2022_11
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Linguaggio difficile
di Goffredo Boselli
"Quello liturgico è un linguaggio "difficile da capire". È la valutazione che emerge dalle sintesi della fase diocesana del cammino sinodale delle principali Chiese europee. Al temine di una valutazione d'insieme non molto lusinghiera della vita liturgica, le chiese che sono in Italia qualificano come "urgente" l'aggiornamento dei linguaggi della liturgia: «Di fronte a "liturgie smorte" o ridotte a spettacolo, si avverte l'esigenza di ridare alla liturgia sobrietà e decoro per riscoprirne tutta la bellezza e viverla come mistagogia, educazione all'incontro con il mistero della salvezza che tocca in profondità le nostre vite, e come azione di tutto il popolo di Dio. In tal senso risulta urgente un aggiornamento del registro linguistico e gestuale». La Francia constata «l'apprezzamento per la ricchezza dei simboli liturgici», ma prende atto anche degli «interrogativi davanti a un linguaggio divenuto per molti inintelligibile». E indica alcune aspirazioni emerse: «Una formazione liturgica rinnovata per far fronte a quello che molte sintesi indicano come l'irricevibilità del linguaggio comune nella Chiesa». Le Chiese che sono in Belgio constatano la diffusa necessità di onorare «il bisogno di riti nei momenti importanti della vita», ma al contempo osservano che «il linguaggio è percepito come sfalsato (décalé) rispetto a ciò che le persone vivono». La sintesi della Germania riporta l'esplicita richiesta da parte dei credenti: «C'è bisogno di un'interpretazione dei riti, di un linguaggio concreto e comprensibile, di un'attuazione che sia in relazione con la realtà della vita delle persone, al fme di contrastare il diffuso "analfabetismo liturgico"».
La liturgia come luogo di esperienza della Chiesa sinodale per la Spagna «presuppone il superamento della sua distanza culturale», dal momento che «le modalità di espressione della liturgia, il suo linguaggio e le sue forme, sono vissute come incomprensibili, poco in linea con l'esperienza e l'attualità e poco accoglienti. Spesso la liturgia riunisce solo un nucleo interno di fedeli; per molti altri, anche per molte persone impegnate nella Chiesa, essa resta incomprensibile e inaccessibile».
Molto netta la valutazione delle Chiese irlandesi: «Il linguaggio ecclesiastico della Chiesa nella liturgia è visto come arcaico, non inclusivo e difficile da capire, in particolare il linguaggio delle letture dell'Antico Testamento e delle preghiere liturgiche. È emersa una chiara richiesta di un vocabolario più semplice, facile da usare e inclusivo». Da ultima la Spagna dichiara che «è forte anche la necessità di riflettere seriamente sull'adattamento del linguaggio, degli ornamenti e di alcuni riti più lontani dal tempo presente». Singolare è la convergenza sulla valutazione del linguaggio liturgico. «Tutto il popolo di Dio chiede un profondo rinnovamento della Chiesa», ha di recente detto il cardinale Grech, e molto porta a pensare che il profondo rinnovamento della Chiesa passi necessariamente anche attraverso il rinnovamento del linguaggio liturgico".
in “Vita Pastorale” del dicembre 2022
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"Io e Mauro spesso ci chiediamo cosa abbiamo fatto per meritarci una vita così felice, non sempre facile, ma.... come tutti.
Ci siamo trovati e da più di 50 anni ci facciamo una bella compagnia;
è arrivata Paola;
poi quando non ci pensavamo più è arrivato Marco;
si è aggiunto Claudio;
e poi, luce dei nostri occhi, due splendidi nipoti.
Non dimentichiamo certo i tantissimi tantissimi amici che nei momenti difficili come adesso ci aiutano e sostengono.
Eppure questa perdita sembra pesare di più dì tutte le cose belle.
Ci sarà un senso, non può essere senza senso.
Ci deve essere un disegno, ma io ci sono seduta sopra e non riesco a vederlo, ancora.
Noi vogliamo continuare a fidarci del Signore e quindi non ci resta che metterci nelle sue mani e in quelle dì Maria che, nonostante le promesse e le premesse, ha patito anche lei una perdita prematura e insensata apparentemente.
Ciao, Marco!".
