Tra «benedicenti saluti» e «onerosi incarichi»

di Roberto Beretta

Il cardinale Bertone (segretario di Stato) intima al cardinale Tettamanzi (all'epoca ancora arcivescovo di Milano) di dimettersi dalla presidenza dell'Istituto Toniolo - in pratica la «cassaforte» dell'Università Cattolica; quest'ultimo invece si difende vigorosamente e s'appella al Papa per chiedere ragione. E' il succo dell'ultimo «scandalo vaticano» affiorato abusivamente sulla stampa nel filone che ormai ha cominciato a prendere il nome di «Vatileaks»; e prego di credere che - se ci plano sopra - non è per strologare sull'esistenza di «cordate» curiali o «complotti» di monsignori, né allo scopo di far la morale ai «corvi» che fanno filtrare notizie riservate e alla stampa che le pubblica, e nemmeno di deprecare il clima che sembra regnare Oltretevere: ci sarebbe da dire (e tanto è stato detto) su ognuno di tali aspetti.

Mi accontenterò invece di compiere una minima analisi linguistica. Non so infatti quanti abbiano letto per intero le due missive suddette (sono pubblicate per esempio sul sito web del Fatto quotidiano), ma è un esercizio che consiglio a puro titolo di studio. Dunque, anzitutto salta all'occhio l'uso dei pronomi: Bertone adopera l'aulico «Ella» per rivolgersi al collega, invece Tettamanzi - pur indirizzando al Papa - non teme di adottare il laico «Lei», anche se maiuscolo. Non è indizio da poco.

Il porporato salesiano, poi, farcisce il suo scritto con diverse espressioni di riguardo (persino esagerato, se poi si considera la sostanza del testo): «encomiabile zelo», «a prezzo di ben immaginabili sacrifici», «dedizione profusa», «sollevata da questo oneroso incarico», «superiore intenzione», «benedicente saluto», «deferenti ossequi». Tutti modi di dire che - se anche appartengono al linguaggio della diplomazia vaticana - denunciano una deferenza formale che fa a pugni col contenuto: un vero diktat, nel quale in poche righe si intima al cardinale milanese di lasciare il posto al Toniolo indicando lui stesso il successore (scelto però da altri), gli si fissa addirittura il termine ultimo per dare le dimissioni e gli si prescrive di non procedere nel frattempo ad alcuna decisione... Insomma, una destituzione immediata in piena regola, impartita con continui riferimenti all'«autorità superiore» e per di più inviata in due paginette via fax un sabato mattina: altro che «benedicente saluto» e «oneroso incarico»!

La replica ha invece tono del tutto diverso, lontano dai sussieghi curiali (solo due i riferimenti, di cui di solito i vescovi infarciscono le loro prediche, a pensieri «spirituali») e invece estremamente franco, direi «laico». Tettamanzi per esempio parla senza peli sulla lingua di «coazione al mio dimissionamento», di «sanzioni», di «misure senza dubbio gravissime, nel merito e nel metodo»; esprime «motivi di profonda perplessità»; spiega senza giri di parole che il suo lavoro ha puntato a «superare le difficoltà di una gestione clientelare e parassitaria... resistenze non sempre limpide... interessi non certo ecclesiali e figure poco nobili», per «restituire l'Università cattolica ai cattolici italiani... mettere fine a un lungo periodo di irrilevanza pubblica, di concentrazione patologica dei poteri e assoluta mancanza di trasparenza sulla destinazione delle risorse donate». Parole chiare, nette, sostenute; e l'arcivescovo lo esplicita: «Condividendo schiettamente con Lei queste considerazioni... Non mi preme mantenere l'incarico, ma assolvere al compito affidato».

Tutto questo senza mettere in dubbio l'obbedienza dovuta al superiore: «La mia disponibilità resta piena e cordiale», conclude infatti Tettamanzi; ma si tratta di un'obbedienza resa in piedi, da uomini e da adulti, senza paure, senza piegarsi ad alcun potere, né inginocchiarsi a nessun baciamano - foss'anche a quello del Papa - prima di aver esposto con ragionevolezza e serietà e forza le proprie sacrosante ragioni.

Ne esco confortato: dunque nella Chiesa, anzi nella sua più alta gerarchia, c'è spazio per sfuggire all'umiliante «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare»; esistono uomini che rifiutano consapevolmente la logica sacrificale dell'«obbedisci e taci», che tante volte ci è stata proposta come l'unica ascetica cattolica... Obbedienti sì, ma a ragion veduta, in piedi e a testa alta: grazie, cardinale Tettamanzi!