L'altro

"Perdonare all’altro di essere quello che è,
anche se questo mi danneggia
e non posso eliminare l’altro, soprattutto quando è il mio nemico.
Il nemico va rispettato
anche perché se io cerco di eliminare il nemico
in realtà sono già entrato nella sua stessa logica 
e quindi non c’è nessuna differenza".
Etty Hillesum

Mete alte

Esperienza

Abbiamo bisogno... di aver bisogno


«Se tu conoscessi il dono di Dio...» (Gv 4,10). La donna di Samaria aveva bisogno di qualcos’altro, anche se fingeva di non accorgersene, si rifiutava di confessarlo.
Il dubbio viene fatto scivolare anche sull’orlo del nostro pozzo. Pure a me Lui [Gesù] insinua, come ha fatto con la samaritana, un salutare sospetto.
- Se tu sapessi di che cosa hai veramente bisogno... E anche:
- Sapessi ciò di cui non hai bisogno, nonostante la pubblicità e le mode congiurino per crearti bisogni fasulli.
Sapessi che cosa ti manca per essere uomo, per avere una faccia un po’ più presentabile di cristiano.
Purtroppo credi di aver bisogno di una congerie incredibile di cose inutili, di un cumulo di carabattole. Ne hai bisogno, non puoi farne a meno, e tutti sono disposti ad offrirtele, per nascondere le tue reali necessità, e non prendere coscienza dell’importante, dell’essenziale.
Ti aggrappi al superfluo, per negarti il necessario.
Hai bisogno di Dio, ma insieme hai paura di ammetterlo.
Hai bisogno di tenerezza, però assumi una maschera di durezza.
Hai bisogno di ascoltare, e continui a parlare.
Hai bisogno di libertà, eppure sei affezionato alle catene.
Hai bisogno di antica saggezza, e ti nutri delle pagine del giornale o dell’ultimo best-seller.
Hai bisogno di Vangelo, e riempi la casa di libriccini pietistici (e non di rado pietosi).
Hai bisogno di convinzioni profonde, e pretendi galleggiare sull’entusiasmo epidermico.
Hai bisogno di meditazione seria, e continui a gargarizzare slogan e formule.
Hai bisogno di fantasia, e ti ostini a copiare da tutto e da tutti (e soprattutto da te stesso, dalle tue abitudini).
Hai bisogno di conversione, e non fai altro che lamentarti degli altri.
Hai bisogno di sincerità verso te stesso, e ti accanisci ad anestetizzare le tue ferite più profonde raccontandoti favole, che non hanno neppure il pregio della poesia.
Hai bisogno di esempi, di maestri, di modelli veri, e corri dietro a tutti i ciarlatani pittoreschi e chiassosi che spuntano sulle piazze.
Hai bisogno di morire come il chicco di grano sepolto sotto la dura crosta della terra (Gv 12,24), e insegui il successo, la popolarità, i facili consensi, i risultati immediati.
Hai bisogno di mistero, ed esigi che tutto sia chiaro, logico, rassicurante, evidente, garantito.
Hai bisogno di deciderti, comprometterti, tagliare, e rifiuti il rischio.
Hai bisogno di lanciarti nell’avventura, e non abbandoni la confortevole sala d’attesa.
Hai bisogno di speranza, e ti lasci abbagliare da illusioni dorate.
Hai bisogno di moralità che non sia moralismo, di verità intere e non dimezzate, di preghiera vera e non di devozionalismo, di spiritualità robusta e non di sentimentalismo, di fede e non di miracolismo, di impegno e non di velleitarismo, di fedeltà e non di emozioni, di carità e non di chiacchiere inconcludenti, di capacità di sacrificio e non di vittimismo, di umiltà e non di discorsi sull’umiltà, di qualcosa che hai sotto gli occhi e non vedi...
Hai bisogno di lasciarti amare, di lasciarti fare, di lasciarti donare.
Insomma, hai bisogno di... aver bisogno.
Devi diventare capace di ricevere.
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 33-35

