Sinodalità, nel Dna della Chiesa 
di Stefania Falasca 
«L’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della Chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione». È quanto afferma l’ultimo documento dato alle stampe dalla Commissione teologica internazionale - «La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa» - approvato dal Papa e dalla Congregazione per la dottrina della fede. Un testo che considerando a tutto tondo la sinodalità come «dimensione costitutiva della Chiesa» intende offrire alcune linee utili all’approfondimento teologico insieme a qualche orientamento pastorale riguardo alle implicazioni che ne derivano per la missione della Chiesa.
«Sinodo – precisa il documento – è parola antica e veneranda nella Tradizione della Chiesa» e si dispiega sin dall’inizio della sua storia «quale garanzia e incarnazione della fedeltà creativa della Chiesa alla sua origine apostolica e alla sua vocazione cattolica». La sinodalità indica perciò lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice.
E se in conformità all’insegnamento della Lumen gentium papa Francesco ha rimarcato in particolare che la sinodalità «ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico» e che, in base alla dottrina del sensus fidei fidelium, tutti i membri della Chiesa sono soggetti attivi di evangelizzazione», ne consegue che la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero popolo di Dio. Ma a oltre cinquant’anni di distanza, molti - precisa il testo - restano i passi da compiere nella direzione tracciata dal Concilio. Oggi, anzi, «la spinta a realizzare una pertinente figura sinodale di Chiesa, benché sia ampiamente condivisa e abbia sperimentato positive forme di attuazione, appare bisognosa di

"Desidero che in ogni comunità della Diocesi, al vespro di venerdì 1 giugno o nella giornata di sabato 2 giugno, si canti l'inno di ringraziamento 'Te Deum' e si innalzino preghiere e suppliche per la nostra Patria, chiedendo la grazia di un rinnovato impegno di tutti per il bene comune". L'inedita iniziativa liturgica è lanciata dall'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, in conclusione di un messaggio per la Festa della Repubblica. "La festa del 2 giugno - scrive Zuppi - ha quest'anno un carattere particolare: cade nel 70/o dell'entrata in vigore della Costituzione Repubblicana e della prima elezione del Capo dello Stato. Spinto dal recente Congresso Eucaristico Diocesano, che ha rinnovato il legame tra Chiesa e Città degli uomini, considerando anche le difficoltà degli ultimi avvenimenti, desidero invitare tutti i credenti a innalzare a Dio un ringraziamento per il tanto che ci unisce e a pregare per il nostro Paese".
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/05/30/zuppi-lancia-te-deum-per-la-patria_dec49abf-025b-4a40-824c-e12963d10e42.html

«Non siamo abituati a pensare che Dio sorrida» 
intervista a Carlo De Marchi, a cura di Riccardo Maccioni 
Il primo a testimoniare quanto chiede è proprio il Papa. Sin dall’inizio del suo pontificato, Francesco ha colpito tutti per i modi affabili, il gusto del sorriso, l’allegria che trasmette a chi lo incontra. Non stupisce allora che nella recente Esortazione apostolica Gaudete et exsultate Bergoglio abbia indicato proprio nel buonumore uno dei tratti caratteristici della santità. «In Perù a gennaio scorso – ricorda don Carlo De Marchi, vicario dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud – il Papa ha proposto come meta per ciascuno l’avere “una coscienza gioiosa di sé”. A me pare essenziale cogliere anche questo insegnamento pratico: l’umiltà è convincente. Ancora di più quella forma speciale di umiltà che è l’autoironia. Noi preti lo sappiamo bene: se quando parlo riesco a scherzare su me stesso, immediatamente l’uditorio ascolta con interesse. Se mi prendo sul serio invece la gente si annoia». De Marchi è autore del saggio, agile e ricco di aneddoti, “La formula del buonumore. Con i 5 rimedi contro la tristezza” (Edizioni Ares, pagine 144, 13 euro), in cui, citando campioni della gioia come Tommaso Moro, il cardinale Newman e Josemaria Escrivá, sottolinea l’importanza dell’eleganza, della buona educazione, del sorriso. «Il libro – aggiunge – parte dalla constatazione che siamo tutti sempre un po’ arrabbiati: basta pensare a come viviamo un ingorgo, una riunione di condominio o anche solo la prima colazione un lunedì mattina. A me pare che esista una vera “emergenza buonumore”. L’affabilità, il buonumore, il sorriso nella vita quotidiana sono la risposta cristiana a un bisogno avvertito da tutti. La Gaudete et exsultate è ancora più chiara: “il malumore non è un segno di santità”. Non esiste santità cristiana senza il sorriso». 
Un’indicazione largamente disattesa. Tra i credenti sembra

Mendicanti in cerca di una scintilla di senso 
di Nunzio Galantino 
Sentirsi riportare al centro. Al centro della propria vita e delle proprie progettualità. (...) La mendicanza: una condizione vera, reale e dura da sentirsi addosso. Eppure essa corrisponde esattamente a ciò che siamo, specie nel nostro mondo occidentale. 
Mendicanti, sì. Ma attenzione, mendicanti non di ciò che ci serve per sopravvivere, ma di ciò che ci può far vivere. La nostra povertà è, ancor più spesso che materiale (anche se i bisogni di milioni di fratelli sono anche di questo tipo), una povertà esistenziale. È povertà di relazioni. Quelle vere. È povertà di senso. Quello che, a volte, spariglia le carte della vita; ma che, ritrovato, riscalda il cuore e rimette in moto la volontà. 
Dopo aver concesso troppo spazio a desideri inessenziali ed effimeri, abbiamo perso il contatto con ciò che ci serve davvero: la gioia di vivere, la bellezza di essere parte dell’esistenza e, per chi crede, la fiducia di essere figli di un Dio che ci ama, liberi e liberati. Questa è la luce. Questo è ciò di cui andiamo cercando le tracce, viandanti a mano aperta, in cerca di una scintilla di senso. (...) Quella che ti accompagna senza accecarti; che ti permette di non perderti senza dispensarti dal cercare e, dopo aver trovato, ti spinge a cercare ancora. (...) Dov’è che Gesù si fa trovare da Risorto? In un giardino dove incontra la Maddalena; sulla strada, quella che percorre con i discepoli di Emmaus, gente delusa per aver investito la propria vita su un “perdente”, almeno fino a quel momento. Si fa trovare in una casa, quella dove si erano ritirati i discepoli impauriti e indecisi sul loro futuro; sulla riva del mare dove prepara il pesce arrosto per i suoi apostoli. Un giardino, una casa, una strada, la riva del mare. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 7 aprile 2018 

Papa a S. Marta: la vera unità è la strada di Gesù
Ci sono due strade: quella della vera unità, a cui vuole condurci Gesù, e quella della finta unità, nella quale si sparla, si condanna e ci si divide. Ne parla stamani il Papa nella Messa a Casa Santa Marta
Debora Donnini-Città del Vaticano

Nella Messa mattutina a Casa Santa Marta Papa Francesco invita a lavorare per l’unità vera e avverte che nella finta unità si sparla, si condanna, e alla fine ci si divide. La sua omelia ruota, appunto, attorno a questi due tipi di unità, a queste due strade, prendendo spunto dalla Liturgia della Parola di oggi: l’una è quella dell’unità vera di cui parla Gesù nel Vangelo (Gv 17,20-26), quella che Lui ha con il Padre e alla quale vuole portare anche noi. Si tratta di “un’unità di salvezza”, “che fa la Chiesa”, un’unità che va verso l’eternità. “Quando noi – sottolinea il Papa -  nella vita, nella Chiesa o nella società civile, lavoriamo per l’unità” siamo sulla strada che Gesù ha tracciato.

La finta unità finisce per dividersi
C’è però appunto anche l’“unità finta”, come quella degli accusatori di San Paolo nella Prima Lettura odierna (At 22,30; 23,6-11). Inizialmente si presentano come un blocco unico per accusarlo. Ma Paolo che era “svelto”, cioè aveva una saggezza umana e anche la saggezza dello Spirito Santo, butta “la pietra della divisione” dicendo di essere “chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”. Una parte di questa finta unità era, infatti, composta da sadducei che affermavano che non “c’è risurrezione né angeli né spiriti” mentre i farisei professavano queste cose. Paolo riesce quindi a distruggere questa unità finta, che “non aveva consistenza”, perché scoppia una disputa e l’assemblea che lo accusava si divide.

