«La conversione al servizio ecclesiale è difficile da portare avanti, sia idealmente sia nella nostra vita concreta. Dobbiamo convertirci all'umile e modesto servizio a questa Chiesa cattolica e romana; con il suo sviluppo storico e con questa sua configurazione diocesana. Chiesa e fedeli vanno serviti con dedizione e amati così come sono, senza proiettare su di loro un progetto astratto. Questo è certamente un punto molto delicato del cammino formativo, a proposito del quale si potrebbero porre domande più pungenti.
Una, postami proprio dal Rettore Maggiore (mons. Gianfranco Poma), chiede: "Uno dei problemi molto sentiti dai seminaristi è il rapporto tra la figura di prete, descritta e presentata dai vari settori della formazione teologico/disciplinare/spirituale del seminario, e la reale configurazione del contesto e delle strutture della vita quotidiana del prete. Nei colloqui con lei, quali prevalenti timori emergono dai candidati; quali percezioni circa la realtà pastorale? Lei intravede un miglioramento di corrispondenza, oppure una persistenza di difficoltà tale per cui l'indice ideale della proposta seminaristica può consegnare a pericolose frustrazioni e disillusioni?".
Certo questo pericolo esiste sempre; esiste sia il pericolo di astrattezza e di schematismo della proposta, sia quello dell'eccessiva idealizzazione di una figura di Chiesa e di ministero. In questo campo sta proprio la conversione che a me pare più necessaria: la percezione, cioè, che esiste un ideale di Chiesa che non si raggiunge se non servendo i fedeli, vivendo il presbiterio, accettando i fratelli, le comunità e gli oratori così come ci vengono consegnati; salvo poi apportarvi la nostra carica e il nostro impegno. Si tratta di imparare ad amare il prossimo così com'è, senza idealizzarlo; e il nostro primo prossimo è la Chiesa, la mia parrocchia, l'oratorio, i preti anziani, le strutture...
Questo momento importante della conversione alla Chiesa è da sottolineare, proprio per evitare frustrazioni e disillusioni. Di esse, però, mi pare che non si possa incolpare il seminario, ma la persona che non è stata capace di uscire dai suoi schematismi e di staccarsi da un'idealità giovanile che facilmente astrae.
Il seminario, da parte sua, deve comunque saper vigilare su questa conversione a una Chiesa che - essendo fatta di uomini e di strutture storiche - "è quella che è" e va amata così! È il samaritano ferito! Vorrei magari che non fosse ferito, perché allora potrei instaurare un piacevole dialogo con lui; ma è così, e quindi devo curarlo così com'è!
Questa è la vera scoperta del Signore: la scoperta che in questa Chiesa lui è talora samaritano ferito o guaritore ferito; che anche lui - nel corpo della Chiesa - è debole, fragile, non proprio rispondente ai miei ideali, non sempre capace di coinvolgermi in un'affettuosa e arricchente comunione presbiterale come io supponevo un po' scioccamente...
Questa disillusione di fronte alla Chiesa talvolta raggiunge punte critiche, mentre altre volte è semplicemente un processo di "entrare nel vissuto", processo che può essere soltanto personalissimo».
Carlo Maria Martini, «Per infrancarmi con voi e tra voi», in "La Scuola Cattolica" (2012), 469-470