Buona compagna del camminare

"«Gesù, dunque, stanco dal camminare, stava così a sedere presso la fonte».
Anche la stanchezza è una buona compagna del nostro camminare. In una parola umanissima – niente di più umano della nostra povertà - viene raccolto un insieme di sofferenze, che la religione smorza ma non porta via.
Non c’è che una stanchezza, la stanchezza del vivere, che è poi la stanchezza del cercare, la stanchezza d’amare... e verrà «riposata» soltanto di là.
«Io ho cercato nelle notti Colui che l’anima mia ama: io l’ho cercato e non l’ho trovato. Ora mi leverò e andrò attorno per la città, per le strade e per le piazze: io cercherò Colui che l’anima mia ama: io l’ho cercato ma non l’ho trovato. - «Ho detto alle guardie che vanno attorno per la città: Avete voi visto Colui che l’anima mia ama?» (dal Cantico dei Cantici).
Gesù cerca come io cerco: si stanca come io mi stanco. C’è una sola maniera di stancarsi perché c’è una sola maniera d’amare. Egli ha il mio cuore e si guadagna tante stanchezze e ben più grandi delle mie, come più grande è il suo cuore, più grande il suo amore. Egli cerca come io cerco, ma compiutamente Egli cerca: per una realtà più vera, per una gioia più piena, per un bene che resta. (...)
Cerco l’uomo, e la natura mi riposa. L’uomo m’inquieta. Il divino che è nell’uomo è così inafferrabile che m’inquieta, mentre la natura mi riposa. Mi riposo e attendo. La pazienza dell’amore riposa l’amore.
Chi attende, dopo aver cercato, è come se continuasse a cercare. Molti attendono senza aver prima cercato: attendono tutta la vita senza cercare. Perché il cercare è qualcosa di più di un dovere compiuto senza passione o di una regola obbedita senza amore…"
don Primo Mazzolari, La samaritana, (1943)
 

Tanto bene


«Nel Vangelo i personaggi guasti sono parecchi. Se fosse un romanzo, i critici timorati farebbero le loro riserve, ma poiché è il Libro di Gesù, gli si levano contro i farisei di ogni tempo.
Uditeli: "Il Vostro Maestro va coi peccatori, mangia con loro: è amico dei pubblicani".
Ai Discepoli Gesù dichiara: "La gente sana non ha bisogno del medico": ai farisei, in tono un po’ diverso: "I pubblicani e le donne della strada vi precederanno nel Regno dei Cieli".
Lo scandalo del bene non è facilmente sopportabile. Ci vuole più fede per credere che "il Vangelo è predicato ai poveri" che per credere ai "ciechi che vedono, ai sordi. che odono, agli storpi che camminano, ai morti che risorgono" (Mt., 11, 4).
Se il Signore non fosse venuto per i malati, si potrebbe pensare che, a un certo momento del nostro discendere, possa venir meno la sua pietà.
Invece, la mia malattia aumenta la sua pietà. Perché sono tanto infelice quando, sono cattivo, Egli mi vuole tanto bene.
Esistono tuttavia cristiani che considerano i peccatori gente che se la gode.
Il peccato, che è sempre una grande tristezza, è spesso una forma fuorviata d’ardore: di rado il bassofondo è un meno.
Ora, un sentimento fuorviato può inalvearsi: "Ma da un non amore cosa si può ricavare?".
A i farisei che si vantavano d’essere "progenie di Abramo", il Signore risponde ch’ Egli può cavare figli di Abramo anche dalle pietre.
Purtroppo, non tutti i grandi peccatori diventano grandi santi, dato che il peccato non è la condizione per divenir santi: ma se uno, che ha molto ardore nel male, si lascia prendere dalla grazia, porta nel bene eguale passione.
Se Gesù va in cerca di una creatura che si perde, vuol dire che in essa c’è qualche cosa che va raccolto per la gioia di tutti. Il "Rallegratevi con me... Vi dico che in cielo c’è ancora più allegrezza..."».
tratto da: don Primo Mazzolari, La samaritana, (1943), introduzione

Dedicata

Parole d'amore scritte a macchina
di Paolo Conte
«Memorabile: frasi d'amore scritte a macchina,
la nostra storia in quattro pagine,
che, raccontata ci puo' perdere.
Ah, formidabile: il tuo avvocato è proprio un asino.
No, certe cose non si scrivono,
che poi i giudici ne soffrono.
He, he, he! Rido perché,
a parte lo stile del tuo legale,
sono parole tue
d'amore scritte a macchina,
baby, baby, van tanto bene per me».

