La conversione della propria prospettiva.

«Monsignor Romero era stato Arcivescovo soltanto per tre anni. Nominato il 3 febbraio 1977, era entrato a San Salvador il 2 febbraio. Al tempo della sua elezione era poco conosciuto, ed era però definito piuttosto come “spiritualista”. quasi a indicare che appariva lontano dalle concrete lotte del suo popolo. Un uomo pacato e prudente, del quale si diceva: non darà noia a nessuno.

Ma pochi giorni dopo il suo ingresso in Diocesi, il 12 marzo 1977, ci fu una notte decisiva: venne infatti ucciso in un agguato nella campagna, insieme con due contadini, uno dei preti più validi e stimati dell’arcidiocesi, il gesuita padre Rutilio Grande. Romero, che lo conosceva personalmente, accorse subito sul luogo della tragedia e passò un’intera notte dì veglia e di preghiera presso il corpo massacrato dell’amico. Più tardi confidò che le lunghe ore di preghiera erano state per lui come il momento di una nuova conversione, di una nuova apertura degli occhi. Gradualmente la sua voce cominciò a levarsi sempre più forte contro ogni ingiustizia e persecuzione, la sua parola, pur se forte, si manteneva pacata e piena di fede». (Carlo Maria Martini)

https://www.fondazionecarlomariamartini.it/news/cosi-il-cardinale-ricordava-oscar-romero/

«Colpisce che la gente sia pronta a gridare: «Osanna al Figlio di Davide!», per poi cambiare idea solo pochi giorni dopo e urlare con la stessa intensità: «Crocifiggilo, crocifiggilo!».
La gente. La gente è stufa, era stufa quel giorno a Gerusalemme, è stufa oggi e probabilmente lo sarà sempre. Sembra sia una caratteristica identitaria della gente, trasversale a ogni identità. Non il primo né l’ultimo, Gesù viene osannato dalla gente, stufa delle vessazioni dei padroni, delle commistioni dei propri capi, dei compromessi, di sentirsi raccontare che una volta si stava meglio.
Entrando in Gerusalemme sul dorso di un’asina, Gesù richiama l’attenzione della gente. Da quelle parti il re vittorioso e liberatore non entra con un cavallo bianco, ma su un’asina, quasi a volersi mostrare più vicino alla dimensione della gente, che infatti esulta.
È il Rubicone di Gesù perché, richiamando l’attenzione della gente, si consegna a essa, al suo giudizio, alla sua condanna. «Tu non sei quello che volevamo»: questa in definitiva l’accusa del violentissimo Tribunale del Popolo, che non ammette appello. La gente si lamenta del potere, ma spesso inconsciamente dimentica di essere il potere, di incarnarlo nella sua variante più spietata.
Anche il più terribile dei Pilati può provare pietà, può graziare un condannato, ma la gente mai. La gente non perdona. Reclama la certezza della pena, quella stessa gente che s’ingegna a eludere i diritti altrui e i doveri propri.
Gesù sa che cosa lo attende, ma sa anche che, solo offrendosi alla gente, ci sarà la suprema epifania dell’amore di Dio per gli esseri umani».
Peter Ciaccio, in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 23 marzo 2018

Mudimbi, Il mago
«C'è chi mi chiede: Mudimbi, come stai?
Se rispondo tutto bene, poi mi chiede come mai?
La gente guarda male se non sei pieno di guai
Meglio dire son vegano e sto anche in mano agli usurai
Faccio ciò che posso, non vivo a Dubai
Ho un conto in banca all'osso che nemmeno i macellai
Vivo la realtà, senza mentirmi mai
La mia dolce metà sembra la copia di un bonsai

La mia vita va che una favola-la
Non c'è niente che mi preoccupa-pa
Risolvo ciò che c'è da risolvere-re
E compro una vocale per rispondere

Va-come va, va-come va, come va
Va bene anche se male
Va-come va, va-come va, come va
Il trucco è farla andare
Bevo il bicchiere mezzo pieno finché mi ubriaco
E poi svanisco in un sorriso... come fa il mago

Il mago, il mago, voilà
Il mago, il mago

A complicare, siam tutti esperti
A esser felici, siam tutti incerti
La verità sta tra


"Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici". 
Guillame Apollinaire

Mancanza di sacerdoti, il percorso della Chiesa udinese 
di Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine
Gentili di Vatican Insider, sono Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine, occasionalmente scrivo per il settimanale diocesano La Vita Cattolica. Quando ho letto il vostro articolo «il vuoto che allarma la Chiesa», mi è sembrato di rivedere considerazioni che, nella nostra Arcidiocesi, furono già espresse dal «Sinodo Diocesano Udinese V», conclusosi nel 1985. Già all’epoca si lavorò per aggregare le comunità, operare in ambiti inter parrocchiali, coinvolgere i laici, già si ragionava di organizzare i sacerdoti in piccoli gruppi che operassero a livello di forania. 
Da allora iniziarono i primi accorpamenti, ma si provarono anche soluzioni audaci, come affidare parrocchie alla cura di diaconi o persino di operatori pastorali laici, si è diffusa anche la prassi delle «Liturgie in Assenza di Sacerdote», celebrate la domenica in alternanza con la santa messa. Questi percorsi ebbero risultati ambivalenti, vuoi perché sperimentali, vuoi perché discontinui, vuoi anche per resistenze, non solo sul fronte interno. 
Su quest’ultimo aspetto, chiarisco che i fedeli della nostraArcidiocesi hanno ben presente la distinzione tra una Liturgia in Assenza di Sacerdote e la santa messa, così come mai salterebbe in mente a un referente laico nostrano di confondersi con il parroco. È quindi impossibile che nella nostraArcidiocesi si sviluppino fraintendimenti analoghi a casi nordeuropei, a meno che non si vogliano cercare pretesti per bloccare l’intraprendenza del laicato. 
Perché dunque queste iniziative non sono state incoraggiate e valorizzate? La fase delle unità pastorali l’abbiamo superata già da un bel po’, i nostri parroci sono condivisi anche tra sette/otto parrocchie, molte in montagna, e l’Arcidiocesi sta lavorando a un nuovo piano di riorganizzazione basato sulle collaborazioni pastorali, sul modello della diocesi di Treviso, da cui è originario l’attuale nostro arcivescovo. 
Già sappiamo che anche questa sarà una soluzione temporanea, in attesa dei

