Facciamola finita con quelli che dicono “punto”
di Marco Dotti
«“Punto”. Uno dice una cosa, non ti lascia nemmeno il tempo di pensare e ci aggiunge “punto”. Esempio: “i diritti. Punto”, “le libertà. Punto” e via punteggiando. Singolare prevalenza: “punto” appare per lo più nei discorsi che si vorrebbero aperti al dialogo. Solo che quel “punto” tutto è, fuorché un invito a dialogare. Un tempo, quando non volevano ammettere discussioni i buoni padri di famiglia – i cattivi ricorrevano alle sberle – usavano un’altra espressione: “punto e a capo”. L’a capo apriva tutta un’altra scena. Il “punto senza a capo”, semplicemente la chiude. I tempi e le mode sono cambiate, facciamocene l’ennesima ragione. Di sberle guai a parlarne, o ti mandano gli assistenti sociali, ma in compenso il punto guadagna terreno al pari delle slide nei convegni. Mi chiedo spesso che cosa si nasconda dentro la prevalenza del “punto” nel dibattito pubblico e privato. Sicurezza? Forza? Ostinazione? E perché non aggiungerci il tradizionale “a capo”? Si aprirebbe almeno un altro discorso, si aggiungerebbe al draconiano “punto” la più lieve speranza di un “adesso parla tu”. Invece no, il punteggiare continua. E ne consegue il monologo, o il silenzio – che poi, se non sei a teatro, è la stessa cosa. (...) Il “punto” allontana la parola dalla vita e dalla sua concretezza. La riduce a sintomo. Di quale male, chissà. Ma se la parola è malata, diceva Jacques Ellul, tutto è malato. (....)
Il punto, racconta d’altronde una bella poesia di Gianni Rodari, è solo un piccolo dittatore:
"Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava
- verrà la fine del mondo!”
Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.
Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò