Com'è sacro sedersi a tavola

«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Prendete questo è il mio corpo". Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti"» (Marco, 14, 22-24). Al termine del funerale i familiari del defunto ritornano nella loro casa dove le famiglie di parenti e amici provvedono a portare cibi e bevande in modo che possano rifocillarsi dopo le lunghe ore che hanno seguito l'evento luttuoso. Negli anni successivi all'Unità d'Italia, un pizzaiolo napoletano, Raffaele Esposito, e sua moglie, prepararono la famosa pizza con pomodoro e mozzarella in onore della regina Margherita, moglie di Umberto I re d'Italia. Sono alcuni tra i tanti esempi possibili di diverso livello e portata che mostrano quanto la dimensione del cibo abbia avuto una serie di intersecazioni con il piano del sacro ponendosi come aspetto fondante della nostra civiltà, del nostro orizzonte simbolico, nella nostra storia. Nelle parole di Cristo sangue e memoria sono strettamente connessi; la ripetizione del suo sacrificio, il mangiare e il bere le specie divine devono essere fatti in memoria di Cristo. Viene così completato quel processo di esaltazione della memoria fondante già saldamente avviato dall'Antico Testamento. Nei paesi meridionali, l'usanza rituale del banchetto funebre (ricunsulu o consuolu) è particolarmente diffusa (...) La comunità dei sopravvissuti può ricostituirsi, proprio attraverso l'azione del mangiare assieme, come "comunità del noi", contrastando così il pericolo della disgregazione costituito dalla morte del familiare. (...) Innumerevoli altri esempi potrebbero essere qui addotti data la costante presenza del cibo negli eventi rituali che cadenzano l'orizzonte festivo e quello quotidiano delle nostre comunità. Tutta la vita rituale è infatti scandita da momenti in cui il cibo mostra la sua ineludibile centralità. Basta assistere alle numerosissime feste popolari durante le quali vengono offerti alimenti ai santi o alla divinità, vengono consumate in loro onore determinate pietanze, si realizzano momenti di intensa solidarietà sociale, si dispiega un piano di comunicazione metastorica con l'aldilà. (...) In poche parole, attraverso il rapporto fra cibo e sacro è possibile approfondire quel confronto tra culture sempre più necessario data la progressiva multietnicizzazione della nostra società. Ciò che mi preme qui rilevare è che il cibo è essenziale alla nostra sopravvivenza, sia in senso realistico, pragmaticamente realistico (se non ci alimentiamo, moriamo, come capitò all'asino del monsignore proprio quando, ricorda la barzelletta, questi aveva abituato la sua cavalcatura a digiunare), sia in senso simbolico, di un diverso livello di realismo, essendo i simboli necessari per l'ancoraggio dell'uomo nella sua esistenza, nella sua società. Cibo e sacro non va visto soltanto come endiadi, ma come affermazione, sostituendo alla "e" della congiunzione la "è" del verbo. Cibo è sacro perché il cibo si dispiega nella cultura come essenziale forma della sacralità e il sacro è cibo nel senso che si materializza attraverso gli alimenti, si invera in essi. Attraverso il cibo gli uomini realizzano così il loro bisogno fondamentale di senso, di porsi come esseri precari e, contemporaneamente ma non contraddittoriamente, come tendenzialmente eterni, superando così la datità e la finitudine nelle quali si sentono delimitati, ma che tendono, sempre e comunque, a trascendere.


Luigi Lombardi Satriani