Adattamento.Per cercare la propria strada 
di Nunzio Galantino 
Dal verbo latino adaptare - composto da ad, che indica il movimento verso un fine/scopo e aptare (accomodare, orientare) - l’adattamento è l’azione non necessariamente fisica con la quale si interviene per adeguare (rendere “atto”) qualcosa, qualcuno o se stessi a un determinato scopo o ambiente. 
In biologia, l’adattamento si configura come correlazione fra le strutture, le funzioni degli organismi e le condizioni dell’ambiente in cui essi vivono. La concezione finalistica della vita ritiene ogni specie fatta per vivere in un determinato ambiente. La concezione evoluzionistica della vita vede invece nell’adattamento un processo attivo e indispensabile che interviene sugli organismi adattandoli, appunto, alle esigenze determinate dalle variazioni ambientali. 
Nella specie umana, l’adattamento è un processo attraverso il quale un individuo si adegua all’ambiente (fisico e/o sociale), modificando i propri schemi di comportamento (adattamento passivo) o operando sull’ambiente stesso per trasformarlo in funzione delle proprie necessità (adattamento attivo). In entrambi i casi l’adattamento richiede partecipazione, responsabilità e disponibilità. Il livello di esse ed

I giovani e l'educazione alla vita 
di Enzo Bianchi 
Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione. Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilioVaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale. 
Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra

Dal vangelo di oggi: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!” (Mt 7).

Signore, Signore, non abbiamo noi fatto tante fotocopie?! E pensare che c'è qualche prete che si vanta pure di aver fatto centinaia di migliaia di fotocopie all'anno! Vergogna!


Riscopriamo il valore del salutare 
di José Tolentino Mendonça 
Il villaggio globale ci ha reso solo vicini: non ci ha presentato gli uni agli altri. Noi ci dedichiamo alla condivisione di una quantità colossale di informazioni, ma rimaniamo dei perfetti estranei. 
Tutt’al più è cresciuto il voyeurismo che sorvola l’esistenza altrui e ci disperde dalla nostra. Alle nostre società ipertecnologiche mancano i protocolli dell’incontro che, per esempio, gestivano con la più grande naturalezza la quotidianità delle società primitive. Tra i popoli del deserto, quando uno sconosciuto era accettato come ospite si seguiva questo rituale di avvicinamento: «Consìderati il benvenuto! Ricevi il mio saluto. Come procedono i tuoi giorni? Come vanno i figli diAdamo? E la tua famiglia? E la tua tenda? E la tua gente? E tua madre? E come sta andando il viaggio che stai facendo?». 
Si capisce come l’accoglienza implicasse l’ascolto dell’altro in profondità. È questo che sta in gioco in un incontro genuino. Le formule possono essere più o meno lunghe o brevi, l’essenziale è che si conservi uno spirito di cerimonia. Esso umanizza le nostre traiettorie. Nella

Sono stato bannato da Facebook per il post di lunedì scorso: il post è stato considerato non corrispondente alla linea di Facebook (evidentemente il loro "correttore" ha visto parole che di solito stanno in bocca a razzisti & company) e quindi per 24 ore non potrò agire su FB.

"Mi ricordo l'Italia di tanti anni fa, quando non c'erano i negri, i barconi, gli immigrati, i clandestini, i musulmani. 
Mi ricordo quel paradiso quando eravamo solo noi italiani e mi sbirluccicavano gli occhi. 
Mi ricordo che nessun italiano ammazzava nessuno e se lo faceva aveva comunque cura di farlo sparire sciogliendolo nell'acido o utilizzandolo per l'edilizia. 
Nessun italiano stuprava nessuno, e se lo faceva aveva cura di farlo in casa e non come questi porci in mezzo alla spiaggia. E se una donna veniva stuprata (parolone, disonorata) aveva comunque la fortuna di essere obbligata a sposare il suo stupratore con il matrimonio riparatore altrimenti tu stuprata dovevi vergognarti che se noi italiani lo sapevamo ti trattavamo come la peggiore p****.
E poi mi ricordo non c'erano tutti questi terroristi. Sì è vero, gli italiani per anni hanno fatto saltare per aria centinaia di innocenti, bambini, vecchi, donne, tutti, piazzando bombe nelle piazze, nelle banche, nei treni ad agosto, o magari in autostrada. Certo in Italia parliamo da 15 anni di terrorismo islamico anche se non hanno fatto scoppiare nemmeno un petardo, mentre gli italiani hanno fatto saltare in aria centinaia di italiani. Ma vuoi mettere essere ridotto a brandelli da una bella bomba italiana e non islamica? Di quelle belle bombe piazzate da italianissimi fascisti, brigatisti e mafiosi e servizi segreti?
Mi ricordo i bei giorni dei sequestri di persona, quando i bambini venivano allegramente sequestrati per anni da italianissima brava gente che poi per non far preoccupare i parenti aveva cura di rispedire a casa il figlio un pezzo la volta, partendo solitamente dall'orecchio. 
E il lavoro signora mia, il lavoro! Nessuno ci rubava il lavoro! Certo allora c'erano i terroni che rubavano il lavoro, ma mica erano italiani quelli, erano terroni di m****. Ora sì, sono italiani pure loro perché i negri sono più terroni di loro, e loro si comportano con i negri come gli italiani si comportavano con i terroni. È il loro momento di gloria, finalmente anche loro hanno una razza inferiore da poter insultare e cacciare.
Signora mia non vedo l'ora si torni a quei bei tempi. 
Prima gli italiani".
Emilio Mola