Terry e Mauro
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#preti e poeti
di Gianfranco Ravasi
"È necessaria la presenza dei preti per ricordare agli uomini che verrà un giorno in cui moriranno. In certe epoche è, però, necessario che ci sia un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che - sorprendentemente - sono ancora vivi".
Alla sua indubbia genialità egli sapeva miscelare la spezia dell’umorismo british ma anche la provocazione di un cattolicesimo minoritario: lo scrittore Gilbert K. Chesterton, a cui si deve la citazione proposta, non esitava nelle sue opere a interpellare i lettori scompigliando il loro compassato buonsenso. Lo fa anche con questa citazione mettendo in parallelo due categorie considerate entrambe necessarie. Certo, i preti che inquietano il benpensante che, pasciuto e sereno, ascolta pazientemente la loro omelia, sono una categoria importante, ahimè, sempre più rara ai nostri giorni. E non solo perché sono numericamente pochi, ma anche perché di solito evitano di «ricordare agli uomini che verrà un giorno in cui moriranno», come afferma lo scrittore inglese.
Nei nostri tempi sono, però, altrettanto necessari questi altri sacerdoti dello spirito, cioè i poeti (o, se si vuole, più in generale le persone di cultura vera e profonda). Essi dovrebbero far vibrare un pubblico che ha dimenticato cosa sia vivere autenticamente. Molti, infatti, sono in realtà «anime morte», custodite in corpi sani, convinte che la vita sia solo mangiare, bere, godere e stare in salute. Non è facile far balenare nelle loro menti che vivere in modo umano non è solo esistere, esserci, campare e durare.
in “Il Sole 24 Ore” del 30 ottobre 2022
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Presunzione. Le parti scomode di sé
di Nunzio Galantino
Nel greco classico i due termini (huperéphanía, afthádeia ) che traducono la parola presunzione non lasciano alcun dubbio sul suo significato del tutto negativo. Anzi, per certi versi, contribuiscono a esplicitare la dinamica comportamentale del presuntuoso; di chi cioè ha maturato un giudizio al rialzo su se stesso.
In particolare, huperéphanía per il dizionario greco è alterigia, tracotanza, disprezzo e disdegno; mentre l’afthádeia è autocompiacimento, insolenza, arroganza e prepotenza. Questo secondo termine, per Teofrasto, discepolo di Aristotele, indica anche grossolanità e rozzezza (Caratteri 15,1).
Qualche possibilità di attenuare il significato del tutto negativo presente nella tradizione greca sembra esserci nella parola latina prae-sumptio, dal verbo praesumere, ossia prendere prima, anticipare, supporre, prefigurarsi come vera una cosa prima che avvenga o prima che se ne trovi un reale riscontro. In quest’ultimo senso, la parola presunzione si trova soprattutto in ambito giuridico. Qui, infatti, la presunzione è una sorta di prova indiretta, basata solo su indizi, e, perciò stesso, una semplice congettura.
Al di fuori dell’ambito giuridico prevalgono comunque i significati consegnatici dal dizionario greco. La presunzione cioè come atteggiamento conseguente al giudizio in eccesso che si dà su di sé, pensandosi più di quello che si è in realtà; senza lasciare spazio ad alcun sano dubbio sui propri convincimenti.
La presunzione non è quindi, come da più parti si ritiene, figlia dell’ignoranza. Essa è frutto, piuttosto, di un vero e proprio turbamento della facoltà di giudizio, che provoca uno strano cortocircuito tra l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità, priva di oggettivo riscontro, e la necessità di attivare incontrollati meccanismi di autopromozione, che finiscono col rasentare il ridicolo.
Vera e prima vittima della presunzione è la corretta consapevolezza di sé, la capacità cioè di vivere a contatto anche con le parti scomode di sé, accogliendole ed evitando di nasconderle.
Forse, proprio la frequenza con la quale si incontra questo modo presuntuoso di essere, ha spinto il filosofo cinquecentesco francese Michel de Montaigne a scrivere: «La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria» (Essais). Una malattia che porta al rifiuto del giudizio che altri possano esprimere su di me, rendere sterile, se non proprio impossibile, ogni sana e costruttiva forma di relazione. Perché il presuntuoso non solo regola a fatica le sue emozioni, ma anche fa tanta fatica a riconoscere quelle degli altri.
in “Il Sole 24 Ore” del 1 maggio 2022
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#il falco
di Gianfranco Ravasi
"Il falco stava mangiando l’uccellino. Io pensavo al suo volo, in picchiata come un proiettile dal cielo, dietro a me e sopra il mio tetto; alla mira infallibile con la quale il falco aveva colpito quell’unico uccello, come se lo avesse scelto mentre era un miglio lontano. E ho compreso anche il terribile fatto che certi uomini amino la guerra".
