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L'Unico che non finì di danzare
"Un giorno chiesero a Neureyev cosa provava all'idea che, prima o dopo, avrebbe smesso di danzare. Pare che inaspettatamente egli si concesse un ampio sorriso, prima di rispondere con assoluta certezza che quell'addio avrebbe coinciso con l'attimo stesso dell'addio alla vita, perché "solo la morte è la fine della danza".
In un giorno qualsiasi sotto Tiberio, dopo l'ennesimo cadavere tirato giù e sistemato per il sonno eterno, ecco che lo squallido copione si scardina del tutto, e a distanza di duemila anni sia i credenti che gli scettici fanno ancora i conti con l'unico che dopo la morte non finì di danzare.
Nel polittico Averoldi, dipinto cinque secoli fa da Tiziano Vecellio, Gesù è raffigurato con le braccia aperte, quasi si divertisse a mimare la posizione del crocifisso senza più la croce, e si slancia sulla gamba sinistra sollevando l'altra in aria, torcendo il busto: insomma, la sua sembra davvero una danza.
E in quel danzare c'è il riscatto di tutto ciò che la morte ha tolto, sottratto o interrotto agli uomini, c'è il ribaltarsi di tutto. Ecco perché la Risurrezione di Tiziano è formidabile: lo è nella misura in cui ci racconta un Cristo danzante che è una liberazione, un oltraggio, una ribellione scandalosa.
Alla fine sta tutta qui la potenza eversiva del cristianesimo, ahimé cristallizzato in una liturgia che s'è fatta sclerosi, il cui nucleo era e resta: io e voi non ci perderemo, nel tempo, come lacrime nella pioggia".
Stefano Massini
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Resistenza. Non cedere a forze o spinte
di Nunzio Galantino
(...) "La parola resistenza deriva dal verbo composto re-sistere; a sua volta collegato alla radice sanscrita stha, che esprime l’idea dello stare o del rendere fermo/stabile, preceduto dal prefisso rafforzativo re. Letteralmente la resistenza è l’atto fermo e ostinato del non cedere mediante una qualunque
forma di opposizione all’invadenza di una forza o di una spinta. Un termine che evoca essenzialmente staticità e voglia di non cedere. Non riferita però solo all’ambito fisico. (...) Altri autori hanno poi scritto sull’importanza della «resistenza intima», come la chiama J. M. Esquirol. Il filosofo catalano parte da una constatazione fin troppo evidente. Le forze che tendono a disgregare la nostra esistenza e a ridurre in frantumi le nostre relazioni non sono solo le forze esterne o quelle legate al clima. Vi sono pratiche quotidiane e forme di comunicazione che gradualmente, ma inesorabilmente, tendono a indebolire, se non proprio a demolire le risorse interiori di ciascuno di noi. Di fronte alla loro invadenza, può solo salvarci la «resistenza intima»,
che nulla ha a che fare con il comodo e sterile intimismo. Si tratta piuttosto di una resistenza molto vicina a quella maturata nella riflessione e nelle scelte di D. Bonhoeffer. Una resistenza che si nutre di responsabilità, non intende rinunziare all’analisi della realtà, resta fedele alla terra e, per non
arrendersi alla mediocrità, non ama pascersi di slogan irresponsabili".
in “il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2023
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"Quando Dio tace: il mistero della Parola"
(...) "La Bibbia è per eccellenza Parola di Dio, ma è al tempo stesso “mistero”, vocabolo che ha alla base il verbo greco mýein, che significa “tacere, chiudere le labbra” (ed è ciò che accade quando si pronuncia questa parola).
(...) "La prima scena che scegliamo è descritta nel capitolo 19 del Primo Libro dei Re: un uomo avanza solitario sulle pendici scoscese e pietrose del monte Sinai. Alle spalle ha ancora il ricordo di giorni pieni di incubi, quando il potere repressivo lo voleva far tacere non solo chiudendogli la bocca, ma
anche cercando di eliminarlo fisicamente. È Elia, il profeta, il cui nome è già un programma: «Solo il Signore [Jhwh] è Dio». Non lo è Baal, la divinità che la regina Gezabele, principessa fenicia di Tiro, seguita dal marito, il re Acab, vorrebbe imporre al popolo ebraico.
