Ringhiere

Cinque euro

di Massimo Gramellini

Arriva una lettera firmata. Racconta di una mamma che, facendo pulizia nella stanza della figlia dodicenne, trova una busta con un migliaio di euro in tagli da 5. Pensa a un furto e ad altre cose orribili, tranne all'unica che, messa alle strette, di lì a poco la ragazzina le confesserà: i soldi sono il ricavato di prestazioni sessuali eseguite a scuola. La madre è sconvolta dalla scoperta e dalla reazione della figlia: di normalità. Incolpa il Grande Fratello e i politici (una volta avremmo detto «la società») per il pessimo esempio che danno.

Sorvolando sulle responsabilità di quella famiglia, che sicuramente ci saranno ma che non abbiamo strumenti per valutare, un'osservazione si impone inesorabile: la morte del futuro ha cancellato nei ragazzi l'idea di crescita. Un tempo la vita era un percorso e ogni fase consisteva in un passaggio che tendeva a uno scopo: il raggiungimento della consapevolezza di se stessi e di che cosa si voleva diventare. A un certo punto il meccanismo è saltato. La vita ha smesso di essere una scala da salire un gradino dopo l'altro ed è diventata un'arena piatta e senza confini. Ma se manca l'idea di un percorso da compiere, l'unico navigatore diventa l'utilitarismo. Voglio soldi e me li procuro nel modo più facile. Vendo sesso (o lo compro) senza pensare alle conseguenze, perché già la parola «conseguenze» presuppone una coscienza del tempo e dello spazio che non posseggo più. Purtroppo in un mondo che - a casa, in politica, in tv - non fa che togliere ringhiere da tutte le parti, è molto più facile cadere.

Sempre a proposito di maternità-paternità

Da qualche mese questo spot mi fa domandare: la maternità-paternità è vista con terrore da lui? E lei la prende sottogamba e ne sorride? Ed entrambi preferiscono altro, dalle scarpe all'auto?


don Chisciotte

 


Futuro?

Benvenuto figlio unico!

di Ilvo Diamanti

Ormai è di moda salutare i figli appena nati addobbando la casa (...) "Benvenuto Pietro" (oppure Agata, Dario, Samuele, Greta, Mattia, Sofia, Francesco). Così che tutti sappiano. Che è arrivato il figlio/la figlia tanto atteso/attesa. Dai genitori, dai nonni, dagli zii. (...) Gli annunci e i festoni non salutano il ritorno, ma l'arrivo di "un" figlio. Forse il primo. Forse l'unico. E i genitori, per questo, ci tengono ad annunciarlo al mondo. Almeno: alle persone e alle famiglie che abitano intorno a loro. E che, nella gran parte, non conoscono. Perché i nuovi quartieri sono affollati da estranei. (...)  Perché il loro Signore è nato.

Difficile immaginare un atteggiamento simile a casa dei miei nonni quando "arrivarono" i miei genitori. Negli anni Venti del secolo scorso. Mia madre: settima di nove figli. Mio padre: sesto di otto.
La loro casa - per anni e anni - avrebbe dovuto essere addobbata a tempo pieno. Come tutte quelle intorno. D'altra parte, la famiglie contadine e quelle povere facevano molti figli. La famiglia di mia madre era contadina, quella di mio padre povera. Oggi le famiglie povere sono "invisibili". Nascondono la loro condizione. Quelle contadine non ci sono quasi più. Le famiglie numerose, con tanti figli, sono, perlopiù, composte da stranieri. Spesso povere. Oppure, al contrario, si tratta di famiglie ricche e borghesi. In entrambi i casi: difficilmente gridano al mondo la nascita di un nuovo figlio.

Mentre per tutti gli altri, la maggioranza dominante, è davvero un fatto raro. Da celebrare e da esporre al piccolo mondo in cui si è inseriti. Il bimbo che arriva, infatti, resterà in quella casa a lungo. Attraverso molte stagioni della vita. Fino a età avanzata. Visto che in Italia quasi tre (cosiddetti) giovani su quattro, tra 15 e 39 anni, risiedono con i genitori. Come ha rivelato l'Istat pochi giorni fa. Una "novità" nota da tempo, che ha diverse ragionevoli ragioni. Perché è difficile per i giovani (e non solo per loro) trovare casa e lavoro (per mantenersi). Perché i legami stabili sono sempre meno frequenti e, comunque, le coppie di giovani vanno a (con)vivere insieme sempre più tardi. Perché a casa con i genitori, in fondo, i figli stanno bene. Poche spese. Trovano pranzo e cena. La loro camera arredata e accessoriata con tutte le tecnologie più avanzate (a carico della famigli). Alla biancheria pensa mamma. E poi, a differenza di un tempo, dei miei tempi, sono "liberi". Di andare e venire a loro piacimento. Di fare quel che vogliono. Per cui non "vivono" con i genitori. Ci passano e ci stazionano quando e per quanto è loro necessario. Poi ripartono. Ritornano. A volte incrociano i genitori. "Come va? dove sei stato? Quanto ti fermi? Quando riparti? Sei da solo? Hai bisogno di qualcosa?". Invece, per le generazioni precedenti andare via di casa, sposarsi, mettere su casa era un modo di fuggire, di conquistare l'autonomia. Oggi non è più così. Si è liberi anche da giovani. Quando si sta in famiglia. I figli. Da piccoli sono trattati come ninnoli. Coccolati, accuditi, assecondati. Da tutti: genitori, nonni, zii. E, ovviamente, controllati.

Tenuti d'occhio come una risorsa scarsa e - dunque - di valore. Da conservare con cura, quando crescono. Perderli, per i genitori, significherebbe restare soli. Senza rimedio. Così diventa difficile staccarsi. E figli restano nella casa in cui sono nati sempre più a lungo. Anche dopo il matrimonio. In un appartamento ricavato approfittando di qualche deroga edilizia. Oppure costruito lì accanto. Per mantenere solide relazioni di reciprocità. I nonni crescono i nipoti. I figli assistono i genitori. Così la catena biografica si allunga sempre di più. In questa costellazione di famiglie, strette e lunghe. Ma solide e radicate. Determinate a resistere e ad esistere. Piantate nello stesso luogo. Una società dove genitori, figli e nonni coabitano tanto a lungo che le distanze fra le generazioni si perdono. In un presente senza fine che si interrompe solo quando nasce un figlio. Salutato in modo vistoso, come un evento formidabile. E allora benvenuta Federica. Benvenuto Alberto. Benvenuto Ruggero. Benvenuta Greta. Benvenuto Elia. Tracce di un futuro introvabile.

Mancano credenti credibili

Giovani la notte della fede

di Enzo Bianchi

Chi vive a contatto quotidiano con la realtà giovanile se ne era accorto da tempo, anche se sovente le sue osservazioni venivano zittite con affermazioni perentorie, ma ora i dati che emergono da un'indagine nazionale su «I giovani di fronte al futuro e alla vita, con e senza fede» mostrano uno scenario preoccupante, non solo in un'ottica ecclesiale. La ricerca condotta dall'Istituto Iard di Milanosu un campione di un migliaio di giovani italiani tra i 18 e i 29 anni offre un'istantanea del rapporto tra le nuove generazioni e la fede che suscita più di un interrogativo. Praticamente tutti i dati, raffrontati con un'indagine analoga svolta nel 2004, mostrano un trend in negativo: meno giovani che si definiscono cattolici (ormai superano di poco il 50%), meno credibilità delle figure religiose istituzionali, meno disponibilità ad accettare il ruolo «politico» della Chiesa, minor senso di appartenenza a una comunità ecclesiale specifica, meno osservanza delle indicazioni etiche e comportamentali indicate dalla Chiesa, minore frequenza della pratica, anche per le grandi solennità di Natale e Pasqua...

Gli stessi dati in crescita non sono esenti da ombre e ambiguità: se aumenta in termini proporzionali - ma diminuisce in valori assoluti - la partecipazione saltuaria a «eventi e iniziative promosse da enti religiosi», questo sembra significare infatti un'accentuazione dell'opzione per una religione fai-da-te che accoglie solo le proposte già in sintonia con un percorso individualistico. Così come la radicalizzazione di alcune scelte di campo - la «tifizzazione», secondo l'espressione di Grassi che vi scorge analogie con le passioni sportive - porta sempre più giovani a schierarsi pro o contro determinate indicazioni della Chiesa «a prescindere» da ogni valutazione sul merito delle questioni in discussione.

Siamo davvero di fronte a quella che Armando Matteo, assistente nazionale della Fuci, ha definito «la prima generazione incredula»? Difficile non dare un'amara risposta affermativa. Del resto la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere e non si può pensare che strategie o escamotage possano sostituirsi ai rapporti interpersonali che si creano e si alimentano all'interno di concrete comunità di vita, dalla famiglia al quartiere, alla parrocchia, all'associazionismo organizzato. Forse negli ultimi decenni molti si sono illusi che il ricorso ai grandi eventi, l'utilizzo delle nuove tecnologie, l'adeguamento ai modelli vincenti di creazione del consenso potessero funzionare anche a livello ecclesiale. Puntare sull'emozione dell'«esserci» ed essere in tanti a eccezionali raduni nazionali o internazionali, focalizzare le energie verso iniziative «drogate» dal numero e dalla visibilità mediatica ha finito col creare una sorta di assuefazione allo straordinario e al conseguente disinteresse, alla noia, se non al disgusto, per la quotidianità del vissuto.