Da popolo a massa anonima
In altre persecuzioni subite da San Paolo, si vede poi che il popolo grida senza nemmeno sapere cosa stia dicendo, e sono “i dirigenti” a suggerire cosa gridare:

Questa strumentalizzazione del popolo è anche un disprezzo del popolo, perché lo converti da popolo in massa. È un elemento che

«Io sono consapevole che tu, o Dio Padre Onnipotente, devi essere il fine principale della mia vita, in maniera che ogni mia parola, ogni mio sentimento, esprima te.
L’esercizio della parola, di cui mi hai fatto dono, non può avere ricompensa più ambita che quella di servirti facendoti conoscere, di mostrare a questo mondo che ti ignora o all’eretico che ti nega, che tu sei Padre, Padre cioè dell’Unigenito Dio.
Questo solo è il fine che mi propongo. Per il resto bisogna invocare il dono del tuo aiuto e della tua misericordia, perché tu col soffio del tuo Spirito possa gonfiare le vele della nostra fede e della nostra lode e guidarci sulla rotta della proclamazione intrapresa. Non viene meno infatti alla sua parola colui che ci ha fatto questa promessa: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7).
Allora noi, poveri come siamo, ti chiederemo ciò che ci manca e scruteremo con zelo tenace le parole dei tuoi profeti e dei tuoi apostoli, e busseremo a tutte le porte che sbarrano il riconoscimento della verità. Ma dipende da te concedere l’oggetto della nostra preghiera, essere presente a quanto si chiede, aprire a chi bussa. (...) Attendiamo dunque che tu dia slancio agl’inizi di questa impresa, causa per noi di trepidazione, che la consolidi con crescente successo e ci chiami a partecipare dello spirito dei profeti e degli apostoli, perché possiamo capire le loro parole nello stesso senso con cui essi le hanno pronunziate e le interpretiamo nel loro significato.
Parleremo, infatti, di quanto essi predicarono per tua ispirazione. Annunzieremo cioè te, Dio eterno, Padre dell’eterno e unigenito Dio. Confesseremo che tu solo sei senza nascita con l’unico nostro Signore Gesù Cristo, generato da te fin dall’eternità e da non annoverarsi fra gli dèi. Generato da te, che sei l’unico Dio e non da diversa sostanza. Crederemo che è veramente Dio colui che è nato da te, che sei veramente Dio e Padre.
Aprici dunque l’autentico significato delle parole, e donaci luce per comprendere, efficacia di parola, vera fede. Fa’ che possiamo esprimere ciò che crediamo, che proclamiamo te, unico Dio Padre, e l’unico Signore Gesù Cristo, secondo quanto ci è stato trasmesso dai profeti e dagli apostoli. Fa’ che contro gli eretici, che lo negano, sappiamo affermare che tu, o Padre, sei Dio insieme al Figlio, e sappiamo predicarne senza errori la divinità».
Dal «Trattato sulla Trinità» di sant’Ilario

La gratitudine è la migliore leva della generosità.
don Chisciotte Mc

Meditazioni quotidiane sul vangelo, a cura dei gesuiti:
https://getupandwalk.gesuiti.it//

«Per i millennials significa rinunciare ad alcuni o anche a tutti i diritti pur di lavorare. La ricerca parla di "obbedienza preventiva alla precarietà", una sorta di imprinting per i nostri giovani "talmente incorporata nelle loro vite da far loro accettare in maniera preventiva le penalizzazioni del mercato del lavoro"».
https://www.corriere.it/economia/18_maggio_11/giovani-deroga-millennials-pronti-rinunciare-ferie-festivi-pur-tenersi-lavoro-68e6341e-547f-11e8-9a5b-9f97999a0713.shtml

«Tra gli adolescenti c'è la consapevolezza che sia difficile trovare alternative al bere: è troppo diffuso e accessibile, apparentemente non c'è una soluzione. Attraverso il dialogo tra due ragazze che ripercorrono la serata precedente, lo spot testimonia questo disagio e punta a far riflettere su tutto quello che ci si perde quando ci si abbandona troppo spesso allo sballo senza controllo. Perché bere fa dimenticare di amare, di crescere, di vivere. Bevendo, dimentichiamo noi stessi».

Gerusalemme, la preghiera di chi non si rassegna alla violenza
Alla chiesa di Santo Stefano la veglia di Pentecoste per la pace voluta dal Patriarcato latino
di Giorgio Bernardelli, 20/05/2018
La pace e la giustizia in Terra Santa non si imporranno mai con la forza, ma solo per attrazione. Al termine di una nuova settimana drammatica - con gli oltre 60 morti palestinesi di Gaza e le tensioni intorno all'ambasciata americana - è con questa consapevolezza che la Chiesa di Gerusalemme è uscita ieri sera dalla veglia di preghiera straordinaria per la pace voluta dal Patriarcato latino alla vigilia della Pentecoste.  
Era stato l'amministratore apostolico monsignor Pierbattista Pizzaballa a convocarla all'indomani della durissima giornata di lunedì, esprimendo così il bisogno di non fermarsi alle parole ormai ampiamente abusate di fronte al dramma apparentemente senza fine del conflitto tra israeliani e palestinesi. E sono stati tanti i cristiani locali che hanno risposto all'appello radunandosi nella chiesa di Santo Stefano, la chiesa dell'Ecole Biblique che è anche molto vicina alla «Porta di Damasco», il luogo dove più è palpabile lo scontro a Gerusalemme.  
Religiosi e religiose, vescovi, laici, pastori di altre confessioni cristiane si sono ritrovati insieme per pregare per chi ha perso la vita, ma anche per ritrovare nel silenzio quell'orizzonte dell'incontro che drammaticamente la Città Santa non sembra più voler nemmeno cercare. «Dobbiamo ancora una volta constatare che nella nostra Terra la violenza e la forza sono considerate l’unico linguaggio possibile e che parlare di dialogo è diventato solo uno slogan - ha commentato amaramente Pizzaballa nella sua breve omelia - Davanti all’uccisione di persone inermi, al rifiuto ostinato a

In Italia molti don parlano straniero:
« (...) Il fatto stesso che, oggi, una Chiesa particolare si ponga a servizio di Chiese sorelle disseminate nei cinque continenti, inviando dei propri sacerdoti, risponde alla logica dell’universalità, quella cioè di un Vangelo senza confini, nella consapevolezza, come scriveva san Giovanni Paolo II nell’enciclica “ Redemptoris Missio”, che «la fede si rafforza donandola» (Rm 2)».
qui tutto l'articolo: https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/e-in-italia-molti-don-parlano-straniero

Rifaat, il professore che a Gaza insegna Shakespeare agli studenti
Al Areer, 38 anni, insegna all’università islamica: «Voglio che capiscano che gli israeliani provano gli stessi sentimenti. Solo così possono umanizzare l’altro»
di Davide Frattini, inviato a Gaza
Gli studenti che seguono i suoi corsi di letteratura inglese non hanno quasi mai incontrato un israeliano, neppure in divisa. All’inizio del semestre, seduti timidi tra i banchi, restano turbati da questo giovane professore che apre «Il mercante di Venezia» e legge di Shylock non per condannarlo, per usarlo come bersaglio. Anzi sembra volerlo difendere. «Provano a obiettare: è un usuraio ebreo, anche William Shakespeare lo presenta come il cattivo della storia».
Così cominciano i mesi di studio con Rifaat Al Areer all’Università islamica, diversi da qualunque esperienza abbiano avuto a Gaza, da qualunque discorso abbiano ascoltato, diversi perché questa volta anche loro possono parlare, devono parlare, altrimenti non superano l’esame. «I giovani in questa società chiusa non riescono ad avere una voce», commenta Rifaat che di anni ne ha 38. Con il progetto «We are not numbers» (Non siamo numeri) prova anche a insegnare loro come avere «una voce in un buon inglese»: «Fuori dall’ateneo teniamo dei corsi di scrittura creativa con la speranza che aiutino i ragazzi e le ragazze (stanno diventando la maggioranza) a trovare un lavoro».
Racconta di aver scelto di affrontare la raffigurazione degli ebrei — un altro capitolo è dedicato al Fagin di Oliver Twist — «dopo aver subito un torto culturale ed educativo quando ero io lo studente. Il docente faceva l’opposto, sfruttava questi personaggi per dimostrare che gli israeliani in quanto ebrei sono malvagi: lo ha scritto Shakespeare, lo ha ripetuto Charles Dickens. Non è così, dico ai miei ragazzi, che restano ancora più scioccati se recito loro le poesie d’amore di Yehuda Amichai, voglio che capiscano come un israeliano prova gli stessi sentimenti: la passione, la rabbia, la gelosia. Solo in questo modo possono riuscire a umanizzare l’altro, che per loro in queste settimane di proteste è solo un cecchino appostato sui terrapieni».
Nell’episodio in cui Fagin sceglie di non