Siamo nel IX secolo a.C. nel regno settentrionale di Israele, distinto da quello di Giuda e Gerusalemme, retto dai discendenti di Davide. A contestare la politica religiosa e sociale, colma di prevaricazioni e di ingiustizie, di quella coppia reale era rimasto soltanto Elia. Il profeta sta ascendendo verso la vetta ove Israele era nato come popolo, il Sinai, in una sorta di pellegrinaggio alle origini. Lassù Elia, che durante la marcia nel deserto era stato afferrato persino dalla tentazione di lasciarsi morire, cerca di ritrovare la sua vocazione profetica, precipitata nella crisi della
solitudine e dell’ostilità. Egli attende che il Signore gli parli.
Forse la voce divina si nasconde nel «vento impetuoso e gagliardo, capace di spaccare i monti e di infrangere le rocce. E invece il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, ci fu una folgore; ma il Signore non era neppure nella folgore» (1Re 19,11-12). È alla fine che accade la grande sorpresa: l’originale ebraico di solito è tradotto così: «Dopo la folgore, ci fu il mormorio di un vento leggero» (19,13). Elia comprende che il vero Dio non è nel clamore, ma nella quiete, non è nella vendetta, ma nella costanza paziente
e, secondo la prassi sacrale, si copre il viso perché − come dice la Bibbia − «nessuno può vedere il volto di Dio e rimanere in vita» (Es 33,20). Tuttavia, quelle tre parole ebraiche, qôl demamah daqqah, prese in sé, significano letteralmente “una voce di silenzio sottile”. Dio è, sì, una voce, ma che ha il suo vertice nel silenzio, nel mistero. Irraggiungibile e irriducibile a figure o immagini, egli è ineffabile e invisibile, tant’è vero che il giudaismo non pronuncerà il suo nome, affidandolo solo a quattro consonanti (Jhwh). Eppure, questo Dio silenzioso non è muto, è attivo e rilancerà Elia nella
sua missione di giustizia e di verità, e il profeta in quel silenzio ritroverà la sorgente della vera parola che giudica e che salva. Ritornerà, così, nel regno di Israele a far sentire di nuovo con potenza la sua voce contro le ingiustizie e le apostasie". (...)
Gianfranco Ravasi, Avvenire, 2.4.2023
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(...) "Con questo suo spirito di servizio, con la sua capacità di fare posto a Gesù, Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Sì, perché è facile attaccarsi a ruoli e posizioni, al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio. Farà bene anche a noi coltivare, come Giovanni, la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù. Farsi da parte, imparare a congedarsi: ho fatto questa missione, ho fatto questo incontro, mi faccio da parte e lascio posto al Signore. Imparare a farsi da parte, non prendere qualcosa come un contraccambio per noi.
Pensiamo a quanto è importante questo per un sacerdote, che è chiamato a predicare e celebrare non per protagonismo o per interesse, ma per accompagnare gli altri a Gesù". (...)
papa Francesco, Angelus 15.01.2023
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Veracità. Come ridare bellezza alla realtà
di Nunzio Galantino
"La veracità è il contrario della menzogna esistenziale. È il contrario della scelta consapevole di eludere, di rinunziare a porsi di fronte agli avvenimenti e ai volti. (...)
La veracità toglie gli occhiali che travisano la realtà. Le restituisce tutta la bellezza, ma anche tutta la sua drammaticità, tanto da esigere sempre una presa di posizione. Il verax (verace), anche etimologicamente, deriva da verum (vero) e ad esso attinge in massimo grado. Si può dire che la veracità è costruita a rinforzo del vero ed esprime la conformità di gesti e scelte esteriori con il proprio vissuto interiore, con i propri pensieri e con i propri sentimenti. Di questi, la veracità è segno. Fatta per lo più di poche parole o, forse, di nessuna.