È invece proprio nel tessuto dell'esistenza di ogni giorno che i giovani si trovano a fronteggiare sofferenze e ferite, a cercare un senso alle loro vite, a interrogarsi sulle motivazioni che orientano ogni scelta, a sperare in un futuro ancora da costruire insieme e non già prefabbricato o, peggio ancora, negato: è nell'ordinario di una vita normalissima che ci si trova ad attraversare «il senso di notte e la notte di senso» - secondo l'espressione di Matteo - che paralizzano e portano a cercare surrogati artificiali. Non si tratta di constatare amaramente che «i giovani non sono più quelli di una volta» - per nessuna generazione questo è mai stato vero -, né di illudersi con appelli generici ai giovani «futuro della Chiesa o della società», ma piuttosto di prendere atto che i ventenni di oggi sono già una parte del presente della società e che si trovano confrontati con una lancinante mancanza di speranza per il futuro. Nella faticosa ricerca di senso per le loro vite sovente e precocemente attraversate da contraddizioni, lacerazioni familiari, disillusioni lavorative, i giovani non ambiscono tanto a «essere» il futuro di una determinata realtà sociale o ecclesiale, quanto ad «avere» già ora un futuro verso cui tendere, un'attesa capace di riempire di significato il loro presente.

In questo senso i dati che emergono dall'inchiesta mi paiono preoccupanti non solo per la Chiesa qui e ora, non solo per l'avvenire che attende l'annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo, ma anche per la stessa salute della società: la scomparsa di ideali condivisi, il rarefarsi di luogo di incontro e di confronto, la focalizzazione sui conflitti finiscono col rendere insopportabile quella contraddizione che ogni generazione deve affrontare e superare per passare all'età adulta e responsabile: la non coincidenza tra la teoria e la prassi, tra le belle idee e la dura realtà, tra lo sperato e il vissuto. Spetta agli adulti ritrovare in se stessi i principi che si vorrebbero presenti nei giovani, spetta alla società nel suo insieme offrire segni di un passato verso il quale ci si volge con memoria grata, testimoniare un presente dagli orizzonti aperti, progettare un futuro che valga la pena di essere vissuto, non nello straordinario di rari momenti ma nel quotidiano di una vita armonicamente condivisa.

Utopia cristiana

Il titolo che do ai nostri Esercizi dice che l'utopia è alla prova di una comunità concreta. Di fatto il problema che intendo affrontare, sulla scia di Paolo, è di capire in quale modo un grande ideale come quello del regno di Dio, del corpo di Cristo, del tempio santo, della costruzione unitaria, possa essere vissuto in una realizzazione storica. La storia di una comunità è spesso piuttosto deludente; è deludente la chiesa di Corinto per le sue divisioni e i suoi conflitti, e tuttavia l'ideale è sempre presente. Come coniugare le due realtà? È questo, del resto, l'interrogativo di ogni uomo politico che non voglia accontentarsi della mediocrità, ma si impegna con serietà e responsabilità: come riuscire a mettere insieme l'alto ideale di una società giusta e le difficili situazioni quotidiane magari poco chiare e ambigue? Ed è naturalmente il dilemma del pastore chiamato a scrutare le Scritture, a contemplare il mistero del regno di Dio e, nello stesso tempo, a risolvere questioni concrete, talora meschine affrontando continue difficoltà di intesa, di comunione anche nelle cose più semplici. È il problema di ogni cristiano appassionato della Chiesa e della sua comunità, e che si accorge con dolore che il regno di Dio incontra ostacoli per i ritardi e le manchevolezze che ciascuno di noi vive. Spesso mi chiedo, di fronte alle situazioni di una parrocchia: dov'è attuato il Discorso della montagna, dov'è testimoniato lo spirito delle beatitudini? Come bisognerebbe realizzare qui l'ideale, come vivere il divario tra l'ideale e la realtà? Mi consola dunque pensare che Paolo si sia trovato di fronte a tale scarto: grande visione del regno di Dio, e una comunità difficilissima nella quale era presente ogni tipo di scandalo, a partire da quello delle divisioni. Egli è rimasto fedele all'ideale e ha lottato senza mai rassegnarsi, trovando il coraggio di proporre mete nuove e, addirittura, ha compreso meglio la bellezza dell'ideale attraverso l'esperienza sofferta delle difficoltà. È proprio ciò che colpisce nella prima lettera ai Corinti: gli scandali sono per lui luoghi di rivelazione più profonda dell'ideale comunitario del Vangelo. È, in fondo, il tema della sapienza della croce, che compare già all'inizio della lettera: grazie alla croce, all'insuccesso, l'Apostolo acquista una maggiore consapevolezza del vero volto della Chiesa.

Carlo Maria Martini, L'utopia alla prova di una comunità, 22-23

Dolcissima




Umanesimo digitale

Nuovi contesti, stessa avventura

Un umanesimo dà luce al mondo digitale

In fondo è semplice: sono gli uomini che fanno l'umanesimo. È stato così in ogni epoca, da quella del papiro fino a quella della stampa, e non è diverso oggi, non sarà diverso domani. Mediale e cross-mediale, digitale e convergente sono concetti nuovi, d'accordo, processi che possono addirittura risultare rivoluzionari. Ma alla fine tocca ancora a noi fare la differenza. Tocca a ciascuno di noi, come sempre, assumere l'onere della testimonianza. Non si tratta di entusiasmarsi per qualsiasi dispositivo alimentato da una batteria al litio. Si tratta piuttosto di imparare a riconoscere i segni dei tempi, senza ignorare le zone d'ombre e senza lasciarsene assorbire. È un panorama sorprendente (...). E la sorpresa proviene dalla realtà, in perfetta coerenza con la tradizione del cristianesimo, che è scuola altissima

Precursore... inascoltato

Don Mazzolari: «Adesso è l'ora dei laici»

di Giorgio Campanini

Riflettere sul laicato nella Chiesa di oggi alla luce dell'insegnamento di don Primo Mazzolari può apparire a prima vista il tentativo di operare un confronto inattuale, considerati i profondi mutamenti intervenuti nella storia della Chiesa nella seconda metà del Novecento, a partire da quell'evento conciliare che alla sua morte, nel 1959, cominciava soltanto a profilarsi all'orizzonte. Come tutta la vita della Chiesa, così l'insieme delle problematiche riguardanti il laicato appare, a partire dal Vaticano II, profondamente mutato. Ma se il Concilio è apparso, sotto molti aspetti, un avvenimento «rivoluzionario», tuttavia si trattava di una «rivoluzione» da lungo tempo preparata dagli spiriti più vigili della Chiesa dell'Ottocento e del Novecento (per l'Italia basti pensare soltanto a Rosmini e a Bonomelli, a Sturzo e allo stesso Mazzolari). Sotto questo aspetto, riandare alla riflessione mazzolariana sul laicato (e operare una rilettura di essa nei nuovi orizzonti postconciliari) appare tutt'altro che inopportuno, sia per cogliere meglio il senso dell'evento conciliare, sia per affrontare i problemi che, anche dopo di esso, rimangono aperti. In una lettera del 1933 all'allora presidente della Gioventù femminile di Azione cattolica della diocesi di Cremona (solo di recente pubblicata), così Mazzolari si esprimeva: «Ella mi scrive: so che non guarda con simpatia al nostro movimento femminile. Non è la più esatta traduzione del mio animo. Nutro invece una simpatia profondissima e di vecchia data verso l'Ac come idea . Il far posto ai laici nella Chiesa è sempre stata una mia missione, non una convinzione soltanto. Non simpatizzo con la maniera oggi in uso in Italia... Le esperienze e gli avvenimenti cambieranno tante cose. Quando? Non lo so perché non sono profeta: so però che dovrà essere, poiché un'Azione cattolica che clericalizza (la parola è brutta ma il significato che le do in questo momento è inoffensivo) i laici... li sposta dalla loro qualità specifica... per loro imprestare, estraniandoli quasi del tutto dal mondo in cui vivono, una nostra mentalità. Non è un gran guadagno». Questo problema

Ansie e pillole

La prima volta è chimica. Boom del Viagra tra i giovanissimi

“Pastiglia magica per vincere l'ansia”

di Elena Lisa

Avevo 15 anni. Era la prima volta con la mia ragazza e con le pillole blu. Le ho buttate giù per non correre il rischio di una brutta figura. Le volte dopo, invece, le prendevo perché non si sa mai...». Carlo C. oggi ha 16 anni, ed è in cura per «dipendenza da Viagra» in un centro specializzato in «polidipendenze» che sta nella prima cintura di Milano. Carlo parla veloce, si mangia le parole. E sovente precisa: «Comunque è una cosa normale, anche gli amici di scuola le prendono. Sono i miei che la fanno tanto grossa». Pillole buttate giù come caramelle, farmaci presi come inutili afrodisiaci. «La pastiglia dell'amore», pensata in laboratorio per risolvere problemi vascolari e piena di controindicazioni, tra gli adolescenti non è un tabù. Tanto che ha incominciato a circolare in classe, in discoteca e la sera davanti ai pub.

«Quando andiamo nelle scuole - dice Maurizio Tucci, presidente della “Società italiana di pediatria preventiva e sociale” - gli studenti ci raccontano, con leggerezza, che la prendono così, per curiosità, per vincere l'ansia senza capire che quello è un farmaco non un corno di rinoceronte tritato». Ansia di non farcela, com'è stato per Carlo, per via dell' insicurezza e dell'età. «La media del primo rapporto è sceso, nell'arco di due anni, dai 16 ai 14 - continua Tucci -. Certo non esite un momento che valga per tutti in materia di sessualità, ma 14 anni sono davvero pochi per sperare di vivere il sesso senza affanni».