Realizzata dagli studenti della Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti, la campagna Io non me la bevo affronta il tema dell’abuso di alcol con un linguaggio originale e senza moralismi.
http://thesubmarine.it/2018/05/10/io-non-me-la-bevo-campagna/ (...) Hanno provato a farlo i ragazzi della Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti realizzando Io non me la bevo, una campagna sociale e di sensibilizzazione sul tema del binge drinking rivolta specificamente al target di età 11-24. La campagna comprende 4 brevi spot, realizzati interamente dagli studenti dell’ultimo anno della scuola — nell’ambito del modulo “Pubblicità” — molto diversi tra loro per tono e stile, ma finalizzati allo stesso scopo: affrontare un tema complesso, spesso trattato con ipocrisia e superficialità, con un linguaggio originale e non “distanziante”.
“La realizzazione degli spot coinvolge tutti gli studenti dei vari corsi triennali,” mi spiega Alessio, autore della sceneggiatura di uno degli spot, Tutto il resto non è noia. “L’ideazione e la scrittura sono curate dalla classe di sceneggiatura, che propone una ventina di idee a una commissione formata dal direttore della scuola e dai tutor di regia e produzione, che scelgono i 3-4 spot da realizzare. Poi parte la fase di produzione, con casting, ricerca location, eccetera. Tutto il processo punta a replicare nella maniera più fedele possibile l’iter di una reale agenzia di pubblicità”.
“La fase più lunga è quella della scrittura,” continua Alessio. “Gli studenti di sceneggiatura lavorano sui propri spot per circa un mese, partendo da un approfondito studio sul tema, che passa attraverso il confronto con le associazioni, esperti del settore e persone che vivono il problema sulla propria pelle. Questo confronto è essenziale. La fase di scrittura vera e propria dura molto meno rispetto alla ricerca che vi è alle spalle, che risulta una base fondamentale per non affrontare la tematica in maniera superficiale”.
Secondo dati ISTAT relativi al 2016, a una sensibile diminuzione del consumo di alcol giornaliero ha fatto fronte un aumento di quello occasionale, tra cui il cosiddetto binge drinking, che risulta “frequente” per il 17% della popolazione tra i 18 e i 24 anni. Gli effetti di un consumo smodato di alcolici, concentrato

Gaza, Mons. Pizzaballa: Disinnescare violenza con dialogo. Preghiera e digiuno per la pace.

Seguendo il Tomtom del Papa
di Roberto Beretta, 12 maggio 2018 
Barbiana e Nomadelfia, Loppiano e Molfetta, Bozzolo e San Giovanni Rotondo. Nella geografia italiana di Francesco tutti luoghi di testimoni ­- e testimoni ecclesialmente scomodi
(...) Le uscite di Bergoglio - pontefice della «Chiesa in uscita» - non sono dunque soltanto dovute ad emergenze umanitarie (Lampedusa, Amatrice) o sociali (Scampia, Sibari), oppure a visite pastorali (Cagliari, Genova, Bologna, Milano...) in cui comunque c'è sempre stato spazio per incontri ravvicinati con i poveri o gli emarginati; un messaggio indubbiamente più sottile e più "spirituale" orienta il navigatore papale verso destinazioni non solo periferiche, ma anche nettamente caratterizzate dalla presenza di un "profeta".
Né credo che tali scelte siano un mero risarcimento delle passate persecuzioni riservate dalla Chiesa ai personaggi (molto diversi tra loro) sulle cui tombe Papa Francesco si è recato a pregare. (...) Ci dev'essere qualcos'altro che guida in questi luoghi il Tomtom del Papa. E qualcosa che riguarda la Chiesa italiana. (...) Questi posti, tra i tanti possibili nella ricca realtà cattolica italiana, sono dunque quelli che Bergoglio reputa più "utili" al suo ministero, più vicini alla sua idea di cristianesimo.
(...) Li unisce solo il fatto di essere stati abitati da persone che hanno interpretato in modo profondo ma anche originale la fede, distaccandosi dalla tradizione pastorale in uso nella Chiesa italiana. Questi "profeti" hanno indicato una maniera diversa di annunciare il Vangelo: meno gregaria, più innovativa, senz'altro più coraggiosa. Non si sono adeguati agli schemi abbondantemente sperimentati dalla tradizione, sono andati oltre addossandosi anche - in qualche caso - il rischio di essere puniti o esclusi... (...)
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3022


Questa pianta era rimasta per circa sei mesi senza acqua né luce in una casa disabitata; ora, dopo due anni di sole, acqua e cure, è tornata a rifiorire! Che sia di buon auspicio per ciascuno di noi!

«Per verificare come viviamo il nostro stare alla presenza di Dio (…)
1. L'atteggiamento fondamentale lo esprimo con una domanda: Guardo a Dio solo? mi regolo soltanto su di lui? è Gesù Cristo la mia regola, il mio riferimento, il mio punto di orientamento? Quando sono chiamata a fare, a pensare, a dire, a giudicare, da dove parto? da ciò che fanno, dicono, pensano gli altri oppure da ciò che il Signore vuole? Molte volte nelle comunità parrocchiali, nelle comunità religiose, al momento di prendere delle decisioni ci si preoccupa di quanto penseranno gli altri, e non è del tutto sbagliato. Ma anzitutto occorre valutare se quella decisione è conforme alla volontà di Dio, se è buona in sé, se può essere gradita al Signore. Non conviene mai partire dalla opportunità, dobbiamo sempre partire da ciò che piace a Dio. Allora, in un secondo momento, sarà possibile anche riflettere sull'opportunità, sui tempi o sulle circostanze, ma non senza aver messo a fuoco quello che il Signore chiede.
2. Non preoccuparsi della gente e del suo giudizio. E’ un altro modo di esprimere il nostro stare davanti a Dio. E’ chiaro che in una comunità è necessario mettere insieme i diversi giudizi, però occorre guardarsi dal rischio che l'ansia del giudizio altrui diventi morbosa, eccessiva, pesante. Se così accade, significa che non siamo alla presenza del Signore, che non lo guardiamo. «Nelle tenebre il giusto è luce a se stesso», egli ha dentro di sé la sua luce e non dipende principalmente dal giudizio altrui, pur se è utile, se è parte della nostra esperienza la gratificazione che ci viene da chi ci sta intorno, se ha un suo valore. Però si tratta di un valore subordinato, terzultimo o quartultimo, mentre il giudizio che conta è il giudizio di Dio».
Carlo Maria Martini, Il Dio vivente, 46-47


«I salmi sono pieni di furore, pieni di emozioni; quindi una preghiera emozionata, una preghiera violenta. Ma se Dio ha ispirato questa preghiera, vuol dire che Dio ama l'emozione, la violenza nell'amicizia. Dio non è un amico freddo, è un Dio che ama questa contestazione che cerca di capirlo più a fondo; ci preferisce, per così dire, contestatori violenti piuttosto che rassegnati, indifferenti. Questo mi sembra di capire esaminando lo stato di preghiera di Abramo che chiamo di lamentazione».
Carlo Maria Martini, Abramo nostro padre nella fede, 107


"Anche se la finestra è la stessa, non tutti quelli che vi si affacciano vedono le stesse cose: la veduta dipende dallo sguardo".
Alda Merini


«Gratia perficit naturam»
(la Grazia perfeziona la identità umana)
Ma se la persona non ci mette del proprio, come e dove lavorerà la Grazia di Dio?!
don Chisciotte Mc 180507

Cristo e il suo amico 
di Arnaud Montoux 
Su un'antichissimo icona egiziona si vede accanto a Cristo un vecchio abate tenuto per la spalla. Ma il legame più misterioso tra il Salvatore e del salvato appare nei loro occhi. 
Questa icona, ben conosciuta da coloro che frequentano la comunità diTaizé, è comunemente chiamata “Cristo e il suo amico”. È una delle più antiche icone conservate. Bisogna andare al museo del Louvre per incrociare lo sguardo di Cristo e di Menas, che fu l'abate del monastero egiziano di Baouit nelVII o nell'VIII secolo. Questo dipinto su legno è stato ritrovato nel 1900 da un archeologo francese, Jean Clédat, nel corso degli scavi di quel vasto monastero del Medio Egitto. 
Un Dio che si fa prossimo 
L'interpretazione contemporanea dei fratelli diTaizé ci conduce al cuore del mistero cristiano. Cristo, nelVangelo secondo Giovanni, dichiara: “Vi chiamo amici perché tutto ciò che ho sentito dal Padre mio ve l'ho fatto conoscere” (Gv 15,15). Banalizzare questo tesoro sarebbe un crimine spirituale. Il discepolo di Gesù ha il dovere sacro di meravigliarsi di questa Grazia di cui non è neppure in grado di sondare la profondità: è il Signore onnipotente che si è fatto prossimo, in Gesù Cristo. È accanto al vecchio abate, senza altro segno di maestà divina che quello della Croce che segna la sua aureola di santità fin nellaVita dell'eternità. Se il Salvatore (la parola è scritta a destra di Cristo, in greco) ha posato la mano sulla spalla dell'abate, in un gesto di presentazione e di prossimità, ognuno di noi è invitato a prendere sul serio la presenza amica di Colui che cammina al nostro fianco, fino alla Croce. Cristo non è solo un interlocutore divino, vuole essere per ogni uomo un amico, un fratello per il quale

