dati più numerosi arrivano dalle ricerche sugli animali. E Mark Mattson del National Institute of Aging americano spiega che nei test di laboratorio i topi tenuti a una dieta che prevedeva un digiuno, vivevano più a lungo, sviluppavano meno tumori e, invecchiando, conservavano migliori capacità mentali rispetto a quegli animali che potevano mangiare liberamente.

Alcune osservazioni preliminari sull'uomo hanno poi dimostrato che un digiuno intermittente e una dieta povera di calorie può avere dei vantaggi sulla salute. In particolare uno studio condotto da ricercatori dell'University of Utah a Salt Lake City ha mostrato che il digiunare la prima domenica del mese, una pratica diffusa fra i Mormoni che si concentrano proprio in questo stato americano a occidente delle Montagne Rocciose, riduce del 40 per cento il rischio di malattie cardiovascolari. E' vero che i Mormoni non fumano, ma i ricercatori ne hanno tenuto conto. Non solo: questa popolazione ha anche una minore incidenza di diabete. Secondo un'altra ricerca persone asmatiche, che digiunano regolarmente, hanno meno sintomi e una migliore funzione delle vie aeree. C'è materia su cui discutere perché in realtà non tutti sono d'accordo con questa pratica «salutistica»; così la comunità scientifica si divide. Alcuni ricercatori dicono che l'astenersi periodicamente dal cibo modifica il modo in cui il nostro corpo utilizza il cibo. Secondo Marc Hellerstein endocrinologo all'University of California a Berkeley l'organismo umano reagisce bene al digiuno e di per sé quest'ultimo non è pericoloso per la salute. Alcuni studi suggeriscono che le cellule «si difendono» dalla mancanza di cibo con una sorta di reazione da stress che a sua volta aumenta la produzione di proteine resistenti allo stress: queste ultime proteggono contro stress più importanti. In altre parole l'organismo si adatta al digiuno in un modo che alla lunga è benefico.

Provare che il digiuno ha un effetto protettivo è una cosa, consigliarlo come scelta dietetica è un'altra. Altri esperti, di fronte a una pratica che sta diventando sempre più popolare soprattutto negli Stati Uniti, non sono completamente d'accordo sui benefici del saltare i pasti per un giorno. Joanne Lunn, nutrizionista della British Nutrition Foundation pensa che lasciare l'organismo a corto di nutrienti che non possono essere accumulati nell'organismo e che quindi devono sempre disponibili attraverso il cibo, può creare un senso di affaticamento. «Sarebbe meglio

Decadenza

Pietà l'è morta

di Massimo Gramellini

C'è stato un tempo in cui eravamo intrisi di buonismo gelatinoso e il «politicamente corretto» invadeva il discorso pubblico con il suo codazzo di espressioni ridicole. Ora quel tempo è passato e a dominare la scena è il cinismo dei gretti contrabbandato per sincerità. Molti pensano che il manifestante No Tav caduto dal traliccio se lo sia meritato. Non solo lo pensano, lo dicono al bar e lo scrivono sul web. Ma quando lo stesso concetto esonda dal cicaleccio privato e diventa la domanda del sondaggio di un giornale (nella circostanza «Libero»), o quando un altro quotidiano (nella circostanza «Il Giornale») definisce a tutta pagina «cretinetti» un tizio che sta in coma all'ospedale coi polmoni arrostiti, significa che è in atto un salto qualitativo. Come se la rinuncia al filtro della sensibilità - per la smania di interpretare il pensiero comune al livello più basso - avesse arrostito qualcosa anche dentro di noi.

Non ho alcuna simpatia per i violenti, i fanatici e i provocatori che hanno rubato la scena al popolo pacifico dei No Tav. Ma di fronte a un essere umano che lotta contro la morte e al dolore della sua famiglia, il registro della pietà continua a sembrarmi preferibile a quello dello sberleffo. Capisco che i toni forti e le battute grossolane soddisfino il bisogno di rassicurazione che agita le menti in questi tempi confusi. Ma è una gratificazione provvisoria e ingannevole, che si lascia dietro un senso di sgomento, foriero di nuove paure. La decadenza delle parole anticipa sempre quella della civiltà che ne abusa.

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