Ciò che allarma medici e sociologi che tentano di capire gli adolescenti è quel che si nasconde dietro l'ansia e l'immaturità di oggi: «Stati d'animo vissuti dai ragazzi di ogni generazione - dice Riccardo Gatti, psichiatra e direttore dell'Osservatore dipendenze della Lombardia - ma una volta bastavano gli ormoni a risolvere, ora invece servono gli eccitanti. Agli adolescenti di questa società manca la voglia di impegnarsi, di sviluppare le capacità che hanno, perciò cercano una scorciatoia, per arrivare senza fatica e perché non sanno affrontare la paura di “sbagliare”». E così si rifugiano in un farmaco che spesso comprano a prezzi bassissimi su internet. «Sono cresciuti con l'idea - dice ancora Gatti - che per vivere serva doparsi. Sono bombardati da messaggi che reclamizzano pillole: quella per avere più energia, più grinta, più concentrazione, più capacità. I ragazzi di oggi sono nati assuntori». Una pillola per ogni uso, quindi: le prime perché non credi di essere all'altezza e quelle dopo per sentirti «Superman»: nello sport, a scuola, a letto con la ragazza. Conta poco, quasi niente, che prendere medicine senza prescrizione sia un grave rischio. «Alcune di quelle che girano su internet - dice il colonnello Antonio Amoroso, vicecomandante dei carabinieri del Nas, nucleo antisofisticazioni - sono imitazioni, ma il mercato è fiorente. Da due anni abbiamo allestito una squadra permanente per esplorare il mercato virtuale». Dice sicuro Carlo: «No, questo a me non è mai successo. Prendevo solo quelle originali che è come se mi avessero stregato. Ancora adesso sono convinto che senza non sarò mai capace di combinare niente...».

Sono convinto... e libero

"Una convinzione non e' solo un'idea che la mente possiede,

e' un'idea che possiede la mente".



Robert Oxton Bolt

Sto facendo qualcosa?

I Carabinieri antinazisti e la Resistenza, storia d'onore e deportazioni

di Tobia Zevi

Gli ebrei di Roma non potranno mai dimenticare il 16 ottobre 1943. In questa giornata, che Giacomo Debenedetti ha scolpito in un meraviglioso racconto, 1022 di loro furono rastrellati per le vie del Ghetto e di tutta la capitale, e tra questi solamente quindici sarebbero sopravvissuti ai campi di sterminio. (...) C'è un'altra storia, per certi versi complementare, che merita di essere raccontata. Si tratta della deportazione dei carabinieri romani nei campi nazisti, ricostruita con grande cura da Anna Maria Casavola (....). Dopo l'armistizio i carabinieri si trovarono in una condizione particolare: essi erano parte di un corpo combattente di un esercito nemico della Germania, ma avevano anche la responsabilità della pubblica sicurezza al servizio delle truppe occupanti. Dopo aspri combattimenti alla Magliana fin dalla sera dell'Otto settembre, Roma fu completamente in mani tedesche tre giorni più tardi. Ed è a questo punto che i carabinieri cominciarono a svolgere piccole azioni di resistenza, allo scopo di proteggere la popolazione romana. I militari sabotarono armi che sarebbero finite ai nazisti e avvertirono molti romani che stavano per essere arrestati. Kappler, comandante delle SS di Roma e dominus della città, non si fidava di loro, e per questa ragione ritenne di far cominciare la deportazione dei cittadini romani proprio da loro. Prima i carabinieri, poi gli ebrei. I rastrellamenti sarebbero dovuti iniziare il 25 settembre, mentre poi passò qualche giorno a causa dei cinquanta chili d'oro che i nazisti chiesero alla Comunità ebraica come diversivo. Il 6 ottobre arrivò a Roma il generale Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica sociale italiana, per aiutare i tedeschi nelle operazioni. Questi diede immediatamente ordine a Casimiro Delfini, capo dei carabinieri di Roma, di disarmare tutti i suoi uomini in città e di convocarli nelle caserme. Molti, resisi conto della situazione, non si presentarono. Il 7 ottobre tra i 2000 e i 2500 militari vennero caricati fino alle stazioni di Trastevere e Ostiense e da qui deportati al nord. I soldati semplici furono messi ai lavori forzati per il Reich in Austria, mentre gli ufficiali in campi appositamente destinati in Polonia. In tutta Italia furono 5000 i carabinieri catturati negli stessi giorni, e tra questi 613 morirono per la fame, gli stenti, le sevizie, la prigionia. La maggior parte dei carabinieri italiani - come tutti i militari - rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale e di asservirsi all'occupante straniero, pagando spesso questa scelta con la vita. Perché può essere utile recuperare questa vicenda nel 2010? Innanzitutto per tributare il giusto onore a uomini che furono leali e straordinariamente coraggiosi, ai quali verranno dedicati domani i «sanpietrini della memoria» davanti alla caserma di viale Giulio Cesare a Roma. (...) Infine perché, mentre diminuiscono i testimoni oculari, lo sforzo principale va rivolto ai giovani, più distanti da questa storia anche emotivamente. Per loro occorre puntare sulla responsabilità: come mi sarei comportato se fossi stato un poliziotto, un maestro, un funzionario pubblico, o un vicino, un collega, un compagno di banco di una persona perseguitata? Un personaggio qualunque di quella zona grigia che fa la storia? Sarei stato coraggioso? Avrei rischiato solamente per il mio senso di giustizia? E oggi, di fronte alle tante tragedie che accadono nel mondo, sto facendo qualcosa? È per rispondere con sincerità a queste domande che occorre raccontare la vicenda gloriosa dei carabinieri romani, deportati nei lager nazisti.


in “l'Unità” del 27 gennaio 2010

Virtù teologali

La vita cristiana  si fonda sulla fede, sulla speranza e sulla carità

I fondamenti dell'edificio cristiano poggiano su tre virtù: la fede, la speranza e la carità, che sono tra loro così strettamente connesse, da essere vicendevolmente necessarie. Per che cosa si affaticherebbe la fede, se non la precedesse la speranza? Ma come potrebbe sorgere la speranza se mancasse la fede? Se poi all'una e all'altra venisse tolta la carità, esse cesserebbero: la fede non può operare senza la carità; e la speranza, allo stesso modo, non potrebbe operare senza la fede. Il cristiano, quindi, se vuol essere perfetto, dev'essere edificato su queste tre cose. Se gliene venisse a mancare una, la sua costruzione non sarebbe compiuta. Innanzi tutto, dunque, dobbiamo avere davanti a noi la speranza dei beni futuri: senza di essa infatti perdono consistenza tutte le realtà presenti. Togli la speranza: l'umanità intera sarebbe invasa dal torpore; togli la speranza, verrebbero a cessare tutte le arti e le virtù; togli la speranza e tutto muore. Perché il fanciullo dovrebbe recarsi dal grammatico, se non sperasse di ricavare un vantaggio dalle lettere? E perché il navigante affiderebbe la sua zattera al mare profondo, se non ne ricavasse mai un vantaggio  e non giungesse mai al porto desiderato? E se il soldato non coltivasse la speranza della gloria futura, perché mai sopporterebbe, intrepido, le fatiche del rigido inverno o della torrida estate, anzi metterebbe a repentaglio se stesso? A che scopo il contadino spargerebbe il seme, se poi non raccogliesse la messe come premio del suo sudore? E il cristiano perché crederebbe in Cristo, se non fosse convinto che un giorno verrà il tempo della felicità eterna da lui promesso? Ma la speranza sorge dalla fede: pur riguardando cose future, essa tuttavia è giustamente sottomessa alla fede. Dove non c'è la fede, neppure c'è la speranza. «La fede» infatti «è la sostanza della speranza» (Eb 11, 1); e la speranza è la gloria della fede, poiché è la fede che merita il premio che la speranza riceve: la fede, che combatte per la speranza, ma vince per sé. Abbracciamo, dunque, con tenacia, o fratelli, la fede e custodiamola con ogni genere di virtù, dobbiamo dedicarci ad essa con impegno: essa è il fondamento stabile della nostra vita; è insieme la difesa invincibile, l'arma contro gli assalti del diavolo; essa è la corazza impenetrabile della nostra anima, la sintesi della legge e la vera scienza, il terrore dei demoni, la forza dei martiri, la bellezza e il baluardo della Chiesa, la serva di Dio, l'amica di Cristo, la commensale dello Spirito. Alla fede sono sottomesse le realtà presenti e quelle future; disprezza quelle e confida di possedere un giorno queste. Né la speranza ha paura che non avvengano, poiché le porta già sempre con sé nelle proprie virtù. Fu così per Abramo, il quale «credette in Dio sperando contro ogni speranza e cosi divenne padre di molti popoli» (Rm 4, 18). E contro ogni speranza una cosa impossibile e che non si vede; ma con questa speranza diventa possibile, se alla parola di Dio si crede senza ombra di dubbio e con tenacia. Dice infatti il Signore: «Tutto è possibile a colui che crede» (Mc 9, 22). «Perciò Abramo credette e gli  fu accreditato come giustizia» (Rm 4,22; Gal 3,6) egli quindi è giusto perché fedele: «il mio Giusto infatti vive di fede» (Ab 2,4). Egli è fedele perché ha creduto a Dio. Se non avesse creduto, non sarebbe potuto essere né giusto né padre di molte genti. E' dunque evidente che la speranza e la fede hanno una natura unica e inseparabile: quando si viene meno nell'una o nell'altra muoiono ambedue.


Dai «Sermoni» di san Zeno di Verona, vescovo (Sermo  1, 36,1-2:  CCL 22,92-93)

Questione aperta

Comunione e separazione

di Massimo Gramellini

Molti divorziati devoti che non possono ricevere la comunione hanno osservato con stupore la foto che ritraeva il presidente del Consiglio con un'ostia in bocca durante i funerali di Raimondo Vianello. Quell'uomo, han ragionato gli esclusi, ha un divorzio alle spalle e un altro in arrivo: come ha potuto accostarsi al sacramento? Esiste forse un lodo divino che anche in questo campo gli consente ciò che è vietato ai comuni mortali? Oppure il generoso avvocato Mills ha testimoniato sotto giuramento di essere lui il marito di tutte le mogli, comprese quelle off-shore, restituendolo a una dimensione di virginea purezza?

A mettere un po' d'ordine in questo guazzabuglio ci ha pensato monsignor Fisichella, assolvendo il premier con formula piena: «Solo al fedele separato e risposato è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. Ma il presidente, essendosi separato dalla seconda moglie, è tornato a una situazione, diciamo così, ex ante». Quindi, se un divorziato si risposa con successo, nel senso che col secondo coniuge trova finalmente il suo equilibrio, la comunione non gliela si può dare. Se invece ridivorzia, allora potrà di nuovo avvicinarsi all'altare perché «è tornato a una situazione, diciamo così, ex ante». In teoria uno potrebbe passare da un matrimonio all'altro senza mai smettere di comunicarsi, purché abbia cura di farlo negli intervalli. (...)

