Incontro di due vecchi padri

Martini aspetta Ratzinger

di Aldo Maria Valli

Tra le tante persone che tra venerdì e domenica stringeranno la mano al papa, in occasione della sua visita a Milano per l'incontro mondiale delle famiglie, ci sarà anche un anziano malato, che si muove a fatica aiutandosi con un bastone e parla con un filo di voce. Il suo nome è Carlo Maria Martini. L'appuntamento è per sabato pomeriggio, nel palazzo arcivescovile di Milano, dove Martini ha vissuto per ventidue anni, dal 1980 al 2002. È stato lo stesso Martini a chiedere di poter vedere Benedetto XVI. Ed è questa la sua seconda richiesta da quando è in pensione. Lo aveva già fatto nelle settimane precedenti il cambio della guardia tra Tettamanzi e Scola sulla cattedra di sant'Ambrogio, quando ancora non era certo che il nuovo arcivescovo sarebbe stato il patriarca di Venezia. Quella volta si disse che Martini desiderava confrontarsi con Benedetto XVI circa il profilo del successore di Tettamanzi, ma non andò così. Martini chiese udienza perché voleva esprimere le sue preoccupazioni circa lo stato di salute della Chiesa. E se adesso, per una seconda volta, l'arcivescovo emerito di Milano è tornato a bussare alla porta del papa, il motivo non è cambiato. Nessuno avrebbe potuto immaginare che l'incontro fra Martini e il papa a Milano sarebbe avvenuto mentre una tempesta senza precedenti infuria nei sacri palazzi vaticani e il maggiordomo di sua santità si trova chiuso in carcere con l'accusa di aver trafugato documenti dall'appartamento papale. Ma la circostanza rende l'incontro ancora più ricco di significato. Martini, come ha già fatto dalle colonne del Corriere della Sera, esprimerà a Benedetto XVI solidarietà e stima, mentre il successore di Pietro è sottoposto a una prova tanto dolorosa, ma gli chiederà anche di non avere timore nel procedere con decisione nella cura. «La Chiesa perda i denari

Almeno

Roger Etchegaray: «Ma che bella avventura...»

di Filippo Rizzi

Osservatore privilegiato del Concilio Vaticano II nella veste di perito, il cardinale Roger Marie Etchegaray rievoca gli anni conciliari con il distacco di chi li ha vissuti da attore non protagonista, quasi tra le quinte di un teatro: «Non sono tra coloro che "hanno fatto il Concilio"

Vox populi

 

Nuove possibilità per tutti

Chi ospita l'altro fa un dono anche a sé

di Enzo Bianchi



“Non dimenticate l'ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo». Questa esortazione della Lettera agli Ebrei ci ricorda che l'accoglienza autentica crea un dialogo fecondo di cambiamenti e di arricchimenti per l'ospite come per l'ospitante: dal dialogo non si esce come si era entrati, e la sfida del dialogo richiede la disponibilità a intraprendere questo cammino. Nel dialogo emergono visioni inedite dell'altro, si fa strada la fine del pregiudizio, la scoperta di ciò che si ha in comune e anche di ciò che manca a ognuno degli interlocutori. Lì avviene la contaminazione lo spostamento dei confini: quell'altro che io situavo in una dimensione remota si rivela molto più vicino e simile a me di quanto pensassi. Il confine resta, ma non è più luogo di conflitti o di malintesi, bensì di pacificazione e di incontro. L'ospitalità, che ha richiesto si varcasse la soglia di una casa, ora si approfondisce e diviene incontro tra umani.



Certo, se non si attende nulla dall'altro, il dialogo nasce già morto: la sufficienza, il voler bastare a se stessi è di fatto negazione dell'altro, sia che lo si consideri come oggetto da possedere, sia che ci si rifiuti di vederlo e di prenderlo in considerazione. Ma se si accetta la presenza dell'altro, più ancora se si è disposti ad accoglierlo come «ospite interiore» riconoscendone le tracce presenti in noi, allora scocca la scintilla del dialogo autentico: si dà tempo all'altro, si scambiano parole che divengono doni reciproci. Il diá-logos infatti è una parola che si lascia attraversare da una parola altra, è un intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture: gli interrogativi dell'altro diventano i miei, i suoi dubbi scomodano le mie certezze, le sue convinzioni interpellano le mie. Allora scopriremo che nel dialogo arriviamo a esprimere pensieri mai pensati prima, con l'affascinante percezione di sentirli a un tempo inauditi eppure familiari a noi stessi, finiamo per scoprire di avere da tempo tra le mani realtà che eravamo convinti di ignorare.



È nel dialogo, in quel luogo privilegiato in cui ciascuno resta se stesso e nel contempo accetta il rischio di diventare «altro», che l'ospite diviene la rivelazione di un dono che viene da «altrove», la scoperta di un punto di vista inedito sulla propria esistenza, l'affiorare con parole e gesti dell'interiorità che ci abita.



E tutto questo a partire da un gesto molto semplice e concreto: il dare da bere e da mangiare all'ospite. Si sa che nei Paesi mediterranei un bicchiere d'acqua o una tazza di caffè sono il gesto più spontaneo, più immediato di ospitalità. Ma oggi, nella nostra società, la tavola è ancora il centro, il polo attorno al quale si organizza la casa affinché sia ospitale? Fin dalla sua prima comparsa nell'evoluzione delle civiltà, la tavola si è manifestata come luogo fatto non solo per mangiare ma anche per comunicare: se il cibo non è «parlato», nutre solo aggressività, violenza e sopraffazione. La tavola in comune con l'ospite è lo spazio in cui il cibo è condiviso e il mangiare diventa «convivio», occasione di comunione vitale: è a tavola, alla tavola condivisa, che l'uomo ha l'opportunità ogni volta rinnovata di liberarsi dal suo essere «divoratore» - del cibo e dell'altro da sé - e di ridiventare ogni giorno uomo di comunione.



La tavola è infatti il luogo attorno al quale l'uomo ha cominciato a fare amicizia, a creare società, a stipulare alleanze. È atto comunionale per eccellenza. Mangiare è anche il comportamento umano più carico di simbolismo. Mangiare insieme, offrire il proprio cibo all'ospite, significa far entrare l'altro in una comunione profondissima con noi. Infatti, «noi mangiamo ciò che nostra madre ci ha insegnato a mangiare. Non solo», ci ricorda Leo Moulin, «ma tale cibo ci piace e continuerà a piacerci per tutta la vita, perché noi mangiamo con i nostri ricordi. [

