La messa crismale del Papa, il Concilio e la nostra “piccola” Chiesa

di Giovanni Nicolini

È impressionante la severa ammonizione del Papa alla Messa crismale di quest'anno. Anche perché il riferimento al caso-Austria ricorda notizie, provocazioni, banalità e volgarità che dicono il malessere di molte, anche importanti, realtà ecclesiali. Un vecchio come me pensa inevitabilmente alle fatiche, ai sospetti, e persino ai "tradimenti" di quel supremo avvenimento del secolo scorso che è stato il Concilio Vaticano II, fonte di bene non solo per le Chiese, ma per tutta l'umanità. Qui, però, s'impone un ripensamento che anche noi, che del Concilio siamo stati estimatori forse superficiali, dobbiamo cogliere. Facciamo un esempio: la comunità ecclesiale e la proposta che scaturisce dalla Dei Verbum, la Costituzione sulla Parola di Dio. Abbiamo tranquillamente pensato che finalmente si capiva la Parola perché era proclamata in italiano, che i preti dovevano cercare di fare la predica sulle Scritture e che era bello mettere in piedi nelle parrocchie i "gruppi del Vangelo". Ma la cosa non ha funzionato: non basta infatti la lingua italiana perché la Parola del Signore entri nelle teste e nei cuori; i preti non erano capaci e desiderosi di mettere in gioco una secolare struttura di formazione culturale e spirituale; e i "gruppi del Vangelo" non si poteva "metterli in piedi" come una delle molte attività pastorali e devozionali. Adesso cominciamo a capire che la proposta conciliare è preziosa per una situazione che anche oggi facciamo fatica ad accettare, e cioè che è finita la «cristianità» intesa come identificazione tra la vita cristiana e la cultura, il costume, il sentimento comune e persino le leggi dello Stato. La riforma conciliare è preziosa proprio per la vicenda nella quale oggi ci troviamo e per la quale c'è patimento, come è sempre per un "mondo" che finisce. La preziosità dell'evento conciliare si comincia a coglierla adesso, quando si può avere la percezione di una grande "crisi", che non è però la crisi della Chiesa, ma di una sua cultura, di un suo volto: tutte cose legate ai tempi e al loro mutare, ma non essenziali per il suo essere profondo. Oggi i documenti conciliari e soprattutto lo Spirito che ha guidato il Concilio si rivolgono a una Chiesa "piccola". Un po' come ai tempi di Paolo di Tarso, quando la grande Chiesa di Corinto stava tutta nel retrobottega di un tendaio, stracolma di doni dello Spirito, afflitta da contrasti interni, ma certamente appassionata, quanto bastava per gustare la meraviglia divina dell'inno Paolino all'Amore. Una Chiesa ricca più di relazioni che di strutture, considerata setta pericolosa perché »atea» rispetto alle grandi idolatrie collettive. Una Chiesa che si sapeva assolutamente «universale», non per la misura del consenso riscosso, ma per «la via, la verità e la vita» che annunciava al mondo.

in “Jesus” n. 5 del maggio 2012