Spiritualità e conflitti

«In pace con se stessi»

Spesso, i movimenti di spiritualità hanno privilegiato la ricerca della “pace interiore” senza preoccuparsi troppo della necessità di agire per la pace impegnandosi nelle lotte per la giustizia. Come agire per la pace nel mondo, dicevano, se non si è prima di tutto “in pace con se stessi”? Ma bisogna aspettare di aver raggiunto la pienezza della “pace interiore” per decidersi ad agire per la pace nel mondo? Non si rischia di aspettare troppo? Troppo, mentre le vittime dell'ingiustizia non ne possono più di aspettare. La violenza che avvilisce altri uomini può lasciare in pace? Di fronte a questa società che si dà in spettacolo con le sue turpitudini e le sue vigliaccherie, le sue defezioni e le sue violenze, è grande la tentazione di fuggirla, di ripiegarsi su se stessi. È una colpa contro lo spirito portare a pretesto il fallimento, sempre possibile, delle azioni umane, per rassegnarsi al disastro e all'iniquità del mondo e dedicarsi alla pura interiorità. Questa via porta gli uomini ai margini della storia e fa sì che rinuncino ad agire. In Oriente come in Occidente, troppi falsi guru pretendono di insegnare la spiritualità al di fuori dei conflitti, lontano dai dibattiti e dalle lotte politiche, al riparo dai rumori e dai furori del mondo. I discepoli sono invitati a liberarsi dai bisogni, dai desideri e dalle passioni del loro ego in un esercizio solitario. Tuttavia, il modo migliore per disimparare a “preoccuparsi di sé” non è forse di imparare a “preoccuparsi dell'altro”? Troppi uomini che si rifanno ad una spiritualità disincarnata discreditano il conflitto con il pretesto che divide gli uomini invece di unirli. In realtà, ciò che divide gli uomini non è né il conflitto né la lotta, ma l'ingiustizia, l'indifferenza, la rassegnazione e la vigliaccheria. La funzione del conflitto è creare le condizioni della giustizia, l'unica che può riunire gli uomini. Essendo assenti dai conflitti, gli “spirituali” potevano solo misconoscere la non-violenza. Certo, non mancavano, in certe occasioni, di parlare in sovrabbondanza d'amore, di celebrare la sua onnipotenza, ma, disincarnati, i loro discorsi non avevano alcuna presa sugli avvenimenti. La spiritualità assume il suo vero significato solo nell'azione per la giustizia. Sappiamo per esperienza che l'azione è la cosa più difficile al mondo, perché sconvolge la nostra tranquillità e la nostra comodità. Per questo motivo abbiamo paura dell'azione e, troppo spesso, non abbiamo il coraggio di assumercene il rischio. L'uomo si conosce attraverso la mediazione della sua relazione con l'altro uomo. L'essere non è un'esistenza, ma una presenza. E la presenza è una relazione. Un rapporto. In definitiva, la nozione di “pace con se stessi” può avere solo un senso derivato, ampiamente improprio. Si tratta solo di un linguaggio allegorico, metaforico. Nessuna pace si costruisce nella solitudine. È con l'atto di bontà verso l'altro che posso dire “sono in pace”. La pace è una dinamica che si inscrive nel cuore delle relazioni dell'uomo con l'altro uomo. La pace è apertura all'alterità. Per questo è una prova dell'essere. Ma è attraverso questa prova che l'uomo realizza la sua umanità.


Jean-Marie Muller, portavoce nazionale francese del Movimento per un'alternativa non-violenta.

in “La Croix” del 19 aprile 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)

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Spirito Santo, torna a parlarci

Spirito Santo, che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza.

Frantuma la corazza della nostra assuefazione all'esilio. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.


Dissipa le nostre paure. Scuotici dall'omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. 

Preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori.


Donaci la gioia di capire che tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese.

Che nessuno può menar vanto di possederti.

E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole,

è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti,

negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.


mons. Tonino Bello

Domanda

Mentre si sviluppa la vicenda dei tre operatori di Emergency ingiustamente arrestati (e quindi dopo l'ingiusta chiusura dell'ospedale a Lashkar Gah), sorge una domanda: ma a qualcuno (Organizzazioni internazionali, forze dell'ordine locali, Stati, partiti dell'amore...) interessa tenere aperto un ospedale che faccia del bene a chi ne ha bisogno?! Sia che questo ospedale si trovi a Lashkar Gah, in Città Studi, a Segrate, a S. Giovanni Rotondo, ad Asmara...


don Chisciotte

 

Chi non lavora, non mangi

Un monaco messaliano andò a trovare Abba Silvano al Monte Sinai. Allorché vide che alcuni fratelli lavoravano duramente, ammonì il vecchio saggio: «Non lavorare per il cibo che perisce, poiché, secondo il Vangelo, è Maria che ha scelto la parte migliore». Allora il vecchio saggio chiamò un suo discepolo e gli disse: «Zaccaria, dai un libro a questo fratello e accompagnalo in una cella vuota». Verso le tre del pomeriggio, il monaco allergico al lavoro guardò fuori dalla porta per vedere se qualcuno sarebbe venuto a chiamarlo per il pranzo. Visto che non arrivava nessuno, uscì e andò a chiedere ad Abba Silvano: «Abba, i tuoi fratelli oggi non hanno mangiato?» Ebbe questa risposta: «Certo». «Perché non mi avete chiamato?» si meravigliò l'ospite. «Tu sei una persona spirituale e non hai bisogno di questo cibo che perisce, ma visto che noi siamo materiali, mangiamo, e perciò dobbiamo guadagnarci il pane lavorando. Tu, invece, hai scelto la parte migliore, leggendo tutto il giorno e non toccando cibo». Quello capì la lezione e disse: «Perdonami, Abba».

Mondo futuro

 Arte è ciò che il mondo diventerà, non ciò che il mondo è.


Karl Kraus, Pro domo et mundo, 1912

L'Unico che istruisce

Dal “Commento alla prima lettera di san Giovanni”

di s. Agostino

Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo: Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. È dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito. Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'Apostolo che si paragona ad un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio procura la crescita. Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Iddio (1 Cor 3, 6-7). Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo ed irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.

In 1 Io. Ep. tr. 3, 13

Normalità

Indagine della Provincia. In aumento l'uso di droga e alcol

Allarme per il baby sballo. Aumenta il consumo di droga e alcol tra i giovanissimi

Adolescenti a rischio. Stancari: si incontrano online. «Serve un'alleanza con scuole, Asl e genitori»

Il primo spinello? A undici anni. La prima sbornia? Non ne hanno compiuti quattordici. Stupefacenti e alcol al posto di pane e nutella. Normalità per molti ragazzini che a guardare l'anno di nascita dobbiamo definire bambini, anche se sono alti alti e portano le scarpe numero 40. Accade nella città più cocainizzata d'Europa: 145mila consumatori tra abituali e occasionali; una tonnellata di polvere bianca sequestrata in un anno; 10mila dosi quotidiane, 15mila nel fine settimana. Il dato, per molti sconcertante, per gli addetti ai lavori una triste realtà (....) Titolo della ricerca: «Giovani, uso di sostanze, precarietà e genere». L'approccio alle sostanze stupefacenti, infatti, dallo studio effettuato su un campione di 509 giovanissimi, avviene tra gli 11 e i 13 anni. La sostanza utilizzata nel novanta per cento dei casi è la cannabis. Ma gli spinelli da soli non bastano. E crescendo è l'alcol l'ingrediente del cocktail. «Non escono più di casa per cercare lo sballo

Onestà e verità

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità.

Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.



Anonimo

C'è poco da ridere

Lo trovo un necrologio molto triste.

don Chisciotte

Regalità

Sono grandi quando dormono, i genitori. Ridiventano re e regina, come lo erano all'inizio. Non hanno più bisogno di giustificare la loro esistenza lavorando, cucinando, aiutandoti a fare i compiti, e preoccupandosi del futuro. Non hanno più bisogno di niente. Non c'è più tempo, non c'è più luogo. Ogni immagine è svanita: essi sono. Sono bastioni contro l'abisso delle notti. Respirano. E tu sai di essere salvo. E se anche dovessi morire questa notte, sei salvo.

Christiane Singer, Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie, 86-87

Verso Pentecoste

Spirito Santo, splendore di bellezza,

luce che scaturisci dal seno della Luce, vieni!

Spirito Santo, candore d'innocenza,

infanzia divina che rinnovi il mondo, vieni!

Spirito Santo, forza creatrice d'infinito Amore,

dolce ospite dei cuori, vieni!

Spirito Santo, artefice di pace,

vincolo che unisce e mai divide, vieni!

Spirito Santo, divino Consolatore,

balsamo che risana ogni ferita, vieni!

Spirito Santo, crisma celeste,

che divinizza l'umana creatura, vieni!

Spirito Santo, divino orante

che dal cuore dei figli sempre grida: «Padre», vieni!

Spirito Santo, canto d'allegrezza nel cuore della Chiesa,

Sposa sempre ringiovanita dalla grazia, vieni!

Sforzi utili e sforzi inutili

"Non sforzarti di essere migliore degli altri, cerca di essere migliore di te stesso".


Faulkner

 

Anniversario della morte di don Mazzolari (1959)

Mercenari e pastori

tratto da Impegno con Cristo, di don Primo Mazzolari

“Ma il mercenario, colui che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, se vede venire il lupo

Non dimentichiamo questo esempio

Entri in ritardo a scuola? Volontariato alla Caritas

Turni di assistenza alla mensa della Caritas per gli studenti ritardatari: accade all'istituto Tecnico Ferraris-Pancaldo di Savona (industriale e nautico), dove i ritardi vengono registrati con un sistema informatizzato e per ogni sessanta minuti accumulati dai “dormiglioni” scatta un'ora di lavoro utile.