«La domanda dell'uomo che vive nell'ambiguità della storia del mondo e che si interroga nella preghiera: ma perché questo? — direi così: l'oggetto che fa scattare queste domande è lo scarto, almeno apparente, tra la promessa e ciò che si vede. Se non ci fosse questa grande promessa, saremmo fatalisti: le cose devono andare così, accettiamole; diremmo: Dio si rivela in tutto, si rivelerà anche nella nullità della mia vita! Ma c'è una promessa e la promessa è gioia, è pienezza, è popolo di Dio, fraterna comunione degli uomini. E allora perché non si realizza? Quindi lo scarto doloroso e dolorosamente sentito dall'uomo di fede che è Abramo, lo scarto fra la promessa altissima, ripetuta, scandita, ribadita, e la realtà. Ecco l'origine della preghiera di lamentazione, che, se fatta in stile di amicizia, è un tentativo — come dicono i salmi: "donec intravi in sancta Dei" (Sai 73,17) — di entrare nel santuario di Dio e di capirlo meglio: Mio Dio, chi sei? siccome la tua promessa è vera e non posso dubitarne, siccome la realtà è meschina e ne ho l'evidenza, allora vuol dire che il rapporto tra queste due cose lo troverò in una nuova conoscenza di te; vuol dire che io non ti ho capito, che ti devo capire di più, e prego per capirti di più, e ti offro la mia sofferenza di non capirti abbastanza».
Carlo Maria Martini, Abramo nostro padre nella fede, 105-106

«Vorrei indicare per il prossimo futuro l’impegno per la valorizzazione del legame esistente tra liturgia ed evangelizzazione. In verità la chiesa può educare alla fede celebrando in primo luogo il 'mistero della fede' con la sua liturgia e i suoi sacramenti, perché proprio la liturgia è il primo atto di evangelizzazione: alle fonti dell’educazione alla fede, dell’evangelizzazione, della vita cristiana c’è la liturgia. Non c’è martyría, non c’è diakonía e non c’è koinonía senza la priorità della leitourghía , dove il 'mistero della fede' abilita alla missione e al servizio i fedeli, creando e nutrendo lo spazio della comunione, che è sempre comunione in Cristo stabilita nella potenza dello Spirito santo. 
Se è vero l’adagio caro a Henri De Lubac, secondo cui non solo «la chiesa fa la liturgia» ma anche «la liturgia fa la chiesa», allora alla liturgia va riconosciuto il carattere fontale rispetto a ciò che la chiesa vive. Ma se non si è capaci di mostrare questa evidenza nel tessuto dell’azione ecclesiale, perché poi lamentarsi dello scarso rapporto vissuto dai credenti nei confronti dell’eucaristia domenicale? La pratica della fede, il primo annuncio della fede, l’educazione alla fede possono forse fare a meno della 'fede pregata', cioè della liturgia, 'eloquenza ecclesiale della fede'? 
L’incapacità mistagogica che contrassegna le nostre liturgie non dipende proprio dal fatto che la liturgia non è sentita come annuncio della buona notizia, come comunicazione del Vangelo, ma è piuttosto vissuta come una sorta di obbligo che fa parte della vita cristiana, ma che non ne è la fonte? 
La liturgia è luogo dell’esperienza della Parola e dello Spirito, ma luogo che resta umanissimo, in cui l’intero essere umano, nella sua unità di corpo, psiche e spirito, è soggetto dell’esperienza del Dio che viene a lui. Ecco, solo con un’attenzione e un’intelligenza che sappia cogliere l’umanità della liturgia è possibile accogliere in essa il 'mistero della fede'».
Enzo Bianchi, Avvenire 30 maggio 2013
Qui trovi tutto l'articolo.


«Accanto a Elia vindice (1Re 17,7-16), possiamo considerare, come in un dittico,
Elia amico dei piccoli e dei poveri
perché i due quadri stanno bene insieme:
il profeta che è forte e duro con i prepotenti,
si fa dolce, mite, tenero, affabile con i poveri e gli umili».
Carlo Maria Martini, Il Dio vivente. Riflessioni sul profeta Elia, 74.

Grazia. È la luce emessa dall’anima 
di Nunzio Galantino 
Il linguaggio comune conosce l’espressione «trovarsi in stato di grazia» per indicare una condizione di equilibrio, di pacificazione interiore e di relazione bella e costruttiva con l’ambiente circostante: persone e/o cose. Il motivo sta nel significato della parola grazia. Alla parola grazia infatti (Chen in ebraico, cháris in greco, gratia in latino) vanno ricondotti sentimenti e atteggiamenti di benevolenza, gratitudine, riconoscenza, indulgenza. 
Il vocabolario presenta la grazia come la «qualità naturale di tutto ciò che, per una sua intima bellezza, delicatezza, spontaneità, finezza, leggiadria, o per l’armonica fusione di tutte queste doti, impressiona gradevolmente i sensi e lo spirito». Forse perché la grazia ha nella sua radice il significato di bellezza. Grazioso infatti è ciò che è bello, ma anche tutto ciò che, di una persona, esprime eleganza, tatto e leggerezza dei modi, fino a manifestarne il carattere e a connotarne i sentimenti. (...) 
La gratuità della grazia richiama al suo significato teologico, dove la grazia «è la quantità di luce che abbiamo nell’anima» (papa Francesco). Una luce che non ci diamo da soli e che, proprio per questo, non sopporta che ci si comporti come «controllori della grazia piuttosto che come facilitatori». (...) 
La grazia è, per sua natura, sproporzione, dono inatteso ed è estranea ai rigidi parametri del dare e avere. Esprime la «bellezza della gratuità di Dio» (A. Casati) e dovrebbe esprimere la bellezza contagiosa della gratuità fra gli uomini. È un dono che - proprio perché non va meritato ma semplicemente accolto – impegna. La gratuità della grazia non autorizza il disimpegno (...).
in “Il Sole 24 Ore” del 1 aprile 2018 

Al via la nuova sfida alla malattia del secolo: l’Alzheimer
26 febbraio 2018
Inaugurato a Monza “Il Paese Ritrovato”, un villaggio per persone con Alzheimer e con demenza. Il primo in Italia, e il secondo al mondo dopo l’Olanda, ospiterà 64 persone e sorge su un un’area di oltre 14 mila mq.
Una vera e propria cittadina con vie, piazze, giardinetti, negozi, il teatro, la chiesa, la pro loco, l’orto e gli appartamenti. Un villaggio che rivoluziona il modo di intendere la cura e l’assistenza, che offre alle persone malate la possibilità di vivere in libertà e al tempo stesso di usufruire della necessaria assistenza e protezione. A Monza, sabato 24 febbraio, è stato inaugurato “Il Paese Ritrovato”. Ne avevamo parlato qui e finalmente anche l’Italia ha un villaggio dedicato alla cura di persone con gravi forme di demenza e sindrome di Alzheimer: sarà il secondo al mondo, dopo quello olandese. Il Paese Ritrovato è nato a Monza, a ridosso del Parco della Villa Reale: a volerlo è la cooperativa La Meridiana, attiva da oltre quarant’anni nell’assistenza agli anziani. - continua a leggere qui:
http://www.vita.it/it/article/2018/02/26/al-via-la-nuova-sfida-alla-malattia-del-secolo-lalzheimer/146054/


«Voce che pronunzia parole di verità
capaci di entrare nelle tenebre dei tanti misteri della nostra storia».
Nunzio Galantino


«È l'ambizione che divora i giovani,
che non gli fa fare l'amore in pace con le loro ragazze,
che li fa rodere nell'indefinito tarlo della gloria,
che li fa girare nel sonno sempre distratti, e alla ricerca di un appunto,
che li fa accanire senza apprendere un mestiere,
che alla fine è la sostanza di tutto.
È perché anche questo non basta. 
I giovani vogliono farsela con quello che non si riesce a toccare.
Con le distanze che non si possono colmare,
vogliono immolare la loro vita a quest'Incommensurabile.
E quando anche arrivano a qualche risultato, non ce la fanno a godersela.
Li frega l'affanno.
Si poteva fare di più, e meglio, o semplicemente si poteva fare ancora.
L'insoddisfazione li fa andare avanti e gli mette una mina dentro.
Bisogna farsela invece la soddisfazione. 
Occorre non rimanere soli,
non allenare con le proprie mani elevate e mondate dei mezzi uomini, degli storpi, degli incapaci di amare, divorati dalla bellezza e dal tempo perduto».
Vinicio Capossela


«Talvolta ascolto le voci senza farmi distrarre dalle parole che contengono.
È allora che ascolto le anime».
Christian Bobin