È una pianta che cresce solo «nel silenzio e nella solitudine» (Romano Guardini, Lettere sull’autoformazione), senza la pretesa ricercata di dare lezioni. Cresce con un’unica pretesa: non mancare all’appuntamento con tutto ciò che chiede attenzione.
È questo il terreno di coltura della veracità. Da una parte, domande, mani tese, ferite che sanguinano, gioie che tendono a esplodere; dall’altra, attenzione, voglia di esserci per non eludere. È questo incontro che rende verace un’esistenza e sostituisce le logiche di calcolo meschino con una luminosità che non acceca, ma illumina e contagia. Proprio perché rinunzia allo scostante voler sapere tutto meglio e al sottolineare in maniera ossessiva sé stessi. Attraverso affermazioni enfatiche, racconti insopportabili, recite ripetitive e sguardi senz’anima.
L’esistenza verace non è al riparo dalla prova della solitudine in cui può essere ricacciata da domande e dubbi sulla strada che si sta percorrendo. Soprattutto quando lo si fa con discrezione e senza tramutare la propria veracità in una clava da brandire, nemmeno nei confronti di chi vive apertamente in maniera inautentica. La persona verace spesso dubita di non essere all’altezza. Questo farà crescere in lei il bisogno di prendersi pazientemente per mano e di fare altrettanto con gli altri".
in “Il Sole 24 Ore” del 16 aprile 2023
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"Non muoia, signor padrone, non muoia. accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi".
Miguel de Cervantes
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#I giardini di Dio
di Gianfranco Ravasi
"Non scongiurare la morte / di lasciarlo qui sulla Terra: / ha già sentito il profumo di Dio, / lascialo andare nei suoi giardini".
Mi ha sempre impressionato il fascino che Alda Merini generava spontaneamente nei giovani quando l’ascoltavano e parlavano con lei. Come è noto, spesso il suo linguaggio era oracolare, talora persino brusco o indecifrabile. Eppure la sua stessa persona, segnata da vicende aspre e immersa in ambienti degradati, creava attorno a sé un alone di rispetto e attrazione. La sua opera poetica, nell’ultima fase di un’esistenza travagliata, aveva ricevuto una sorta di ispirazione religiosa e si era trasformata in contemplazione del Cristo o di Maria o di Francesco d’Assisi.
Fu in quel periodo che Alda si affezionò a me, e le sue interminabili telefonate si colmavano di un’incessante sequenza di immagini, di interrogativi, di narrazioni teologiche. Ho voluto proporre – sul filo dei ricordi personali – alcuni pochi versi che mi aveva inviato alla vigilia del funerale di mio padre, nell’aprile 2007. Nella loro limpida essenzialità sono una profonda meditazione pasquale sulla morte. Il distacco dalla persona cara è sempre lacerante e non vale la giustificazione dell’età o della comune caducità. Ma lo sguardo poetico e credente s’affaccia oltre quella frontiera, aspira il vento dello spirito, respira il profumo dei giardini paradisiaci. Bisogna, allora, avere il coraggio di non trattenere la mano del caro che ci sta lasciando perché egli segua quell’aroma ed entri nell’eterno e nell’infinito di Dio.
in “Il Sole 24 Ore” del 9 aprile 2023

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«Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, che significa “passare”. Non è festa per residenti ma per coloro che sono migratori che si affrettano al viaggio.
Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “passaggio”. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credere.
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale risurrezione. Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede.
ALLORA SIA PASQUA PIENA PER VOI CHE FABBRICATE PASSAGGI DOVE CI SONO MURI E SBARRAMENTI, PER VOI APERTORI DI BRECCE, SALTATORI DI OSTACOLI CORRIERI AD OGNI COSTO, ATLETI DELLA PAROLA PACE».