Si tratta di una «sanzione alternativa», come recita l'articolo 8 del Regolamento di disciplina dell'Istituto, pubblicato anche sulla homepage del sito della scuola: «Una misura ufficializzata e informatizzata dal primo settembre - ha spiegato il preside, Giovanni Battista Siccardi - frutto di un'idea sulla quale all'istituto stavamo già riflettendo da un paio d'anni e che dall'inizio di questo ciclo scolastico ha già coinvolto una trentina di giovani. Alcuni di questi sono rimasti così colpiti dall'esperienza che hanno preso informazioni per fare volontariato». (...) «All'inizio è stata un po' osteggiata dai ragazzi - spiega l'insegnante di elettronica Diego Cigliutti - ma ora tutti hanno capito il senso educativo dell'iniziativa e l'apprezzano, vivendo l'esperienza in modo sereno. Inoltre abbiamo offerto la possibilità, se le famiglie lo desiderano, di convertire anche i giorni di sospensione con turni alla Caritas. Cosa già avvenuta in due occasioni quest'anno».

Un'esperienza, che in alcuni casi ha aperto nuove prospettive, tanto da far desiderare ad alcuni di questi giovani di prestare volontariato. «Sono stato uno dei primi - racconta Mattia Allegra del quinto anno -. Avevo fatto quattro ore di ritardo e così sono andato alla Caritas ad aiutare a preparare i pasti, a lavare le pentole, a riordinare. Sono contento di averlo fatto. E vorrei continuare col volontariato. Penso che sia una buona iniziativa».

Ma il preside Giovanni Battista Siccardi ci tiene a sottolineare che la «sanzione» non nasce da una situazione di emergenza. «Qui sono tutti bravi ragazzi e di 5 in condotta non ce ne sono stati - sottolinea -. Con tutti questi controlli che mettiamo in atto sia sui ritardi che sulle assenze, i nostri studenti stanno attenti. Tra l'altro un paio di volte all'anno, a sorpresa, faccio venire anche la squadra narcotici della polizia con i cani. E sono contento di poter dire, che qui, non hanno mai trovato niente». Un superamento del concetto di “punizione”, insomma: l'intera gamma delle sanzioni disciplinari - è spiegato nel regolamento scolastico - deve avere finalità educative e deve «tendere al rafforzamento del senso di responsabilità e al ripristino di rapporti corretti all'interno della comunità scolastica».

Un piccolo dramma

Solidarietà ai sacerdoti senza macchie

di Alberto Melloni

A chi lo guarda in modo superficiale, al centro di questo terremoto causato dall'inettitudine dei vescovi cattolici davanti ai crimini commessi da qualche prete c'è il Papa: il Papa da accusare, oppure il Papa da difendere. E in questo terremoto che dura e durerà può darsi che davvero l'attenzione si sposti tutta e solo sul romano pontefice, con esiti che di nuovo metteranno l'uno davanti all'altro la devozione al Papa «prigioniero» che la storia già conosce e lo sdegno contro l'uomo del «passato» che eccita gli anticlericali d'ogni età. Il rischio è che in questa «papalizzazione» della questione, sia essa accusatoria o apologetica, spariscano dall'orizzonte le figure di maggior rilievo: che non sono, nonostante tutto, i perpetratori del crimine che devono consegnarsi alla giustizia prima che ad ogni altra cosa, ma i vescovi da un lato e le vittime in senso proprio, cioè i bambini di un tempo, le loro mamme, i loro papà traditi dall'obbedienza all'impegno assunto nel battesimo dei figli. Ma c'è una figura che pare tramontata dall'orizzonte della discussione e che è anch'essa una vittima atrocemente punita da questa vicenda e dal suo fatale prolungarsi nel tempo, ed è il «prete normale». Anche lui un ex ragazzo che a un certo punto della giovinezza ha deciso di dedicare la sua vita al ministero della parola e del sacramento, di entrare in quella che, nel sogno del concilio di Trento, era una casta dalla cultura superiore, capace di promuovere a ranghi altissimi i figli degli umili e che ormai, dal XX secolo in poi, è una categoria come un'altra, di modesto prestigio sociale e in molti Paesi come l'Italia, senza facoltà teologiche, di rango culturale men che medio. Questo ex ragazzo ora «prete normale» ha fatto la scelta del celibato con entusiasmo: pressato da un lato dal modello monastico della verginità, dall'altro dalla difficoltà oggettiva di compensare nel centuplo di relazioni di donazione quella condizione che la sapienza della Chiesa latina non ha mai equiparato a quella dell'angelo, ma se mai, a quella del lottatore impegnato in una battaglia quotidiana. Battaglia che si fa pericolosa proprio quando sembra vinta, quanto il celibato diventa un'abitudine; e che tanti comunque vincono, restando fedeli al proprio stato, pur attraverso mancanze, cedimenti di un attimo o di un tempo della vita, e che solo per pochissimi prendono la via della perversione o del crimine o di entrambe le cose. Alla base della vita di questo «prete normale» c'è uno scambio sproporzionato: dal pulpito al confessionale, dal capezzale del malato allo zingaro che viene alla sua sagrestia, egli si sente investito di una fiducia illimitata. Più che di quel «potere» che rendeva tronfio il prete clericale egli si sente oggi, soprattutto grazie alla metamorfosi della vita comunitaria e alla riforma liturgica operata dal Concilio, destinatario di una fiducia che diventa un'attesa: a questa fiducia egli può rispondere diventando il Papa della propria parrocchia, il guru del proprio gruppo, o peggio. Ma proprio questa sproporzione lo sostiene. A mano a mano che la tempesta della pedofilia travolge i Paesi o le aree della Chiesa

Un'immagine di Chiesa diversa


Il Concilio, Chiesa aperta

intervista a John W. O'Malley, a cura di Lorenzo Fazzini

Dal Concilio Vaticano II uscì la «lingua nuova» della Chiesa, assunta per comunicare meglio al mondo i sempiterni fondamenti della fede cattolica. Ne è convinto il gesuita John O'Malley, un frequentatore «doppio» dell'assise convocata da Giovanni XXIII. Tra il 1963 e il ' 65 egli studiava a Roma e seguì i lavori conciliari. Una passione confluita negli studi (insegna alla Georgetown University di Washington) di storia della Chiesa, oggi condensati nel suo Cosa è successo nel Vaticano II.

Quando uscì negli Usa, il «Wall Street Journal» definì «illuminante» il lavoro di O'Malley. Anche il grande filosofo Charles Taylor lodò il lavoro del gesuita yankee qualificandolo come «straordinario» perché capace di rendere «inadeguate» le «note contrapposizioni liberali/conservatori per comprendere i conflitti che ebbero luogo nel Vaticano II». O'Malley inserisce l'assemblea conciliare nel contesto ampio della long durée della storia della Chiesa e considera essenziali il ritorno alle fonti patristiche, bibliche e liturgiche nell'opera di aggiornamento.

Nel suo libro lei parla di «una rete di interconnessioni veramente notevole» che sottintende ai documenti del Vaticano II. In cosa consiste questa «rete»?

«Riguarda un nuovo vocabolario. I documenti dell'assise conciliare presentano una novità linguistica che si applica a diverse questioni: basti pensare a parole come 'dialogo', 'collegialità', 'sviluppo', 'fratelli e sorelle', 'coscienza'. Chi critica il Concilio Vaticano II non ha preso in considerazione il suo nuovo alfabeto. In questo caso il linguaggio si staglia come una grande novità perché descrive e prescrive azioni nuove da parte della Chiesa».

Ad esempio?

«Il Concilio loda la natura umana come prima non avveniva; parla dell'ecumenismo in modo diverso dall'epoca precedente: fino al Concilio si diceva che bisognava stare distanti dai protestanti, il Concilio afferma invece che con loro vanno trovati punti di contatto».

Secondo lei il Vaticano II è «la più grande assemblea della storia universale» . Un'immagine di Chiesa diversa da quella «assolutistica» che spesso passa sui media

Largo ai laici!

“Che cosa ho fatto dei miei studi in teologia...”

di Céline Hoyeau

Addetto parlamentare all'Assemblée Nationale, Alexandre Scaggion, 35 anni, considera i sette anni del ciclo C che ha da poco terminato come il crogiuolo in cui ha potuto maturare il suo impegno in politica. (...) Col senno di poi, il giurista nota che gli argomenti da lui scelti per le dissertazioni per superare i suoi esami lungo il suo percorso di studi, sia in esegesi, che in morale o in ecclesiologia, giravano sempre attorno agli stessi interrogativi. “Approfondire il legame tra fede, politica e diritto, riassume. Quegli studi sono stato un percorso di discernimento, per le mie scelte di vita.” A metà del ciclo C, Alexandre Scaggion ha lasciato l'insegnamento e “si è ribaltato in politica”: “Sono andato al di là delle mie motivazioni di partenza, ora interpreto il mio impegno come un appello a rivolgere uno sguardo teologico sul diritto e sulla politica. La teologia mi ha aiutato a trovare una unità ed una coerenza tra la mia fede, la mia vita professionale e la mia vita familiare”, testimonia questo giovane padre di famiglia. Lungi dall'essere una semplice formazione intellettuale, la teologia gli ha dato un altro sguardo sul mondo politico, osserva: “Gli studi non mi hanno dato una base tecnica, sul piano delle procedure parlamentari, ma, ad esempio, quando ricevo delle persone che mi sollecitano, vedo maggiormente la persona, i suoi rapporti con la sua famiglia, la sua casa... Lo stesso per gli emendamenti che redigo: non è pura tecnica giuridica o puro calcolo elettorale, mi sento propugnatore di una società più giusta.” Alexandre Scaggioni, che oggi frequenta il master I di teologia morale, non ha del resto cercato di impegnarsi nella Chiesa: “Per me, tanto gli studi quanto l'apostolato nella vita di un quartiere di periferia sono già un impegno ecclesiale totale”. Sposata, madre e nonna e, da settembre, responsabile della formazione dei laici nella diocesi di Orléans: a 53 anni, Marie-Paule Grattery ha la sensazione di aver trovato il suo posto nella Chiesa. E che i suoi studi in teologia l'hanno aiutata in questo. “Mi è sempre piaciuto approfondire le conoscenze. Crescere nella fede è anche imparare per trasmettere”, assicura. Come responsabile della cappellania di una scuola pubblica, Marie Paule Grattery ha cominciato a frequentare l'Institut d'études religieuses dell'Institut catholique di Parigi nel 2000 e ha proseguito con il ciclo C. “Dopo la mia licenza in teologia sono entrata nell'équipe della formazione permanente. Molti laici si formano per mettersi poi a servizio della Chiesa: essendo già nel giro, per me le cose erano più facili”, sottolinea. Eppure, in quanto donna, laica, non le è stato sempre facile aprire certe porte. “C'è stato un periodo in cui trovavo difficile il rapporto con l'istituzione e con la gerarchia. Mi chiedevo a cosa mi sarebbero serviti tutti i miei studi”, afferma, riconoscendo anche che certi preti hanno potuto essere sconcertati dal suo bagaglio teologico pari

