Parlare in “cattolichese”

di Philippe Clanché et Sophie Lebrun

«Internet è un luogo in cui si può offrire una “testimonianza” convincente e credibile?» si chiedeva il direttore della sala stampa della Santa Sede, Federico Lombardi, il 5 giugno. In occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, la Chiesa e tutti i media cattolici hanno ampiamente invitato a far conoscere la fede cristiana. Ma in che modo? Talvolta i cattolici non si rendono conto che un certo linguaggio “ecclesiale” non dice nulla ad una persona lontana dalla Chiesa. Ecco un dizionarietto che spiega alcune parole e formulazioni oscure.



Credere in Verità.

A volte, davanti ad un cattolico lanciato in una spiegazione della sua fede, si è fortemente tentati di ribattere al suo “In definitiva, credo in Verità...” con un molto appropriato: “Io preferisco credere in menzogna”. Tra i cattolici, il termine Verità è spesso riproposto, a volte con la v minuscola, a volte con la V maiuscola, in tutte le salse: “Parlo in Verità”, “Agisco in Verità”... Certo, il termine è evangelico: “In verità, in verità vi dico...” (Giovanni 10,1) o anche “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14,6). In buona teologia, non si tratta affatto di opporre verità e menzogna. Ciò non toglie che il termine appaia a molti come presuntuoso.



Lasciarsi scuotere.

Spesso, una testimonianza commovente, un incontro profondo o un messaggio emozionante “scuotono” il cattolico. Non immaginatelo pencolante a destra o a sinistra sul punto di cadere a terra. Sono i fondamenti della sua fede o le sue posizioni teologiche che sono state scosse. Per scuotere un cristiano, non ci vuole una spallata, quello che vi serve è una parola tagliente o un pensiero acuto.



Fare chiesa.

Mettete via pala e mattoni, non si tratta di riprendere la fiaccola dei costruttori di cattedrali. Questa espressione chiama la comunità dei fedeli a riunirsi, a vivere un momento forte e insiste sulla comunione degli uni con gli altri, malgrado le differenze di ciascuno. La parola chiesa deve quindi essere letta nel senso di comunità (ecclesia). C'è chi si spinge fino a pretendere di “fare comunità” o “fare diocesi”. In linguaggio normale, si direbbe “far parte della Chiesa” o meglio “contribuire al cammino positivo della Chiesa”.



Essere in cammino.

Quando un amico vi chiama per dirvi che è già per strada, vuol dire che sta arrivando. Da voi. Anche un cattolico in cammino sta per arrivare. Da Gesù. Significa che sta convertendosi, o che sta vivendo un momento di grande riflessione. E siccome un buon cattolico non è mai arrivato al termine