Quando un uomo è un uomo


Non posso non amare un video come questo e lo ritengo uno dei più eloquenti atti di "magistero-ministero": quando un uomo è un uomo, sa vivere onestamente e santamente tutti i sentimenti, compresi la indignazione o l'imprevisto.
Quando un uomo è un uomo, rende ragione dell'immenso valore che ha la persona nella sua interezza, senza diminuzioni, senza "tagli", senza angelismi.
Quando un uomo è un uomo, le parole che dice sono accompagnate da fatti, coerenti ed eloquenti.
Il farsi piccolo (minus) diventa il più alto (magis) insegnamento.
don Chisciotte Mc
 
 

"Come"

Non mi sono mai piaciuti né l'horror né lo splatter.
Anche per questo non li ho mai applicati alla spiritualità cristiana: non credo che il primo e principale attore della redenzione sia stata la "quantità" di sofferenza subìta da Gesù Cristo.
La disarmante sobrietà con cui i vangeli descrivono le sevizie da lui subìte ci indicano la strada: non è il "quanto", ma il "come", il "perché", il "per chi".
E se ancora qualcuno fondasse la sua fede nella salvezza cristiana sul "quanto" ha sofferto Gesù (cfr certe presentazioni della Sindone o le scene di "The Passion"), si rilegga in questi giorni cosa ha subìto una delle migliaia di persone che quotidianamente sono torturate.
"Sette costole rotte, segni di scosse elettriche sui genitali, lesioni traumatiche e tagli inferti con lame affilate su tutto il corpo, lividi e abrasioni e anche un'emorragia cerebrale. Tagli sul naso e le orecchie. Segni di coltellate e percosse concentrati soprattutto sulla testa e la schiena. Contusioni e bruciature di sigarette su tutto il corpo. Una morte lenta. Il corpo avrebbe ceduto per dissanguamento, come risultato delle violente percosse".
Tutti devono avere il nostro massimo rispetto e un senso di profonda gratitudine per l'immenso valore di ciò che sopportano (spesso per la giustizia).
Se ad uno di questi condannati io riconosco il titolo di "Mio Salvatore" è per un motivo che abbraccia e avvolge queste indescrivibili sofferenze fisiche.
don Chisciotte Mc

Promemoria


«Ricordami che devo morire,
che ci sono fiori sul balcone da innaffiare
e panni stesi da recuperare.
Ricordami che c'è un tempo per tutto
e questo tempo io lo devo trovare,
lungo e concentrato come non sarà mai.
Ricordami che mentre io rido qualcuno piange;
che non sono colpevole di tutto,
ma qualche bicchiere di troppo c'è stato.
Ricordami le parole, le note, e gli aghi
di tutte le promesse fatte da giovane,
quando ancora sapevo da che parte stare.
Ricordami di non programmare, di fecondare,
di coltivare, di aspettare la pioggia e il sole,
di mietere, benedire il raccolto e scendere dalla croce.
Ricordami di credere nelle mani che sanno dare,
che costruiscono e fanno male;
mani dello stesso corpo da ricostruire all'inizio di ogni giorno.
Ricordami di pregare, di non bestemmiare,
di non uccidere, di non farmi del male,
di non amare troppo ma di amare.
Ricordami la bambina che dentro mi ride e canta,
che si è fatta una promessa,
ma non l'ha ancora mantenuta».
Maria Attanasio

