L'Italia a un bivio tra verità e vanità

di mons. Bruno Forte

Singolare attualità del passato: definirei così l'impressione che lascia la lettura del passo del De Civitate Dei in cui Agostino, meditando sul tempo drammatico che gli fu dato di vivere, quello del tramonto dell'impero romano, stigmatizza le ragioni della crisi: esse non si trovano nell'impatto esterno dei barbari, elemento solo concomitante, aperto anzi alla potenzialità positiva di immettere linfa nuova nel sangue malato di una civiltà in sfacelo. La profonda causa del declino è per il Vescovo d'Ippona di carattere morale: si tratta dell'attitudine - avallata dai vertici e divenuta mentalità comune - a preferire la vanitas alla veritas, la vanità alla verità. Le due logiche si oppongono: la vanità dà il primato all'apparenza, a quella maschera rassicurante, che copre interessi egoistici e prospettive di corto metraggio dietro proclamazioni altisonanti, misurando ogni cosa sul gradimento dei più. La verità fonda invece le scelte sui valori permanenti, sulla dignità di ogni persona umana davanti al suo destino, temporale ed eterno. Eppure, nel mondo «che va dissolvendosi e sprofonda» («tabescenti ac labenti mundo»), Agostino riconosce l'opera di Dio, che nel rispetto delle libertà va radunandosi una famiglia per farne la sua città eterna e gloriosa, fondata «non sul plauso della vanità, ma sul giudizio della verità» («non plausu vanitatis, sed iudicio veritatis»: II,18,3). Lo straordinario affresco di "teologia della storia", tracciato dal Pastore teologo, mi pare di un'impressionante contemporaneità: all'orgia della frivolezza, che ha celebrato i miti del consumismo esasperato e dell'edonismo rampante, vanno opposte scelte fondate sulla verità e sul primato dei valori, a cui a nessuno è lecito sottrarsi. Vorrei provare a indicare queste scelte confrontando vanitas e veritas in alcuni campi decisivi. In primo luogo, la crisi della politica davanti a cui ci troviamo, evidente nel fatto che per salvare l'Italia i politici hanno dovuto lasciare il campo ai tecnici: è una crisi frutto anche del modo di agire che ha separato l'autorità dall'effettiva autorevolezza dei comportamenti e la rappresentanza democratica dalla reale rappresentatività dei bisogni e degli interessi dei cittadini. Dove l'amministratore o il politico perseguono unicamente il proprio interesse, puntando sull'immagine e sulla produzione del consenso, lì trionfa la vanitas a scapito della veritas. Il primato della verità esige una politica ispirata alla ricerca disinteressata del bene comune, capace di ascoltare e coinvolgere i cittadini come portatori di bisogni e di diritti, di proposte e di potenzialità, e perciò in grado di dire anche dei "no" per fare ciò che è giusto: l'ideale della cosiddetta "good governance" è inseparabile dalla tensione etica che anteponga al proprio il bene comune. Sul piano dei modelli culturali e delle risorse spirituali la vanitas trionfa lì dove si privilegia l'effimero a ciò che non lo è, sradicando l'agire dalla memoria collettiva, di cui sono tracce le opere dell'arte e dell'ingegno e le tradizioni spirituali e religiose. Una comunità privata di memoria perde l'identità e rischia di essere esposta a strumentalizzazioni perverse: il trionfo della veritas consiste qui nel rispetto e nella promozione del patrimonio culturale, artistico, religioso della collettività, come base per il riconoscimento dei bisogni e delle priorità cui tendere. Un'azione educativa capillare, sostenuta da un sistema efficiente di didattica e di ricerca scientifica, è condizione indispensabile per la conservazione dei beni culturali, religiosi e ambientali, e ha un impatto positivo sull'economia, che va calcolato sia sincronicamente in rapporto alla fruibilità dei beni stessi, sia diacronicamente, misurandone gli effetti benefici sui tempi lunghi e i risparmi connessi a una sana azione di tutela e di prevenzione. Ne consegue che una società che non investa su scuola e università, formazione e cultura, è destinata a implodere. L'ambito dell'economia è parimenti luogo della contrapposizione fra vanitas e veritas: se alla prima s'ispira un'azione economica orientata al solo profitto e all'interesse privato, alla seconda punta un'economia attenta non solo alla massimizzazione dell'utile, ma anche alla partecipazione di tutti ai beni, al rafforzamento dello stato sociale, alla promozione dei giovani, delle donne, degli anziani, delle minoranze. Un'economia di comunione, che miri alla messa in comune delle risorse, al rispetto della natura, alla partecipazione collettiva agli utili, al reinvestimento finalizzato a scopi sociali, al principio di "gratuità" e alla responsabilità verso le generazioni future, può essere il modello della svolta necessaria in questo campo (rilevanti in questa direzione sono le tesi dell'Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate del 29 giugno 2009). La città futura non potrà essere programmata e gestita secondo logiche esclusivamente utilitaristiche: o sarà frutto di un'economia integrata, che unisca l'interesse pubblico e quello privato secondo i principi di un'"economia civile" in grado di valorizzare tutti i soggetti in gioco e di promuoverne la crescita collettiva, o rischierà di accrescere le dinamiche di frammentazione, che producono la disumanizzazione della società. Processi di riconversione industriale e di ottimizzazione del capitale umano, legati anche all'investimento sulla qualità del prodotto, appaiono quanto mai urgenti, specie di fronte agli scenari di crisi che vanno profilandosi a motivo della concorrenza del mercato del lavoro. Qui la centralità della persona umana, la sua dignità, la sua salute, appaiono criteri decisivi, dove vanitas e veritas vengono a discriminarsi. Una società che non investa su lavoro e salute dei cittadini è destinata a inesorabile declino. È, dunque, l'etica il campo diapplicazionepiù profondodelladialetticapropostadaAgostino: a una morale individualista e utilitaristica, finalizzata esclusivamente all'interesse dei pochi, occorre opporre un'etica della verità, aperta a valori fondati sulla comune umanità e sulla dignità trascendente della persona. Quest'etica si caratterizzerà per il primato della responsabilità verso gli altri, verso se stessi e verso l'ambiente, per l'urgenza della solidarietà, che pone in primo piano i diritti dei più deboli, e per l'apertura ai valori spirituali. Ciò che appare urgente per uscire dalla crisi è preferire alla logica di corte vedute della vanitas la logica della condivisione e del servizio. Averlo chiaramente presente è dovere di tutti, nella misura in cui ci stia a cuore una città futura che sia meno dissimile dalla città di Dio, voluta e sperata per il bene dell'intera famiglia umana:quellacheAgostinoebbe l'audacia di proporre come orizzonte di senso e di speranza per il futuro di un'umanità, che sembrava destinata a un inarrestabile destino di dissoluzione.

in “Il sole 24 Ore” dell'11 marzo 2012