Problemi di ordine morale e organizzativo

I corvi e i gendarmi

di Aldo Maria Valli

Chi frequenta i palazzi vaticani sa che là dentro ci sono tante persone stanche del misto di affarismo, carrierismo e ipocrisia dominante in quel mondo a causa di gruppi di potere. Sono persone che non accettano più questo andazzo, e se fino a ieri esprimevano delusione in colloqui privati, ora alcune di loro hanno deciso di agire, consegnando alla stampa le prove di ciò che sostengono: documenti attraverso i quali si può vedere che la curia romana, proprio ai suoi vertici, si occupa di questioni di potere, piccolo o grande che sia, quasi ventiquattro ore su ventiquattro. Non solo. Chi si occupa di questi problemi molto spesso, all'esterno, si presenta come moralizzatore e fustigatore di costumi altrui. Una situazione che provoca grande disagio in coloro che ancora hanno un briciolo di onestà intellettuale e di amore per la Chiesa. L'idea di far uscire le carte si presenta come un'extrema ratio. Non essendo riusciti altri tentativi di cambiamento, si cerca così di forzare l'istituzione. A mali estremi, estremi rimedi. I corvi sanno che l'operazione è pericolosa, perché il rischio di essere screditati è alto, così come notevole è la possibilità che l'istituzione risponda facendo passare i cospiratori per avversari della Chiesa. Ma i corvi hanno deciso di rischiare. Nell'epoca della comunicazione, sono le notizie le vere armi. Ciò che per secoli non è riuscito con altri sistemi può riuscire oggi attraverso l'informazione. L'operato dei corvi può essere criticato sotto diversi aspetti. Quando si agisce nell'ombra, senza mostrare il volto, è molto facile vanificare tutto il proprio operato. Ma chi ha deciso di passare all'azione ha calcolato anche questo pericolo. Era necessario scatenare una bufera mediatica. Gli obiettivi dei corvi sono di ordine morale e organizzativo, e le due questioni sono strettamente collegate. Il Vaticano si è sporcato le mani, e con le mani anche la coscienza, perché fa troppa politica nel senso più ampio e meno nobile del termine: si dedica a questioni che nulla hanno a che vedere con l'annuncio del Vangelo. Come si può ben vedere dalla carte pubblicate nel libro del giornalista Nuzzi, i vertici della curia romana trascorrono gran parte del loro tempo immersi in problemi del tutto estranei al mandato che Gesù ha affidato a Pietro e ai suoi. Si parla di tutto, soprattutto di soldi, meno che del Vangelo. Qualcuno dice: ma è così in tutti i centri di potere e non si vede perché solo la curia romana debba essere attaccata per questo. È un ragionamento che non regge. Perché la curia romana, anche se lo è da secoli, non deve essere un centro di potere. Al di là del nodo più immediato, come la successione al cardinale Bertone o allo stesso pontefice, la questione ha una portata ben più ampia. Si tratta di decidere cosa dev'essere la Santa Sede (e definirla “santa” oggi più che mai provoca un amaro sorriso) e cosa dev'essere quella struttura al suo servizio che è lo stato della Città del Vaticano. La linea dei corvi, o per lo meno dei più lungimiranti fra loro, è chiara: Santa sede e Città del Vaticano hanno bisogno di una radicale cura dimagrante all'insegna della sobrietà e dell'essenzialità. Meno uffici e meno strutture vuol dire meno tentazioni e meno occasioni di compromissione con gli affari economici e il potere politico. Il papa è un sovrano assoluto e può tutto. Potrebbe denunciare tutto ciò che vede e sa, ma è anche un pastore e ha il dovere di tenere unito il gregge. Il suo timore è che lo scandalo sarebbe troppo grande e che il gregge potrebbe subirne conseguenze devastanti. I corvi pensano invece che non ci sia più spazio per attese e compromessi: occorre una radicale operazione di pulizia e di trasparenza, e si deve incominciare dalla segreteria di Stato, ganglio vitale di tutta la macchina. Le domande sono di portata radicale. Perché il papa deve essere capo di stato? Perché il Vaticano deve avere una banca? Perché il successore del pescatore Pietro deve essere al centro di un sistema di potere? In Vaticano sono ore drammatiche. Mentre il povero Paoletto è in carcere, pesce piccolo catturato senza troppe difficoltà, diversi schieramenti si affrontano e si osservano. Perché anche tra i corvi non tutti sono puri di cuore e c'è chi vuole utilizzare la situazione per altre trame di potere. Finora la Santa sede sta reagendo nel modo più sbagliato. Con i gendarmi e il silenzio. Lo si è visto domenica in piazza San Pietro. Quando è arrivata la marcia per Emanuela Orlandi, persone insospettabili si aggiravano per osservare e fotografare. Come se i partecipanti alla manifestazione fossero malfattori da schedare. E il papa, che avrebbe potuto dire una parola come padre su una sua giovane cittadina scomparsa nel nulla e una famiglia distrutta dal dolore, è rimasto zitto nel giorno dedicato allo Spirito santo. Quando dalla folla si è levato qualche fischio e qualcuno ha gridato “vergogna” abbiamo misurato l'intensità del dramma in corso. In Vaticano non hanno ancora capito che nell'era dell'informazione non possono continuare ad agire in base all'ideologia del segreto e dell'opportunità. La credibilità sta venendo meno, ed è questo il bene più importante che la curia dovrebbe coltivare. I corvi saranno utilizzati, lo stiamo già vedendo, anche da chi vuole il male e non il bene della Chiesa. Questo è forse il pericolo più grande. Ecco perché la curia è folle se pensa di poter continuare a reagire utilizzando da un lato i gendarmi e dall'altro il segreto. Non è bastata la lezione della pedofilia? Non si è visto che il discredito aumenta a dismisura se non si è primi a denunciare e a sollevare il velo dell'ipocrisia?

in “Europa” del 29 maggio 2012

Un po' banale, ma ci sta

Dimmi come navighi e ti dirò come stai

di Roberta Villa - 24.05.2012

A furia di comunicare più con i computer che con gli altri esseri umani, si potrà arrivare al punto in cui sarà la macchina, prima di chi ci sta vicino, ad accorgersi se c'è qualcosa che non va. Pare infatti che in un ragazzo la depressione si possa riconoscere anche dalle modalità con cui usa internet: rispetto ai compagni frequenta di più i siti di file sharing, manda più e-mail, si sofferma di meno su ciascuna applicazione - probabilmente perché fa fatica a prestare attenzione a lungo -, e passa molto tempo ai videogame. I ricercatori della Missouri University of Science and Technology sono giunti a queste conclusioni, che saranno pubblicate su IEEE Technology and Society Magazine, con un metodo diverso da quello usato in tutti gli studi precedenti, che si basavano soltanto su sondaggi e questionari.

Per la prima volta, gli autori di questo lavoro hanno studiato direttamente i dati di traffico relativi alla effettiva navigazione di 216 studenti del loro ateneo durante il mese di febbraio 2011. «Prima di procedere con la rilevazione, però, abbiamo sottoposto i ragazzi a un test di screening per la depressione basato sulla scala del Center for Epidemiologic Studies (CES-D) - spiega Sriram Chellappan, docente di informatica dell'ateneo -. Inoltre abbiamo assegnato a ciascuno uno pseudonimo riservato, in modo da proteggere la loro privacy. Neppure i ricercatori potevano sapere a chi si riferiva il nickname. In questo modo l'analisi dei dati relativi alla navigazione all'interno del campus è stata condotta in maniera del tutto anonima e rispettosa». Queste accortezze danno valore alla ricerca, che, considerata la casistica limitata, non può tuttavia per ora essere altro che indicativa. La modalità di studio basata sull'analisi del traffico fornisce però informazioni più attendibili rispetto ad altri lavori che facevano affidamento soltanto sulle risposte alle interviste, inevitabilmente condizionate dalla difficoltà di ricordare con precisione le modalità d'uso di internet ma anche dalla volontà, più o meno inconscia, di riferire comportamenti più accettati dal punto di vista sociale.

Dalla valutazione effettuata prima di intraprendere l'analisi è emerso che circa il 30 per cento dei partecipanti allo studio mostrava i criteri minimi per la diagnosi di depressione. Una percentuale che può sembrare elevata, ma che è in linea con i dati rilevati in altri college statunitensi: in questi contesti infatti sono riferite percentuali di questo disturbo tra gli studenti che oscillano dal 10 al 40 per cento. «Per questo ora stiamo cercando di sviluppare un software che, partendo dalle nostre osservazioni, possa essere installato nei computer e servire come un campanello di allarme per questa patologia» conclude Chellappan, che prospetta applicazioni simili anche per la diagnosi di altri disturbi, per esempio quelli del comportamento alimentare, e altre popolazioni da tenere sotto controllo con questo metodo innovativo, dagli anziani ai militari. L'idea può essere buona anche se appare un po' frettoloso sviluppare un test di screening a partire dai dati raccolti su un campione così limitato. E inquietante l'idea di un pop up che si apre sullo schermo di un computer con la scritta: “Sei un po' giù in questo giorni, vero? Non sarai depresso? Rivolgiti al tuo medico”. Peggio ancora poi se il sistema di monitoraggio facesse riferimento ad altri, siano essi i genitori, gli insegnanti o il servizio di infermeria.

La Chiesa perda i denari, ma non se stessa

Ora la Chiesa recuperi fiducia

di p. Carlo Maria Martini

La Chiesa, dopo le notizie di cronaca di queste ore che parlano del «corvo» in Vaticano, deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. È stata un'esperienza di Gesù l'essere tradito e venduto, non poteva non essere anche un'esperienza della Chiesa o di qualche Papa. Chi grida allo scandalo si ricordi di quanto è successo duemila anni fa. E questa vicenda è nata anch'essa da un tradimento, da un'azione malvagia: dobbiamo chiedere perdono come Chiesa a tutti. Lo scandalo ha sempre una natura triplice: c'è chi lo riceve, chi lo fa, chi ne approfitta; ma la Chiesa può guardare oltre e leggere in senso positivo quanto è emerso. La Chiesa perda i denari, ma non perda se stessa. Perché quanto è accaduto può avvicinarci al Vangelo e insegnare alla Chiesa a non puntare sui tesori della terra (Matteo 6, 19-21).


in “Corriere della Sera” del 27 maggio 2012

Da che mondo è mondo...


Pieter Brueghel il Giovane, GLI ADULATORI, 1592


 

Mamma TV

Vigilare

L'omissione del vescovo

di Felice Cavallaro

Davanti al giudice Terranova che lo interrogava, Luciano Liggio, spaccone e sbruffone, fingeva di cadere dalla nuvole, di non sapere cosa fosse la mafia. Poi lo uccise, nel 1979. Come aveva fatto trent'anni prima con Placido Rizzotto nella Corleone dove quella parola era bandita. E come è incredibilmente rimasta elusa ieri, sospesa, non detta, attesa, negata in una cerimonia religiosa officiata per i funerali di Stato davanti al presidente della Repubblica da un vescovo che ha ricordato questa vittima di mafia riuscendo a non pronunciare mai il vocabolo che non piaceva al suo assassino e storpiando il nome di questo eroe tardivamente celebrato in «Rizzutto». Sarebbe bastato allungare lo sguardo e leggere Rizzotto sull'urna dove sono stati raccolti dopo 64 anni i resti del sindacalista fatto sparire in una foiba. Una svista, seppur ripetuta due volte, resta peccato veniale. Ma omettere il riferimento alla mafia nel paese che Riina e Provenzano, da eredi di Liggio, avevano eletto a sanguinaria roccaforte di Cosa Nostra finisce per inquietare le coscienze di un mare di giovani capaci di trasformare le esequie in festa, in occasione di riscatto, in un sonoro «no» alla mafia. Come evidentemente è sfuggito al vescovo di Monreale che per geografia ecclesiale si occupa di Corleone.

in “Corriere della Sera” del 25 maggio 2012

Laici responsabili, laici che delegano

Protagonismo dei laici tra realtà e utopia

di Vittorio Cristelli

E' appena uscito per le Edizioni dehoniane di Bologna un libro, scritto a più mani, curato da Cettina Militello e dedicato alla funzione dei laici nella Chiesa. Con la conseguente domanda: quale autonomia? Dalla recensione di Mauro Pizzighini, apparsa su "Settimana" traggo alcune analisi e sollecitazioni. Lo storico Turbanti ritiene che dai documenti del Concilio emerge sì il riconoscimento di una "certa" autonomia dei laici rispetto al clero nelle concrete scelte di vita e di pastorale, ma che lo stesso Concilio è rimasto piuttosto incerto nel definirne il limite entro il quale questa autonomia è legittima e auspicabile. Per lo storico, due criteri risultano chiari: il rifiuto del laicismo che teorizza l'estraneità della Chiesa rispetto all'ordinamento mondano e il rimando alla coscienza individuale dei laici, legata comunque agli indirizzi della gerarchia per quanto riguarda l'ambito morale. Paola Bignardi denuncia la scarsa rilevanza ecclesiale della testimonianza dei laici, i quali rischiano di essere invisibili. E questo dipenda anche dal fatto che il rapporto della Chiesa con il mondo è poco consistente. La pastorale per la Bignardi si è dedicata alla propria riorganizzazione, ma poco ha sviluppato il pensiero e la corresponsabilità. Per cui la presenza dei laici risulta solo esecutiva. Non ci sono o sono molto rari i luoghi nei quali i laici sono coinvolti, nei quali ci sia l'opportunità di esprimersi, di portare i propri problemi, le proprie domande o raccontare semplicemente se stessi. La storia poi dei laici che privilegiano l'impegno negli ambiti secolari è storia di un dialogo interrotto. E' così che per molti laici il rapporto con la comunità cristiana si riduce alla Messa domenicale. Con la conseguenza che la stessa comunicazione della fede risulta povera di quella mediazione culturale che è necessaria per comprendere il messaggio evangelico nel proprio tempo. Il messaggio così risulta presentato in forme che sono fuori dal tempo e la stessa parola della comunità appare lontana dalla vita di tutti i giorni. E porta pure taluni ad allontanarsi dalla Chiesa, anche se non si sentono lontani dalla fede. Conclude dicendo che spetta ai laici pensare e creare luoghi di discernimento, ma registra malinconicamente una stanca, una fatica, una disillusione. Per la teologa Serena Noceti il Concilio sancisce il diritto di ogni cristiano a partecipare attivamente alla vita della Chiesa. Ma anche lei annota che di questo non c'è consapevolezza diffusa nel popolo di Dio. Sottolinea quindi l'esigenza che la Chiesa cresca secondo modelli relazionali e partecipativi, creando una rete di relazioni. Deve diventare sinodale e insieme ecumenica ed inclusiva, capace cioè di imparare dai diversi. La filosofa Cloe Taddei Ferretti punta direttamente sulla responsabilità dei preti che dovrebbero promuovere la dignità dei laici, rispettandone la giusta libertà, ascoltando il loro parere e avvalendosi della loro competenza ed esperienza. Con i laici dovrebbero leggere i segni dei tempi e affidare loro incarichi anche ecclesiali, accettando che promuovano iniziative anche per proprio conto. Anche i laici però dovrebbero affiancare i preti con amore, stima e condivisione delle loro preoccupazioni. Parla quindi di conversione dei preti ma anche dei laici allo spirito di indagine, allo sforzo di capire, alla riflessione razionale. Il tutto teso ad individuare valori e a programmare azioni concrete. E' da aggiungere che a molti laici fa anche comodo delegare alla gerarchia i problemi e le rispettive soluzioni. Che poi sottoscrivono magari anche solo formalmente. E, in positivo, che abbiamo avuto, già prima del Concilio, modelli esimi di laici che autonomamente si sono presi l'onere e la responsabilità di introdurre, in dialogo con altre culture, la visione cristiana della vita e della politica. Ed è nata così la nostra Costituzione. Quei laici hanno pure rivendicato la loro autonomia dalla gerarchia. Pagandone di persona il prezzo.

in “vita trentina” del 13 maggio 2012

In preparazione alla Pentecoste

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo di Alessandria, vescovo (Lib. 10; PG 74, 434)



Cristo aveva compiuto la sua missione sulla terra, e per noi era ormai venuto il momento di entrare in comunione con la natura del Verbo cioè di passare dalla vita naturale di prima a quella che trascende l'esistenza umana. Ma a ciò non potevamo arrivare se non divenendo partecipi dello Spirito Santo.

Il tempo più adatto alla missione dello Spirito e alla sua venuta su di noi era quello che seguì l'ascensione di Cristo al cielo.

Finché Cristo infatti viveva ancora con il suo corpo insieme ai fedeli, egli stesso, a mio parere, dispensava loro ogni bene. Quando invece giunse il momento stabilito di salire al Padre celeste, era necessario che egli fosse presente ai suoi seguaci per mezzo dello Spirito ed abitasse per mezzo della fede nei nostri cuori, perché, avendolo in noi, potessimo dire con fiducia «Abbà, Padre» e praticassimo con facilità ogni virtù e inoltre fossimo trovati forti e invincibili contro le insidie del diavolo e gli attacchi degli uomini, dal momento che possedevamo lo Spirito Santo onnipotente.

Che lo Spirito infatti trasformi in un'altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell'Antico che del Nuovo Testamento.

Samuele infatti, ispirato, rivolgendo la parola a Saul, dice: Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai trasformato in altro uomo (cfr. 1 Sam 10, 6). San Paolo poi dice: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore. Il Signore poi è Spirito (cfr. 2 Cor 3, 17-18).

Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un'altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d'animo piena di coraggio e di grande generosità.

I discepoli erano così disposti e così rinfrancati nell'animo dallo Spirito Santo, da non essere per nulla vinti dagli assalti dei persecutori, ma fortemente stretti all'amore di Cristo.

E' vero dunque quello che dice il Salvatore: E' meglio per voi che io me ne ritorni in cielo (cfr. Gv 16, 7). Quello infatti era il tempo in cui sarebbe disceso lo Spirito Santo.

La chiesa non è un salone

Il cerimoniere arcivescovile di Bologna, don Riccardo Pane, ha scritto sull'inserto domenicale di Avvenire, BolognaSette (13 maggio2012), la sua consueta rubrica, questa volta dal titolo: «Prosit. Bestie, trilli e strilli». Ha scritto: «Non tutto quello che è buono è opportuno che entri all'interno della chiesa e a maggior ragione nella liturgia. Un pallone è certamente una cosa buona, ma se uso la navata della basilica di San Petronio per tirare rigori e il ciborio come porta, questa non è cosa buona. Un cellulare è cosa utilissima, ma farlo squillare in chiesa, e magari rispondere anche durante la Messa, in prima fila, non è certo cosa buona (e purtroppo anche questo mi è capitato). Fin qua tutti i lettori saranno d'accordo, ma se si toccano altri settori, socialmente sensibili, certamente si solleverà lo sdegno popolare. Sprezzanti del pericolo diciamo: un animale da compagnia è certamente una cosa buona, ma portarlo in chiesa, cioè in un luogo sacro, non è cosa buona. Le grazie spirituali sono fatte per l'uomo e non per gli animali, che vanno rispettati, ma mai equiparati alla dignità della persona umana, quale che sia la sua moralità individuale. (...) I bambini sono cosa non solo buona, ma ottima: il Signore ne ha fatto un modello per la loro innocenza, per la loro capacità di stupore, e per il loro spirito di abbandono fiducioso nelle braccia dei genitori. Tuttavia questa esemplarità spirituale non si traduce nel diritto dei genitori di fare scorazzare e schiamazzare i figli impunemente durante la Messa, ostacolando la già precaria attenzione dei fedeli e lo spirito di preghiera. Questa non è una questione di teologia, ma di semplice buona educazione».

cfr Vino Nuovo

Regola d'oro dell'educare

«Con Gaetano giocavo a scopa nel cortile, senza vincere una partita. "T'aggia 'mpara' e t'aggia perdere". Questa era la sentenza alla fine del gioco: "Quando ti avrò insegnato ti dovrò abbandonare"».

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, 20

Novità incomprensibili!

Divertentissimo! Un monaco (che conosce solo i rotoli scritti) chiede spiegazioni per l'utilizzo di un nuovo sistema di comunicazione...







Un giorno alla settimana fermiamoci INSIEME

Perché serve un giorno di festa

di Enzo Bianchi

Le recenti polemiche sull'apertura di negozi e centri commerciali alla domenica e nelle festività civili come il 25 aprile o il 1° maggio ci porta a riflettere su una delle grandi conquiste registratesi in occidente, grazie soprattutto all'ebraismo e al cristianesimo: l'affermazione di un giorno settimanale - il sabato per gli ebrei, il giorno dopo, la domenica, per i cristiani - come giorno di riposo per tutti, tempo di festa condivisa e anche di assemblea per i credenti, che insieme confessano la loro fede e celebrano il culto al Signore nel quale mettono la loro speranza. Un giorno di tregua al neg-otium, al tempo che «nega l'ozio», per dedicarsi appunto all' otium che non è il «far niente» della pigrizia, ma una presa di distanza dalla propria opera, un antidoto all'alienazione possibile anche nel lavoro. Per secoli la domenica, nei Paesi segnati dalla cristianità, era quasi per tutti il giorno dell'astensione dal lavoro, giorno di festa in cui era possibile incontrarsi, rinnovare e approfondire le relazioni, permettersi un po' di svago e di divertimento. Sappiamo bene come, soprattutto nella cultura contadina ma anche in quella di tanti quartieri cittadini, fino a pochi decenni or sono la domenica era la domenica, un giorno diverso atteso da tutti. Da parecchi anni invece - oltre al moltiplicarsi di attività che richiedono la presenza al lavoro di quanti si dedicano a mansioni che permettono la vita sociale e fronteggiano le emergenze (trasporti, spettacoli, giornali, ospedali e presidi medici, servizi sociali...) - è emersa sempre più la tendenza a lavorare anche di domenica, dapprima per non diminuire la produttività degli impianti e, ultimamente, per garantire l'apertura generalizzata di negozi e grandi magazzini. Sentiamo ripetere con enfasi le ragioni economiche di tali scelte: occorre dinamizzare l'economia, incentivare i consumi, ottimizzare l'utilizzo delle strutture... Né possiamo ignorare che nell'economia odierna si sono instaurate condizioni di lavoro diverse, che richiedono risparmio del tempo necessario alla produzione, orari flessibili, differenziati e intermittenti... Così il lavoro non è più sentito come uno dei valori fondanti nella vita di un individuo o della società - ricordate la «repubblica fondata sul lavoro» della nostra Costituzione? - e quindi può e deve sottostare alla mobilità, alla precarietà, inducendo nuovi assetti della vita umana e innescando nuovi comportamenti antropologici. Infatti, se il lavoro è precario, perché non dovrebbe essere precaria anche la forma, lo stile di vita di una persona? Perché non dovrebbero essere precarie le storie d'amore e le convivenze, incapaci perciò di assumere il volto della famiglia? Esito di questa tendenza è una società liquida, frammentaria, in cui è difficile instaurare relazioni e coltivarle con legami duraturi. I centri commerciali dovrebbero essere i nuovi spazi sociali, grazie ai servizi che offrono, ma quanto sperimentiamo ogni giorno contraddice questa attesa: essi sono piuttosto non-luoghi in cui animazione, ristorazione, divertimento sono supporto del consumo individuale, in una vertigine della smania di consumare che nutre diverse derive. Così il denaro e il lusso appaiono come uniche e vere condizioni di felicità, il divertissement l'unico antidoto allo stress e alla fatica, mentre invidia e rancore crescono di fronte all'ostentazione di chi ha di più. Avere un giorno di festa condiviso non risponde solo al bisogno di riposo (tra l'altro funzionale alla stessa produttività del lavoratore...), ma alla necessità umana di riconoscere e sottolineare motivi comuni per fare festa insieme: ricorrenze religiose, certo, ma anche festività civili, memorie di eventi che hanno segnato la storia di una società. Se viene a mancare il giorno di festa per tutti, la stessa coesione civile ne è intaccata, le leggi commerciali diventano più forti delle dimensioni conviviali e relazionali, delle famiglie, delle amicizie, delle esigenze spirituali non solo dei credenti, ma di quanti pensano e cercano vie di umanizzazione: la società è sempre più atomizzata. Certo, ognuno può scegliere di non partecipare al «negozio domenicale», ma se manca un elemento oggettivo, inscritto nel tempo come la domenica, allora la dimensione sociale della vita di ciascuno è in balia dell'instabilità delle motivazioni private. Anche le tante iniziative che ancora ci ricordano come l'uomo non abbia perso il senso della festa - «notti bianche», eventi spettacolari, raduni musicali, festival culturali, manifestazioni sportive... - necessitano di un ritmo comunitario del tempo libero. Il tempo libero, infatti, è la pausa che permette di respirare, ma anche di realizzarsi, di salvare la propria vita, trovando un senso e un fine al proprio vivere. Se non c'è un giorno in cui «insieme» tralasciamo il lavoro, gli obblighi che ci competono come membri della società, e quindi non abbiamo più tempo per quello che decidiamo noi, «tempo libero» o, meglio, tempo per sperimentare la libertà, come possiamo consolidare i nostri cammini di umanizzazione? Costruire se stessi, aver cura di se stessi e di quanti ci sono cari, vivere la propria storia d'amore facendo cose insieme, vedendo cose insieme, scrutando insieme orizzonti nuovi e antichi è assolutamente necessario: ne va della qualità della vita. E se non ci fosse questo simultaneo prendere le distanze dal lavoro e dedicarsi ai legami, come si potrebbe combattere l'isolamento, l'abbandono, la solitudine disperata delle persone più fragili, a cominciare dai vecchi e dai malati? Pensiamo forse che gli intrattenimenti massmediatici e virtuali possano sostituire le relazioni personali e proteggerle dall'impoverimento umano? Davvero la festività condivisa è strumento per l'umanizzazione di ciascuno, credente o no. E qui i cristiani dovrebbero farsi capire meglio: la difesa del giorno della domenica non è motivata solo dal fatto che questo è il giorno della loro assemblea e della celebrazione della loro fede, ma anche dal servizio che può rendere a ogni essere umano. I cristiani potrebbero trovare sostegno e convergenza in quanti combattono idolatrie e alienazioni, indipendentemente dalla fede professata. È in gioco, infatti, l'uomo, la cultura, la qualità della convivenza. Se i cristiani ripetono le parole degli antichi martiri: «Senza domenica non possiamo vivere!», assieme agli altri uomini possono affermare: «Senza riposo e senza un giorno di festa per tutti non possiamo vivere!».

in “La Stampa” del 29 aprile 2012

Per la remissione dei peccati

«Ogni volta che noi riceviamo [l'eucaristia], annunciamo la morte del Signore» (cf 1Cor 11,26). Se [annunciamo] la morte, annunciamo la remissione dei peccati. Se ogni volta che il sangue viene sparso, viene sparso per la remissione dei peccati, devo riceverlo sempre, perché sempre mi rimetta i peccati. Io che pecco sempre, devo sempre disporre della medicina. [

Nuove dipendenze

Attenti alla « facebook-dipendenza»



Sei domande per scoprire quanto si è "assuefatti

di Simona Marchetti

Se per voi Facebook è diventata quasi una droga, è forse arrivato il momento di misurare la vostra “Facebook addiction” (ovvero, la vostra dipendenza da Facebook), per capire se siete davvero a rischio oppure no.

Ideata dalla psicologa Cecilie Schou Andreassen dell'Università di Bergen, in Norvegia, in base allo studio da lei condotto nel gennaio dell'anno scorso su 423 studenti (227 femmine e 196 mSachi), la “Bergen Facebook Addiction Scale” è caratterizzata da sei domande premonitrici (le stesse fra l'altro usate dai medici per scoprire se uno è dipendente da alcool o droghe) che, attraverso cinque modalità di risposta graduale (“molto raramente”; “raramente”; “talvolta”; “spesso” e “molto spesso”), permettono di stabilire il tipo di rapporto che un individuo instaura con il social network, valutandone così l'eventuale rischio dipendenza. Un allarme che, secondo la dottoressa Andreassen e il suo team, scatterebbe già dopo che a 4 domande su 6 si è risposto “spesso” o “molto spesso”.

Ma c'è di più. Pubblicati sul “Psychological Reports” , i risultati della ricerca evidenziano infatti come, stante la natura “social” di Facebook che evita il faccia-a-faccia con “l'amico online” con cui siamo in contatto, la dipendenza dal social network sia assai più comune fra gli utenti giovani, quelli più ansiosi e socialmente insicuri e le donne, mentre gli adulti, le persone più ambiziose e quelle maggiormente organizzate sono in grado di gestire meglio il loro rapporto con Facebook, senza quindi farsi sopraffare. «L'uso di Facebook è aumentato rapidamente

Qualcuno protegge... o almeno ci prova

 



Nessuna tregua nelle violenze in Siria dove continuano gli scontri le forze di sicurezza governative e i manifestanti che si oppongono al regime del presidente Bashar al-Hassad. Questo filmato amatoriale, caricato su Youtube mostra un gruppo di giovani dimostranti che trova rifugio nell'auto guidata da un osservatore dell'Onu per sfuggire alla violenza di alcune truppe governative. I ragazzi stavano manifestando in sostegno agli studenti universitari di Aleppo, da settimane in rivolta nel campus del secondo ateneo del Paese. La telecamera mostra anche quello che accade per strada e si vedono i soldati colpire violentemente con i propri manganelli alcuni manifestanti. Sullo sfondo il fumo dei lacrimogeni. A un certo punto un poliziotto in borghese intima l'alt all'osservatore Onu dicendo di far scendere dall'auto i giovani che invece chiedono protezione.


Insisto, affinch

C'era una volta un narratore.

La sua giornata era fatta di tanti impegni

vissuti senza lasciarsi vincere dagli affanni e dalle preoccupazioni.

Felice di niente, con la testa sempre piena di sogni.

Ma il mondo gli pareva grigio,

brutale, arido di cuore, malato d'anima.

E ne soffriva
.

Un mattino, mentre attraversava una piazza assolata,

gli venne un'idea.

"E se raccontassi loro delle storie?

Potrei raccontare il sapore della bontà e dell'amore,

li porterei sicuramente alla felicità!".

Salì su una panchina e cominciò a raccontare ad alta voce.

Anziani, donne, studenti, bambini,

si fermarono un attimo ad ascoltarlo,

poi si voltarono e proseguirono per la loro strada.

Il narratore, ben sapendo che non si può cambiare il mondo in un giorno,

non si scoraggiò.

Il giorno dopo tornò nel medesimo luogo

e di nuovo lanciò al vento le più commoventi parole del suo cuore.

Nuovamente della gente si fermò, ma meno del giorno prima.

Qualcuno rise di lui.

Altri cinicamente commentarono tra sé:

"Che illuso ed ingenuo,

non ha ancora capito che tutti questi bei discorsi non si possono vivere!

Che si svegli, la vita è tutt'altra cosa!"

Qualcun altro lo trattò da pazzo fanatico.

Ma lui continuò imperterrito a narrare.

Ostinato, tornò ogni giorno sulla piazza per parlare alla gente,

offrire i suoi racconti d'amore

e di quelle voci che abbiamo dentro

e che ci parlano di cieli azzurri e aria pulita, di sogni e di batticuori,

di voglia di abbracciarsi e piangere insieme.

Ma i curiosi si fecero rari,

e ben presto si ritrovò a parlare solo alle nubi e alle ombre frettolose

dei passanti che lo sfioravano appena.

Ma non rinunciò.

Scoprì che non sapeva e non desiderava

far altro che raccontare le sue storie,

anche se non interessavano nessuno.

Cominciò a narrarle ad occhi chiusi,

per il solo piacere di sentirle,

senza preoccuparsi di essere ascoltato.

La gente lo lasciò solo dietro le palpebre chiuse.

Passarono degli anni.

Una sera d'inverno,

mentre raccontava una storia prodigiosa nel crepuscolo indifferente,

sentì qualcuno che lo tirava per la manica.

Aprì gli occhi e vide un ragazzo.

Il ragazzo gli fece una smorfia beffarda:

"Non vedi che nessuno ti ascolta,

non ti ha mai ascoltato e non ti ascolterà mai?

Perché diavolo vuoi perdere così il tuo tempo?"

"Amo i miei simili" rispose il narratore.

" Per questo mi è venuta voglia di renderli felici"

Il ragazzo ghignò:"povero pazzo, lo sono diventati?"

"No" rispose il narratore, scuotendo la testa.

"Perché ti ostini allora?"

domandò il ragazzo preso da una improvvisa compassione.

"Continuo a raccontare.

E racconterò fino alla morte.

Un tempo era per cambiare il mondo...".

Tacque, poi il suo sguardo si illuminò.

E disse ancora:

"Oggi racconto perché il mondo non cambi me!
".

E' la comunità che ci salverà

Bauman: «Comunità», parola contro la crisi

di Andrea Galli

C'è chi lo ha definito «il maestro Yoda della sociologia». Se Zygmunt Bauman ha qualcosa del personaggio di Guerre Stellari, oltre al volto simpaticamente incartapecorito, è la vitalità insospettata per i suoi 87 anni, tra conferenze in giro per il mondo e un'attività pubblicistica che non si arresta, dal suo romitaggio di Leeds in Inghilterra. E l'umanità del vecchio saggio, insieme allo sguardo lucido su un presente che, rispetto alla Polonia in cui è nato e si è formato a cavallo della guerra, sembra effettivamente fantascienza. Bauman sarà ospite del Festival biblico a Vicenza sabato 26 maggio alle 10,30 nel Palazzo delle Opere Sociali, con una lectio magistralis su «Decodificare il mondo in cui viviamo», portando un contributo laico sul tema della speranza in questa fase critica dell'Europa e non solo.



Professore, quanto è profonda la crisi economica-finanziaria che stiamo vivendo? Si richiama ogni tanto la Grande depressione del 1929: quella colpì una società povera ma ricca di valori tradizionali di riferimento. Oggi la situazione sembra opposta: una società incomparabilmente più benestante rispetto agli anni prima della guerra, ma ben più povera in valori condivisi.


«Ci sono stati due fatali allontanamenti che rendono differenti le due crisi: il divorzio tra potere e politica

Il perdono vince l'odio

Bachelet. Le Br sconfitte dal perdono

intervista a Paolo Bachelet

a cura di Filippo Rizzi


Dalla residenza gesuitica di via degli Astalli a Roma padre Paolo Bachelet, classe 1922, ricorda come fosse ieri la morte tragica, avvenuta quel lontano 12 febbraio del 1980 di suo fratello Vittorio, allora vicepresidente del Csm e non dimentica certo l'esempio fulgido dell'altro fratello, anche egli figlio di Sant'Ignazio, Adolfo, scomparso nel 1995, che spese buona parte del suo ministero nelle carceri italiane per promuovere un cammino di riconciliazione, testimoniato anche dal bel libro, edito tanti anni fa, da Rusconi, Tornate ad essere uomini liberi!. «Mi trovo molto con la scelta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Segnàti col Segno



Dal Trattato su «Isacco e l'anima»



 


di sant'Ambrogio


 


     Noi nasciamo là dove rinasciamo. E sono partorite quelle anime in cui si forma l'immagine di Cristo, perciò anche quel grande disse: «Figlioletti miei, che partorisco, fino a quando si formi Cristo in voi» (Gal 4,19): partorisce, infatti, colui che riceve nelle sue viscere lo Spirito della salvezza e lo infonde negli altri.


     Pertanto, siccome ormai Cristo era già stato effigiato in quest'anima, essa gli dice: «Mettimi a mo' di segno nel tuo cuore, a mo' di sigillo nel tuo braccio» (Ct 8,6). Cristo è il segno sulla fronte, è il segno nel cuore: sulla fronte, affinché sempre lo professiamo; nel cuo­re, perché sempre lo amiamo; il segno nel braccio, perché sempre, operiamo.


     Risplenda, dunque, la sua immagine nella nostra professione di fede, risplenda nel nostro amore, risplenda nelle opere e nei fatti, in modo che, se possibile, tutto l'aspetto di Cristo si esprima in noi.


     Sia lui la nostra testa, perché «la testa dell'uomo è Cristo» (1 Cor 11,3); sia lui il nostro occhio, perché per mezzo di lui possiamo vedere il Padre; sia lui la nostra voce, perché per mezzo di lui possiamo parlare al Padre; sia lui la nostra mano destra perché per mezzo suo possiamo portare al Pa­dre il nostro sacrificio; egli è anche il nostro segno, che è distintivo di perfezione e di amore, poiché il Padre ha segnato con il suo segno il Figlio che amava, così come leggiamo: «Colui che il Padre Iddio ha segnato» (Gv 6,27).


     L'amore nostro, dunque, è Cristo. Buono è l'amore, dal momento che Cristo si è offerto alla morte per i nostri peccati, buono è l'amore che ha rimesso i nostri peccati.


     Pertanto la nostra anima indossi l'amore e un amore tale «che sia forte come la morte» (Ct 8,6), perché, come la morte è la fine dei peccati, così lo è l'amore, in quanto colui che ama il Signore smette di peccare perché «l'amore non pensa il male e non gode dell'iniquità, ma sopporta ogni cosa» (1 Cor 13,5-7).   Infatti colui che non cerca quello che è suo, come può cerca­re le cose altrui?


     È forte anche quella morte che avviene attraverso il battesimo, grazie alla quale vie­ne sepolto ogni peccato e viene rimessa ogni colpa. Tale era l'amore che arrecava la donna del vangelo, cui il Signore dice: «Le sono stati rimessi i suoi molti peccati, perché ha amato molto» (Lc 7,47). È forte anche la morte dei santi martiri, che distrugge la colpa precedente, e per questo è forte, perché non è inferiore a essa l'amore, perché essa si fa eguale alla passione dei martiri per cancellare la meritata puni­tone delle colpe commesse.


Anche «la gelosia è come l'inferno» (Ct 8,6), perché chi ha la gelosia di Dio per amor di Cristo non risparmia nemmeno ciò che è suo. Perciò l'amore possiede la morte e l'amore possiede la gelosia e ali di fuoco possiede l'amore. Tanto è vero che Cristo, che amava Mosè, gli apparve nel fuoco, e Geremia, che aveva dentro di sé il dono dell'amore di Dio, diceva: «E c'era un fuoco ardente nelle mie ossa e io mi sono dissolto da ogni parte e non potevo sopportare» (Gr 20,9). Buono è dunque l'amore che ha ali di fuoco ardente, che vola per il petto e il cuore dei santi e brucia tutto quello che c'è di materiale e di terreno, mentre mette alla prova tutto quello che è puro e migliora con il suo fuoco tutto quello che tocca. Que­sto fuoco ha mandato in terra il Signore Gesù: da allora è brillata la fede, si è accesa la devozione, si è illuminata la carità, rifulse la giustizia.


 


(8, 74-77: SAEMO 3, 117-119)

Tra la nostalgia e il futuro


Il video in cui Giacomo Poretti legge e interpreta il brano "Toglietemi tutto, ma non la password per i miei ricordi", ha fatto da introduzione alla conferenza "La parola scritta ai tempi di Twitter - Vivere in rete", al Salone del Libro di Torino.



