Family Day: perché sono contento
di Roberto Beretta
Sono contento che il Family Day sia stato fatto, e sia avvenuto così com'è stato. E questo non perché sia del tutto d'accordo con gli intenti di chi ha organizzato la manifestazione e nemmeno con tutto quanto è stato detto su quel palco, anzi: cose che mi lasciano perplesso - dalla nostalgica canzone «Mamma» al pessimo gusto dell'oratore per cui i figli dell'utero in affitto «non hanno nemmeno una tomba su cui piangere i genitori» (sic) - ce ne sono state diverse. Ma sono contento perché abbiamo avuto la palpabile sensazione di quanto noi cattolici siamo diversi al nostro stesso interno.
È proprio la possibilità di non essere d'accordo, a mio parere, il maggior pregio di un'iniziativa del genere. «Loro» hanno dimostrato di non essere d'accordo con un governo dove militano anche molti fratelli di fede, con (forse) la maggioranza o almeno con numerosi vescovi italiani (e il Papa? chissà...): «loro» hanno osato sfidare gli indirizzi ufficiali di diversi movimenti ecclesiali a cui appartengono, per non parlare dei lazzi degli opinionisti «laici»: se ne sono fregati e stop, hanno fatto ciò che credevano giusto fare. «Noi», d'altra parte, abbiamo avuto modo di constatare quanto sia diffuso (anche tra i giovani) un modo d'essere cristiani che non amiamo troppo ­ ma che c'è, esiste e va rispettato.
A me basta così, sapete? Perché, se «gli altri» hanno modo di manifestare la loro opinione, anch'io avrò qualche speranza in più di dire liberamente la mia: che molto sovente è fuori dagli schemi della massa, dagli imperativi della gerarchia, dalle comodità gregarie dell'ecclesiale «così fan tutti». Se questi laici, credenti come me, sono andati in piazza senza alcuna organizzazione clericale per esprimere una convinzione, significa che nessuno mi può più impedire (nel senso che nessuno mi può più ostracizzare strillando «non sei cattolico!») di sostenere - per esempio - la mia idea che una legge per le famiglie di fatto invece si deve pur fare.
Che in piazza dunque ci fossero 2 milioni, un milione o solo duecentomila persone, sabato abbiamo visto che noi cattolici italiani siamo davvero un popolo di «fratelli diversi»: fratelli nella fede, diversi nelle opinioni. Le quali tutte (o quasi) hanno qualche plausibile ragione, e tutte (o quasi) sono legittime. Dopo l'unità politica dei cattolici, è dunque crollato il falso dogma della loro necessaria unità sociale. Falso e pericoloso: perché è facilmente strumentalizzabile dai più vari «poteri»; perché alimenta il peggior clericalismo; perché vizia la fede stessa obbligando i credenti a una uniformità nient'affatto necessaria.
Sono contento dunque che qualcuno su quel palco - è solo un altro esempio - abbia asserito imperiosamente che «noi cattolici i figli li facciamo!»: non sono affatto d'accordo con lui, con i suoi toni e con le sue convinzioni (vorrei sapere cosa ne pensano in merito tante incolpevoli coppie sterili, cattoliche e no), ma sono contento che l'abbia detto. Se lui ha potuto, infatti, io posso dire il contrario. E chi è «più cattolico» lo stabilirà semmai la coscienza: non lo schieramento.