L'appello dei divorziati: la Chiesa non ci escluda

di Carlo Maria Martini

Eminenza, sono un cattolico divorziato e risposato. Ho vissuto attivamente per anni la mia fede in ambito ecclesiale, continuo a viverla nel «nuovo» ambito familiare e, pur non capendo sempre con il cuore le motivazioni della Chiesa, le accetto con la fede e la ragione (anche un po' con il cuore). Ma la sofferenza dovuta alla formale esclusione dalla mia comunità (un cosiddetto terz'ordine) è come una spina nella mia vita di cristiano. Premesso che considero questa una autentica ingiustizia e un allontanarsi dal Magistero (esempio, Sacramentum Caritatis n. 29), possibile che la pastorale non abbia altre soluzioni e proposte per questo problema?

Emanuele Gaudimonte Bitritto (Bari)




Eminenza, sono un uomo divorziato (mia moglie mi lasciò per un altro uomo) e, dopo anni di solitudine, ho iniziato una relazione con una signora che non ha mai contratto matrimonio. Non posso escludere una futura convivenza. Sarei addolorato, per non dire straziato, se la Chiesa negasse a me e alla mia compagna (profondamente cattolica) i sacramenti. P.S. Aggiungo che avevo contratto matrimonio religioso e civile.

Livio Cristiano Orbetello (Grosseto)




Eminenza, sono una donna divorziata da tre anni ed ora ho una famiglia allargata di 6 persone: io, le mie due figlie, il mio compagno e i suoi due figli. Siamo una famiglia «che funziona», ci vogliamo bene e soprattutto i nostri figli si sentono fratelli in una famiglia. I nostri divorzi sono stati molto dolorosi anche se i motivi che hanno dato inizio alla fine dei nostri matrimoni sono diversi, anche se il motivo ultimo è stato il nostro innamoramento non voluto e soprattutto contrastato da me. Ho un Padre spirituale che ha capito i miei sentimenti e i motivi che mi hanno portata al divorzio; lui mi ha invitato a chiedere l'annullamento del matrimonio, ma io per rispetto alle mie figlie e per evitare loro un altro dolore ho rifiutato e allora mi ha consigliato di sposarmi almeno in Comune. Il mio parroco, che stimo tantissimo, alla stessa domanda mi ha detto di non sposarmi e di rimanere convivente. Cosa devo fare? Per la fede che ho per il Signore potrei anche decidere di sciogliere questo attuale legame e rimanere sola, ma mi domando: Gesù ed il Padre che è nei cieli vogliono veramente che io distrugga un'altra famiglia? Soffro molto anche perché non posso ricevere l'eucarestia! Non tutti i divorziati sono uguali, tanti sono molto vicini a Dio anche se la vita ha fatto prendere loro delle decisioni difficili...

Alba Chiodelli Seriate (Bergamo)




Ho 26 anni e, tra qualche mese, diventerò padre. Non siamo ancora sposati e abbiamo accettato questa vita come dono con gioia. Tuttavia, da credenti, abbiamo deciso di cominciare un percorso di confronto con la scelta del matrimonio che, da un punto di vista personale e psicologico, è tagliente e nel quale si presenta l'annosa questione della scelta tra matrimonio e convivenza. Vorrei che mi/ci illuminasse sulle radici più profonde che animano il dibattito in merito. La convivenza è un male? O è un non ancora che può maturare in una scelta più umana e di relazione con Dio (il matrimonio)? Tra i molti sacerdoti con i quali ho parlato ho percepito, sul punto, un atteggiamento frontale, una visione che teme la convivenza come una peste per la società, prima che per la Chiesa. Così è difficile dialogare.

Fausto Berlingazzi Genova



Ho 50 anni, ho una meravigliosa famiglia «normale» e una situazione affettiva «invidiabile» per il mondo di oggi. La mia adolescenza è stata accompagnata da esperienze di fede fortissime che hanno segnato la mia vita. Purtroppo mi rendo conto che «testimoniare» la fede è oggi difficile. Ho incontrato persone praticanti ma lontanissime dagli insegnamenti di Gesù, senza amore per il prossimo, senza solidarietà, senza carità, senza comprensione. Purtroppo queste persone sono spesso «uomini e donne di chiesa». Le chiedo: come si può testimoniare verso chi non crede? Le mie esperienze di fede, personali e indimenticabili, non possono essere «portate ad esempio», sono mie e non trasmissibili. Sono stata fortunata perché mai potrò dimenticare le esperienze che ho vissuto ma come posso testimoniare verso gli altri? La vicinanza di Dio, la preghiera, credere in un domani necessariamente migliore mi sono di conforto nella vita giornaliera. Vorrei che lo fossero anche per gli altri. Ma non so come fare.

Gabriella Carrano Milano




Intendo qui solo evidenziare il problema attraverso la pubblicazione di queste lettere, ognuna delle quali pone temi importanti e in qualche modo è una risposta alle altre su un tema che produce sofferenze e lacerazioni. Rimando per una conoscenza approfondita del mio pensiero su tali tematiche, difficili da trattare in poche righe, al dialogo con il senatore Ignazio Marino Credere e conoscere (Editrice Einaudi) di cui il Corriere ha pubblicato un'anticipazione venerdì 23 marzo. In generale vorrei invitare, non solo gli scriventi, ma un po' tutti «gli uomini e le donne di buona volontà» a considerare come sia necessario affidarsi a guide spirituali, per essere sostenuti, aiutati ed indirizzati, nei tanti crocevia della vita di ciascuno.

in “Corriere della Sera” del 25 marzo 2012