Primavera

"Voglio fare con te ciò che fa la primavera coi ciliegi"


Roberto Benigni, nel film "La tigre e la neve"

Novità della Risurrezione

Cieli nuovi e terra nuova

di fr. Carlo Carretto

«Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città Santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo...» (Ap 21, 10). I cieli nuovi e la terra nuova promessi dallo Spirito e sostanza della nostra fede, saranno veramente nuovi e non cose vecchie rifatte a nuovo. Dio non attende niente da noi per rifare, ricreare i cieli e la terra. La sua nuova opera non dipende affatto dal punto raggiunto da noi. Cosa volete che attenda?

«Quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora la fede su questa terra?» (Lc 18, 8). Cosa volete che attenda quando noi forse siamo già alla vigilia di far saltare il mondo con gli scoppi atomici?

Io faccio cieli nuovi e terra nuova, dice Cristo nell'Apocalisse, ed è come se dicesse: Rifaccio un'altra creazione perché le cose di prima se ne sono andate. Tutta la fede consiste nel credere a questa possibilità di Dio.

Che resterà di tutta la città terrena? Ecco, resterà l'amore.

Scomparirà la casa, resterà l'affetto che ci ha legati. Scomparirà l'officina, resterà il sudore con cui ci siamo guadagnati il pane. Scompariranno le rivoluzioni umane, resteranno le lacrime versate per la giustizia. Scomparirà il nostro vecchio corpo, resteranno le stigmate del nostro sacrificio e le ferite dei nostri combattimenti. Ma su un corpo ricreato, trasparente, divino, figlio della Risurrezione e non schiavo della vecchia morte. Difatti la prima caparra a questa speranza ci è data con la Risurrezione di Cristo.

tratto da "Ogni giorno", 3 gennaio

Attenzione ad arroccarsi!

Al di là dei toni e del taglio personale del giornalista, sono convinto che la preoccupazione esposta sia condivisibile!


don Chisciotte

La tentazione di arroccarsi

di Giancarlo Zizola

Toccata sul vivo, la Chiesa reagisce al modo in cui le suggerisce la cultura intransigente, classica ricetta dei tempi di crisi, come quando mobilitò i cattolici del mondo a stringersi intorno al papa "prigioniero" nel 1870. Questa volta non sono i Bersaglieri all´attacco, ma alcuni media mondiali. (...) Le mosse vaticane che si fanno analizzare in questo tempo di crisi, - una crisi la cui gravità è difficile attualmente comparare e misurare, mancando ancora una buona quantità di dati

Cambiare atteggiamento

Chiesa e pedofilia: l'autocritica di Lehmann

di Franco Garelli

Non c'è solo una chiesa che gioca in difesa sulla questione della pedofilia del clero che rimbalza di nazione in nazione e che crea grande sconcerto sia fuori che dentro il popolo di Dio. (...)

Allontanandosi da Roma, le reazioni di vari uomini di chiesa ad un fenomeno infamante risultano nel complesso meno risentite e più propositive. In Austria, ad esempio, il cardinale Schonborn ha detto nella liturgia della Settimana Santa che «se le vittime parlano, Dio parla a noi»; mentre un suo confratello, il Vescovo di Salisburgo, ha ricordato nella messa di Pasqua che la chiesa è attesa da un «nuovo inizio» e che la risurrezione passa per la via del rimorso, del pentimento, della riconciliazione e della giustizia. Ma forse la riflessione più profonda e attenta sul dramma che la chiesa oggi sta vivendo è contenuta in un ampio articolo del cardinal Karl Lehmann (già arcivescovo di Magonza e per molti anni presidente della Conferenza episcopale tedesca) pubblicato qualche giorno fa da «Frankfurther Allgemeine Zeitung», uno dei più prestigiosi quotidiani tedeschi.

L'analisi di Lehmann non manca di prudenza, anche se è improntata al riconoscimento della verità. Non si deve dar credito a tutte le denunce, come non si può passar sopra alla presunzione di innocenza di un sospettato; o ancora non è accettabile che in luogo di chiamare in causa le responsabilità dei singoli o di situazioni particolari si colpevolizzi un intero sistema, disconoscendo il molto bene che nella chiesa si produce. Tuttavia nella chiesa vi è stato troppo silenzio e per troppo tempo su simili delitti. Anche se si tratta di una scoperta dolorosa e lacerante, si può esprimere sollievo per il fatto che attualmente molti casi vengano allo scoperto.

La chiesa che il prelato tedesco auspica è anzitutto quella che non punta il dito prima sugli altri, dicendo che la pedofilia è un male diffuso e che tocca il clero meno di altre categorie sociali. La gente ha diritto a giudicare severamente gli uomini del sacro e una chiesa che esprime in modo netto le sue convinzioni morali e religiose. Oltre a ciò, in questo lavoro di chiarificazione la chiesa è chiamata a cambiare atteggiamento, preoccupandosi più delle vittime degli abusi che degli autori, più dei minori che hanno vissuto uno scandalo che delle sorti dell'istituzione. Un altro «mea culpa» ecclesiale chiama in causa una cognizione della pedofilia come una malattia curabile, mentre molti professionisti non la ritengono tale; di qui era il trattare i casi affidandosi alla «buona volontà», spostando i soggetti da un luogo all'altro, più che mettere in atto scelte ecclesiali più drastiche.

L'analisi del cardinal Lehmann è molto ricca e articolata, densa di richiami sull'educazione cattolica, sulla formazione del clero, sulla necessità di collaborare con la giustizia, sugli sforzi che devono fare le chiese locali per seguire le indicazioni del Papa in questo campo. Un manifesto, da cui emerge non soltanto un dramma che la chiesa oggi sta vivendo, ma anche le potenzialità che essa ha per superarlo.

Insulsaggini e ignoranza

Abbiamo detto: l'intelligenza non è un lusso ma un preciso dovere e una urgente necessità. Perché, allora, facciamo così poco spreco di intelligenza nella nostra testimonianza cristiana? Se volessimo imbastire un processo ai cristiani su questo punto, i testimoni a carico sarebbero un numero imponente. Bruce Marshall osservava che il fatto di possedere la verità non è un buon pretesto per scrivere in cattivo inglese.

Basterà dare una rapida scorsa a moltissimi giornali, periodici, bollettini di tutti i calibri, diocesani e parrocchiali e di Istituti Religiosi, per ammettere che l'avvertimento conserva la sua attualità. Santo cielo. L'etichetta cattolica copre un cumulo non indifferente di sgrammaticature, anacoluti, imperizia, dilettantismo, puerilità, idiozie, untuosità, incapacità di affrontare problemi reali. Bisogna riconoscere che si è avuto un progresso notevole negli ultimi anni in questo campo. Ma c'è ancora troppo spazio che attende di essere occupato dall'intelligenza. Che peso possono avere sull'opinione pubblica questi fogli compilati da penne «pie» (nella migliore delle ipotesi) ma del tutto maldestre? (e, infatti, non ne hanno alcuno, salvo quello della beneficenza).

Anche su parecchi pulpiti non è che si noti un'inflazione di intelligenza. Banalità, imparaticci, un linguaggio inadeguato, un «tono» sbagliato, l'annunciatore del messaggio che non s'accorge che l'uditorio è sintonizzato su una lunghezza d'onda diversa dalla sua, faciloneria, argomenti esotici come l'ipecacuana, incapacità di leggere gli avvenimenti della cronaca quotidiana e le realtà che scottano alla luce del Vangelo. Che vestito stracciato, staccionato si osa mettere sulle spalle della verità!

E non venitemi a parlare di «stoltezza della croce». Quella è stoltezza umana genuina. Quella non è una «verità crocifissa». È invece una verità immeschinita, beffeggiata una verità con indosso gli sbrendoli della sciatteria e della pigrizia umane.

Saper pregare, essere in buoni rapporti con Dio, non autorizza ad avere rapporti burrascosi con la grammatica, con la logica e il buonsenso. Troppe persone «pie» alimentano spesso e volentieri questo pericoloso equivoco. La sfilata di testi a carico potrebbe continuare per qualche chilometro. Libri di devozione zeppi di insulsaggini (...). Chincaglierie devozionali all'insegna della superstizione. Conversazioni di cristiani caratterizzate dalla più sublime banalità. Paurosi balbettamenti in campo liturgico e biblico. Desolante analfabetismo in fatto di catechismo. Preoccupante mancanza di «senso storico» e incapacità assoluta a leggere i «segni dei tempi» (perciò, quante tragiche gaffes, nel passato e nel presente, sia su un piano individuale che collettivo!). Ottusità nello scoprire le ragioni degli altri (dico ragioni, e non torti ed errori e colpe) e perciò a stabilire un vero dialogo.