13/05/2012 -

Il mondo di Giacomo: toglietemi tutto ma non la password per i miei ricordi

Giacomo Poretti - La parola scritta ai tempi di Twitter

"Non ho niente da opporre a Internet, se non la nostalgia. È per questo che non potrò mai leggere un libro sul tablet"

di Giacomo Poretti



Il primo libro che mi regalarono fu «La capanna dello zio Tom», era della Fratelli Fabbri editori e apparteneva a una collana per ragazzi, la copertina era cartonata e azzurra: era il Natale della seconda elementare e mi fu regalato insieme a una bici senza rotelle e ai «Promessi sposi», anche questo della Fratelli Fabbri, di colore giallo e sempre cartonato.



Il Natale della terza elementare non lo dimenticherò mai per due motivi. Il primo è che ricevetti in regalo un fortino con i soldatini e gli indiani a cavallo: ci giocai ininterrottamente fino all'Epifania senza mangiare e senza bere. Il secondo motivo è che ricevetti in dono anche due libri: «Le mie prigioni» e «Oliver Twist». Ricordo che guardai i miei genitori e pensai: «Sono troppo poveri, mi vogliono abbandonare».



Questa convinzione si rafforzò l'anno seguente quando trovai un pacchettino vicino al presepe che conteneva il libro «Passerotti senza nido». I miei genitori sono stati sempre poveri, ma non mi hanno mai abbandonato e mi hanno sempre regalato libri, chissà perché? Forse perché non ne hanno mai letto uno, forse perché volevano riscattarsi tramite i figli, forse perché intuivano che tra quelle pagine, a loro impedite, vi erano storie straordinarie. Per il regalo della quinta elementare non hanno atteso il Natale: il giorno del mio compleanno si presentarono con un pacco gigantesco avvolto da una carta marrone. La carta si cercava di non romperla perché sarebbe servita per altri compleanni, quindi con cautela sciolsi il nastrino rosso e rimasi paralizzato dallo stupore nel constatare che mi avevano regalato «La Divina Commedia» illustrata da Gustave Doré, ovviamente era una copia anastatica. Dopo qualche secondo di silenzio mia madre disse: «Non ti piace? è bellissimo sai, papà lo ha comperato a rate». Un librone di 6 chili e mezzo pagabile in 24 rate mensili di 1000 lire l'una. Dico subito che non ho niente da opporre seriamente a Internet e al suo mondo, se non la nostalgia. È per questo motivo che non ce la farò mai a leggere un libro su un tablet, che per me è come far l'amore con una bambola di plastica. Una volta mi è capitata un'esperienza curiosa: tutti i miei amici mi dicevano che Twitter è fantastico, che ti fa sentire vicino a chiunque nel mondo e che ci puoi fare cose incredibili tipo che c'era uno scrittore che aveva deciso di pubblicare un suo racconto nella speranza di essere letto in tutto il Pianeta. Io ho scaricato l'applicazione di Twitter e ho provato a seguire l'esperimento. Sei frasi da 140 caratteri al giorno: dopo tre giorni il protagonista non aveva ancora finito di lavarsi i denti... Mi sono rotto le palle. Ho chiesto a un amico cosa era successo dopo due settimane, mi ha detto che il protagonista si stava annodando la cravatta e che se tutto andava bene per Ferragosto sarebbe uscito di casa! L'epoca moderna consente a noi abitatori della Storia di usufruire di miracoli tecnologici che a volte ci autorizzano perfino a dubitare della necessità di Dio. Il compiersi prepotente e affascinante della tecnologia sta modificando dentro di noi la percezione di chi siamo e di cosa ci sentiamo in diritto di provare. Una volta acquistavamo una macchina fotografica, spesso ci veniva regalata il giorno della Cresima, si mettevano da parte i soldi per i rullini e poi si portavano le foto a stampare: un terzo erano da buttare, ma le altre le si incorniciava, le si metteva nell'album con il quale si sfinivano gli amici fino a tarda notte; oppure dolcemente ci si immalinconiva nelle sere di inverno, ogni pagina che si voltava si era più grandi di qualche anno, in genere con 8-9 pagine si passava dall'asilo fino a quando si diventava papà.



Un centinaio di foto per sintetizzare trenta, quarant'anni di vita. Ora nei nostri computer immagazziniamo 18.756 foto, tradotti in giga byte: 122! Vi ricordo che i primi pc portatili avevano un hard disk di 20, 30 giga al massimo. Se una volta per vedere l'album di un amico ci si rovinava una serata intera, e calcolando che un album contenesse poco più di un centinaio di foto, significa che per vedere tutta la collezione su iPhoto di 18.756 foto dovremmo romperci le balle per 187 giorni: tutto l'autunno e tutto l'inverno! È per questo che le foto sui computer non le guarda più nessuno: si scatta come degli invasati con i cellulari, con le macchine compatte, con gli iPad, si scaricano sul Pc e poi ci si vanta con gli amici. Non si dice: «Sono stato in India e ho fotografato il Taj Mahal all'alba», ma: «Ho fatto un viaggio con un last minute e ho portato a casa 80 giga di immagini, vuoi venire a vederle mentre ci mangiamo un sashimi da asporto?». «Verrei volentieri ma stasera devo importare tutta la mia libreria di musica sull'iPhone: 3672 brani, 64 giga, 28 giorni di ascolto!». Una volta si conoscevano a memoria le parole delle canzoni di tutto un Lp, ora non sappiamo nemmeno chi canta perché usando il random è il «device» che decide cosa ascoltare. Rischiamo di non avere più la foto del cuore che ingiallisce e si piega insieme a noi, rischiamo di non amare più nessun cantante, confusi e ammassati dentro agli hard disk di un terabyte. Convinti come siamo di poter possedere tutto, di conoscere tutto, in realtà accumuliamo tutto, con il terrore che nessun cantante possa sfuggire alle nostre playlist, che ogni momento della vita possa essere fotografato e immagazzinato. L'importante è archiviarlo, backupparlo, duplicarlo, masterizzarlo. Vedere o ascoltare è secondario. Dicono che questa sia l'epoca della privacy e della sicurezza. Per me questa è l'epoca del terrore di dimenticare la password. Quando ci inventiamo una password il sistema ti dice il grado di sicurezza, in genere ti suggeriscono almeno dieci caratteri, qualche carattere maiuscolo, un segno di punteggiatura. La mia è più lunga di un messaggio Twitter: 143 caratteri, massima sicurezza per il sistema ma impossibile da ricordare, e allora bisogna scriverla su un quadernetto segreto. Ognuno si sbizzarrisce nel modo più originale possibile per ingannare l'eventuale ladro o hacker che verrà in possesso del nostro quadernetto, che normalmente mettiamo nel frigorifero avvolto nella carta del salame assieme ai gioielli di famiglia. C'è chi scrive un nome inventato di una persona, e poi accanto un finto prefisso telefonico e a seguire la password vera, sgamabilissima perché non c'è nessuna compagnia telefonica che ti assegni un'utenza con 23 numeri. Poi ci sono quelli che mettono le date di nascita della moglie e dei figli, e nonostante ciò si dimenticano poi di fare il regalo di compleanno alla moglie. Infine ci sono quelli più fantasiosi che usano i loro miti sportivi: è probabile che la password del direttore Calabresi sia «Terza stella», quella del vicedirettore Gramellini sia «Abbasso la Rubentus» e che Gianni Riotta abbia scelto «22 05 2010 Triplete». Ho sentito un conduttore radiofonico congedarsi con i suoi ascoltatori in questo modo: «Ci risentiamo domani mattina, ma nell'attesa potete seguirmi su Facebook, scrivermi una mail all'indirizzo tal dei tali, cinguettare con Twitter e se mi avete perso mi potete riascoltare con un podcast, e se vi manco proprio tanto tanto mi trovate su YouTube». E poi che fai? Andiamo in vacanza insieme? Ma scusate qui si rischia che se ascolti una canzone alla radio finisce che ti sposi il conduttore! Fate attenzione a dove vi sintonizzate.



La stessa cosa vale per il cibo, la cucina: vorremmo aver assaggiato tutto, mangiato di tutto, cinese, giapponese, messicano, africano, mongolo, toscano, francese, emiliano; per non parlare delle vertiginose elaborazioni dei cuochi a 2 o 3 stelle Michelin, dove si arriva al miracolo della cuisine molecolier: non substance ma nuance! Proposta: e se per una mezza giornata ci comprassimo una michetta ancora calda e aggiungessimo due fette di salame; da bere, rigorosamente una bonarda dell'Oltrepò, poi uno sceglie una canzone a piacere ( io «Have I Told You Lately That I Love You»di Van Morrison), poi mettiamo una foto dei nostri nonni appoggiata alla bottiglia e iniziamo a porci queste domande: Come si fa una michetta? Con che farina? Come si fa a farla con quella forma? E il salame quanto ci vuole perché sia commestibile? E Van Morrison a chi avrà dedicato quella canzone, per chi si sarà sentito lo scrupolo di domandarsi «se ultimamente le aveva detto che l'amava»? Infine i nonni della foto ci aiuteranno forse a non essere così in ansia se al prossimo compleanno il display dello smartphone ci dirà «Memoria piena, non è possibile scattare altre foto», perché loro, i nonni, le foto del loro compleanno non le hanno mai avute.

