"Ho sognato un coro"
Finita la cena don Fabiano ha imbracciato la chitarra e si è messo a cantare, sostenuto da don Michele e don Alex. Piano piano tutti ci siamo uniti: “Quel mazzolin di fiori”, “Piemontesina bella”, “Samarcanda”… La sala si è riempita di musica e di sorrisi. Trenta preti e diaconi felici che cantano e scherzano. Giovani di trent’anni e adulti oltre gli ottanta. Radunati dalle stesse note. Siamo qui a San Bartolomeo al Mare per tre giornate di studio. Molto intense. Ora li guardo cantare e sorridere insieme. Consapevoli dei problemi, ma con la voglia di crescere nelle relazioni. Perché la stima reciproca genera gruppo. L’amici-zia e il dialogo generano comunione. Insieme si possono fare meraviglie. Troppo spesso siamo “animali solitari”, lavoratori solitari, convinti di dover portare i pesi da soli, poco disponibili alla collaborazione. Preti solitari, condannati a portare da soli il peso della pastorale. Ora, invece, mentre cantiamo, tutto si fa più leggero. La condivisione alleggerisce la vita e il lavoro. La condivisione è come la musica: ti costringe ad un ritmo che non è creato da te, eppure cambia il cammino in danza. È una costrizione che libera. Dialogare significa accogliere l’altro, dargli spazio, ascoltare, imparare, concedere tempo. È un peso, spesso faticoso. Eppure ossigena e arricchisce. Rinnova. Alleggerisce. Fa camminare. Li guardo cantare e mi rallegro. Anzi canto volentieri con loro. Si ammorbidiscono le differenze: di età, di ruoli, di formazione. Ci lasciamo guidare dalla stessa musica. E, come per incanto, diventiamo armonia. Chi canta bene e chi non tanto, chi è intonato e chi meno. Diventiamo un coro. Li guardo cantare e sogno una Chiesa che sa “cantare insieme”. Una Chiesa che smette di chiedere “certificati di buona condotta” e si impegna a “cantare insieme, a più voci”. Li guardo cantare: qualcuno conosce bene la musica, altri no. Ma insieme si fa coro. Siamo piemontesi, pugliesi, siciliani, brasiliani, africani, costaricani… Guidati da musiche non scritte da noi. Sogno una Chiesa che si lascia guidare dalla voglia di costruire una società più umana, al ritmo di una Parola non scritta da noi. Lasciando da parte piccoli attriti e piccole differenze. A volte, nelle nostre comunità, ci impuntiamo su piccoli dettagli, su piccole norme, su piccole abitudini. Dimentichiamo la voglia di “volare alto”. La voglia di “cantare insieme” sia le canzoni del nostro repertorio che quelle del repertorio altrui. Sogno una Chiesa aperta e mite. Ricordando le parole di Norberto Bobbio: «Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa 'aiuola', tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantasticata e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale». Quando canti in gruppo dimentichi il rigore della logica e ti lasci trasportare dalla canzone proposta a turno dai presenti. Quando parte una canzone sconosciuta stai ad ascoltare e poi, in punta di piedi, canticchi il ritornello con gli altri. In punta di piedi cerchi di entrare, di accordarti, di unirti al resto del coro. Ecco il segreto per camminare insieme.
vescovo Derio Olivero, Le Parole per dirlo, su "L'Eco del Chisone", 22 gennaio 2026