Papa Francesco, aprendo la sera del 16 giugno 2016 in San Giovanni in Laterano il convegno della diocesi di Roma, ha parlato di un antico capitello medievale che a un estremo rappresenta Giuda e all’altro Gesù che porta il traditore ormai morto sulle spalle: «Don Primo Mazzolari fece un bel discorso su questo, era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere».  Francesco ha fatto riferimento a un capitello della basilica di Vèzelay, in Borgogna. In alto, sul primo capitello a destra per chi entra, c’è una scultura poco conosciuta, anche a motivo dell’altezza a cui è posta, circa venti metri dal suolo. Una scultura che vista da vicino colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. E fin qui nulla di nuovo: esistono tante rappresentazioni della drammatica e violenta fine da suicida dell’apostolo che aveva tradito Gesù vendendolo per trenta denari. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello. Si vede un uomo che porta sulle spalle il corpo di Giuda. Quest’uomo ha una strana smorfia sul volto: metà bocca appare corrucciata, l’altra metà sorridente. L’uomo veste la tunica corta ed è un pastore. È il Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora perduta, la centesima pecora per cercare la quale ha lasciato le altre 99. L’artista che ha scolpito la scena e il monaco che l’ha ispirata ha voluto rappresentare qualcosa di estremo ipotizzando che anche Giuda vi sia stata salvezza.  
A commento di questa immagine, Papa Francesco ha citato un’omelia che don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo precursore del Concilio Vaticano II, tenne il

«Io penso che Dio si diverta molto a vederci, quando ad esempio prendiamo molto sul serio anche le cose banali della vita. Io invece ho capito che Dio ci vuole sereni e allegri e che non dobbiamo prenderci troppo sul serio. Io sono vescovo, tu puoi essere professore, l’altro un medico ma quando arriveremo dall’altra parte e capiremo che cosa ha significato che Dio ci ha amati, allora capiremo anche la pochezza di ciò che facciamo in questo mondo. E ci meraviglieremo perché Dio ci ha amati in maniera così grande e non potremo non chiederci: ma se non abbiamo fatto niente, come mai ci ha amato così tanto? Sicuramente ci scapperà da ridere e diremo: meno male che Dio è così buono e che nonostante tutte le stupidaggini che abbiamo fatto ci prende con sé in Paradiso. Quale migliore speranza di questa? Allora – concluse – anche nelle difficoltà cerchiamo sempre di tenere presente questo punto di arrivo, questa prospettiva rovesciata. E io sono certo che quando saremo tutti lì, ci faremo una risata generale perché finalmente avremo capito».
don Tonino Bello, omelia una settimana prima della morte

«Dio parla il mondo. Parla all’uomo attraverso il mondo. Dio e l’uomo si parlano attraverso il mondo. Il Logos di Dio struttura il mondo e il suo Soffio lo anima, lo fa tendere verso la pienezza e la bellezza. (…) Il visibile è dunque l’epifania dell’invisibile, il suo simbolo. Ora il soggetto… è da una parte il Logos divino, dall’altra l’uomo loghikós, chiamato ad esprimere i logoi, “le ragioni spirituali” delle cose».
Olivier Clément, Occhio di fuoco, 41-43

“Lì dentro abbiamo trovato uno strato di materiale biologico alto 80-90 cm steso lungo tutti i 23 metri della nave. Erano persone – racconta Roberto Di Bartolo, ingegnere capo della squadra dei Vigili del fuoco che hanno recuperato la maggior parte delle salme dei mille migranti morti nella più grave tragedia avvenuta nel Mare Nostrum nel dopoguerra – quei poveri cristiani erano ammassati uno sull’altro. Prima di salpare gli scafisti li avevano fatti sedere su tavoloni fissati su vari piani alle murate. Nel momento in cui il peschereccio si è prima ribaltato e poi è colato a picco, sono stati tutti scaraventati giù. E lì sono rimasti”.

“Lavorando su materiale di quel tipo e volendo procedere per fronti di avanzamento, provavamo a tirare questi corpi fuori dal cumulo ma finivamo per romperne dei pezzi e questo fatto non ci faceva stare a posto con la coscienza e non rispettava l’indicazione che avevamo ricevuto di recuperarli in maniera più leggibile possibile. Quindi decidemmo di procedere non più su fronti ma su strati, dall’alto in basso, in quel modo, però, avremmo dovuto lavorare con i piedi sui cadaveri. E noi vigili del fuoco abbiamo una regola non scritta, che osserviamo in tutti i teatri in cui siamo chiamati a operare, dagli interventi ordinari ai terremoti come quelli de L’Aquila o del Centro Italia: non mettiamo mai i piedi sui morti. Per questo a quel punto i nostri ragazzi, piuttosto che camminarci sopra, hanno preferito lavorare stando sdraiati sui corpi. Sa cosa significa? Ma era questione di rispetto”.

3 anni fa, il 18 aprile 2015, si consuma la più grande strage di migranti del mar Mediterraneo. Naufraga, a nord della costa libica, un peschereccio con circa 1000 persone a bordo. Soltanto 28 i superstiti.

Come parlare di Dio. Anti-manuale di evangelizzazione 
di Monique Hébrard 
Fabrice Hadjadj, Comment parler de Dieu aujourd'hui?, Anti-manuel d'évangélisation, ed. Salvator. Il libro è la riscrittura di una conferenza pronunciata dall'autore all'assemblea plenaria del Pontificio 
Consiglio per i laici nel novembre 2011

Come parlare di Dio? Parlare di Dio è all'opposto delle “strategie di comunicazione”. Non ha niente a che vedere con il discorso fondamentalista, né con quello dell'ateo, per i quali è sufficiente dire Dio, perché tutto sia risolto, “o per una promozione meccanica, o per un'utopica liberazione”. 
Non bisogna comunque neppure accontentarsi di essere lievito nella pasta. Il levito nascosto nella pasta ricorda il talento sotterrato della parabola... e “come il fondamentalismo provoca la reazione dell'ateismo, l'anonimato dei cristiani, in nome dell'umiltà e del primato degli atti sulle parole, provoca la reazione dell'agnosticismo”.
Parlare di Dio comporta almeno due tipi di obblighi: verso colui di cui si parla, e verso colui a cui si parla. 
Non si può pretendere di parlare di Dio senza cominciare col sapere a chi se ne parla: non c'è parola di Dio se non rivolta a qualcuno e attualizzata nell'oggi. L'autore sviluppa questa idea nella linea di Gaudium et Spes, un'idea che ha molto in comune con l'ultimo libro di Jean Vanier (Les signes du temps à la lumière de Vatican II, ed.Albin-Michel) sul Concilio Vaticano II: non si può parlare di Dio senza metterlo nel cuore delle cose della vita e delle persone, con una parola “sempre attenta alle creature, sempre ospitale, che si fa sempre tabernacolo o cattedrale: ogni essere

Francesco, appena eletto, ha parlato di «cammino insieme di popolo e vescovo di Roma» 
di DarioVitali 
Se una formula ecclesiologica può definire al meglio la recezione del Vaticano II da parte di papa Francesco, questa è "popolo di Dio". (...) In Evangelii Gaudium, documento programmatico del suo pontificato, Francesco indica il popolo di Dio come soggetto della missione evangelizzatrice della Chiesa. Il capitolo III è costruito sul presupposto che «tutto il popolo annuncia il Vangelo». Se «l'evangelizzazione è compito della Chiesa», «il soggetto dell'evangelizzazione è ben più di un'istituzione organica e gerarchica, perché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nellaTrinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (EG 111). 
Il fatto di riferirsi contemporaneamente allaTrinità e al popolo di Dio in cammino nella storia, mostra una sintesi originale dell'ecclesiologia conciliare da parte di Francesco. Egli compone in una visione armonica i capitoli I e II di Lumen gentium, rispettivamente sul mistero della Chiesa e sul popolo di Dio. Questa sintesi appare anche quando afferma che «la Chiesa è inviata da Gesù Cristo come sacramento della salvezza offerta da Dio» (EG 112). «Essere Chiesa», ribadisce il Papa, «significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d'amore del Padre» (EG 114). «Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa» (EG 113). (...)
Francesco ha una sua visione di Chiesa-popolo di Dio che si può cogliere, ad esempio, nel modo in cui legge la correlazione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale. Quando dice che «i laici sono semplicemente l'immensa maggioranza del popolo di Dio; al loro servizio c'è una minoranza: i ministri ordinati» (EG 102), egli non sottolinea soltanto la necessaria «presa di coscienza della responsabilità che nasce dal battesimo e dalla confermazione», ma evidenzia come «un eccessivo clericalismo li mantiene ai margini delle decisioni». Idea ribadita nella lettera al cardinale Ouellet (2016): «La Chiesa non è un'élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma tutti formano il santo popolo fedele di Dio».
in “Vita Pastorale” del marzo 2018

«Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare.
Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande».
Adriano Olivetti (11 aprile 1901 – 27 febbraio 1960)

