«E' richiesta la continuità tra il governare al modo del servo che si china e il gesto liturgico dello “spezzare il pane”. Usando il linguaggio della analogia, possiamo affermare senza tema di smentita che rispetto alle societates di ogni tempo, la leadership cristiana avrà sempre i tratti della maior dissimilitudo, in cui risplende la novità del “prendersi cura” del gregge al modo di Gesù. Tra i tratti caratteristici, osserviamo che Lui, “il signore e il maestro” (cfr Gv 13,14), il Figlio unigenito del Padre che conosce la vita in Dio, opera sempre in compagnia dei suoi ed esaltando la loro cooperazione: Lui, il pastore, dimostra la sua cura per le pecore dando la vita e lasciando altri a pascere il suo gregge; Lui, il “pane di vita”, dopo aver compiuto la moltiplicazione delle pagnotte e dei pesciolini li affida alle mani dei discepoli per sfamare la folla; Lui, il Verbo, si lascia dire dalle lingue incerte dei suoi messaggeri mandati «a due a due»; Lui, rivolge a un “voi” plurale i comandi della sua permanenza tra i suoi («Amate» e «Fate questo»); Lui, il Risorto, affida la notizia più sconvolgente della storia a un gruppo di donne; Lui, il Vincitore della morte, incontra i suoi tenuti insieme dalla paura nel cenacolo; Lui, il Vivente, manda il Paraclito sui dubitanti riuniti a porte chiuse.
La dissimilitudo della leadership cristiana sta certamente in uno stile di vita che prenda forma da quello cristico, ma va precisato che esso ha nella azione “al plurale” una sua nota caratteristica, che profuma di Trinità. Non si può annunciare «il regno di Dio è qui» e «il Signore è risorto» se non vivendo e annunciando in modo plurale: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
Lo sa bene la primitiva comunità cristiana, quando a più riprese si riconosce nella sua insuperabile struttura carismatica: «Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità (Ef 4,11-13.16).
E’ l’ammissione semplice e per nulla drammatica che per vivere e tramandare la vita nuova nello Spirito ed edificare così il corpo di Cristo, portandolo alla sua pienezza, “non bastano” gli apostoli, che pure hanno lo specifico compito di annunciare la memoria Jesu.
La scelta qualificante del Verbo è di incarnarsi nelle dinamiche relazionali delle creature umane: in una famiglia umana, in un villaggio, in una terra, in un gruppo composito come i Dodici, in una chiesa apostolica ricca di carismi, nell’attestazione quadriforme dei vangeli, nelle differenze legate alle latitudini del globo e ai mutevoli periodi storici.
Prima ancora di ogni determinazione giuridica, di ogni cammino morale e di ogni intuizione spirituale, il tratto originalissimo che contraddistingue la leadership cristiana è la forma comunionale: «Per servire adeguatamente il corpo ecclesiale che è  comunione per grazia e che deve lasciarsi edificare in questa sua identità, occorrono delle realtà ecclesiali che vivano di tale comunione e agiscano con uno stile comunionale. Poiché la ministerialità ordinata mette al centro della sua attenzione il corpo ecclesiale, non può non assumerne la natura comunionale come forma del suo servizio. Lungi dall'essere un "isolamento" o una funzione di leadership "solitaria", la destinazione di "alcuni" a servizio di "tutti" si realizza in un "gruppo": all'interno della compagine ecclesiale che è la totalità, "alcuni" sono costituiti in un servizio e lo svolgono in quanto "insieme". Fin dalla costituzione dei Dodici (cfr Mc 3,14), troviamo la consapevolezza che per servire adeguatamente la comunione tra i discepoli di Cristo, è necessaria una realtà che abbia struttura intrinsecamente collegiale, ispirata e omogenea a quella comunione che è chiamata a custodire».
Marco Paleari, Presbiteri nel popolo di Dio, A servizio della comunione, 82-83