Tempo di eventi storici


«Poiché infatti crediamo che la venerabile e antica tradizione delle Chiese orientali sia parte integrante del patrimonio della Chiesa di Cristo, la prima necessità per i cattolici è di conoscerla per potersene nutrire e favorire, nel modo possibile a ciascuno, il processo dell’unità. I nostri fratelli orientali cattolici sono ben coscienti di essere i portatori viventi, insieme con i fratelli ortodossi, di questa tradizione. E’ necessario che anche i figli della Chiesa cattolica di tradizione latina possano conoscere in pienezza questo tesoro e sentire così, insieme con il Papa, la passione perché sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità della Chiesa, espressa non da una sola tradizione, né tanto meno da una comunità contro l’altra; e perché anche a noi tutti sia concesso di gustare in pieno quel patrimonio divinamente rivelato e indiviso della Chiesa universale che si conserva e cresce nella vita delle Chiese d’Oriente come in quelle d’Occidente (Giovanni Paolo II, Orientale Lumen, 2 maggio 1995, n. 1)».
 
«Delle Chiese d’Oriente è stata riconosciuta la grande tradizione liturgica e spirituale, il carattere specifico del loro sviluppo storico, le discipline da loro seguite sin dai primi tempi e sancite dai santi Padri e dai Concili ecumenici, il modo che è loro proprio di enunciare la dottrina. Tutto ciò nella convinzione che la legittima diversità non si oppone affatto all’unità della Chiesa, anzi ne accresce il decoro e contribuisce non poco al compimento della sua missione (Giovanni Paolo II, Ut Unum Sint, 25 maggio 1995, n. 50)».

Mangiare (e quindi digiunare)

Mangiare per essere più umani
di Enzo Bianchi
Dio ha voluto creare un mondo in cui i viventi potessero, appunto, vivere, e quindi potessero nutrirsi. Nelle prime pagine della Genesi, dove in una sinfonia si tenta di raccontare la creazione, Dio affida all’umanità, nella polarità uomo-donna, il cibo: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero che dà frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. [...] E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto bella e buona (tov me’od)» (Gen 1,29-31).
Tutti i frutti della terra sono donati all’uomo ma — avrete notato — c’è un’insistenza sull’erba e sugli alberi che fanno seme, rivelando subito che quel seme non è destinato solo a essere mangiato con il frutto, ma può cadere a terra. E questa è anche un’azione umana: la semina richiede la cura, la cultura da parte dell’uomo. Ecco la verità grande di questa pagina: la terra è madre, ci nutre, ma noi dobbiamo esercitare una “cultura” nel senso più vero, cioè coltivarla (un dato straordinario nel mio dialetto è che cutura indica il lavoro iniziale sulla terra, prima di seminare e di piantare). La terra madre ci è data come un giardino da coltivare e, infatti, sta scritto: «Il Signore Dio prese l’umanità e la fece riposare nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15).
Natura e cultura hanno qui la celebrazione del loro legame, per sempre indissolubile: un legame nella custodia che è rispetto, protezione, cura intelligente e amorosa. Sì, madre terra! Qui io avverto la presenza, anche se non espressa, di un comandamento: «Ama la terra come te stesso». Questa terra va lavorata con il sudore della fronte, ma da essa l’uomo trae il cibo, è terra madre che genera cibo e vita, è terra che accoglierà alla fine i nostri corpi mortali, perché dalla terra siamo stati tratti (cfr. Gen 3,17-19). Il cibo è innanzitutto voluto da Dio, è cosa buona e bella, è ciò che l’uomo si guadagna con il lavoro, è ciò che l’uomo renderà sempre più capace di nutrirlo e di renderlo più uomo! Non a caso l’inizio della cultura si registra nello spazio del mangiare, non a caso il linguaggio è nato intorno a una pietra che – come tavola – radunava attorno a sé gli uomini e le donne che avevano deciso di mangiare insieme e non più come gli animali.
Proprio nell’atto del nutrirsi, che instaura un giusto rapporto tra bisogno-desiderio-soddisfazione, viene impressa la giusta relazione tra l’umano e le altre creature: relazione fondata sul riconoscimento, sul rispetto della loro alterità, sul valore e sulla dignità di ogni alimento. Il modo di vivere l’azione del mangiare ne determina il senso e fissa il ruolo, la funzione del cibo. Si può usare il cibo come cosa da consumare, si può fare del cibo un idolo per la sola soddisfazione dei bisogni individuali e delle proprie voglie, oppure si può vedere nel cibo un dono della terra destinato a tutti - dunque non una preda - e trasformare il pasto in luogo di condivisione con gli altri e di grande comunione con la natura.
Nel libro della Sapienza sta scritto: «Dio ha creato tutto per l’esistenza: le creature del mondo sono apportatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte» (Sap 1, 14). E ancora, in un’altra contemplazione della Sapienza sulle opere di Dio: «Tu ami tutte le cose esistenti e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato. Se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu salvi tutte le cose perché sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11,24-26). Dunque, tutti i cibi sono buoni e, solo più tardi, gli uomini hanno introdotto su di essi la categoria della purità e dell’impurità, fino a farne un muro di separazione tra popolo santo e popoli impuri, i gojim, i pagani. Se la Legge diventa 

