La crisi? Colpa degli infelici

Gli americani (più degli europei) hanno perso i valori etici e di solidarietà. Così sono diventati più tristi


di Pier Luigi Vercesi

Negli anni Novanta, i “ruggenti” secondo il Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz, a New York la gente si cospargeva di un'acqua di colonia battezzata Happy. Sull'altra sponda dell'Atlantico, a Londra, ragazzi su di giri offrivano, nei locali notturni, bustine con stampata la faccina che ride. Contenevano ecstasy. Ovunque, vecchio o nuovo mondo che fosse, rimbalzava l'eco di un ossessivo ritornello: Don't worry, be happy. Cronache del secolo passato. Da archiviare. E invece no, spiegano gli economisti e in particolare uno, Stefano Bartolini, Università di Siena: erano i sintomi, ancora difficili da interpretare, di una grave malattia che avrebbe causato la più drammatica crisi economia del dopoguerra, quella che viviamo ora. Stiamo, dunque, pagando l'infelicità degli americani. E anche un po' la nostra.

La perdita di valori morali e di solidarietà