«La politica, che intendo come costruzione della città dell'uomo, resta la più alta attività umana: come quella che dovrebbe realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona; questa è la politica in se stessa. E non solo è la più alta attività umana, ma è anche la più difficile, perché in essa convergono campi diversi che riguardano la persona umana in tutti i suoi aspetti, per cui ogni problema va risolto secondo la tecnica propria di quel problema, ma naturalmente dentro la visione globale e d'insieme. 
Saper pensare politicamente [ ... ] è una cosa difficile, perché il giudizio politico è un giudizio sintetico, deve tener conto di vari fattori e deve valutarli tutti insieme non uno alla volta; deve tener conto di quella che è la situazione storica in cui il giudizio viene pronunciato e deve sapere che le proposte politiche valide sono quelle che, al di là della validità tecnica della proposta, hanno validità storica. Non è facile combinare tutti questi elementi». 
Giuseppe Lazzati

Non è un posto qualsiasi il quartiere Gorizia a Baranzate. E non è un parroco negli “schemi” don Paolo. Il contesto è quello di una delle realtà più multietniche e multireligiose d’ Italia: 4 mila abitanti, più del 60 per cento di origine straniera, 72 nazionalità rappresentate in una strada (via Gorizia appunto) e i suoi paraggi. «Siamo una multinazionale!», scherza don Paolo. «Ma soprattutto siamo un laboratorio di futuro. Con tutti i problemi e le potenzialità del caso. Ma con il desiderio di sperimentare strade nuove, come degli sherpa che conoscono perfettamente i sentieri, ma che guardano sempre avanti, cercando vie nuove. Alla fine nessuno conosce il loro nome. Ma senza di loro non si arriverebbe mai in cima».
«Vangelo e poveri. Mai l’ uno senza gli altri. In un equilibrio che può oscillare, più da una parte o più dall’ altra, a seconda dei momenti e delle circostanze. Perché siamo calati profondamente nella realtà e ne siamo interpellati. Anzi, la realtà è sempre un po’ più avanti!».
Nella parrocchia Sant’ Arialdo è certamente così. Perché qui, già oggi, si vede l’ Italia − e la Chiesa − di domani. Attualmente il nostro Paese, in termini di presenze straniere, è ciò che questo quartiere di Baranzate era già vent’ anni fa. E se vogliamo capire cosa sarà l’ Italia tra vent’ anni, occorre guardare a via Gorizia oggi. Alla scuola materna l’ 85 per cento degli alunni non sono di cittadinanza italiana. In oratorio dal 35 al 40 per cento dei bambini sono figli di immigrati.
Tra quelli che ricevono la comunione, circa la metà ha genitori stranieri. «Per noi è inevitabile confrontarci con questa presenza variegata, che porta con sé svariate problematiche, ma si traduce anche in potenzialità spesso inattese», dice il parroco.
Molto dipende dal modo in cui ci si incontra. «Per me le relazioni sono fondamentali, prioritarie. Vengono prima delle riunioni. Vengono prima delle strutture o del calendario. Significa incontrarsi, conoscersi, condividere le responsabilità, poter vivere la diversità come un dono, in un atteggiamento di apertura».
http://m.famigliacristiana.it/articolo/don-paolo-steffano-il-grande-dono-della-diversita.htm


Dio ama ciò che è perduto
di Dietrich Bonhoeffer
«Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l'insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono "perduto", lì egli dice "salvato"; dove gli uomini dicono "no", lì egli dice "sì".
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono "spregevole", lì Dio esclama "beato".
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima.
Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia».


“Un giovane parroco, di una piccola parrocchia di una piccola diocesi del nord Italia, nel foglietto informativo settimanale, lascia al fedele affidatogli, precise indicazioni riguardo il suo rapporto col cibo nel giorno del mercoledì delle ceneri. In realtà il giovane parroco non ha fatto altro che riportare, in modo diligente, la legislazione vigente su questa materia, ossia la Delibera n. 60, del 4 ottobre 1994 della CEI. 
Non voglio contestare il giovane confratello, e tanto meno santa madre Chiesa, ma che tristezza… Termini come legge, obbligo, proibizione e questo tono così direttivo e impositivo pensavo appartenessero ad un lontanissimo passato. 
Mi domando dove sia finito il Vangelo, quel Gesù che ‘ci ha liberati perché restassimo liberi, e non ci lasciassimo imporre di nuovo il giogo della schiavitù’ (cfr. Gal 5, 1). Che fine abbia fatto il monito di Paolo: «In virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato» (Rm 3, 20); e ancore «Tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: “Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica”. E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede» (Gal 3, 10-13). 
Gesù dimostra che la comunione con Dio non si raggiunge attraverso l'osservanza di Leggi e di riti, ma solo attraverso la somiglianza al suo amore liberante e creativo. La legge impedisce all'uomo di crescere e di diventare figlio di Dio (cfr. Gv 19, 7). 
E poi mi viene incontro Isaia: 
«Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?» (Is 58, 6-8).
Certo, perché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10)”.
Scquizzato Paolo - 14.02.2018


«Ti voglio vicino, mio Bene 
(quanto ti chiamo la notte!) 
Ti voglio vicino, mio Amato.
Da solo, nessuno pensa 
sia piu` povero e infelice.
Povero e infelice, 
e nulla che mi riesca!...
Ma tu mi sei vicino,
mi devi essere vicino!
Mio Dio: 
anche tu 
solo!
E per amore così esposto 
e impotente.
Anche tu infelice 
mendicante d'amore: 
seduto alle porte della citta`.
Perfino seduto
alle porte del tempio: 
da chi entra non degnato 
di uno sguardo.
Insieme, insieme, mio Dio, 
saremo felici!».
David Maria Turoldo, "O sensi miei..."