Erri De Luca
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Tradizione rispettata: in almeno uno dei tre giorni della merla, usare la moto! Quest'anno l'impresa non è stata granché: purtroppo, una splendida giornata "troppo calda"!
Mc
“I giorni della merla” sono, secondo la Treccani, un’espressione di origine lombarda che allude a un’antica leggenda, tramandata di generazione in generazione, circa le sorti di una bella e candida merla. Secondo la leggenda, nei giorni più freddi (29, 30 e 31 gennaio) di un rigido e lungo inverno, una merla dal piumaggio bianco si sarebbe rifugiata sopra un comignolo, insieme ai suoi pulcini, per ripararsi dal freddo. Una volta superati quei giorni, la merla si sarebbe allontanata completamente nera, a causa della fuliggine depositata sul suo candido piumaggio.

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#domande e risposte
di Gianfranco Ravasi
"La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva, invece, dall’avere una domanda per ogni cosa".
Era il 1984 e nelle librerie spopolava un’opera dello scrittore Milan Kundera, "L’insostenibile leggerezza dell’essere". A distanza di molti anni, lo riprendo in mano e ritrovo l’affermazione che ho proposto e che è sostanzialmente un elogio della domanda. Certo, echeggiano spesso nell’aria interrogativi stupidi o inutili; ma ai nostri giorni, soprattutto nei viali informatici, imperano le risposte tanto più asseverative e sprezzanti quanto più sono false e fuorvianti. A Picasso si attribuisce questo motto radicale pronunciato nell’èra in cui tale strumento iniziava ad affermarsi: «I computer sono inutili. Ti sanno dare solo risposte».
Certo, come suggeriva ironicamente un citatissimo Oscar Wilde, «a dare le risposte sono capaci tutti; è a fare le vere domande che ci vuole un genio». E questo è il problema: l’interrogare autentico che fa progredire la scienza, la ricerca aperta all’acquisizione, lo sguardo che perfora la realtà e l’esistenza senza accontentarsi della superficie ovvia, sono esercizi che richiedono già una sapienza di base. Per questo l’ars interrogandi non si adatta allo spumeggiare delle idee vane, ma sboccia dal terreno fertile e arato dello studio e di una conoscenza previa. E, come ammoniva san Paolo, «vagliate e pesate tutto, ma trattenete e conservate ciò che è kalon (bello/buono)» (1 Tessalonicesi 5,21), mentre la poetessa polacca Wislawa Szymborska concludeva: «Chiedo perdono alle grandi domande per le piccole risposte», che di solito noi tutti diamo.
in “Il Sole 24 Ore” del 22 gennaio 2023
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Chissà se qualcuno ha chiesto a qualche defunto di compiere il miracolo di battere lo stile mafioso (ovunque si manifesti).
Magari potrà essere un buon punto di partenza per la causa di canonizzazione.
Marco Paleari, 230116

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#per mano
di Gianfranco Ravasi
"Un vento glaciale infuria da nord, / la neve vien giù a larghi fiocchi. / Amici miei, prendiamoci per mano, / e andiamocene via tutti insieme".
Figura dai contorni mitici, Confucio è un po’ il vessillo dell’antica cultura e spiritualità cinese. Vissuto tra il VI e il V secolo a.C., ha generato una tradizione che gli ha attribuito una serie di opere tra le quali spicca il Libro delle Odi, destinato a una fama parallela a quella assegnata ai Dialoghi. Abbiamo citato pochi versi capaci di creare visivamente un quadretto invernale retto su un contrasto. Da un lato, c’è il brivido che pervade il corpo col soffio del vento gelido e con la neve che scende a larghe falde. D’altro lato, c’è il tepore di due mani che si stringono e che spingono a sfidare il freddo e a raggiungere un riparo o una meta sicura.