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Epoca di esaurimento, reazione ad una sovrabbondanza

Sexout: ossessionati dal sesso, ma pochi lo fanno
di Stefania Chiale
Nel 2012 il sito specializzato ExtremeTech registrava i numeri di un settore non toccato dalla crisi. Quello della pornografia online. Xvideos – ancora oggi il maggiore sito porno del web, seguito dai vari YouPorn, Tube8 e PornHub – con i suoi 4,4 miliardi di pagine viste al mese era visitato tre volte più del sito della Cnn. E dieci volte più di quello del New York Times. Quattro anni dopo, nell’Alexa Global Rank, la classifica dei 500 siti più popolari di Internet calcolata combinando numero di utenti al giorno e visualizzazioni mensili, Xvideos.com è in 50esima posizione, Cnn.com e nytimes.com solo in 81esima e 104esima posizione. Non è il pc a far registrare questi numeri: il sesso online e il desiderio sono mobile. Gli utenti scelgono il piccolissimo schermo per visitare siti web a luci rosse. E non solo: lo scambio di contenuti espliciti a carattere sessuale – testi, immagini, video – attraverso lo smartphone è un fenomeno in crescita fra giovani e meno giovani. Si chiama sexting, dalla combinazione di sex e texting, “invio di messaggi”. Una ricerca presentata all’ultima convention dell’American Psychological Association rivela che otto adulti su dieci (il campione erano 870 uomini e donne tra i 18 e gli 82 anni) inviano e ricevono messaggi erotici. (....) Uno studio dell’Università Cattolica di Milano segnala che in Italia un adolescente su quattro ha ricevuto messaggi, foto o video a sfondo sessuale, nel 50 per cento dei casi da sconosciuti. Il lato rischioso del fenomeno è molto evidente.
Quello meno immediato è la sostituzione della fiction alla realtà. Il sexting, così come la consumazione del porno online, può rappresentare un “sostituto” dell’attività sessuale. Possibile che in un’epoca ossessionata dal sesso sia tanto più evidente la sua assenza? Ne è convinto Wilhelm Schmid, nel suo nuovo libro, Sexout. L’arte di ripensare il sesso, appena pubblicato da Fazi Editore. Il sexout è «l’assenza non voluta del sesso» spiega il filosofo tedesco, due mogli e quattro figli, in un colloquio con Io donna «all’interno di un matrimonio, di una relazione, o al di fuori di essi. Diversamente da ciò che normalmente pensiamo, in questi tempi ipersessualizzati le persone non hanno rapporti sessuali perfetti né eccitanti, e molte persone vivono un vero e proprio sexout». L’autore ci posiziona nella terza fase di un’ipotetica sequenza epocale, quasi la reazione a una sovrabbondanza: «A una svalutazione secolare della sessualità, ne è seguita una sopravvalutazione isterica e poi un’epoca di esaurimento». Insomma, «siamo passati dal trattare il sesso come un segreto di Stato al renderlo esplicito senza più velo alcuno. Così dopo Cinquanta sfumature di grigio le cose non sono più le stesse. I rapporti si congelano nel sexout».
L’autore del bestseller, celebre per i suoi libri sull’arte del saper vivere bene e sulla filosofia come aiuto pratico alla vita, propone dieci rimedi «per evitare di sprofondare nell’immobilismo e nella disperazione che possono nascere di fronte a un sexout». Bisogna fermarsi e riflettere, come insegna la filosofia. Anche davanti al sesso, o alla sua assenza. In un percorso di situazioni quotidiane, arti figurative e citazioni storiche (il primo sexout della storia della filosofia risale a Socrate, che non voleva più saperne della moglie Santippe), Schmid passa dalla parità di genere al sesso a pagamento, dal sesso virtuale alla comprensione dell’altro, perché «chi comprende di più ottiene di più dalla vita, anche più sesso». (continua: 
 