Pax Christi Italia ha appreso che “il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate”.
Per ora le scarsissime notizie al riguardo non depongono a favore  di un buon risultato a proposito della smilitarizzazizone dei cappellani per la quale Pax Christi da molti anni ha sollevato la questione. (…)
Pax Christi si augura che ci sia ancora possibilità di modificare questa intesa il cui contenuto sarà sottoposto alla firma delle due parti, Stato e Santa Sede, e dovrà essere recepito con apposito disegno di legge. Rinnova la sua disponibilità a riflettere insieme e a contribuire alla definitiva stesura dell’intesa in modo limpido e sinodale, anche per evitare si ripeta quanto è successo con la nomina di Papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano.  (…)
A 25 anni dalla sua morte, ricordiamo le parole di don Tonino Bello, che intervistato da Panorama il 28 giugno 1992 sui cappellani militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ed ecclesiale.
Per lui, e per noi, è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri”, osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no”.
Firenze, 14 febbraio 2018
Pax Christi Italia - http://www.paxchristi.it/?p=13741

"Ognuno vede nel mondo ciò che porta nel suo cuore".
Goethe

“Chi, nella nostra diocesi, si incammina con impegno e umilità nel percorso indicato, lasciandosi ‘plasmare’ dalla grazia del Signore, giungendo attraverso il discernimento personale e pastorale a riconoscere di avere maturato le condizioni segnalate, può essere riammesso, dopo l’assoluzione sacramentale, alla mensa eucaristica nella propria comunità”. È questo in sintesi il cuore della nota pastorale sull’attuazione del capitolo VIII di Amoris Laetizia presentata il 14 febbraio dal vescovo di Como, mons. Oscar Cantoni. Al suo fianco il delegato diocesano per la Pastorale della famiglia, don Luigi Savoldelli. Il documento riprende dall’esortazione apostolica Amoris laetitia il percorso di accompagnamento e discernimento che viene affidato ai fedeli in condizioni di “irregolarità” in dialogo con i loro sacerdoti. Quattro i passaggi richiesti: “la verifica della propria vita cristiana”; “un atteggiamento di umiltà e consapevolezza della propria condizione irregolare”; “un pentimento sincero per il fallimento del precedente matrimonio, con la verifica anche delle responsabilità e dei doveri che da essi derivano, nei confronti del coniuge e di eventuali figli”; infine, il punto più delicato, “la verifica dell’irreversibilità morale, oltre che pratica (ad esempio per la presenza di figli nati dalla nuova unione o accolti dalla precedente) del nuovo legame di tipo coniugale”. Quello indicato, sottolineano dalla diocesi di Como, è un “percorso impegnativo e dinamico, sempre attento alla condizione della singola persona e al bene che qui e ora essa può e deve compiere”. “Concretamente – si legge nella nota – ciò significa che non necessariamente il cammino di discernimento avrà come esito unico e scontato la riammissione ai sacramenti”. Per aiutare le coppie e i sacerdoti diocesani in questo percorso il vescovo ha istituito un “servizio diocesano” per le situazioni di fragilità familiare che, in coordinamento con l’Ufficio per la pastorale familiare, “possa favorire la formazione degli operatori, rispondere a eventuali dubbi e offrire consulenza ai fedeli che volessero chiarire la propria posizione”.
Su Facebook il video della presentazione: 

«Le cose che non mi tolgono la pace, ma sì mi addolorano, sono i pettegolezzi. E a me i pettegolezzi dispiacciono, mi rattristano. Accade spesso nei mondi chiusi. Quando accade in un contesto di sacerdoti o di religiosi, a me viene da chiedere: ma come è possibile? Tu che hai lasciato tutto, hai deciso di non avere accanto una donna, non ti sei sposato, non hai avuto figli... vuoi finire come uno scapolone pettegolo? Oh, mio Dio, che vita triste! (...).
Davanti alla difficoltà non dico mai che è una “resistenza”, perché significherebbe rinunciare a discernere, cosa che invece voglio fare. È facile dire che c’è resistenza e non rendersi conto che in quel contrasto può esserci anche un briciolo di verità. Questo mi aiuta anche a relativizzare molte cose che, a prima vista, sembrano resistenze, ma in realtà è una reazione che nasce da un fraintendimento... Quando invece mi rendo conto che c’è vera resistenza, certo, mi dispiace. Alcuni mi dicono che è normale che ci sia resistenza quando qualcuno vuol fare dei cambiamenti. Il famoso “si è sempre fatto così” regna dappertutto, è una grande tentazione che tutti abbiamo vissuto. Le resistenze dopo il Vaticano II, tuttora presenti, hanno questo significato: relativizzare, annacquare il Concilio. Mi dispiace ancora di più quando qualcuno si arruola in una campagna di resistenza. E purtroppo vedo anche questo. Non posso negare che ce ne siano, di resistenze. Le vedo e le conosco. Ci sono le resistenze dottrinali. Per salute mentale io non leggo i siti internet di questa cosiddetta “resistenza”. So chi sono, conosco i gruppi, ma non li leggo, semplicemente per mia salute mentale. Se c’è qualcosa di molto serio, me ne informano perché lo sappia. È un dispiacere, ma bisogna andare avanti. Quando percepisco resistenze, cerco di dialogare, quando il dialogo è possibile; ma alcune resistenze vengono da persone che credono di possedere la vera dottrina e ti accusano di essere eretico. Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro. Provo dispiacere, ma non mi soffermo su questo sentimento per igiene mentale».
Parole che Papa Francesco ha rivolto ai gesuiti durante il colloquio a porte chiuse avvenuto lo scorso 16 gennaio a Santiago del Cile. Il colloquio è stato trascritto da padre Antonio Spadaro, esce sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica ed è stato anticipato dal Corriere della Ser a nell'edizione di giovedì 15 febbraio 2018.