«Prendersi per mano» è un’espressione comune per indicare una solidarietà nel pericolo o nella prova; è il passaggio dall’«io» autoreferenziale e orgoglioso al «noi» fraterno. Rimanendo nell’atmosfera sapienziale antica, ascoltiamo un ideale commento al tema, offerto dal Qohelet/Ecclesiaste, sapiente biblico del III secolo a.C.: «Meglio essere in due che uno solo: se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai a chi è solo! Se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi: ma uno solo come fa a riscaldarsi?» (4,9-11). Come ha proposto il filosofo francese Jean-Luc Nancy (1940-2021), all’affermazione Ego sum, «io sono», è necessario aggiungere sempre un Ego cum, «io sono con» l’altro, col mio prossimo, e solo così si ha la pienezza della persona.
in “il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2023

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Epifania, mistero meraviglioso
di Tomaso Montanari
"Adorazione dei magi" (1495-1500), del Bramantino, ora alla National Gallery di Londra

Questa piccola tavola quasi quadrata è capace di contenere tutto insieme *il triplice mistero dell'Epifania del Signore: l'adorazione dei Magi, il battesimo nel Giordano e il miracolo dell'acqua trasformata in vino nelle nozze di Cana*.
La fantasia di Bramantino, capace di calare astruserie medioevali nello spazio di Bramante (e, qui, in un'architettura che pare quasi quella di Brunelleschi) sembra fatta apposta: e il risultato è straniante quasi come quello della Flagellazione di Piero, dipinta mezzo secolo prima.
Come in una Sacra Conversazione, che non si cura dei tempi storici ma vive nell'eterno presente di Dio, i Magi trovano ad aspettarli non solo la Sacra Famiglia (col Giuseppe in rosso, nell'ombra alla sinistra di chi guarda), ma anche un Giovanni Battista (anche lui in rosso, a destra) che dovrebbe avere solo sei mesi più del cuginetto appena nato, e invece qua è uomo fatto e lo indica nella sua veste di Precursore.
Anche i Magi, del resto, sono strani: il vecchio burbero a sinistra si è appena tolto il turbante, poggiandolo ai piedi della Vergine, accanto al cubo rosa e al largo vaso verde che contengono i doni degli altri due Re. Lui, invece, il suo vaso metallico alto e stretto lo poserà lì tra poco, salendo sulla pedana.
Alla nostra destra, in primissimo piano, un personaggio più giovane offre un altro recipiente rosa: l'acqua da trasformare in vino per le nozze? E gli altri due Magi, dove sono? Forse vanno identificati con la figura del moro dal turbante rosso, e con quella del giovane dal turbante azzurro: i quali, avendo già fatto il loro dovere, si sono già un po' allontanati, e aspettano alla nostra destra? cofaghi vuoti, dello stesso colore dei tre doni, posti in primo piano? Forse sono le future tombe dei Magi, che si trovavano proprio nella Milano di Bramantino, in Sant'Eustorgio, e che Federico Barbarossa aveva svuotato portando i corpi a Colonia?
Non era facile dipingere la rivelazione di un mistero a tutte le genti: e di un mistero grande come quello di un Dio onnipotente incarnato in un bambino. Ma qua c'è tutto: c'è la carne e c'è il mistero. E c'è l'apertura a tutti i popoli del mondo: rappresentata in modo insuperabile da quella Madonna che indossa anche lei un turbante. Perché da quel momento in poi, che lo vediamo o no, non ci sono più identità, nazionalità, costumi diversi, ma solo il mistero meraviglioso della nostra comune umanità.
in “il Venerdì” del 6 gennaio 2023
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#la bontà illogica
di Gianfranco Ravasi
"Oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla".
Fu tra i primi a varcare la soglia del palazzo della Cancelleria di Berlino raggiungendo l’ufficio di Hitler, da ufficiale dell’Armata Rossa. Ma fu anche successivamente un perseguitato dalla brutalità paranoica di Stalin, fino alla morte per cancro a 59 anni nel 1964. È Vasilij Grossman, scrittore ebreo sovietico, a lasciarci nella sua opera Vita e destino (1960) questa bella testimonianza sulla bontà quotidiana, generosa, delicata, gratuita, immotivata e «illogica» agli occhi di chi, invece, tutto calcola e soppesa anteponendo il proprio vantaggio.