Un mix tra competenza e creatività!

Tutte le 65 canzoni vincitrici del Festival di Sanremo, in 5 minuti e in ordine cronologico.

L'inevitabilità di confrontarsi con l’avversario faccia a faccia

Bauman: L'odio che sospende l'etica 
di Zygmunt Bauman 
«I problemi generati dall’attuale “crisi migratoria”, esacerbati dal panico sulle migrazioni, appartengono alla categoria delle questioni più complesse e controverse: in essi, infatti, l’imperativo categorico e morale si scontra con la paura del “grande sconosciuto” impersonato dalle masse di stranieri che troviamo alle nostre porte. La paura impulsiva stimolata dalla vista di persone “aliene” che porterebbero con sé imperscrutabili pericoli entra in competizione con l’impulso morale causato dalla vista della miseria umana. Quasi in nessun altro caso potrebbe risultare più grande la sfida al tentativo morale di persuadere la volontà a seguire il suo imperativo; e raramente potrebbe essere più lacerante il compito della volontà che cerca di chiudere le orecchie a questo imperativo morale.
Tutti noi saremmo potuti essere arruolati in un momento o in un altro, o contemporaneamente, nei diversi ruoli di questo combattimento: “campo di battaglia”, “soldato” o “cannone”. E alcuni di noi potrebbero perciò esser tentati dalla “grande semplificazione” offerta dal web. Lì, in questo rifugio, uno viene salvato dall’inevitabilità di confrontarsi con l’avversario faccia a faccia. Uno potrebbe imbattersi nella trappola della menzogna conflittuale e che intacca il rispetto di sé col semplice espediente di chiudere gli occhi di fronte alla presenza dell’avversario, arrivando anche a chiudere le orecchie ai suoi argomenti. Entrambi questi due aspetti sono facilmente visibili online, mentre non lo sono per niente nel mondo reale. In maniera prevedibile è quello che hanno riscontrato alcuni ricercatori in molti utenti di internet, avendoli studiati per spiegare quali siano le funzioni della Rete nella difesa di se stessi rispetto al vedere e all’udire quello che accade sul campo di battaglia. Nella “zona di sicurezza” delimitata da questa scelta sono ammesse solamente persone che la pensano allo stesso modo, mentre a quelli del campo avverso viene impedito l’ingresso. Basta poco, in termini di decisione e coerenza, per schiacciare il tasto “cancella” del computer ed eliminare la controversia e i suoi protagonisti dalla memoria digitale. Dal momento che il mettere in discussione qualcosa comporta il rischio di essere smentiti, e quindi si ritiene più conveniente evitare il dibattito, ecco che l’eliminazione della necessità di discutere l’importanza e la gravità degli imperativi morali si presenta come un sollievo: «Diventare moralmente ciechi e sordi ora basterà, grazie...». Con questa moralità resa cieca e sorda, non c’è da stupirsi che «milioni di americani – come è stato dimostrato in un recente studio pubblicato dalla “National Academy of Science” –, «credano che le loro posizioni siano fondamentalmente filantropiche mentre gli altri siano il male da combattere». (...)
Perché questo? Come ha scoperto uno psicologo dell’Università delle Hawaii, i momenti virali più ricorrenti sono quelli che «provengono direttamente dall’inconscio» – mentre «l’odio, la paura dell’altro, la rabbia» provengono direttamente dal fondo pulsionale. I soggetti solitari di fronte a un cellulare, allo schermo di un tablet o di un computer portatile, che hanno solamente altre persone “virali” con cui confrontarsi, sembrano mettere a dormire la ragione e la moralità lasciando senza guinzaglio le emozioni che normalmente vengono controllate.
Ovviamente, internet non è la causa del crescente numero di internauti moralmente ciechi e sordi; ma esso facilita e alimenta in maniera notevole questa crescita. La prima reazione di fronte all’altro tende perciò a essere di vigilanza e di sospetto, un momento di indefinita ansietà, un impulso a cercare un’ancora di salvezza, che è causa di ulteriore nervosismo proprio perché è indefinita. E durante questo processo il rispetto degli imperativi morali è sospeso».
in “Avvenire” del 28 gennaio 2016

