già postato nell'aprile 2011



Il mondo alla ricerca della Pasqua perduta

di Filippo Di Giacomo

Lo sappiamo tutti: Pasqua, Pessah in ebraico, significa passaggio. Agli ebrei ricorda il passaggio dalla schiavitù dell'Egitto alla liberazione della terra promessa, dall'indeterminatezza culturale e sociale alla determinatezza storica e religiosa. Per i cristiani è il passaggio di Gesù dalla morte nel sepolcro alla vita nuova della resurrezione. Per chi crede, la Pasqua è la «festa della libertà», la possibilità per ogni essere umano di sorpassare la struttura egoistica del peccato per entrare nella libertà della grazia, dell'amore di Dio e del prossimo. Ma il termine “pasqua” rimanda anche al Seder Pessah, l'antica liturgia ebraica di immolare a Dio l'agnello per questa circostanza. Perciò Paolo chiama Cristo “nostra pasqua”, cioè colui che si è immolato per noi. Di conseguenza, al centro della fede cristiana, in qualunque epoca essa sia professata, deve esserci questa ineludibile certezza: Cristo, con la sua passione, con la sua morte e con la sua resurrezione ha conferito alla storia umana un passaggio così decisivo da segnarla per sempre. L'Iraq del post Saddam, l'Afganistan «pacificato», l'Autonomia palestinese «neutralizzata», la Costa d'Avorio «democratizzata», il Rwanda dimenticato, mezza Unione Europea flagellata da una crisi finanziaria indefinita, il Giappone alle prese con l'incubo nucleare, la sponda Sud del Mediterraneo che si strugge perché alla nobile cultura araba venga restituita la sua anima più autentica