http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_15/papa-francesco-blog-che-mi-chiamano-eretico-conosco-chi-li-scrive-non-li-leggo-a4b0eaee-11c6-11e8-9c04-ff19f6223df1.shtml?cmpid=tbd_8e574827EB

http://www.lastampa.it/2018/02/15/vaticaninsider/ita/vaticano/francesco-non-leggo-i-siti-internet-che-mi-accusano-di-eresia-Efs5ojZlYvOci5wddo2V6J/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook


«La liturgia veniva considerata un tempo come l'aspetto cerimoniale dei riti sacri (non a caso veniva abitualmente insegnata nei seminari dal 'Cerimoniere vescovile', il sacerdote che nelle cattedrali guidava i riti presieduti dal vescovo), mentre gli aspetti dottrinali venivano studiati nella teologia 'sacramentaria', che trattava appunto l'Eucaristia e gli altri sacramenti. Per questo si invitava ad 'assistere' alla Messa e, fra l'altro, essendo celebrata in latino e per una certa parte secreto, cioè sottovoce, si suggeriva ai fedeli più devoti di accompagnarla con la recita del rosario o - nei seminari - con la meditazione. Sembrava quasi che la Messa fosse il rito sacro che, tramite la transustanziazione (la consacrazione infatti era il momento centrale, più solenne, segnalato perciò dal suono del campanello che invitava ad una particolare riverenza), induceva la presenza reale di Gesù nell'Ostia, da adorare poi nei momenti successivi, che alimentavano la vera devozione».

Luigi Bettazzi, Non spegnere lo Spirito, 16

Le 4 parole di Bergonzoni per "Contromafiecorruzione".
Il messaggio di Alessandro Bergonzoni per "Contromafiecorruzione" che si è svolto dal 2 al 4 febbraio a Roma.
 


«Mi dichiaro colpevole di fidarmi dell’altro
di sognare a voce alta
di cercare la poesia.
Mi dichiaro colpevole
di dire quello che sento
di scommettere sul sentire
di credere nel detto.
Mi dichiaro colpevole
di sentire che è possibile
piangere un’assenza
un incontro.
Mi dichiaro colpevole
di vivere un altro tempo
di fidarmi di un gesto
di insistere per la verità
Mi dichiaro colpevole
Si.
Mi dichiaro colpevole.
Non me ne pento».
Araceli Mariel Arreche


Giornata mondiale contro la tratta delle persone.
Guarda qui alcuni dati sul fenomeno tratti da un'infografica realizzata da Mani Tese:
https://www.manitese.it/wp-content/uploads/2018/01/INFOGRAFICA_oltre40_low.pdf


“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa ascoltare il fratello, ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare”.
Dietrich Bonhoeffer


Il paese resta senza “don”? Più responsabilità ai laici 
di Riccardo Maccioni 
A volte anche nella Chiesa le ragioni della logica devono prevalere su quelle del cuore. Così nessuno si stupì più di tanto quando il vescovo decise di trasferire don Angelo Ricci da San Martino a Sant’Anselmo. E che altro poteva fare dopo la morte di don Alfio, visto che di preti non ce n’erano?. I numeri oltretutto parlavano chiaro: la nuova parrocchia contava 3.900 anime, contro le 450, tra cui molti anziani, della comunità dov’era stato oltre vent’anni. Inizia in questo modo, dalla notizia di un distacco doloroso e digerito a fatica Le campane di San Martino il racconto (Edizioni Itaca, 88 pagine, euro 10) con cui Maurizio Fileni, parroco a sua volta, descrive il calo delle vocazioni osservato con gli occhi di chi si vede, suo malgrado, “portar via” il prete. Un testo agile, dalla narrazione semplice come le fede dei suoi protagonisti, come la vita quotidiana nel piccolo centro di San Martino, «uno dei quei paesi» che «non ci abiteresti manco morto eppure sono belli fino a far scendere le lacrime». A renderlo vivo e affascinante, nella sua sobria quotidianità, sono le storie della gente del posto, che d’inverno alle sei di sera è già a casa, che magari ti guarda storto per farti pesare un’offesa ma subito dopo è pronta ad aiutarti.
Però con don Angelo che se ne va, cambia tutto e per tutti, compresi Arnaldo de la Peperina, Spajiccia, Gni-Gno e Ni’ de Falaschi, che pure in chiesa non andavano mai. No, non può essere che la domenica non suonino più le campane, che la Messa delle 11.30 ci sia, se va bene, una volta al mese. Che fare, per vincere una sofferenza che «si tagliava a fette»? La soluzione più logica è lo sdoppiamento, o dimezzamento che dir si voglia, dei sacerdoti disponibili. Come il frate che, poveretto, è sempre di corsa e con la gente del posto si prende poco. O don Leo (che in realtà si chiamava Leonardo) il generosissimo

«Succede in treno che arrivi nel tuo posto di seconda classe prenotato e lo trovi occupato da un bambino di colore che dorme tenendo in braccio il proprio fratellino anch'esso dormiente. Succede che non solo il vagone è pieno e non c'è un posto manco a ripagarlo, ma che nel sedile accanto c'è la loro mamma con un terzo bimbo sempre dormienti. Come si fa a svegliarli? Come si fa a dire loro che il posto è mio? Allora succede che vai dal controllore, gli fai cenno di parlare piano e lo avvicini alla scena mentre gli indichi sul biglietto la tua prenotazione. Nel frattempo tutti hanno cominciato a guardare e improvvisamente abbassano la voce, ti guardano, capendo che è giusto cosi, che non possiamo svegliarli. È allora che bisbigli al controllore che "abbiamo un problema, ma è un problema bello". Lui si guarda attorno, tutti sorridono divertiti e scatta l'intesa collettiva. Il controllore si commuove, mi prende sotto braccio e mi porta in prima classe. Mi fa sedere, mi ringrazia e, alle mie rimostranze sul fatto che avevo pagato per la seconda classe, ribatte in modo sorprendente: "Guardi che, grazie a come si è mosso poco fa, lei ha permesso che la nostra umanità si guadagnasse un posto in prima classe ". Ecco... l'Italia è questa, la parte migliore di noi».
di Federico Pichetto - 4.2.2018