Quando non si capisce il proprio tempo...

Quel rimpianto sui miei Dico e l’immobilismo di chi difende la famiglia
di Lorenzo Maria Alvaro
Parla il giurista Alberto Gambino, referente della presidenza del Consiglio del Governo Prodi e anima del ddl “Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi” affossato dal primo Family Day.
http://www.vita.it/it/article/2016/02/05/quel-rimpianto-sui-miei-dico-e-limmobilismo-di-chi-difende-la-famiglia/138189/

Preferisco

«Povero Dio tirato in ballo dagli uomini! Macché religioni, sono questioni di economy! Questi omini minimizzano rombi di bolidi - boom! - fanno sempre i loro porci comodi. Nel nome del Padre, figli che si fanno invalidi, senti solo alibi squallidi, danno ragione solamente a visi pallidi, quelli diversi riversi ed esanimi. (...) Io preferisco ammazzare il tempo, preferisco sparare cazzate, preferisco fare esplodere una moda, preferisco morire d'amore, preferisco caricare la sveglia, preferisco puntare alla roulette, preferisco il fuoco di un obiettivo, preferisco che tu rimanga vivo. (...) Chiedo aiuto a Newton: «Isacco, come cacchio si fa a sopportare fatti di 'sta gravità?!». Anacronistica, la verità che viene a galla, esperto di balistica misurami 'sta balla (...)».
Caparezza, Follie preferenziali, 2003
 

Riprendiamo... daccapo

Facciamola finita con quelli che dicono “punto”
di Marco Dotti
«“Punto”. Uno dice una cosa, non ti lascia nemmeno il tempo di pensare e ci aggiunge “punto”. Esempio: “i diritti. Punto”, “le libertà. Punto” e via punteggiando. Singolare prevalenza: “punto” appare per lo più nei discorsi che si vorrebbero aperti al dialogo. Solo che quel “punto” tutto è, fuorché un invito a dialogare. Un tempo, quando non volevano ammettere discussioni i buoni padri di famiglia – i cattivi ricorrevano alle sberle – usavano un’altra espressione: “punto e a capo”. L’a capo apriva tutta un’altra scena. Il “punto senza a capo”, semplicemente la chiude. I tempi e le mode sono cambiate, facciamocene l’ennesima ragione. Di sberle guai a parlarne, o ti mandano gli assistenti sociali, ma in compenso il punto guadagna terreno al pari delle slide nei convegni. Mi chiedo spesso che cosa si nasconda dentro la prevalenza del “punto” nel dibattito pubblico e privato. Sicurezza? Forza? Ostinazione? E perché non aggiungerci il tradizionale “a capo”? Si aprirebbe almeno un altro discorso, si aggiungerebbe al draconiano “punto” la più lieve speranza di un “adesso parla tu”. Invece no, il punteggiare continua. E ne consegue il monologo, o il silenzio – che poi, se non sei a teatro, è la stessa cosa. (...) Il “punto” allontana la parola dalla vita e dalla sua concretezza. La riduce a sintomo. Di quale male, chissà. Ma se la parola è malata, diceva Jacques Ellul, tutto è malato. (....)
Il punto, racconta d’altronde una bella poesia di Gianni Rodari, è solo un piccolo dittatore:
"Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava
- verrà la fine del mondo!”
Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.
Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò

Nessuno ostracizzi

Family Day: perché sono contento
di Roberto Beretta
Sono contento che il Family Day sia stato fatto, e sia avvenuto così com'è stato. E questo non perché sia del tutto d'accordo con gli intenti di chi ha organizzato la manifestazione e nemmeno con tutto quanto è stato detto su quel palco, anzi: cose che mi lasciano perplesso - dalla nostalgica canzone «Mamma» al pessimo gusto dell'oratore per cui i figli dell'utero in affitto «non hanno nemmeno una tomba su cui piangere i genitori» (sic) - ce ne sono state diverse. Ma sono contento perché abbiamo avuto la palpabile sensazione di quanto noi cattolici siamo diversi al nostro stesso interno.
È proprio la possibilità di non essere d'accordo, a mio parere, il maggior pregio di un'iniziativa del genere. «Loro» hanno dimostrato di non essere d'accordo con un governo dove militano anche molti fratelli di fede, con (forse) la maggioranza o almeno con numerosi vescovi italiani (e il Papa? chissà...): «loro» hanno osato sfidare gli indirizzi ufficiali di diversi movimenti ecclesiali a cui appartengono, per non parlare dei lazzi degli opinionisti «laici»: se ne sono fregati e stop, hanno fatto ciò che credevano giusto fare. «Noi», d'altra parte, abbiamo avuto modo di constatare quanto sia diffuso (anche tra i giovani) un modo d'essere cristiani che non amiamo troppo ­ ma che c'è, esiste e va rispettato.
A me basta così, sapete? Perché, se «gli altri» hanno modo di manifestare la loro opinione, anch'io avrò qualche speranza in più di dire liberamente la mia: che molto sovente è fuori dagli schemi della massa, dagli imperativi della gerarchia, dalle comodità gregarie dell'ecclesiale «così fan tutti». Se questi laici, credenti come me, sono andati in piazza senza alcuna organizzazione clericale per esprimere una convinzione, significa che nessuno mi può più impedire (nel senso che nessuno mi può più ostracizzare strillando «non sei cattolico!») di sostenere - per esempio - la mia idea che una legge per le famiglie di fatto invece si deve pur fare.
Che in piazza dunque ci fossero 2 milioni, un milione o solo duecentomila persone, sabato abbiamo visto che noi cattolici italiani siamo davvero un popolo di «fratelli diversi»: fratelli nella fede, diversi nelle opinioni. Le quali tutte (o quasi) hanno qualche plausibile ragione, e tutte (o quasi) sono legittime. Dopo l'unità politica dei cattolici, è dunque crollato il falso dogma della loro necessaria unità sociale. Falso e pericoloso: perché è facilmente strumentalizzabile dai più vari «poteri»; perché alimenta il peggior clericalismo; perché vizia la fede stessa obbligando i credenti a una uniformità nient'affatto necessaria.
Sono contento dunque che qualcuno su quel palco - è solo un altro esempio - abbia asserito imperiosamente che «noi cattolici i figli li facciamo!»: non sono affatto d'accordo con lui, con i suoi toni e con le sue convinzioni (vorrei sapere cosa ne pensano in merito tante incolpevoli coppie sterili, cattoliche e no), ma sono contento che l'abbia detto. Se lui ha potuto, infatti, io posso dire il contrario. E chi è «più cattolico» lo stabilirà semmai la coscienza: non lo schieramento.

Distruzione e desolazione...

... opere dell'uomo.
E non è un set cinematografico, è realtà.

 

Parliamo

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