Quei teenagers tutti «nudi» su Facebook
Postano foto e si confidano con «amici» sconosciuti
Per i nativi digitali la privacy proprio non esiste
di Cristina Lacava
Confesso che ho ceduto. Poco più di un anno fa mia figlia, quasi dodicenne, mi aveva chiesto di aprire un account su Facebook. Da brava mamma tigre, glielo avevo negato. Arrivata a 13 anni, soglia ufficiale per essere ammessi tra i 18 milioni di fan italiani di Mark Zuckerberg, la ragazzina ha ripetuto la richiesta: era ormai rimasta l'unica, in tutta la classe, senza “amici” virtuali. Che fare? Perfetta mamma agnello, ho mollato. Ho posto però una condizione: nessuna foto personale. Perché il punto è questo: su Facebook non c'è privacy. Ti fai una canna durante un'occupazione a scuola? Peccato: un'azienda avrebbe voluto assumerti, poi il cacciatore di teste ha trovato la foto - messa da un tuo ex fidanzato - e ha scelto un altro. Tu eri convinta di averla cancellata ma era stata copiata, e messa in circolo. E che dire di quel coetaneo che continuava a scrivere: sono in partenza per Berlino, domani vado a Londra, poi resto in Grecia? I topi d'appartamento hanno gradito. Come far capire ai nostri figli che con i social network la finestra sul mondo è sempre aperta? E come difendersi dalle intrusioni? «È fondamentale il settaggio iniziale del proprio profilo» spiega Giuseppe Riva, docente di Psicologia della comunicazione all'università Cattolica di Milano. «In teoria, possono accedervi solo i miei “amici” di Facebook. Ma se io non lo esplicito, la pagina resta aperta a tutti. Il problema si pone soprattutto con le foto mie che mettono gli altri: gli “amici” possono taggare, cioè etichettare, le immagini dove compaio e farle così arrivare nella mia bacheca. Ad esempio, le foto di me ubriaco a una festa. Può diventare in futuro una forma di ricatto. A meno che, ripeto, io non abbia negato l'autorizzazione». Da un anno, Facebook ha una politica più rigida. Ci si può cancellare e si può chiedere aiuto allo staff di controllo se si ricevono immagini offensive. Ma quanti lo fanno, tra quelli cresciuti a pane e Grande fratello? Perché il problema è all'origine, pochi ci pensano due volte prima di apparire. Secondo l'indagine europea Social networking, age in privacy, in Italia oltre la metà dei ragazzi tra i 9 e i 16 anni ha un profilo su Facebook: tra questi, più di un quarto l'ha settato come pubblico. Ne parlo con un gruppo di diciottenni: vi rendete conto che regalate informazioni private a una piazza virtualmente infinita? «L'obiettivo è mostrarsi, non nascondersi» rispondono. (...) I miei diciottenni di riferimento però non sono sprovveduti: sanno che, se esagerano, arrivano le bacchettate: «Sono stato ammonito dallo staff perché stavo aggiungendo alla mia lista troppi amici. Sembrava strano» racconta Luca. «Io perché continuavo a inviare video blasfemi a un mio compagno cattolico» ridacchia Giovanni. «Se ricevi una foto di nudo, vai su “segnala questa foto” e lo staff la cancella» spiega Antonio. La conclusione è abbastanza rassicurante: un controllo c'è. Tutto bene, dunque? Non tanto. Il mondo dei tredicenni è più fragile di quello dei fratelli maggiori: «Uno studio di Alberto Castelvecchi e Monica Fabris spiega che gli under 18 sono felici di barattare la privacy con l'apparire» continua Riva. «Gli adolescenti sono sensibili al confronto con gli altri, sia nella realtà, sia in rete. Per loro conta accumulare contatti: facile trovare ragazzini con 1500 “amici” e a quel punto il flusso delle informazioni non è più gestibile». Per Paolo Ferri, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media all'università di Milano Bicocca, «i tredicenni sono completamente inconsapevoli di essere in vetrina. Tempo fa mi ha chiesto l'amicizia il figlio di un amico: per un po' mi sono arrivate foto di lui alle feste, sbronzo. Gli ho detto: prima o poi lo dico a tuo padre. Non ci aveva pensato». Per i ragazzini - e i genitori - servirebbe un corso, “un patentino”, suggerisce Riva, prima di permettere l'accesso ai social network. Ferri mette dei paletti: «purché l'informazione non sia terroristica come quella della Polizia postale. Penso agli inutili allarmi sulla pedofilia online: per un maniaco è più facile incontrare un bambino di persona. Il pericolo piuttosto è la perdita di proprietà intellettuale: pochi sanno che quello che metti su Facebook appartiene a Zuckerberg per 70 anni. Fai un video con la tua band di tredicenni e diventi famoso? Non ti appartiene più». Per Alessandro D'Avenia, docente, scrittore (Bianca come il latte, rossa come il sangue, Mondadori) e blogger, il web è una sfida: «Agli adulti spetta il compito di spiegare un punto nevralgico della cultura di oggi: appaio dunque sono. È davvero così? Siamo solo quello che mettiamo in rete? O c'è invece un centro di gravità, come cantava Franco Battiato, da cui si guarda il mondo, che non faremmo mai vedere agli altri? Dobbiamo aiutare i ragazzini a proteggere l'intimità». Infine una tirata d'orecchi: «Andrei a vedere i profili di molti genitori che si lamentano dei figli. Se ne scoprono delle belle». Altro che privacy.
Okkio!
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