Riconosciamolo: all'intelligenza dell'amministratore avveduto, sovente siamo in grado di contrapporre soltanto una buona dose di stupidità. «La vera ignominia è la stupidità. Perché appartiene allo spirito. L'ignominia della carne non è altrettanto dannosa. Un clero incontinente può annunciare la verità con forza e grandiosità; un clero stupido lotta con la verità che lo possiede e la rivela confusamente; a quest'ultimo viene conferito il segreto potere di renderla stupida » (Julien Green). La denuncia non è valida solo per il clero, ma per tutto il popolo di Dio.

Forse è giunto il tempo di imitare l'atteggiamento dell'amministratore avveduto, magari partendo da quel gesto così attendibile del grattarsi la testa... Che vuol dire, in fin dei conti, accorgersi di avere un cervello. L'intelligenza non è considerata un'intrusa nel Regno di Dio. Tutt'altro.

Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 198-199 (originale del 1967)

Verità sorridente

Ammonimenti rivolti dal saggio Guglielmo di Baskerville al giovane novizio Adso:

«Jorge, dico. In quel viso devastato dall'odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell'Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente.

Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, che di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un'opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fanatismi.

Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, far ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità».


Umberto Eco, Il nome della rosa, 494

Arma disarmante

Chiedo scusa

di Massimo Gramellini

Come il Fonzie di Happy Days, l'attaccante interista Mario Balotelli ha chiesto sc, ha chiesto scu, ha chiesto scusa. (Anche se non si è capito bene per cosa, dato che gli psicodrammi di spogliatoio sono l'unico segreto italiano impermeabile persino alle intercettazioni). Speriamo diventi presto una moda. La mia generazione di maschi è cresciuta con l'idea che le scuse siano un attentato alla virilità. Ad amplificare il fenomeno è stata una frase da cioccolatini che lo scrittore del lacrimoso best-sellerone «Love Story» metteva in bocca alla protagonista femminile: «Amare significa non dover mai chiedere scusa». Essendo una frase idiota, ha avuto un successo siderale. Ma perché uno che ama non dovrebbe mai chiedere scusa? Dimostra di avere una ben fragile idea di sé la persona che non è disposta a subordinare il proprio orgoglio al piacere di riconciliarsi con gli altri.

Le scuse sono la miglior arma disarmante mai inventata dall'uomo. Certo, mal si adattano a un Paese servile che ha talmente abusato di pentimenti e genuflessioni da costruire per contrasto il mito della maleducazione come prova suprema di libertà. Il risultato è la guerriglia degli animi. Quando uno mi taglia la strada e reagisce alle mie rimostranze ringhiando improperi, magari in cuor suo si sentirà un cavaliere dell'Apocalisse, ma in me stimola solo degli istinti omicidi, che cesserebbero all'istante se invece allargasse le braccia e, sorridendo, mormorasse attraverso il finestrino: «Chiedo scusa».

p. s. In serata Balotelli si è arrabbiato di nuovo. Come non detto.

Tempo Pasquale

O Spirito Paraclito, perfeziona in noi l'opera iniziata da Gesù; rendi forte e continua la preghiera che facciamo in nome del mondo intero; accelera per ciascuno di noi i tempi di una profonda vita interiore; dà slancio al nostro apostolato, che vuol raggiungere tutti gli uomini e tutti i popoli, tutti redenti dal sangue di Cristo e tutti sua eredità.

Mortifica in noi la naturale presunzione e sollevaci nelle regioni della santa umiltà, del vero timor di Dio, del generoso coraggio.

Che nessun legame terreno ci impedisca di far onore alla nostra vocazione; nessun interesse, per ignavia nostra, mortifichi le esigenze della giustizia; nessun calcolo riduca gli spazi immensi della carità dentro le angustie di piccoli egoismi.

Tutto sia grande in noi: la ricerca e il culto della verità, la prontezza al sacrificio sino alla croce e alla morte; e tutto, infine, corrisponda alla estrema preghiera del Figlio al Padre celeste; e a quella effusione che di te, o Santo Spirito d'Amore, il Padre e il Figlio vollero sulla Chiesa e sulle sue istituzioni, sulle singole anime e sui popoli.

Amen Amen Alleluia Alleluia


Giovanni XXIII

Vivere per l'eternità è amare

L'amore più forte della morte

di Enzo Bianchi

La Pasqua cristiana ha un messaggio che può interessare anche chi cristiano non è o non crede in nessun Dio? «Quando sentirono Paolo parlare di risurrezione, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un'altra volta”». Il primo confronto tra il messaggio fondante la fede cristiana e il pensiero filosofico e religioso a lei contemporaneo non è stato dei più felici.

E oggi, a quasi duemila anni da quel primo scacco della predicazione sulla risurrezione, che senso può avere per il mondo la celebrazione della Pasqua da parte dei cristiani? Quest'anno, per una rara coincidenza di calendari, tutte le chiese - in Oriente come in Occidente, in situazione di persecuzione o di conflitto come in realtà di maggioranza, di integrazione o di tolleranza - festeggiano nello stesso giorno l'evento centrale della loro fede: la risurrezione di Gesù dai morti. Ma quale verità celebrano i cristiani nella notte di Pasqua, qual è la «buona notizia» che dalle loro liturgie si dovrebbe diffondere anche verso quanti non condividono la loro fede? Nella sua essenza è un messaggio che parla di vittoria dell'amore sulla morte, questo segno per eccellenza della fragilità umana.

Ogni essere umano porta dentro di sé «il senso dell'eterno», come ricorda il saggio Qohelet, l'ansia di eternità, e tuttavia è costretto a constatare l'inesorabile presenza della morte come ciò che contrasta fortemente la sua vita. Con uno sguardo naturalistico, si può anche ammettere che la finitezza umana sia in qualche modo una necessità biologica, come lo è per ogni creatura; ma tale giustificazione non spegne dentro di noi il sentimento che la morte, proprio perché non permette che qualcosa di noi rimanga per sempre, minaccia fortemente il senso della nostra vita: la morte è la somma ingiustizia! Noi troviamo senso nella misura in cui sappiamo vivere gesti che restano nel tempo: ma se tutto passa, se tutto finisce con la morte, che senso ha la nostra esistenza?

È qui che entra in gioco la riflessione umanissima che ogni uomo e ogni donna fanno sotto il cielo, da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Tutti gli esseri umani percepiscono che la realtà indegna della morte per eccellenza è l'amore; quando infatti giungiamo a dire a qualcuno: «Ti amo», ciò equivale ad affermare: «Io voglio che tu viva per sempre». Sembrerà banale ripeterlo e tuttavia resta vero: la vita trova senso solo nell'esperienza dell'amare e dell'essere amati, e tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti di eternità. Ora, la grazia di un libro come il Cantico dei cantici posto al cuore della Bibbia consiste proprio nel fatto che in esso si parla dall'inizio alla fine di amore umano. A conclusione del Cantico si legge un'affermazione straordinaria. L'amata dice all'amato: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio / perché forte come la morte è l'amore / tenace come l'inferno è lo slancio amoroso. / Le sue vampe sono fiamme di fuoco / una fiamma del Signore».

Qui si raggiunge una consapevolezza presente in numerose culture, che sempre hanno percepito un legame tra amore e morte, tra éros e thánatos. La Bibbia, dal canto suo, ci illustra che amore e morte sono i due nemici per eccellenza: non la vita e la morte, ma l'amore e la morte! E la morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell'amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla.

Con questo orizzonte in mente, riflettere sul senso della Pasqua significa allora porsi una domanda chiave: perché Gesù è risorto da morte? Una lettura intelligente dei Vangeli e di tutto il Nuovo Testamento ci porta a concludere che egli è risorto perché la sua vita è stata amore vissuto per gli uomini e per Dio fino all'estremo: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» come ricorda Giovanni nel suo Vangelo. Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto, al suo modo di vivere nell'amore fino all'estremo: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte - quell'amore insegnato ai discepoli lungo tutto la sua vita e con tutte le sue forze, quell'amore divenuto così il comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» - a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena.

Se Gesù è stato l'amore, come poteva essere contenuto nella tomba? È questa la domanda che si cela dietro le parole pronunciate da Pietro nel giorno di Pentecoste: «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere»... Com'era possibile che l'amore restasse preda degli inferi? La resurrezione di Gesù è il sigillo che Dio ha posto sulla sua vita: resuscitandolo dai morti, Dio ha dichiarato che Gesù era veramente il suo racconto e ha manifestato che nell'amore vissuto da quell'uomo era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui.

È in quest'ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù Risorto e Signore. Cosa è successo nell'alba di quel «primo giorno dopo il sabato»? Alcune donne e alcuni uomini discepoli di Gesù si sono recati al sepolcro e l'hanno trovato vuoto: mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità hanno avuto un incontro nella fede con Gesù Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, ai bordi del lago di Tiberiade... Gesù non è apparso loro sfolgorante di luce, ma si è presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore. Si è manifestato nella forma con cui lungo la sua esistenza aveva narrato la possibilità dell'amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!»; i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane, cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti; è il discepolo amato che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade e grida a Pietro: «È il Signore!»... Davvero la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno e quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell'amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che «Dio è amore», altrimenti «non è»!

Forse è su questa speranza che gli eredi di Paolo e dei suoi interlocutori all'Aeropago di Atene, che cristiani e non cristiani possono ancora oggi ritrovarsi per «sentirsi un'altra volta», per confrontarsi in nome di quel desiderio di amore più forte della morte che abita il cuore di ciascuno.

Pasqua di Risurrezione


Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto. (Gv 20, 16-18)

Il silenzio del Sabato Santo

Mi sembra che il vissuto dei discepoli nel sabato dopo la crocifissione del Maestro sia quello di un grande smarrimento. Perché sono tanto smarriti?