Profezia. Creare il futuro 
di Nunzio Galantino
«L’esperienza è l’unica profezia dei saggi» (A. De Lamartine); un’esperienza che, per il profeta, diventa compito. Profezia è una parola composta dal prefisso (pro, “davanti, prima”, ma anche “per”, “al posto di”) e dal verbo (femì, “parlare, dire”). Il profeta quindi è letteralmente “colui che parla prima o al posto di…”; “al posto di Dio”, nell’ambito religioso. Per questo la profezia è il messaggio che Dio, attraverso il profeta, fa giungere agli uomini. Non necessariamente per rivelare un evento futuro. Profezia è una lettura della storia e sulla storia fatta con lo sguardo di Dio. 
Giovanni XXIII, in apertura del Concilio Vaticano II e pur riferendosi alla Chiesa, ha permesso di recuperare la dimensione “laica”, ma non per questo meno decisiva, del ruolo del profeta, presentandolo come colui che è capace di far fare «un balzo in avanti» alla storia, rispondendo «alle esigenze del nostro tempo» e accompagnandolo verso orizzonti inediti. Semmai sussurrando - in tanti piccoli frammenti e con una presenza che parla della sua “esperienza” - percorsi nuovi e coraggiosi. Tutto …“a poco a poco” (A. Casati). La profezia quindi non è necessariamente previsione né monito irruente. Essere profetici significa


#Domande 
di Gianfranco Ravasi 
«Ieri mi sono comportata male nel cosmo. / Ho passato tutto il giorno senza fare domande, / senza stupirmi di niente».
Quando nel 1996 ricevette il premio Nobel, pochi avevano letto qualche poesia della polacca Wislawa Szymborska.
Eppure i suoi versi, spesso ironici, semplici eppure non di rado vertiginosi, potevano diventare – per usare un’immagine biblica (Qohelet 12,11) – «come pungoli o chiodi piantati» nel cervello e nell’anima del lettore. Accade così anche alle parole sopra citate che lanciano una stoccata contro una malattia molto diffusa ai nostri giorni.
Essa può ricevere diverse denominazioni: indifferenza, superficialità, vacuità, banalità, volgarità. È appunto il «passare tutto il giorno» senza un sussulto dello spirito o della coscienza, senza lo stimolo di una domanda (una delle prime raccolte poetiche della Szymborska s’intitolava proprio Domande rivolte a se stessa), senza un briciolo di stupore, senza il fremito di un sentimento profondo. È, questo, il peccato che la poetessa confessa per una sua giornata vuota, ed è quello che invece non è neppure avvertito da chi lascia scivolare via giorni e giorni come fossero solo granelli aridi di sabbia della clessidra del tempo.
in “Il Sole 24 Ore” del 7 gennaio 2017 


Coraggio. Avere un cuore energico 
di Nunzio Galantino 
L’etimologia della parola coraggio rimanda sia al provenzale coratge sia al latino volgare corat-cum, aggettivo di coratum, forma popolare di cor (cuore). C’è anche chi riconduce l’etimologia di coraggio acor (cuore) habere (avere) o cor agere (agire col cuore). In ogni caso, al centro resta il riferimento al cuore. Sicché avere coraggio significa letteralmente avere cuore. Possedere cioè la forza d’animo, la volontà necessaria e la conseguente capacità di affrontare situazioni pericolose, difficili, penose o imprevedibili.Avere coraggio, comunque, non equivale ad avere un cuore... qualsiasi.
La persona coraggiosa ha un cuore energico, forte, determinato che diventa elemento propulsore di gesti, scelte e progetti pieni di vita, capaci di percorrere strade nuove e, per questo, coraggiosi. La persona coraggiosa provoca ammirazione, spesso catalizza attenzione, coinvolge e trascina. Talvolta può anche indispettire e frustrare la voglia di agire degli altri. Importante è – esercizio difficile ed impegnativo - coltivare il


"Padre nostro, tu non ci tenti"
di Gianfranco Ravasi
È stato uno stillicidio che mi ha accompagnato da anni. La domanda era sempre la stessa, anche da parte dei lettori di questa pagina: come si giustifica la sesta delle sette invocazioni di quell’oratio perfectissima di Gesù – come la definiva s. Tommaso d’Aquino – che è il Padre nostro, cioè «non ci indurre in tentazione»? I giornali hanno già riferito le considerazioni di papa Francesco sulla incongruità di questa resa a cui poi si è associata la Conferenza Episcopale Italiana, mentre altri vescovi di varie lingue avevano da tempo introdotto variazioni del tipo «non abbandonarci alla tentazione», «non farci entrare nella tentazione», «non lasciarci entrare in tentazione» e così via.
È curioso notare che la «brutalità» della resa latina della Vulgata – ne nos inducas in tentationem – creava imbarazzo già nell’VIII secolo: due manoscritti latini dei

Festa della Santa Famiglia - 28 gennaio 2018
“Oggi devo fermarmi a casa tua”,
dove abitano coloro che consideri tua famiglia! 
scheda


“Oggi devo fermarmi a casa tua”, dove abitano coloro che consideri tua famiglia!