La vera essenza del perdono 
di Enzo Bianchi 
I cristiani che vogliono vivere quotidianamente e concretamente il Vangelo sanno che una delle difficoltà più grandi che incontrano è la pratica del perdono. Gesù è stato molto chiaro al riguardo: «Amate i vostri nemici, perdonate a chi vi ha fatto del male, pregate per i vostri persecutori» (Mc 11,25; Mt 5,44-45; Lc 6,27-28.35-37). Il perdono richiesto da Gesù settanta volte sette (Mt 18,22), cioè sempre rinnovato nei confronti di chi fa il male, è l'apice della legge dell'amore del prossimo, e dobbiamo essere grati agli ebrei i quali, fondandosi sulle Scritture dell'AnticoTestamento, giudicano questo perdono a volte impossibile per noi, impossibile come l'amore verso il nemico. 
Oggi assistiamo addirittura a una mancanza di rispetto e di pudore, quando soprattutto i giornalisti chiedono alle vittime se perdonano quanti hanno fatto loro del male. Come se il perdono coincidesse con una dichiarazione verbale fatta pubblicamente e carpita come una confessione di bontà o una risposta dura, in entrambi i casi a favore di telecamera... 
Mi pare, però, che i cristiani non sempre comprendano cosa

“…E non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne e nel mondo. Nasce non tanto «nell’anima», come un’ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido”.
Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca

Ecclesiastici di gran stoffa 
di Gianfranco Ravasi 
Da un lato, ecco un intenso e fin emozionante saggio biblicamente intitolato "Hai coperto la mia vergogna", tradotto lo scorso anno dal francese: a scriverlo èAnne Lécu, una religiosa domenicana che è anche medico e che dal 1997 esercita queste due sue «professioni» in un carcere dell’Ile-de-France. È una sorta di inchiesta biblica, teologica e spirituale «al tempo seria e allegra – come confessa l’autrice –, un vagabondaggio nel paese delle tuniche di pelle e di lino», alla ricerca non tanto dei tessuti ma dei simboli connessi, la nudità, la vergogna, l’innocenza, la malizia, il manto di gloria. Un viaggio che parte dal Creatore che come un padre-sarto confeziona – all’inizio della Bibbia e della storia – «per l’uomo e sua moglie tuniche di pelle per vestirli» (Genesi 3,21). 
D’altro lato, immaginiamo di ricreare e rivedere l’ironica e grottesca sfilata di moda cardinalizia evocata dal regista Federico Fellini in una sequenza per certi versi esilarante del suo film Roma del 1972, quando per altro Paolo VI aveva già di molto semplificato il sontuoso abbigliamento cardinalizio, mozzando ad esempio le lunghe code delle cappe di porpora. Domani 26 febbraio nel Palazzo Colonna di Roma verrà presentata in anteprima una mostra particolarmente suggestiva intitolata Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination. Basata su una ricca selezione di paramenti e vesti sacre provenienti dall’imponente patrimonio liturgico del Vaticano, l’esposizione si svolgerà dal 10 maggio all’8 ottobre al Metropolitan Museum di NewYork sotto l’egida del suo Costume Institute, a cura di Andrew Bolton, mentre l’evento di Palazzo Colonna vedrà anche la presenza della vicedirettrice del Metropolitan Debora Carrie Barratt. Il coinvolgimento delle testate di moda, a partire naturalmente da Vogue, attesta quanto il complesso dei paramenti sacri, oltre ad avere una dimensione artistica, riflette la sensibilità delle varie epoche, proprio come accade per l’abbigliamento profano. 
I paramenti liturgici, così come l’arredo dedicato al culto, costituiscono infatti un vero e proprio specchio delle varie fasi vissute dalla Chiesa cattolica. È ciò che accade anche in generale per l’abito comune e gli oggetti domestici, tant’è vero che uno dei più popolari scrittori dell’Ottocento francese, Honoré de Balzac, poteva comporre un intero "Trattato della vita elegante" (1830) ponendolo idealmente all’insegna di questo motto: «Il vestito è espressione della società», ne è in pratica l’autoritratto. La veste, infatti, non è

«La solitudine è importante
non solo per gustare la gioia di Dio vicino
ma anche per soffrire l'angoscia di Dio lontano
e nel non volersene consolare,
se non, solo, col suo ritorno.
E' questa angoscia che ci dice
ciò che Dio è per noi.
Dio è come l'aria,
quasi non ci accorgiamo di averne bisogno
perché è sempre lì:
è il nostro naturale
e inconsapevole respiro.
E' quando manca che misuriamo quanto valga;
e che senza non si può vivere.
Nei giorni,
nei quali il bisogno spasmodico dell'uomo
è il segno di un rallentato rapporto col Signore,
l'angoscia va bevuta fino in fondo
senza cercare scappatoie,
come la fonte buia di Dio,
la sua presenza tenebrosa».
Adriana Zarri

Algoritmo. Manca quello della felicità 
di Nunzio Galantino 
Dal latino medievale algoritmus o algorismus, a sua volta derivato dal nome del matematico arabo Muhammad Ibn MusaAl-Khwarizmi (IX secolo), algoritmo sta diventando un termine/concetto cruciale per l’informatica, e non solo. Proprio per questo, le definizioni che lo riguardano variano a seconda dell’ambito di impiego: dalla matematica all’informatica.
È convinzione che l’algoritmo risolva tutti i problemi e risponda a tutte le domande. E, in parte, è vero. Infatti, tra istruzioni e operazioni, un passo dopo l’altro, l’algoritmo conduce a una meta. In maniera rigida, determinata e fredda. Se non che la matematica Cathy O’Neil getta un’ombra su questa sicurezza. Un invito, il suo, che alimenta una riflessione inquietante: «Gli algoritmi sono opinioni inserite in un codice. La gente pensa che siano oggettivi ma è un trucco del marketing». 
Una volta cioè dettati i parametri... niente sentimenti, sorprese, variabili incontrollate o incontrollabili. Niente affidamento ingenuo e spontaneo. Solo fede nella rigidità delle procedure e nella certezza del risultato. Insomma, l’algoritmo non ammette l’imprevedibilità. Tutto ciò, sia chiaro, non ha niente a che vedere col culto della razionalità come unico faro. L’algoritmo è solo un’implacabile successione di istruzioni in codice binario. 
Negli ultimi anni, senza chiedere permesso, l’algoritmo è entrato

Un uomo nota un serpente che sta morendo bruciato e decide di toglierlo dal fuoco. Appena lo fa il serpente lo morde. Per la reazione del dolore, l'uomo lo libera e l'animale cade di nuovo nel fuoco. L' uomo cerca di tirarlo fuori di nuovo e di nuovo il serpente lo morde. Qualcuno che stava osservando si avvicinò all'uomo e disse: "Mi scusi, ma lei è testardo! Non capisce che tutte le volte che prova a tirarlo fuori dal fuoco va a finire così?". L' uomo rispose: "La natura del serpente è mordere, e questo non cambierà la mia, che è aiutare". Quindi, con l'aiuto di un pezzo di ferro, l'uomo tira fuori il serpente dal fuoco salvandogli la vita. Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa del male.

Orgoglio.Purché sia quello sano 
di Nunzio Galantino 
Le derivazioni etimologiche più attendibili rimandano al provenzale orgohl (francese antico orgueil) o al tedesco antico urgoli. In tutti i casi compare la particella intensiva ur e, a seconda delle lingue di derivazione, guol/geil/gil/gal (petulante, notevole). Nell’uso comune, l’orgoglio è lo stato d’animo di chi nutre una eccessiva considerazione di se stesso. «Il desiderio di essere ciò che si è solo sulla base delle proprie forze – avverte Dietrich Bonhoeffer – è un orgoglio fuori luogo. Anche ciò che dobbiamo agli altri ci appartiene ed è una parte della nostra vita... L’uomo costituisce un tutt’uno con ciò che egli stesso è e con ciò che riceve». 
Nella tradizione cattolica, l’orgoglio - vizio capitale - è amore disordinato e spropositato del proprio «io», che porta a riconoscersi buone qualità, meriti e pregi.Anche in loro assenza. L’orgoglio, insomma, è una forma patologica della considerazione di sé: «Ne ha rovinato più del petrolio», cantaVasco Rossi. Non va confuso con quello che viene chiamato e ritenuto, in genere, “sano orgoglio” per un gesto opportuno, una parola detta al momento giusto e con toni giusti o per una scelta effettuata in maniera responsabile e consapevole. Il sano orgoglio funge da stimolo per ulteriori gesti, parole e scelte altrettanto opportuni, responsabili e consapevoli. Un papà o una mamma