S’intitola "Gli abissi infiniti del cielo" ed è un’antologia di scritti di (...) Thomas Merton (...). È l’implacabile legge della sopravvivenza che si regge sulla sopraffazione nei confronti del più debole. Ma in noi umani è spesso qualcosa di più macabro. È il gusto del predominio, della vittoria sanguinaria, della violenza gratuita. In questa linea si colloca anche la guerra con tutta la sua retorica e con l’immensa scia di morte che trascina con sé. Ma il pensiero corre anche a ciò che accade entro le mura domestiche con le brutalità bestiali di tanti maschi sulle loro donne o sui bambini. All’ONU nel 1961 John F. Kennedy esclamava: «L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità».
in “Il Sole 24 Ore” del 6 novembre 2022
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"L'acaro ride perché il mondo è una polveriera".
Caparezza, Gli insetti del podere

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*Lettera a chi manifesta per la pace. Liberi insieme dalla guerra*
"Cara amica e caro amico, sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del "tu': *le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole tra le persone*, come accadde ai fratelli di Giuseppe che provavano invidia verso uno di loro, Giuseppe, invece di gustare la gioia di averlo come fratello. Così Caino vide nel fratello Abele solo un nemico.
Ti do del "tu" perché da fratelli siamo spaventati da un mondo sempre più violento e guerriero. Per questo *non possiamo rimanere fermi*. Alcuni diranno che manifestare è inutile, che ci sono problemi più grandi e spiegheranno che c'è sempre qualcosa di più decisivo da fare. Desidero dirti, chiunque tu sia - perché *la pace è di tutti e ha bisogno di tutti* - che invece è importante che tutti vedano quanto è grande la nostra voglia di pace. Poi ognuno farà i conti con se stesso. Noi non vogliamo la violenza e la guerra. E ricorda che *manifesti anche per i tanti che non possono farlo*. Pensa: ancora nel mondo ci sono posti in cui parlare di pace è reato e se si manifesta si viene arrestati! Grida la pace anche per loro!
Quanti muoiono drammaticamente a causa della guerra. *I morti non sono statistiche, ma persone. Non vogliamo abituarci alla guerra e a vedere immagini strazianti*. E poi quanta violenza resta invisibile nelle tante guerre davvero dimenticate. Ecco, per questo chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci: "Aiuto! Stanno male! Stanno morendo! Facciamo qualcosa! Non c'è tempo da perdere perché il tempo significa altre morti!" Il dolore diventa un grido di pace. La pace mette in movimento. E un cammino. «E, per giunta, cammino in salita», sottolineava don Tonino Bello, che aggiungeva: *«Occorre una rivoluzione di mentalità* per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo».
Le strade della pace esistono davvero, perché il mondo non può vivere senza pace. Adesso sono nascoste, ma ci sono. Non aspettiamo una tragedia peggiore. Cerchiamo di percorrerle noi per primi, perché altri abbiamo il coraggio di farlo. Facciamo capire da che parte vogliamo stare e dove bisogna andare. E questo è importante perché nessuno dica che lo sapevamo, ma non abbiamo detto o fatto niente. Non sei un ingenuo. Non è realista chi scrolla le spalle e dice che tanto è tutto inutile. Noi vogliamo dire che la pace è possibile, indispensabile, perché è come l'aria per respirare. E in questi mesi ne manca tanta.
È proprio vero che uccidere un uomo significa uccidere un mondo intero. E allora quanti mondi dobbiamo vedere uccisi per fermarci? Quante volte devono «volare le palle di cannone prima che siano bandite per sempre?». «Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere?». «Quante morti ci vorranno finché non lo saprà che troppe persone sono morte? ». «Quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare? ».
Io, te e tanti non vogliamo lutti peggiori, forse definitivi per il mondo, prima di fermare queste guerre, quella dell'Ucraina e tutti gli altri pezzi dell'unica guerra mondiale. Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio? *Chi lotta per la pace è realista, anzi è il vero realista perché sa che non c'è futuro se non insieme*. È la lezione che abbiamo imparato dalla pandemia. Non vogliamo dimenticarla. L'unica strada è quella di riscoprirci "Fratelli tutti': Fai bene a non portare nessuna bandiera, solo te stesso: la pace raccoglie e accende tutti i colori.