I “cristiani del campanile” e quelli del vangelo
di Enzo Bianchi
Questa mia riflessione mensile vuole essere una lettura di ciò che accade nella chiesa che è in Italia, delle sue virtù donatele dal Signore sempre fedele. Ma anche delle sue debolezze che, a volte, la estenuano e la pongono in contraddizione con il Vangelo di Gesù Cristo. È questa l'unica parola del Signore che permane e chiede una "forma", uno "stile" al cristiano e alle comunità cristiane presenti nella storia. Non si può negare e trovandomi sovente in altre Chiese europee ne ricevo la testimonianza — che la Chiesa italiana è ancora una presenza viva, ricca di doni e tutt'altro che marginale nella società. L'elemento maggiormente attestato è la testimonianza di carità che essa offre.
In tutto il territorio della penisola, in ogni diocesi c'è stata in questi anni una costante attenzione ai deboli e ai poveri: i fedeli, attraverso il volontariato e la disponibilità dei doni, hanno reso possibile un'organizzazione della carità veramente efficace, capace di raggiungere, in modo capillare, le realtà della sofferenza e del bisogno. Soprattutto le strutture diocesane della Caritas, ma non solo, conferiscono alla Chiesa un volto caritatevole, attento prioritariamente ai poveri. È un tratto tipico della Chiesa italiana fin dal XIX secolo. E papa Francesco ha trovato ad accogliere la sua insistente predicazione sui poveri — destinatari sì della carità, ma anche soggetti che insegnano ed evangelizzano — una Chiesa che, in forme adeguate al mutare dei tempi, sapeva offrire una bella testimonianza.
Questo atteggiamento caritativo è dovuto anche alla sua capacità di prossimità con la gente: i presbiteri, in particolare, sono vicini alle persone, stanno in mezzo al gregge, «conoscono», direbbe papa Francesco, «l'odore delle pecore». Specialmente nelle realtà delle parrocchie di montagna, di campagna e delle piccole cittadine, i presbiteri "ci sono": non sono lontani, non vivono atteggiamenti da burocrati o funzionari.
Potranno essere più o meno "santi" agli occhi della gente, più o meno simpatici, ma


Don Matteo piace perché non assomiglia ai preti veri 
di Marco Marzano 
In tempi di secolarizzazione galoppante, il popolarissimo prete-investigatore televisivo Don Matteo rappresenta un magnifico spot per la Chiesa Cattolica: incarna la figura del sacerdote ideale, della guida spirituale modello.Terence Hill è un attore eternamente giovane malgrado i quasi ottant’anni, è bello, alto, biondo, è fisicamente prestante e così agile da scendere con una sola mossa dalla sua vecchia bicicletta.
Don Matteo vive in una bellissima canonica, arredata con gusto ed è un tipo elegante, con la sua lunga tonaca nera e il basco sulla testa, il corpo curato e slanciato. Poi è simpatico e intelligentissimo, scopre prima dei carabinieri, anche grazie alla complicità del maresciallo Cecchini (il bravo Nino Frassica), i colpevoli degli innumerevoli reati che si consumano in quel magnifico angolo di Umbria (prima Gubbio ora Spoleto) dove la serie è girata.
È inoltre un uomo totalmente devoto alla causa della fede e al servizio dell’istituzione, perfettamente e completamente asessuato, privo di una vita privata e intima, senza contraddizioni, sofferenze, lacerazioni interne, stupide complessità esistenziali, in definitiva senza desideri che non siano quelli di servire l’istituzione che ama e il suo popolo, credente e non. La gente gli porta rispetto, gli chiede consiglio e gli dà del lei; lui usa sempre un tu inferiorizzante e tratta tutti, vecchi e giovani, con la paternalistica sollecitudine che meritano le pecorelle di un gregge di anime smarrite, persone inferiori per status e dignità. Non ha ovviamente una famiglia propria, ma vive con la perpetua e il sacrestano, bruttini e un po’ imbranati, ma anche onesti e volenterosi.
Un “lei” più rispettoso Don Matteo lo adopera solo con i capi della locale stazione dei carabinieri, riconosciuti come suoi pari nella gerarchia sociale, come persone davvero degne di rispetto e di autentica considerazione. Nella serie di Rai1 al prete in sottana nera è attribuito il monopolio assoluto della virtù: in ogni episodio Don Matteo impartisce qualche lezioncina moralistica, spiega, soprattutto ai colpevoli, quale sia il vero senso della vita e illustra il valore e la bellezza della conversione al cristianesimo e della redenzione. È un pastore misericordioso e comprensivo, sempre


La censura sulla collera di Gesù 
di Enzo Bianchi 
In questa stagione ecclesiale caratterizzata anche dall’interesse e della ricerca riguardo all’umanità di Gesù, permane tuttavia una certa timidezza nell’analizzare e mettere in rilievo i sentimenti di Gesù. In particolare si evita di leggere uno di questi modi di comportarsi da parte di Gesù: la collera, l’ira, lo sdegno. A volte si ha l’impressione che si voglia presentare un Gesù uomo come noi, ma dolciastro, oleografico, forse perché l’atteggiamento della collera contrasta con il dominante bisogno di dolcezza, mitezza, rimozione e negazione del conflitto. Eppure, se prendiamo il vangelo più antico, quello secondo Marco, questo tratto di Gesù – mitigato dagli altri evangelisti e talvolta addirittura assente – emerge con chiarezza: l’ira, la collera, lo sdegno non sono solo sentimenti umani che non significano modi peccaminosi, ma sono anzi segno che in Gesù c’erano passione e forte convinzione. La collera è reazione all’indifferenza, al silenzio complice, alla tolleranza acquiescente, alla clemenza a basso prezzo, tutti atteggiamenti che accompagnano chi non conosce l’amore, la passione dell’amore. La collera è l’altra faccia della compassione! Per questo non è possibile dimenticare le parole dure di Gesù, le sue invettive, i suoi atteggiamenti verso alcune situazioni e a volte anche verso gli stessi discepoli. La minaccia, l’invettiva deve essere detta, se è pronunciata come