Nella cattedrale di Würzburg, in Germania, si trova questo Crocifisso del XIV secolo. Il Signore ha le mani staccate dalla croce e le tiene incrociate sul petto, quasi per abbracciare qualcuno.
Una leggenda racconta che, durante la guerra dei Trent’anni (conflitto armato che dilaniò l’Europa dal 1618 al 1648), un soldato nemico, entrato in quella chiesa e, visto che il Crocifisso portava una splendida corona d’oro sul capo, si fece avanti per rubargliela.
Quando il ladro si trovò di fronte a Gesù e alzò la mano verso la corona, il Signore staccò le braccia dalla croce, si chinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò delicatamente al cuore. Il ladro non resse a tanto amore. Fu trovato morto ai piedi della croce.
Da quel giorno Cristo non ha più allargato le sue braccia, ma ha continuato a tenerle così, come sono ora, strette in un abbraccio.
(A. Barth, Enciclopedia Catechetica, Ed. Paoline)

«Il nostro è un Dio inquietante e scomodo, perché è tra noi e con noi. Ha la faccia da uomo. Ha fame, ha sete, è solo, è senza vestiti, è malato. Ce lo possiamo trovare tra i piedi. Parla con la samaritana, con l’adultera, non si vergogna di andare da Zaccheo, prepara la festa per il figlio mascalzone, rivaluta i rottami della società.
E’ il Dio che sta dalla nostra parte.
Anzi "quando lo cerchiamo nel tempio, Lui si trova nella stalla; quando lo cerchiamo tra i sacerdoti, si trova in mezzo ai peccatori; quando lo cerchiamo libero, è prigioniero; quando lo cerchiamo rivestito di gloria, è sulla croce ricoperto di sangue" (Frei Betto)».
(Dalla Prolusione del card. Francesco Montenegro, al 38° Convegno nazionale delle Caritas diocesane, Sacrofano (Rm), 18 aprile 2016).

Vito è morto ogni volta che una mina antiuomo Tecnovar faceva clic.Vito è risorto ogni volta che le sue mani hanno impedito altri lutti. Perché Vito era l’uomo che fabbricava la più vigliacca delle armi. Oggi è l’eroe che ha vinto il suo passato, bonificando la dorsale minata dei Balcani.

«La morte odora di resurrezione» scriveva Eugenio Montale. Nella ex Jugoslavia avrebbero avuto più di un motivo per odiare l’ingegnere pugliese. Oggi ne hanno molti di più per dirgli falënderim. Il grazie dei superstiti kosovari. Le trappole di Vito Alfieri Fontana erano tra le migliori in commercio. La Tecnovar di Bari era un’eccellenza italiana. Erede designato del (continua cliccando sul link:

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/laddio-alle-armi-di-vito-oggi-risorto


“Forse finora avete creduto che le parole che usate tutti i giorni fossero solo strumenti per poter comunicare con gli altri.
Questo è certamente vero, ma esse hanno anche un’altra importante funzione: contengono infatti l’elemento della vibrazione, che svolge un ruolo vitale nel grande disegno della natura”.
Masaro Emoto

La conversione della propria prospettiva.

«Monsignor Romero era stato Arcivescovo soltanto per tre anni. Nominato il 3 febbraio 1977, era entrato a San Salvador il 2 febbraio. Al tempo della sua elezione era poco conosciuto, ed era però definito piuttosto come “spiritualista”. quasi a indicare che appariva lontano dalle concrete lotte del suo popolo. Un uomo pacato e prudente, del quale si diceva: non darà noia a nessuno.

Ma pochi giorni dopo il suo ingresso in Diocesi, il 12 marzo 1977, ci fu una notte decisiva: venne infatti ucciso in un agguato nella campagna, insieme con due contadini, uno dei preti più validi e stimati dell’arcidiocesi, il gesuita padre Rutilio Grande. Romero, che lo conosceva personalmente, accorse subito sul luogo della tragedia e passò un’intera notte dì veglia e di preghiera presso il corpo massacrato dell’amico. Più tardi confidò che le lunghe ore di preghiera erano state per lui come il momento di una nuova conversione, di una nuova apertura degli occhi. Gradualmente la sua voce cominciò a levarsi sempre più forte contro ogni ingiustizia e persecuzione, la sua parola, pur se forte, si manteneva pacata e piena di fede». (Carlo Maria Martini)

https://www.fondazionecarlomariamartini.it/news/cosi-il-cardinale-ricordava-oscar-romero/

«Colpisce che la gente sia pronta a gridare: «Osanna al Figlio di Davide!», per poi cambiare idea solo pochi giorni dopo e urlare con la stessa intensità: «Crocifiggilo, crocifiggilo!».
La gente. La gente è stufa, era stufa quel giorno a Gerusalemme, è stufa oggi e probabilmente lo sarà sempre. Sembra sia una caratteristica identitaria della gente, trasversale a ogni identità. Non il primo né l’ultimo, Gesù viene osannato dalla gente, stufa delle vessazioni dei padroni, delle commistioni dei propri capi, dei compromessi, di sentirsi raccontare che una volta si stava meglio.
Entrando in Gerusalemme sul dorso di un’asina, Gesù richiama l’attenzione della gente. Da quelle parti il re vittorioso e liberatore non entra con un cavallo bianco, ma su un’asina, quasi a volersi mostrare più vicino alla dimensione della gente, che infatti esulta.
È il Rubicone di Gesù perché, richiamando l’attenzione della gente, si consegna a essa, al suo giudizio, alla sua condanna. «Tu non sei quello che volevamo»: questa in definitiva l’accusa del violentissimo Tribunale del Popolo, che non ammette appello. La gente si lamenta del potere, ma spesso inconsciamente dimentica di essere il potere, di incarnarlo nella sua variante più spietata.
Anche il più terribile dei Pilati può provare pietà, può graziare un condannato, ma la gente mai. La gente non perdona. Reclama la certezza della pena, quella stessa gente che s’ingegna a eludere i diritti altrui e i doveri propri.
Gesù sa che cosa lo attende, ma sa anche che, solo offrendosi alla gente, ci sarà la suprema epifania dell’amore di Dio per gli esseri umani».
Peter Ciaccio, in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 23 marzo 2018

Mudimbi, Il mago
«C'è chi mi chiede: Mudimbi, come stai?
Se rispondo tutto bene, poi mi chiede come mai?
La gente guarda male se non sei pieno di guai
Meglio dire son vegano e sto anche in mano agli usurai
Faccio ciò che posso, non vivo a Dubai
Ho un conto in banca all'osso che nemmeno i macellai
Vivo la realtà, senza mentirmi mai
La mia dolce metà sembra la copia di un bonsai

La mia vita va che una favola-la
Non c'è niente che mi preoccupa-pa
Risolvo ciò che c'è da risolvere-re
E compro una vocale per rispondere

Va-come va, va-come va, come va
Va bene anche se male
Va-come va, va-come va, come va
Il trucco è farla andare
Bevo il bicchiere mezzo pieno finché mi ubriaco
E poi svanisco in un sorriso... come fa il mago

Il mago, il mago, voilà
Il mago, il mago

A complicare, siam tutti esperti
A esser felici, siam tutti incerti
La verità sta tra


"Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici". 
Guillame Apollinaire

Mancanza di sacerdoti, il percorso della Chiesa udinese 
di Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine
Gentili di Vatican Insider, sono Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine, occasionalmente scrivo per il settimanale diocesano La Vita Cattolica. Quando ho letto il vostro articolo «il vuoto che allarma la Chiesa», mi è sembrato di rivedere considerazioni che, nella nostra Arcidiocesi, furono già espresse dal «Sinodo Diocesano Udinese V», conclusosi nel 1985. Già all’epoca si lavorò per aggregare le comunità, operare in ambiti inter parrocchiali, coinvolgere i laici, già si ragionava di organizzare i sacerdoti in piccoli gruppi che operassero a livello di forania. 
Da allora iniziarono i primi accorpamenti, ma si provarono anche soluzioni audaci, come affidare parrocchie alla cura di diaconi o persino di operatori pastorali laici, si è diffusa anche la prassi delle «Liturgie in Assenza di Sacerdote», celebrate la domenica in alternanza con la santa messa. Questi percorsi ebbero risultati ambivalenti, vuoi perché sperimentali, vuoi perché discontinui, vuoi anche per resistenze, non solo sul fronte interno. 
Su quest’ultimo aspetto, chiarisco che i fedeli della nostraArcidiocesi hanno ben presente la distinzione tra una Liturgia in Assenza di Sacerdote e la santa messa, così come mai salterebbe in mente a un referente laico nostrano di confondersi con il parroco. È quindi impossibile che nella nostraArcidiocesi si sviluppino fraintendimenti analoghi a casi nordeuropei, a meno che non si vogliano cercare pretesti per bloccare l’intraprendenza del laicato. 
Perché dunque queste iniziative non sono state incoraggiate e valorizzate? La fase delle unità pastorali l’abbiamo superata già da un bel po’, i nostri parroci sono condivisi anche tra sette/otto parrocchie, molte in montagna, e l’Arcidiocesi sta lavorando a un nuovo piano di riorganizzazione basato sulle collaborazioni pastorali, sul modello della diocesi di Treviso, da cui è originario l’attuale nostro arcivescovo. 
Già sappiamo che anche questa sarà una soluzione temporanea, in attesa dei

