«In pace con se stessi»
Spesso, i movimenti di spiritualità hanno privilegiato la ricerca della “pace interiore” senza preoccuparsi troppo della necessità di agire per la pace impegnandosi nelle lotte per la giustizia. Come agire per la pace nel mondo, dicevano, se non si è prima di tutto “in pace con se stessi”? Ma bisogna aspettare di aver raggiunto la pienezza della “pace interiore” per decidersi ad agire per la pace nel mondo? Non si rischia di aspettare troppo? Troppo, mentre le vittime dell'ingiustizia non ne possono più di aspettare. La violenza che avvilisce altri uomini può lasciare in pace? Di fronte a questa società che si dà in spettacolo con le sue turpitudini e le sue vigliaccherie, le sue defezioni e le sue violenze, è grande la tentazione di fuggirla, di ripiegarsi su se stessi. È una colpa contro lo spirito portare a pretesto il fallimento, sempre possibile, delle azioni umane, per rassegnarsi al disastro e all'iniquità del mondo e dedicarsi alla pura interiorità. Questa via porta gli uomini ai margini della storia e fa sì che rinuncino ad agire. In Oriente come in Occidente, troppi falsi guru pretendono di insegnare la spiritualità al di fuori dei conflitti, lontano dai dibattiti e dalle lotte politiche, al riparo dai rumori e dai furori del mondo. I discepoli sono invitati a liberarsi dai bisogni, dai desideri e dalle passioni del loro ego in un esercizio solitario. Tuttavia, il modo migliore per disimparare a “preoccuparsi di sé” non è forse di imparare a “preoccuparsi dell'altro”? Troppi uomini che si rifanno ad una spiritualità disincarnata discreditano il conflitto con il pretesto che divide gli uomini invece di unirli. In realtà, ciò che divide gli uomini non è né il conflitto né la lotta, ma l'ingiustizia, l'indifferenza, la rassegnazione e la vigliaccheria. La funzione del conflitto è creare le condizioni della giustizia, l'unica che può riunire gli uomini. Essendo assenti dai conflitti, gli “spirituali” potevano solo misconoscere la non-violenza. Certo, non mancavano, in certe occasioni, di parlare in sovrabbondanza d'amore, di celebrare la sua onnipotenza, ma, disincarnati, i loro discorsi non avevano alcuna presa sugli avvenimenti. La spiritualità assume il suo vero significato solo nell'azione per la giustizia. Sappiamo per esperienza che l'azione è la cosa più difficile al mondo, perché sconvolge la nostra tranquillità e la nostra comodità. Per questo motivo abbiamo paura dell'azione e, troppo spesso, non abbiamo il coraggio di assumercene il rischio. L'uomo si conosce attraverso la mediazione della sua relazione con l'altro uomo. L'essere non è un'esistenza, ma una presenza. E la presenza è una relazione. Un rapporto. In definitiva, la nozione di “pace con se stessi” può avere solo un senso derivato, ampiamente improprio. Si tratta solo di un linguaggio allegorico, metaforico. Nessuna pace si costruisce nella solitudine. È con l'atto di bontà verso l'altro che posso dire “sono in pace”. La pace è una dinamica che si inscrive nel cuore delle relazioni dell'uomo con l'altro uomo. La pace è apertura all'alterità. Per questo è una prova dell'essere. Ma è attraverso questa prova che l'uomo realizza la sua umanità.
Spesso, i movimenti di spiritualità hanno privilegiato la ricerca della “pace interiore” senza preoccuparsi troppo della necessità di agire per la pace impegnandosi nelle lotte per la giustizia. Come agire per la pace nel mondo, dicevano, se non si è prima di tutto “in pace con se stessi”? Ma bisogna aspettare di aver raggiunto la pienezza della “pace interiore” per decidersi ad agire per la pace nel mondo? Non si rischia di aspettare troppo? Troppo, mentre le vittime dell'ingiustizia non ne possono più di aspettare. La violenza che avvilisce altri uomini può lasciare in pace? Di fronte a questa società che si dà in spettacolo con le sue turpitudini e le sue vigliaccherie, le sue defezioni e le sue violenze, è grande la tentazione di fuggirla, di ripiegarsi su se stessi. È una colpa contro lo spirito portare a pretesto il fallimento, sempre possibile, delle azioni umane, per rassegnarsi al disastro e all'iniquità del mondo e dedicarsi alla pura interiorità. Questa via porta gli uomini ai margini della storia e fa sì che rinuncino ad agire. In Oriente come in Occidente, troppi falsi guru pretendono di insegnare la spiritualità al di fuori dei conflitti, lontano dai dibattiti e dalle lotte politiche, al riparo dai rumori e dai furori del mondo. I discepoli sono invitati a liberarsi dai bisogni, dai desideri e dalle passioni del loro ego in un esercizio solitario. Tuttavia, il modo migliore per disimparare a “preoccuparsi di sé” non è forse di imparare a “preoccuparsi dell'altro”? Troppi uomini che si rifanno ad una spiritualità disincarnata discreditano il conflitto con il pretesto che divide gli uomini invece di unirli. In realtà, ciò che divide gli uomini non è né il conflitto né la lotta, ma l'ingiustizia, l'indifferenza, la rassegnazione e la vigliaccheria. La funzione del conflitto è creare le condizioni della giustizia, l'unica che può riunire gli uomini. Essendo assenti dai conflitti, gli “spirituali” potevano solo misconoscere la non-violenza. Certo, non mancavano, in certe occasioni, di parlare in sovrabbondanza d'amore, di celebrare la sua onnipotenza, ma, disincarnati, i loro discorsi non avevano alcuna presa sugli avvenimenti. La spiritualità assume il suo vero significato solo nell'azione per la giustizia. Sappiamo per esperienza che l'azione è la cosa più difficile al mondo, perché sconvolge la nostra tranquillità e la nostra comodità. Per questo motivo abbiamo paura dell'azione e, troppo spesso, non abbiamo il coraggio di assumercene il rischio. L'uomo si conosce attraverso la mediazione della sua relazione con l'altro uomo. L'essere non è un'esistenza, ma una presenza. E la presenza è una relazione. Un rapporto. In definitiva, la nozione di “pace con se stessi” può avere solo un senso derivato, ampiamente improprio. Si tratta solo di un linguaggio allegorico, metaforico. Nessuna pace si costruisce nella solitudine. È con l'atto di bontà verso l'altro che posso dire “sono in pace”. La pace è una dinamica che si inscrive nel cuore delle relazioni dell'uomo con l'altro uomo. La pace è apertura all'alterità. Per questo è una prova dell'essere. Ma è attraverso questa prova che l'uomo realizza la sua umanità.
Jean-Marie Muller, portavoce nazionale francese del Movimento per un'alternativa non-violenta.
in “La Croix” del 19 aprile 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
in “La Croix” del 19 aprile 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)