Lode e desiderio

Dai «Commenti sui salmi»

di sant'Agostino

La meditazione della nostra vita presente deve svolgersi nella lode del Signore, perché l'eterna felicità della nostra vita futura consisterà nella lode di Dio; e nessuno sarà atto alla vita futura, se ora non si sarà preparato. Perciò lodiamo Dio adesso, ma anche innalziamo a lui la nostra supplica. La nostra lode racchiude gioia, la nostra supplica racchiude gemito. Infatti ci è stato promesso ciò che attualmente non possediamo; e poiché è verace colui che ha promesso, noi ci rallegriamo nella speranza, anche se, non possedendo ancora quello che desideriamo, il nostro desiderio appare come un gemito. E' fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode. La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l'altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione dei due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. Ciò che celebriamo prima di Pasqua, è anche quello che operiamo. Ciò che celebriamo dopo Pasqua, indica quello che ancora non possediamo. Per questo trascorriamo il primo tempo in digiuni e preghiere. L'altro, invece, dopo la fine dei digiuni lo celebriamo nella lode. Ecco perché cantiamo: alleluia. Infatti in Cristo, nostro capo, è raffigurato e manifestato l'uno e l'altro tempo. La passione del Signore ci presenta la vita attuale con il suo aspetto di fatica, di tribolazione e con la prospettiva certa della morte. Invece la risurrezione e la glorificazione del Signore sono annunzio della vita che ci verrà donata. Per questo, fratelli, vi esortiamo a lodare Dio; ed è questo che noi tutti diciamo a noi stessi quando proclamiamo: alleluia. Lodate il Signore, tu dici a un altro. E l'altro replica a te la stessa cosa. Impegnatevi a lodare con tutto il vostro essere: cioè non solo la vostra lingua e la vostra voce lodino Dio, ma anche la vostra coscienza, la vostra vita, le vostre azioni. Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l'orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. Le nostre orecchie sentono le nostri voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri.


Sal. 148, 1-2; CCL 40, 2165-2166)

Eucarestia: determinante?

L'eucaristia, magistero del «ma voi non così»

di Enzo Bianchi

Abbiamo già espresso su queste colonne la nostra sofferenza per la liturgia che dovrebbe essere luogo di comunione ed è diventata luogo di conflitto nella chiesa, ma proprio perché crediamo che l'eucaristia è il dono più grande che il Signore Gesù ci ha lasciato, vogliamo ancora ascoltarla e lasciarci istruire dal suo magistero silenzioso ma eloquente. In quasi tutte le comunità cattoliche l'eucaristia è celebrata quotidianamente. Nei giorni feriali poche persone vi partecipano: sovente sono donne e anziane

Nuove paure, antica Paura

Ecco la nomofobia, così si chiama la paura di perdere il cellulare

di Emanuela Di Pasqua

Gli esperti la chiamano no mobile phone phobia e identifica, come suggerisce il nome, la fobia di rimanere senza l'amato, prezioso, caro, bello, efficiente, adorato telefonino, senza il quale ci si sentirebbe persi, frustrati, insicuri, vulnerabili, sconfitti.

Uno studio inglese commissionato dalla società specializzata in sicurezza digitale SecurEnvoy, ha fatto emergere infatti una delle maggiori paure di questi tempi, la nomofobia. A soffrire della paura di perdere il cellulare è il 66 per cento dei mille intervistati, nonostante il 41 per cento sia rassicurato dal possesso di ben due apparecchi. Mentre un analogo sondaggio condotto dalla stessa azienda quattro anni fa aveva fissato la quota dei nomofobici al 53 per cento.

Se lo perdo è la catastrofe: quanti di noi hanno pensato tra sé e sé che il telefonino custodisce tanti, troppi segreti, informazioni, dati, numeri di telefono. Tanto che se per caso lo si perdesse sarebbe un po' come perdere un pezzo di sé stessi. Di nomofobia soffrono più le donne che gli uomini (70 per cento contro il 61 per cento), ma i maschi più spesso delle signore ne possiedono due (47 per cento contro il 36 per cento), il che lascia pensare a una paura alla radice forse ancora più angosciante (tanto da aver duplicato l'amato device).

La sindrome si manifesta come altre fobie, con tutti i tratti della nevrosi che si rispetti. Soffrire di nomofobia significa avere qualcosa di più di un timore. Il nomofobico pensa in continuazione all'amato telefono, spesso ne sogna la scomparsa e secondo il Ceo di SecurEnvoy, Andy Kemshall, le persone intervistate arrivano a controllare circa 34 volte al giorno il proprio cellulare, per assicurarsi che ci sia sempre e non li abbia abbandonati.

Del resto la nomofobia è solo una delle tante facce dell'ormai nota dipendenza da telefonino sulla quale esiste una folta letteratura. Secondo un sondaggio del Chicago Tribune per esempio la maggior parte delle persone dichiara di poter rimanere tranquillamente una settimana senza lavarsi i denti, ma non senza l'iPhone. Sempre in linea con questa addiction che preoccupa gli esperti il Digital Journal divulgava lo scorso mese un altro dato sconcertante a proposito di nomofobia, sostenendo che il 75 per cento delle persone non abbandona il telefono mobile nemmeno per andare alla toilette.

Concentrazione produttiva

Studio dell'Università della California a Irvine

Il flusso di mail al lavoro? Uno stress

Fare a meno della posta elettronica riduce lo stato di allerta continua e permette di concentrarsi più proficuamente

Tanto stress, poca concentrazione: sono le conseguenze del continuo flusso di mail cui sono spesso sottoposti gli impiegati negli uffici. Se invece la posta elettronica viene "zittita" gli interessati riescono a concentrarsi molto più proficuamente sulle attività che stanno svolgendo. A dirlo è uno studio condotto dai ricercatori dell'Università della California a Irvine. Grazie a dei cardiofrequenzimetri attaccati ad alcuni volontari al lavoro in un ufficio, sono riusciti a "fotografare" il battito cardiaco e a indagarne il comportamento davanti al pc. Le persone che leggevano le mail di lavoro cambiavano finestra due volte più spesso delle altre, e sono risultate in un costante stato di allerta. Gli altri, cui è stata disattivata la posta elettronica per 5 giorni, hanno mostrato frequenze cardiache più normali.

«Abbiamo scoperto che, eliminando la posta elettronica, i lavoratori sono meno "multitasking" ma anche meno stressati», sintetizza Gloria Mark, co-autrice dello studio. I volontari erano impiegati civili dell'esercito Usa presso il Natick Soldier Systems Center di Boston, uomini e donne con diversi incarichi: quelli provati delle mail hanno detto di sentirsi più efficienti e concentrati, meno stressati e con meno perdite di tempo dovute alle interruzioni. Chi aveva la posta attivata ha cambiato "finestra" sul pc in media 37 volte all'ora, gli altri 18 volte l'ora. Secondo i ricercatori lo studio potrebbe essere un buon punto di partenza per incrementare la produttività, limitando in ufficio il tempo di accesso alle mail o diffondendo il consiglio di usare con cautela la posta elettronica. «Una vacanza dalle mail sul posto di lavoro può essere una buona idea», ha osservato la studiosa. Inoltre, alzarsi per raggiungere la scrivania di qualcuno (invece di scrivergli una mail), è utile sia dal punto di vista fisico che psicologico. Infine, una curiosità: i soggetti privati dalla posta elettronica hanno detto di sentirsi un po' isolati. Anche se erano circondati dai soliti colleghi.

«Bisogna riprovarci»

Noi testimoni del Concilio, come superstiti garibaldini

di Ettore Masina

Quando ero bambino, abitavo in una piccola città del Nord. Era l'epoca del fascismo di massa e il calendario era fitto di cerimonie patriottiche. Io ci andavo volentieri. Ero un balilla della «Coorte tipo», cioè del raggruppamento degli scolari che avevano le divise più belle, il portamento più marziale e la capacità di battere per 100 metri il «passo romano», detto volgarmente «dell'oca»: le gambe alzate rigidamente, una dopo l'altra, sino a portare il piede al livello dell'anca. Quando sfilava la Coorte tipo, la folla batteva le mani con entusiasmo. Il nostro inno spiegava che «nell'Italia dei fascisti anche i bimbi son guerrieri» e che «più dolce nome del tuo non c'è, duce, duce, per me». C'erano discorsi e fanfare, ma il momento più solenne per me era quando sul palco delle autorità veniva portato un vecchissimo garibaldino, con la camicia rossa costellata di decorazioni. In quei momenti pensavo a Garibaldi come a un Sandokan del Risorgimento, ad Anita come a una donna che avrei voluto per mamma, al piccolo tamburino sardo o alla vedetta lombarda come a dei modelli di vita. Allora ero contento di cantare un altro inno che mi assicurava che in futuro avrei avuto anch'io la mia parte di gloria: «Son rinati gli italiani. Li ha rifatti Mussolini per la guerra di domani». Mai avrei pensato che un giorno sarei stato simile a quel garibaldino; e invece da qualche mese capita che persone gentili mi chiedano di andare a qualche riunione o assemblea in quanto testimone del Concilio. Non ho divise né decorazioni ma vedo giovani che mi guardano con la curiosità che si ha per i tipi "strani", quelli venuti da chissà dove. Altri mi ascoltano con l'interesse di chi pensa che l'argomento sia importante; ma più mi commuovono i miei coetanei: qualcuno venuto ad abbracciarmi dopo tanti anni e quelli che mi chiedono, magari senza parlare: «Coraggio: spiega come siamo stati felici, che grande avventura abbiamo vissuta, quante speranze abbiamo ancora da raccogliere». O anche: «Diglielo: abbiamo creduto che si sarebbe potuta creare una pace che fosse la festa dei poveri. Non ci siamo ancora riusciti. Bisogna riprovare». O persino: «Forse possiamo dare una mano anche noi. Non siamo troppo vecchi. Ti ricordi papa Giovanni? Non era vecchio, lui? Eppure...».