Chiedere pace non significa dimenticare che c'è un aggressore e un aggredito e quindi riconoscere una responsabilità precisa. Papa Francesco con tanta insistenza ha chiesto di fermare la guerra. Poco tempo fa ha detto: «Chiediamo al Presidente della Federazione Russa, di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte e chiediamo al Presidente dell'Ucraina perché sia aperto a serie proposte di pace ». Chiedi quindi la pace e con essa la giustizia. L'umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra.
Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti che combattano le povertà. E chiediamo all'Italia di ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari non solo per impedire la logica del riarmo, ma perché siamo consapevoli che l'umanità può essere distrutta.
Dio, il cui nome è sempre quello della pace, liberi i cuori dall'odio e ispiri scelte di pace, soprattutto in chi ha la responsabilità di quanto sta accadendo. Nulla è perduto con la pace. L'uomo di pace è sempre benedetto e diventa una benedizione per gli altri. Ti abbraccio fraternamente.
_Matteo Zuppi, cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Cei_, 3.11.2022
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Risoluzione
di Antonio Spadaro
Risolvere deriva dal latino «solvere», cioè sciogliere. C'è una saggezza in questa parola. Essere risoluti significa essere decisi. Prendere una ferma risoluzione significa avere le idee chiare su che cosa fare. E la «risoluzione finale» è la decisione approvata da una assemblea, un congresso. Com'è difficile in tempi incerti essere risoluti. Ci vuole discernimento per sciogliere le riserve e buttarsi nella decisione, al di là degli esperimenti. Che siano essi affettivi o politici o di gusto o altro ancora. Sciogliere le riserve: di questo abbiamo bisogno in un tempo nel quale le cautele impediscono di giocarsi fino in fondo, in un tempo in cui l'esperienza si confonde con l'esperimento. Risolversi significa dunque affrontare dubbi e problemi con la volontà risoluta di risolverli e non di giocarci a nascondino. «Faccio questo o faccio quello?»: quante volte si cerca di portare avanti decisioni lasciando sempre la possibilità di tornare indietro, una via di fuga! Eppure, così si resta avvolti nella nube di una vita non spesa, non vissuta, non decisa.
I dubbi e le riserve si risolvono compromettendosi, rischiando. Solo così si risolvono i contratti impliciti con le nostre paure, le nostre reticenze. Solo così si possono risolvere le situazioni in modo che finiscano bene, come quando si risolve un caso clinico o un problema di matematica.
Se non risolviamo nulla, la vita si ingarbuglia in un ammasso di fili. Si può avere persino l'illusione che non risolvendo nulla si è liberi, totipotenti, capaci di aggiustamenti continui. Si vive di diritti e non di doveri, ad esempio. È una illusione. Ci si impiglia costantemente. Non si va da nessuna parte e, dunque, ci si irrigidisce. Ingarbugliati non ci si confronta davvero con la storia né con la propria vita. E spesso a irrigidire è la paura. Si ha paura che la risoluzione diventi dissoluzione o dissolvimento: «la possibilità dell'impossibilità di tutte le possibilità» direbbe Heidegger.
Viviamo dunque a bassa risoluzione. Ed il termine lo conoscono bene i fotografi, e cioè tutti noi nel momento usiamo uno smartphone come una macchina fotografica. Una foto a bassa risoluzione è sgranata, non ben definita: si vede, sì, ma non bene. O ancora: è come vedere un film da sala cinematografica sullo schermo di un telefono. Chi vive facendo esperimenti senza risolversi è come chi scatta foto – l'immagine è di Proust nel IV volume della sua Recherche – senza godere della vista piena, della pienezza dell'immagine, dei suoi colori e delle sue definizioni. È vivere di copie e non di originali. Di low cost e musica compressa. Non si gode più credendo invece di godere. Ci siamo talmente abituati alle basse risoluzioni da aver perso il gusto pieno della vita, il gusto delle decisioni e dei conseguenti rischi. Perché non ci decidiamo mai. Bisogna decidersi una buona volta. Imparare a vivere ad alta risoluzione, almeno qualche volta.
in “L’Espresso” del 4 aprile 2021
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