Noi testimoni del Concilio, come superstiti garibaldini

di Ettore Masina

Quando ero bambino, abitavo in una piccola città del Nord. Era l'epoca del fascismo di massa e il calendario era fitto di cerimonie patriottiche. Io ci andavo volentieri. Ero un balilla della «Coorte tipo», cioè del raggruppamento degli scolari che avevano le divise più belle, il portamento più marziale e la capacità di battere per 100 metri il «passo romano», detto volgarmente «dell'oca»: le gambe alzate rigidamente, una dopo l'altra, sino a portare il piede al livello dell'anca. Quando sfilava la Coorte tipo, la folla batteva le mani con entusiasmo. Il nostro inno spiegava che «nell'Italia dei fascisti anche i bimbi son guerrieri» e che «più dolce nome del tuo non c'è, duce, duce, per me». C'erano discorsi e fanfare, ma il momento più solenne per me era quando sul palco delle autorità veniva portato un vecchissimo garibaldino, con la camicia rossa costellata di decorazioni. In quei momenti pensavo a Garibaldi come a un Sandokan del Risorgimento, ad Anita come a una donna che avrei voluto per mamma, al piccolo tamburino sardo o alla vedetta lombarda come a dei modelli di vita. Allora ero contento di cantare un altro inno che mi assicurava che in futuro avrei avuto anch'io la mia parte di gloria: «Son rinati gli italiani. Li ha rifatti Mussolini per la guerra di domani». Mai avrei pensato che un giorno sarei stato simile a quel garibaldino; e invece da qualche mese capita che persone gentili mi chiedano di andare a qualche riunione o assemblea in quanto testimone del Concilio. Non ho divise né decorazioni ma vedo giovani che mi guardano con la curiosità che si ha per i tipi "strani", quelli venuti da chissà dove. Altri mi ascoltano con l'interesse di chi pensa che l'argomento sia importante; ma più mi commuovono i miei coetanei: qualcuno venuto ad abbracciarmi dopo tanti anni e quelli che mi chiedono, magari senza parlare: «Coraggio: spiega come siamo stati felici, che grande avventura abbiamo vissuta, quante speranze abbiamo ancora da raccogliere». O anche: «Diglielo: abbiamo creduto che si sarebbe potuta creare una pace che fosse la festa dei poveri. Non ci siamo ancora riusciti. Bisogna riprovare». O persino: «Forse possiamo dare una mano anche noi. Non siamo troppo vecchi. Ti ricordi papa Giovanni? Non era vecchio, lui? Eppure...».

in “Jesus” n. 5 del maggio 2012