in “Jesus” n. 5 del maggio 2012

I frutti si gustano sulla "distanza"

La messa crismale del Papa, il Concilio e la nostra “piccola” Chiesa

di Giovanni Nicolini

È impressionante la severa ammonizione del Papa alla Messa crismale di quest'anno. Anche perché il riferimento al caso-Austria ricorda notizie, provocazioni, banalità e volgarità che dicono il malessere di molte, anche importanti, realtà ecclesiali. Un vecchio come me pensa inevitabilmente alle fatiche, ai sospetti, e persino ai "tradimenti" di quel supremo avvenimento del secolo scorso che è stato il Concilio Vaticano II, fonte di bene non solo per le Chiese, ma per tutta l'umanità. Qui, però, s'impone un ripensamento che anche noi, che del Concilio siamo stati estimatori forse superficiali, dobbiamo cogliere. Facciamo un esempio: la comunità ecclesiale e la proposta che scaturisce dalla Dei Verbum, la Costituzione sulla Parola di Dio. Abbiamo tranquillamente pensato che finalmente si capiva la Parola perché era proclamata in italiano, che i preti dovevano cercare di fare la predica sulle Scritture e che era bello mettere in piedi nelle parrocchie i "gruppi del Vangelo". Ma la cosa non ha funzionato: non basta infatti la lingua italiana perché la Parola del Signore entri nelle teste e nei cuori; i preti non erano capaci e desiderosi di mettere in gioco una secolare struttura di formazione culturale e spirituale; e i "gruppi del Vangelo" non si poteva "metterli in piedi" come una delle molte attività pastorali e devozionali. Adesso cominciamo a capire che la proposta conciliare è preziosa per una situazione che anche oggi facciamo fatica ad accettare, e cioè che è finita la «cristianità» intesa come identificazione tra la vita cristiana e la cultura, il costume, il sentimento comune e persino le leggi dello Stato. La riforma conciliare è preziosa proprio per la vicenda nella quale oggi ci troviamo e per la quale c'è patimento, come è sempre per un "mondo" che finisce. La preziosità dell'evento conciliare si comincia a coglierla adesso, quando si può avere la percezione di una grande "crisi", che non è però la crisi della Chiesa, ma di una sua cultura, di un suo volto: tutte cose legate ai tempi e al loro mutare, ma non essenziali per il suo essere profondo. Oggi i documenti conciliari e soprattutto lo Spirito che ha guidato il Concilio si rivolgono a una Chiesa "piccola". Un po' come ai tempi di Paolo di Tarso, quando la grande Chiesa di Corinto stava tutta nel retrobottega di un tendaio, stracolma di doni dello Spirito, afflitta da contrasti interni, ma certamente appassionata, quanto bastava per gustare la meraviglia divina dell'inno Paolino all'Amore. Una Chiesa ricca più di relazioni che di strutture, considerata setta pericolosa perché »atea» rispetto alle grandi idolatrie collettive. Una Chiesa che si sapeva assolutamente «universale», non per la misura del consenso riscosso, ma per «la via, la verità e la vita» che annunciava al mondo.

in “Jesus” n. 5 del maggio 2012

Da non perdere, perch

Milioni di persone stanno seguendo la campagna mondiale contro Kony, il militare ugandese autore di stragi, rapimenti, stupri, distruzioni, mutilazioni. Questo video (29 minuti costruiti benissimo, come un'opera d'arte della comunicazione) spiega come è nata questa campagna. E' davvero trascinante, perché offre una speranza: potessimo davvero cambiare le cose... IN MEGLIO!





A ciascuno il suo posto

Il mio sì

card. John Henry Newman

Io sono creato per fare e per essere qualcuno

per cui nessun altro è creato.



Io occupo un posto mio

nei consigli di Dio, nel mondo di Dio:

un posto da nessun altro occupato.



Poco importa che io sia ricco, povero

disprezzato o stimato dagli uomini:

Dio mi conosce e mi chiama per nome.



Egli mi ha affidato un lavoro

che non ha affidato a nessun altro.



Io ho la mia missione.



In qualche modo sono necessario ai suoi intenti

tanto necessario al posto mio

quanto un arcangelo al suo.



Egli non ha creato me inutilmente.

Io farò del bene, farò il suo lavoro.



Sarò un angelo di pace

un predicatore della verità

nel posto che egli mi ha assegnato

anche senza che io lo sappia,

purché io segua i suoi comandamenti

e lo serva nella mia vocazione.

Lontani o vicini

Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli: "Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?".


"Gridano perché perdono la calma", rispose uno di loro.

"Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?", disse nuovamente il pensatore.

"Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti", replicò un altro discepolo.


E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?".

Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.

Allora egli esclamò: "Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano".

Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare".

M. Gandhi

Senza farne una lettura politica

Storia di Rocco che voleva solo essere ricco e immortale

Che gusto c'è ad avere i soldi se tutti cercano di portarteli via? Perfino Dio è invidioso di te e ti vuole far morire...

di Giacomo Poretti, del Trio "Aldo Giovanni e  Giacomo" - 29.04.2012

Questa è la storia di Rocco. Rocco aveva un solo desiderio: essere ricco. Dopo aver desiderato di essere ricco, pensò che doveva essere anche immortale, perché la ricchezza è talmente bella che tutti cercano di portartela via: moglie, figli, parenti, amici, nemici, poveri, ministero delle finanze, banche, galleristi e venditori di auto e di orologi

Il figlio del lavoratore

Figlio del carpentiere e carpentiere lui stesso. San Giuseppe e il lavoro



Nel Vangelo di Marco (6,3) troviamo che Gesù è chiamato "il carpentiere", "il falegname". Matteo 13,55 però, nel passo parallelo ci informa che i paesani di Gesù si chiedevano: "Non è egli forse il figlio del carpentiere?" (CEI 1974) oppure: "Non è costui il figlio del falegname?" (CEI 2008). Solo Luca aggiunge il nome: "Non è costui il figlio di Giuseppe". Sommando questi dati i cristiani hanno sempre conosciuto il lavoro dell'artigiano Giuseppe, sposo della Vergine Maria e Padre putativo del Salvatore. La festa in onore di san Giuseppe artigiano o lavoratore (opifex) è certo di recente istituzione. Anche le immagini che ritraggono il padre di Gesù al lavoro nella sua bottega non risalgono a prima del XV secolo. Ma una chiarissima indicazione del lavoro di Giuseppe l'abbiamo fin dal V secolo, nella formella che decora la copertina di evangeliario in avorio conservata a Milano (vedi foto a sinistra e ingrandimento sotto). Vi troviamo la scena della Natività, e sulla sinistra Giuseppe con una sega vicino alla gamba: inequivocabile strumento della sua professione.



La festa del primo maggio così è presentata dal Martirologio Romano:

San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.



La festa odierna si innesta su quella detta "del Patrocinio di San Giuseppe" (estesa nel 1847 alla Chiesa universale da Pio IX), e fu voluta esplicitamente da Pio XII nel 1955, per "cristianizzare" il giorno festivo dedicato ai lavoratori. Già papa Leone XIII, molto attento alla questione operaia, aveva dedicato - prima volta nella storia - al Santo Falegname di Nazareth un'enciclica: la Quamquam pluries.

Tutti i papi del '900 additarono Giuseppe a speciale esempio per i lavoratori, senza mai dimenticare la sua speciale protezione sugli operai, artigiani e su ogni lavoro, in qualunque genere: Angelo Giuseppe Roncalli, che volle essere consacrato vescovo il 19 marzo, onorava in san Giuseppe il patrono dei diplomatici. Tanta era la sua devozione per lo Sposo di Maria che non esitò, eletto papa (Giovanni XXIII), a inserirlo nel Canone della Messa, modificando il venerabile testo che nessun suo predecessore aveva mai osato toccare.



Alla protezione di San Giuseppe affidiamo oggi tutti coloro che hanno perso il lavoro e lo cercano con ansia e speranza per provvedere alle necessità delle loro famiglie in questi tempi così difficili.



Preghiamo con l'inno proprio delle lodi del 1° di Maggio:



L'aurora preannunziatrice del sole,

che chiama l'uomo al lavoro,

saluta la casa di Nazareth,

risuonante del martello del fabbro.



Salve, o Capo di famiglia,

sotto la cui guida il supremo Creatore,

bagnato di salso sudore,

esercita l'arte paterna
.



Or che abiti nell'alto dei cieli

vicino all'inclita Sposa,

soccorri i fedeli,

che l'indigenza molesta
.



La violenza e le liti siano allontanate,

ogni frode sia eliminata dalla mercede,

una sola sobrietà regoli

l'abbondanza del cibo e della vita
.



Sia gloria alla Trinità,

che, per le tue preghiere,

diriga  i passi e la vita di  noi tutti

sempre nella pace.   Amen.

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