L'amore vero sciala, non rispetta le leggi dell'interesse personale, dona e si dona con gioia, tant'è vero che si è soliti dire che, quando due innamorati elencano il costo dei regali che si sono fatti, è perché stanno ormai lasciandosi. L'amore autentico e pieno è illimitato, come sa bene un genitore, pronto a mettere in pratica una delle ultime frasi pronunciate da Gesù prima di essere arrestato: «Non c'è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Giovanni 15,13). La bontà «illogica», però, non si manifesta solo in questi estremi, ma si rivela – forse con più coraggio – ogni giorno nei piccoli gesti della quotidianità. È forse questo il vero eroismo, umile e nascosto, senza gloria e gratitudine, e quindi alto e puro.
in “Il Sole 24 Ore” del 3 aprile 2022

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Mette tristezza vedere che i cattolici,
che - come tutti i credenti in Cristo -
avrebbero la possibilità di accedere alle fonti della Luce, della Sapienza, della amorevole Verità di Dio Padre,
si lascino guidare dalle emozioni,
quelle definibili come "banali", "scontate", "generiche", "effimere".
Non è genericamente "il mondo" quello che vive di emozioni;
non è genericamente "la società" quella che segue modelli divergenti dal Vangelo nella considerazione delle persone e delle cose;
siamo noi, noi della famiglia dei discepoli cattolici di Gesù.
Idolatri del culto delle emozioni,
senza spina dorsale,
abbindolati da slogan, salamelecchi, interessi.
Condotti da pifferai di affermazioni inutili,
mercenari unti,
maestri nella diabolica arte di abbindolare chi
- a volte colpevolmente -
è povero negli affetti, nella mente e nell'onestà intellettuale.
Come disse l'Unico Maestro,
"i poveri li avete sempre con voi" (Mc 14,7),
e anche a questi approfittatori bisogna voler bene.
Marco Paleari, 230105

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Da tempo assistiamo ad un neo-nominalismo: assegniamo alle parole un significato diverso da quello che esse hanno, piegandole al contentuo che vogliamo comunicare.
Oppure - il che è peggio - usandole per mascherare il vuoto.
"Parole di circostanza", le chiameremmo.
"Parole riempi-bocca" per affabulatori del nulla.
"Parole senza senso e senza morale", sdoganate da urlatori senza cuore, senza fegato, senza midollo.
"Parole profumate di essenze o di incenso", sbuffate da cortigiani.
"Parole sgrammaticate", senza un ordine logico nè sintattico, fatte per riempire post, colonne di giornale, dichiarazioni, interviste.
I più ignoranti, gli sbadati, i pusillanimi, gli approfittatori... ci cascano o ci sguazzano, fungendo da amplificatori non incolpevoli.
Marco Paleari, 230102
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"Il testo è di una semplicità delicatissima, e tratteggia, come innumerevoli altri canti tradizionali, la scena di Maria e Giuseppe che camminano verso Betlemme e chiedono accoglienza, per sentirsi rispondere bruscamente così:
Se traen cartos que entren
e senon que se vaian.
Ossia: se avete soldi (cartos), entrate, e altrimenti andate via. Al che Giuseppe, il quale si ritrova in tasca solo «un real de plata» (una moneta d’argento), si cruccia, vedendosi respinto con la sua «Nena ocupada, fermosa» (bella ragazza incinta).
Maria però lo consola:
Non te apenes Xosé,
non te apenes por nada,
¿qué máis cartos ti queres
que isto que me acompaña?
Non darti pena, Giuseppe, non darti pena per nulla. Che soldi vuoi, [che valgano] più di Colui che mi accompagna? (...)".
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