Il vero discepolo si mostra nella carità

di mons. Piero Coda, teologo

Conosciamo tutti l'inno alla carità che l'apostolo Paolo tesse, con la consueta pregnanza e incisività, nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi. L'agape, rimarca, è excellentior via: la via che tutte le altre sopravanza. Tanto che avere la pienezza della fede, il dono della profezia, la ricchezza della scienza, il distacco dai propri beni a favore degli altri, il più alto spirito di sacrificio, ma non avere l'agape, significa «essere nulla». E cioè, di fatto, non essere attivamente coinvolti nell'evento definitivo di salvezza che si è realizzato, da Dio per noi, in Cristo Gesù. Una così vertiginosa celebrazione del primato dell'agape non è soltanto espressione del genere letterario encomiastico di cui Paolo in questo caso fa un uso magistrale. Basti rileggere con attenzione l'intero epistolario paolino, che pure così radicalmente punta sulla centralità della fede, per rendersi conto che «l'agape è la cifra compendiosa di tutto il mistero cristiano, a partire dai suoi più reconditi fondamenti teologici fino alle sue più tangibili fruttificazioni etiche». Così scrive Romano Penna. Occorre dunque liberarsi dal laccio insidioso di una contrapposizione artificiosa, quando non banale e impertinente, tra fede e carità, che porti a discettare in astratto su quale delle due sia la prima, senza fissare invece l'attenzione sulla vera posta che è in gioco nella sequela di Gesù Cristo. La testa al toro, in verità, l'aveva già tagliata, alla fine degli anni '50, un esegeta di vaglia come Ceslas Spicq, nel suo magistrale e ponderoso saggio su L'agape nel Nuovo Testamento. In esso, tra l'altro, egli illustra il significato di un versetto cruciale della prima lettera di Giovanni, che nella sostanza ripropone la lezione di Paolo: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'agape che Dio ha per noi. Dio è agape; chi sta nell'agape dimora in Dio e Dio dimora in lui» (4,16). «I teologi