Sguardi «contemplativi» sull’ospite 
di Nunzio Galantino 
«(...) Siamo tutti in qualche modo, nelle nostre interiorità, ospiti di qualcosa che arriva all’improvviso; che sia una crisi, o un ricordo, o una spina nel cuore. Consapevoli di questo, dovremmo tutti accogliere, abbracciare e far riposare l’altro che stenta, piegato sotto il peso dell’incomprensibile, affamato di una ragione e di uno scopo per la sua vita. 
Nella lingua italiana il termine “ospite” indica contemporaneamente sia chi chiede accoglienza sia chi la offre, come a dire che c’è un legame sottile e nascosto e che, in fondo, la precarietà – e la lontananza – appartiene a tutti, è cosa comune, ci rende simili e quindi fratelli. (...) C’è bisogno di uno sguardo "contemplativo” per cogliere la ricchezza, ma anche la fatica di gesti capaci di migliorare il nostro mondo piuttosto che incattivirlo seminando sterili sospetti e letture faziose. (...)
Fermarsi a ri-leggere la propria vita, con questo sguardo, mentre si continua a camminare volgendo il pensiero a quel che si è lasciato, oppure a quel che si attende, o a quel che si sogna. Per la mia storia personale e per quel che ora vivo, sogno una Chiesa che possa farsi ospite tra gli ospiti (....) Cosa c’è di più bello che sentirsi a casa? Mi son chiesto tante volte incontrando degli sconosciuti con

RE FEDERICO
«C'era un re di nome Federico
che andò in guerra e cercava il nemico.
Ma il nemico era andato
a comprare il gelato
infischiandosene del re Federico
- Nemico, nemico, vieni fuori che ti aspetto! -
- Adesso no, finisco il sorbetto -.
- Vieni fuori che ti aspetto con la spada e con la lancia -.
- Adesso no, perchè ho il mal di pancia- .
Re Federico per la disperazione
buttò la corona e andò in pensione».
da Gianni Rodari, "Le filastrocche del cavallo parlante"

SPOSI AL VOLO & PENSIERI TERRA TERRA

La notizia del papa che sposa in aereo hostess e steward ha comprensibilmente fatto il giro del mondo. Ma per la ragione sbagliata. Chi si è soffermato sulla location plateale - l'aereoplano - ne ha tratto conclusioni davvero terra terra.

Se invece si ascolta la storia dei due, già sposati civilmente da anni e genitori, ci si rende conto che la notizia è un'altra, e cioè che il papa mette in atto la cura pastorale richiesta in Amoris Laetitia. Quello che ha fatto è descritto minutamente al n. 78:

«Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cfr Gv 1,9; Gaudium et spes, 22) ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile […] Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – ed è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove – può essere vista come un’occasione da accompagnare verso il sacramento del matrimonio, laddove questo sia possibile».

Ha verificato le condizioni. Era possibile.
Ha preso l'occasione. Al volo.
di Paolo Pegoraro - 18 gennaio 2018

«Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
nè s’importa degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali».
Bertolt Brecht


Queste foto paradossali mostrano il divario estremo tra ricchi e poveri:
 https://www.lifegate.it/persone/news/oxfam-disuguaglianza-economica



Al salam aleikum
Namaste
Shalom
Pace
Mayi moni
Ci sono milioni di colori
Milioni di suoni come di religioni
Milioni di



"Le persone non falliscono perché mirano troppo in alto e sbagliano, ma perché mirano troppo in basso e riescono".
dal web


«Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero
per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo
per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio
per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace».
Talil Sorek - Talil Sorek era una ragazza israeliana tredicenne quando ha scritto questa poesia che ha vinto un premio ed è diventata famosa in tutto il mondo. Attraverso un’immagine molto semplice, Talil ci fa riflettere su ciò che può significare la parola “pace” in una zona come il Medio Oriente, teatro di molte terribili guerre.


Il 25 dicembre del 1937 a Stamford Bridge si affrontarono Chelsea e Charlton Athletic. Al 55', sul punteggio di 1-1, l'arbitro e i capitani decisero di sospendere la gara a causa della forte nebbia ma l'estremo difensore - e in seguito leggenda - del Charlton, Sam Bartram, non se ne accorse e rimase in campo per mezz'ora in uno stadio ormai vuoto. Lo ritrovò un poliziotto a cui spiegò: "Pensavo stessimo attaccando da un po'".
Leggendo questa storia mi è venuta in mente la vignetta di Charlie Brown che dice: "Una volta ho creduto di vincere nel gioco della vita. Poi mi sono accorto che il gioco era fermo".


FINO A BRUCIARSI GLI OCCHI DEL CUORE

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.

Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!

Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!

Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.

Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

(David Maria Turoldo)




È bello ciò che è buono 
di Nunzio Galantino 
«La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira più che negli occhi di colui che la vede» (K. Gibran). È proprio vero, la bellezza è difficile da riconoscere e da godere senza uno sguardo interiore. È difficile almeno quanto coglierne fino in fondo la radice semantica perché sempre la bellezza tende a comunicare un mistero, una promessa; non sopporta atteggiamenti predatori. E non c’è luogo esclusivo per la bellezza. Nella bellezza si sperimenta qualcosa di infinito, che spinge oltre fino a far sperimentare la pochezza delle parole. 
Il latino bellus (bello), dal quale deriva bellezza, è diminutivo di una forma antica di bonus (buono), prossimo al nostro “carino”. Nella cultura greca arcaica, la bellezza indica l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. È concepita come un valore assoluto donato dagli Dèi all’uomo ed è spesso associato alle imprese di guerra dell’eroe omerico. Il fatto che il termine si origini dalla sostantivizzazione di una coppia d’aggettivi (bello e buono) contribuisce ad associare la bellezza non solo a ciò che è bello per il suo aspetto esteriore. Essa è connessa anche al comportamento moralmente buono. Si capisce allora perché la bellezza – quella vera - è un mistero che ci raggiunge, avvolge e trasfigura. Essa trova dimora, ad esempio, nella natura non violata, nel volto di un