Perché il loro Signore e Maestro è stato ucciso, il suo appello alla conversione non è stato ascoltato, le autorità lo hanno condannato e non si vede via di scampo o senso positivo da dare a tale evento. C'è stato, a partire dalla Cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili che li ha sorpresi e resi muti. Come i due discepoli che camminano verso Emmaus nel primo giorno della settimana, hanno il cuore triste (Lc 24,17); le anticipazioni che avevano avuto (le previsioni della Passione fatte più volte da Gesù), i gesti rassicuranti che li avevano sinora sostenuti (i miracoli del Maestro, il suo amore mostrato nell'ultima Cena) sono svaniti dalla memoria. Si ha l'impressione che Dio sia divenuto muto, che non parli, che non suggerisca più linee interpretative della storia. E' la sconfitta dei poveri, la prova che la giustizia non paga.

A ciò si aggiunge la vergogna per essere fuggiti e per aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente. Manca ogni prospettiva di futuro, non si vede come uscire da una situazione di catastrofe e di crollo delle illusioni, sono assenti persino quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della domenica (come le donne al sepolcro vuoto, cf Lc 24,22-23).


C. M. Martini, La Madonna del Sabato Santo, 13-14

Venerdì Santo

Spesso si considera la Passione delle sofferenze fisiche, che certamente sono grandi. Un canto religioso natalizio molto noto in Italia, composto da sant'Alfonso Maria de' Liguori, dottore della Chiesa e fondatore della Congregazione del SS. Redentore, inizia così: «Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo. O Dio beato! Ah, quanto ti costò l'avermi amato!». Dunque si considerano soprattutto la povertà e i patimenti fisici di Gesù. E anche un recente film - The Passion offre una rappresentazione molto cruda dei dolori fisici.


Tuttavia la Passione comporta pure delle profonde sofferenze morali e umiliazioni. Gesù infatti ha messo in gioco per noi il suo onore, lo ha perduto volentieri: onore di uomo, di fedele ebreo, di suddito leale dell' autorità romana, il suo onore di Messia, di re d'Israele, di Figlio di Dio.

Tenendo presenti in particolare le umiliazioni, rileggo i testi della Passione, cominciando dalle predizioni. (continua - fai il download dell'intero testo)


C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 144-153


Ultima Cena e ministri dell'Eucarestia

Scusate se riporto un brano che è già tra i nostri Testi, ma in questo Giovedì Santo dell'Anno sacerdotale, fare memoria dell'istituzione del ministero al servizio dell'Eucarestia non mi pare possibile senza unire la stola e il grembiule.


don Chisciotte


Stola e grembiule


di mons. Tonino Bello

Forse a qualcuno può sembrare un'espressione irriverente, e l'accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.

Sì, perché, di solito, la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta e i suoi colori, con i suoi simboli e i suoi ricami. Non c'è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.

Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente, non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore per un giovane prete. Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale. Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l'aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di camice d'oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d'argento!

Un grembiule ritagliato dalla stola

La cosa più importante, comunque, non è introdurre il “grembiule” nell'armadio dei “paramenti sacri”, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l'altezza e la larghezza di un unico panno di servizio; il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile.

C'è, nel vangelo di Giovanni, una triade di verbi scarni, essenziali, pregnantissimi, che basterebbero da soli a sostenere il peso di tutta la teologia del servizio, e che illustrano la complementarietà della stola e del grembiule. I tre verbi sono: “si alzò da tavola”, “depose le vesti”, “si cinse un asciugatoio”.

Si alzò da tavola

Significa due cose. Prima di tutto che l'eucarestia non sopporta la sedentarietà. Non tollera la siesta. Non permette l'assopimento della digestione. Ci obbliga a un certo punto ad abbandonare la mensa. Ci sollecita all'azione. Ci spinge a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per farci investire in gestualità dinamiche e missionarie il fuoco che abbiamo ricevuto.

Questo è il guaio: le nostre eucaristie si snervano spesso in dilettazioni morose, languiscono nei tepori del cenacolo, si sciupano nel narcisismo contemplativo e si concludono con tanta sonnolenza lusingatrice, che le membra si intorpidiscono, gli occhi tendono a chiudersi, e l'impegno si isterilisce.

Se non ci si alza da tavola, l'eucarestia rimane un sacramento incompiuto. La spinta all'azione è così radicata nella sua natura, che obbliga a lasciare la mensa anche quando viene accolta con l'anima sacrilega, come quella di Giuda: “Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte”.

Ma “si alzò da tavola” significa un'altra cosa molto importante. Significa che gli altri due verbi “depose le vesti” e “si cinse i fianchi con l'asciugatoio” hanno valenza di salvezza soltanto se partono dall'eucarestia. Se prima non si è stati “a tavola”, anche il servizio più generoso reso ai fratelli rischia l'ambiguità, nasce all'insegna del sospetto, degenera nella facile demagogia, e si sfilaccia nel filantropismo faccendiero, che ha poco o nulla da spartire con la carità di Gesù Cristo.

Per i presbiteri ogni impegno vitale, ogni battaglia per la giustizia, ogni lotta a favore dei poveri, ogni sforzo di liberazione, ogni sollecitudine per il trionfo della verità devono partire dalla “tavola”, dalla consuetudine con Cristo, dalla familiarità con lui, dall'aver bevuto al calice suo con tutte le valenze del suo martirio. Da una intensa vita di preghiera, insomma. Solo così il nostro svuotamento si riempirà di frutti, le nostre spoliazioni si rivestiranno di vittorie, e l'acqua tiepida che verseremo sui piedi dei nostri fratelli li abiliterà a percorrere fino in fondo le strade della libertà.

Depose le vesti

Non so se sto forzando il testo. Ma a me pare che con questa espressione del vangelo venga offerto il paradigma dei nostri comportamenti sacerdotali, se vogliono collocarsi sul filo della logica eucaristica.

Chi sta alla tavola dell'eucarestia deve “deporre le vesti”.

Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell'interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Le vesti del dominio, dell'arroganza, dell'egemonia, della prevaricazione, dell'accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che “pauper” non si oppone tanto a “dives” quanto a “potens”.

Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni.

Non possiamo amoreggiare col potere. Non possiamo coltivare intese sottobanco, offendendo la giustizia, anche se col pretesto di aiutare la gente. Gli allacciamenti adulterini con chi manipola il danaro pubblico ci devono terrorizzare. Dovremmo rimanere amareggiati ogni qualvolta ci sentiamo dire che le nostre raccomandazioni contano. Che la nostra parola fa vincere un concorso. Che le nostre spinte sono privilegiate. Il bagliore dei soldi anche se promesso per le nostre chiese e non per le nostre tasche, non deve mai renderci complici dei disonesti, diversamente innescheremmo nella nostra vita una catena di anti-pasque che arresteranno il flusso di salvezza che parte dalla pasqua di Cristo.

In una parola, “depose le vesti” per noi sacerdoti deve significare divenire “clero indigeno” degli ultimi, dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli analfabeti, di tutti coloro che rimangono indietro o sono scavalcati dagli altri.

Si cinse un asciugatoio

Ed eccoci all'immagine che mi piace intitolare “la Chiesa del grembiule”. Sembra un'immagine un tantino audace, discinta, provocante. Una fotografia leggermente scollacciata di Chiesa. Di quelle che non si espongono nelle vetrine per non far mormorare la gente e per evitare commenti pettegoli, ma che tutt'al più si confinano in un album di famiglia, a disposizione di pochi intimi, magari delle signore che prendono il tè, con le quali soltanto è permesso sorridere su certe leggerezze di abbigliamento o su certe poso scattate in momenti di abbandono.

La Chiesa del grembiule non totalizza indici altissimi di consenso. Nell'”hit parade” delle preferenze, il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il lezionario tra le mani, o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi, con quel catino nella destra e con quella brocca nella sinistra, con quel piglio vagamente ancillare, viene fuori proprio un'immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca.

Giovedì Santo

Ha preso su di sé la nostra debolezza

Dalla «Esposizione del vangelo secondo Luca»
di sant'Ambrogio, vescovo


«Padre, se è possibile, allontana da me questo calice » (Lc 22, 42). Parecchi in questo passo restano perplessi; intendono la tristezza del Salvatore come prova di una debolezza, che in lui sarebbe stata originariamente intrinseca, non temporaneamente assunta; e si studiano così di travisare il significato della spiegazione più naturale. Quanto a me, invece, non solo non penso di non doverlo scusare, ma resto anzi stupito, più che in nessun altro punto, davanti alla sua pietà e alla sua maestà: egli infatti mi sarebbe stato di minor giovamento, se non avesse preso su di sé i miei sentimenti. Perciò si è rattristato per me, egli che non aveva nessuna causa di rattristarsi per se stesso, e, messo da parte il godimento della eterna divinità, prova il tedio della mia infermità.

Egli ha preso su di sé la mia tristezza, per farmi dono della sua gioia, ed è disceso con i nostri passi fino all'affanno della morte, per farci ritornare con i suoi passi fino alla vita. Perciò io non ho paura di nominare questa tristezza, perché proclamo la croce: egli ha accettato non l'apparenza, ma la realtà dell'incarnazione. Perciò doveva accettare anche il dolore per vincere, non per tener lontana la tristezza. (...) E come ti potremmo imitare, Signore Gesù, se non ti seguissimo come uomo, se non ti credessimo morto, se non avessimo visto le tue piaghe? Come avrebbero fatto i discepoli a credere che doveva morire, se non si fossero accorti dell'angoscia di uno che stava per morire? Così essi ancora dormono e ignorano che cosa sia rattristarsi, mentre Cristo si rattristava per loro: leggiamo infatti che egli «porta i nostri peccati e soffre per noi» (Is 53,4).

Tu dunque, Signore, soffri non per le tue, ma per le mie ferite; non per la tua morte, ma per la nostra debolezza: e noi invece abbiamo creduto che tu fossi immerso nei dolori, mentre tu soffrivi non per te, ma per me; sì, «sei stato indebolito», ma «per i nostri peccati» (Is 53,5), non perché avevi ricevuto quella debolezza dal Padre, ma perché l'avevi presa per me: era utile per me che il castigo che ci dà la pace si abbattesse sopra di te, e che per le tue lividure tu guarissi le nostre piaghe. (...)


(L. X, 56-58:  SAEMO  12. 437.439)

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