Povertà, condivisione, speranza

di Enzo Bianchi

L'acuirsi della crisi finanziaria e il suo dirompente debordare nell'economia reale hanno causato un sensibile aumento di persone e di famiglie che sono venute a trovarsi, più o meno inaspettatamente, sotto la soglia della povertà. Una povertà di certo non scelta dalla quale sperano di uscire al più presto possibile. In questo contesto che segno può venire alla società da quanti fanno della povertà liberamente scelta un impegno, una memoria evangelica e, più in profondità, da tutti i discepoli di Gesù di Nazaret che ha proclamato «Beati i poveri?». In altri termini, come può esserci oggi una «beatitudine» della povertà in una società che aveva fatto della lotta alla miseria un obiettivo primario e che ora, per la prima volta da decenni, vede concretamente la possibilità che i figli conoscano una condizione economica peggiore di quella dei padri? Non va dimenticato che la povertà è la condizione umana, perché l'uomo è una creatura limitata, fragile, precaria, contrassegnata dal bisogno e dall'ineluttabile morte. Sì, l'essere umano è mortale, e basta questo per dire la sua radicale povertà. Nasciamo inermi, affidati ad altri da cui dipende la nostra vita, e moriamo nella solitudine che dice tutta la nostra miseria, la nostra incompiutezza. La condizione umana è quella di una creatura limitata, non autosufficiente né indipendente, e proprio per questo chiamata all'interdipendenza, alla condivisione, alla solidarietà inscritte al cuore dell'esistenza. Per ogni uomo, per ogni donna è necessario il riconoscimento, l'accettazione e l'assunzione di questa povertà fondamentale, senza la quale non si può percorrere un cammino di umanizzazione in relazione agli altri, all'umanità, a tutta la creazione, al cosmo. Proprio la difficoltà a compiere questa accettazione nutre la tentazione di evadere nel sogno, nell'illusione di poter vivere senza gli altri o addirittura contro gli altri, non percorrendo il difficile e faticoso cammino della comunione. Ma vivere nell'assunzione della povertà ontologica umana è un'esigenza fondamentale per chiunque, cristiano o non cristiano, se vuole umanizzarsi sempre di più. È solo a partire da questa consapevolezza che il cristiano può comprendere la beatitudine della povertà, assumerla nella propria esistenza e proporla come cammino di umanizzazione, di pienezza di vita autentica. Per fare questo, la via maestra rimane quella di fissare lo sguardo sulla vita di Gesù, prima ancora che interpretare le sue parole e le esigenze della povertà da lui espresse di fronte alla venuta del Regno di Dio. Gesù «da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi della sua povertà» (cf. 2 Cor 8,9); il Figlio, che era Dio, ha rinunciato a questa condizione, alle prerogative divine di immortalità, onnipotenza, signoria cosmica, e si è spogliato fino ad assumere la condizione dell'uomo schiavo (cf. Fil 2,7). Gesù ha voluto vivere la povertà radicale, ontologica della condizione umana, e ha fatto questa scelta per amore, per solidarietà con noi uomini e nella libertà dell'amore trinitario. Nel distacco dai beni, nell'usarne come se non se ne usasse, Gesù vede una condizione imprescindibile affinché il discepolo segua lui, coinvolgendo pienamente la propria vita con la sua. Si tratta di una condizione per liberarsi dall'idolatria e dalla seduzione delle ricchezze, una spogliazione liberamente scelta che rende più difficile «volgersi indietro» (cf. Lc 9,62) e tornare a servire il denaro come fine in sé. Questo nuovo sguardo ai beni materiali si tradurrà allora in condivisione, in comunione con i poveri che non hanno potuto scegliere la loro condizione di vita. Ne consegue che anche lo stile della vita cristiana sarà caratterizzato da povertà di mezzi, per non confidare in essi piuttosto che nella forza della parola di Dio: non dimentichiamo le richieste assai esigenti rivolte da Gesù ai discepoli prima di inviarli in missione (cf. Mc 6,7-13 e par.; Lc 10,1-16). Se infatti i poveri sono i primi destinatari del Regno, l'annuncio del Regno non può essere affidato a messaggeri ricchi né a mezzi di diffusione che presuppongano ricchezza e potere. Sì, nello stile di vita del cristiano si tratta sempre di mostrare concretamente con i gesti, con il modo di vivere e di comportarsi il primato del Regno. Allora i cristiani saranno capaci di una parola di speranza anche nelle situazioni più difficili, un parola credibile perché confermata da gesti concreti, dalla creatività operosa di chi sa ogni giorno inventare una modalità diversa per narrare un amore che non viene mai meno.

in “Rocca” n. 5 del 1 marzo 2012