Adattamento.Per cercare la propria strada 
di Nunzio Galantino 
Dal verbo latino adaptare - composto da ad, che indica il movimento verso un fine/scopo e aptare (accomodare, orientare) - l’adattamento è l’azione non necessariamente fisica con la quale si interviene per adeguare (rendere “atto”) qualcosa, qualcuno o se stessi a un determinato scopo o ambiente. 
In biologia, l’adattamento si configura come correlazione fra le strutture, le funzioni degli organismi e le condizioni dell’ambiente in cui essi vivono. La concezione finalistica della vita ritiene ogni specie fatta per vivere in un determinato ambiente. La concezione evoluzionistica della vita vede invece nell’adattamento un processo attivo e indispensabile che interviene sugli organismi adattandoli, appunto, alle esigenze determinate dalle variazioni ambientali. 
Nella specie umana, l’adattamento è un processo attraverso il quale un individuo si adegua all’ambiente (fisico e/o sociale), modificando i propri schemi di comportamento (adattamento passivo) o operando sull’ambiente stesso per trasformarlo in funzione delle proprie necessità (adattamento attivo). In entrambi i casi l’adattamento richiede partecipazione, responsabilità e disponibilità. Il livello di esse ed

I giovani e l'educazione alla vita 
di Enzo Bianchi 
Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione. Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilioVaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale. 
Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra

Dal vangelo di oggi: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!” (Mt 7).

Signore, Signore, non abbiamo noi fatto tante fotocopie?! E pensare che c'è qualche prete che si vanta pure di aver fatto centinaia di migliaia di fotocopie all'anno! Vergogna!


Riscopriamo il valore del salutare 
di José Tolentino Mendonça 
Il villaggio globale ci ha reso solo vicini: non ci ha presentato gli uni agli altri. Noi ci dedichiamo alla condivisione di una quantità colossale di informazioni, ma rimaniamo dei perfetti estranei. 
Tutt’al più è cresciuto il voyeurismo che sorvola l’esistenza altrui e ci disperde dalla nostra. Alle nostre società ipertecnologiche mancano i protocolli dell’incontro che, per esempio, gestivano con la più grande naturalezza la quotidianità delle società primitive. Tra i popoli del deserto, quando uno sconosciuto era accettato come ospite si seguiva questo rituale di avvicinamento: «Consìderati il benvenuto! Ricevi il mio saluto. Come procedono i tuoi giorni? Come vanno i figli diAdamo? E la tua famiglia? E la tua tenda? E la tua gente? E tua madre? E come sta andando il viaggio che stai facendo?». 
Si capisce come l’accoglienza implicasse l’ascolto dell’altro in profondità. È questo che sta in gioco in un incontro genuino. Le formule possono essere più o meno lunghe o brevi, l’essenziale è che si conservi uno spirito di cerimonia. Esso umanizza le nostre traiettorie. Nella

Sono stato bannato da Facebook per il post di lunedì scorso: il post è stato considerato non corrispondente alla linea di Facebook (evidentemente il loro "correttore" ha visto parole che di solito stanno in bocca a razzisti & company) e quindi per 24 ore non potrò agire su FB.

"Mi ricordo l'Italia di tanti anni fa, quando non c'erano i negri, i barconi, gli immigrati, i clandestini, i musulmani. 
Mi ricordo quel paradiso quando eravamo solo noi italiani e mi sbirluccicavano gli occhi. 
Mi ricordo che nessun italiano ammazzava nessuno e se lo faceva aveva comunque cura di farlo sparire sciogliendolo nell'acido o utilizzandolo per l'edilizia. 
Nessun italiano stuprava nessuno, e se lo faceva aveva cura di farlo in casa e non come questi porci in mezzo alla spiaggia. E se una donna veniva stuprata (parolone, disonorata) aveva comunque la fortuna di essere obbligata a sposare il suo stupratore con il matrimonio riparatore altrimenti tu stuprata dovevi vergognarti che se noi italiani lo sapevamo ti trattavamo come la peggiore p****.
E poi mi ricordo non c'erano tutti questi terroristi. Sì è vero, gli italiani per anni hanno fatto saltare per aria centinaia di innocenti, bambini, vecchi, donne, tutti, piazzando bombe nelle piazze, nelle banche, nei treni ad agosto, o magari in autostrada. Certo in Italia parliamo da 15 anni di terrorismo islamico anche se non hanno fatto scoppiare nemmeno un petardo, mentre gli italiani hanno fatto saltare in aria centinaia di italiani. Ma vuoi mettere essere ridotto a brandelli da una bella bomba italiana e non islamica? Di quelle belle bombe piazzate da italianissimi fascisti, brigatisti e mafiosi e servizi segreti?
Mi ricordo i bei giorni dei sequestri di persona, quando i bambini venivano allegramente sequestrati per anni da italianissima brava gente che poi per non far preoccupare i parenti aveva cura di rispedire a casa il figlio un pezzo la volta, partendo solitamente dall'orecchio. 
E il lavoro signora mia, il lavoro! Nessuno ci rubava il lavoro! Certo allora c'erano i terroni che rubavano il lavoro, ma mica erano italiani quelli, erano terroni di m****. Ora sì, sono italiani pure loro perché i negri sono più terroni di loro, e loro si comportano con i negri come gli italiani si comportavano con i terroni. È il loro momento di gloria, finalmente anche loro hanno una razza inferiore da poter insultare e cacciare.
Signora mia non vedo l'ora si torni a quei bei tempi. 
Prima gli italiani".
Emilio Mola


«La politica, che intendo come costruzione della città dell'uomo, resta la più alta attività umana: come quella che dovrebbe realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona; questa è la politica in se stessa. E non solo è la più alta attività umana, ma è anche la più difficile, perché in essa convergono campi diversi che riguardano la persona umana in tutti i suoi aspetti, per cui ogni problema va risolto secondo la tecnica propria di quel problema, ma naturalmente dentro la visione globale e d'insieme. 
Saper pensare politicamente [ ... ] è una cosa difficile, perché il giudizio politico è un giudizio sintetico, deve tener conto di vari fattori e deve valutarli tutti insieme non uno alla volta; deve tener conto di quella che è la situazione storica in cui il giudizio viene pronunciato e deve sapere che le proposte politiche valide sono quelle che, al di là della validità tecnica della proposta, hanno validità storica. Non è facile combinare tutti questi elementi». 
Giuseppe Lazzati

Non è un posto qualsiasi il quartiere Gorizia a Baranzate. E non è un parroco negli “schemi” don Paolo. Il contesto è quello di una delle realtà più multietniche e multireligiose d’ Italia: 4 mila abitanti, più del 60 per cento di origine straniera, 72 nazionalità rappresentate in una strada (via Gorizia appunto) e i suoi paraggi. «Siamo una multinazionale!», scherza don Paolo. «Ma soprattutto siamo un laboratorio di futuro. Con tutti i problemi e le potenzialità del caso. Ma con il desiderio di sperimentare strade nuove, come degli sherpa che conoscono perfettamente i sentieri, ma che guardano sempre avanti, cercando vie nuove. Alla fine nessuno conosce il loro nome. Ma senza di loro non si arriverebbe mai in cima».
«Vangelo e poveri. Mai l’ uno senza gli altri. In un equilibrio che può oscillare, più da una parte o più dall’ altra, a seconda dei momenti e delle circostanze. Perché siamo calati profondamente nella realtà e ne siamo interpellati. Anzi, la realtà è sempre un po’ più avanti!».
Nella parrocchia Sant’ Arialdo è certamente così. Perché qui, già oggi, si vede l’ Italia − e la Chiesa − di domani. Attualmente il nostro Paese, in termini di presenze straniere, è ciò che questo quartiere di Baranzate era già vent’ anni fa. E se vogliamo capire cosa sarà l’ Italia tra vent’ anni, occorre guardare a via Gorizia oggi. Alla scuola materna l’ 85 per cento degli alunni non sono di cittadinanza italiana. In oratorio dal 35 al 40 per cento dei bambini sono figli di immigrati.
Tra quelli che ricevono la comunione, circa la metà ha genitori stranieri. «Per noi è inevitabile confrontarci con questa presenza variegata, che porta con sé svariate problematiche, ma si traduce anche in potenzialità spesso inattese», dice il parroco.
Molto dipende dal modo in cui ci si incontra. «Per me le relazioni sono fondamentali, prioritarie. Vengono prima delle riunioni. Vengono prima delle strutture o del calendario. Significa incontrarsi, conoscersi, condividere le responsabilità, poter vivere la diversità come un dono, in un atteggiamento di apertura».
http://m.famigliacristiana.it/articolo/don-paolo-steffano-il-grande-dono-della-diversita.htm