già postato il 12 aprile 2011

 Il fervorino sui 50 anni della parrocchia

di Roberto Beretta

Beh, succede ogni mezzo secolo e stavolta è toccata a me. Sì, la mia piccola parrocchia tra poco festeggia i 50 anni di fondazione e io - in qualità di «giornalista» della situazione - sono stato cooptato per compilare il consueto libretto storico-commemorativo. Dunque ho chiesto ai vari preti passati di qui come parroci e quant'altro una paginetta di memorie e/o riflessioni: come si fa di solito, niente di più. Ebbene, l'altro giorno mi arriva un articoletto di quelli sollecitati. Lo leggo: strano, mi sembra di aver già visto da qualche parte queste parole, quest'esempio... Apro il file di un altro ex parroco: le stesse frasi! Copiato di sana pianta! Ma chi ha preso dall'altro? E come ha fatto? Internet fornisce la risposta in un battibaleno: in realtà hanno copiato entrambi da un loro confratello di Cagliari, il quale ha messo in rete alcune riflessioni sul cinquantesimo della sua parrocchia... I due malcapitati, l'uno all'insaputa dell'altro, hanno girovagato un po' per Google e sono incappati in quel fervorino che suonava loro tanto bene: copia-e-incolla, qualche altra frase di circostanza, e anche il fastidioso compito è finito. Peccato però che - come dice il proverbio - il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, nemmeno quelli per i sacerdoti... E tanto meno nell'epoca del Web, quando è così facile risalire alle fonti. Ora l'episodio (autentico) è piccino, diciamo pure meschino e squallido; perché dunque lo racconto qui? Per le riflessioni che ha suscitato in me e nei comparrocchiani cui l'ho raccontato. Anzitutto la tristezza: ammettiamo pure che un parroco non debba per forza essere un oratore o un letterato, e che la richiesta di scrivere due righe costituisca per lui un fastidio tra i molti; ma se dopo anni trascorsi in una comunità non trova nemmeno le parole per riempire con sincerità mezza paginetta, permettete che qualche domanda sulla qualità della sua presenza passata me la ponga? Nessuno dei laici cui ho chiesto il medesimo contributo scritto ha osato compiere alcun «copia-e-incolla», anzi - ne sono certo - non ci ha nemmeno lontanamente pensato. Un'altra riflessione riguarda la mancanza di rispetto dimostrata dai due pastori verso chi avrebbe letto i loro interventi. Cosa c'è di più intimo e personale che narrare la propria esperienza a quelli stessi con i quali la si è vissuta? Che si venga scoperti oppure no ha poca importanza: è comunque un «tradimento» spacciare per vero ciò che non lo è, alle persone che si è spergiurato di amare. Certo, sono moltissimi gli innamorati che si rivolgono alla fidanzata usando i versi dei grandi poeti; però di solito non fingono di averli scritti da sé... O, qualora lo facciano, prima o poi si beccano un sonoro schiaffone. Io poi, da addetto ai lavori della comunicazione, sento come un'offesa particolare la «marachella» dei due sacerdoti. Per me la parola è sacra, comporta una fatica quotidiana, è bagnata di sudore e talvolta di sangue; praticarla con una leggerezza del genere è una colpa da pessimo mestierante, tanto più quando coloro che l'hanno commessa siano essi pure dei «professionisti della parola» (anzi, addirittura della Parola...). Se dunque hanno avuto una disinvoltura del genere nel mentire «nel poco», cosa combineranno mai «nel molto» delle prediche dal pulpito? Forse, quando ci si lamenta che certe omelie non colpiscano al cuore, bisognerebbe chiedersi quanto sono sincere.