Il peso delle parole

di Bernard Rivière

Leggendo l'Ecrit intérieur di Jacques Noyer di qualche settimana fa [ndr. “Bisogna credere alla resurrezione?” del 23 aprile 2010], mi è sembrato utile offrire qualche chiarimento sul linguaggio, in particolare sulle parole usate nella Chiesa cattolica oggi. Fortunatamente, noi sappiamo leggere, scrivere, discutere, dialogare, polemizzare. Le idee ci abitano, sappiamo valutare il peso delle parole sentite o lette, valutare la finezza delle immagini, registrare l'impatto dei colori. Il nostro cervello percepisce e registra ogni giorno migliaia e migliaia di segni, di messaggi, di impulsi diversi. Molto spesso, troppo spesso forse, restiamo schiacciati dalla valanga visiva o sonora di questi messaggi. Li facciamo nostri, li rigettiamo, li ignoriamo? La nostra scelta non importa molto, qualunque essa sia, essi si imprimono e ci modellano e in maniera più o meno insidiosa trasformano il nostro giudizio e i nostri atti. Ma cosa succedeva 200, 300 anni fa, o prima ancora? La stragrande maggioranza delle persone non sapeva né leggere né scrivere. Non c'erano manifesti sui muri delle città e dei paesi, non c'erano giornali (o quasi), non c'era pubblicità, ecc. Le “notizie” passavano di bocca in bocca, di casa in casa, avare di parole, che però, per il fatto stesso di essere povere e semplici, avevano un grande impatto sulle popolazioni poco istruite. Il clero godeva di una certa istruzione e quindi si sforzava, nelle campagne, di trasmettere in termini adeguati qualche rudimento della fede cristiana. Quei preti, certamente generosi, hanno dato ai loro fedeli ciò che loro stessi avevano ricevuto dalle generazioni precedenti. Nel Medio Evo, le vetrate e le sculture delle nostre chiese e cattedrali raccontavano i grandi misteri della fede, le scene bibliche, le storie di certi santi locali. I parroci, i monaci di ogni ordine che percorrevano le campagne, predicavano, con consapevolezza, la buona notizia con le parole e i concetti propri della loro epoca. È stato così per secoli. La fede fu incarnata in un tempo determinato, con certe parole, con il peso delle parole. Leggendo la Bibbia, facilmente si scopre che il Libro di Isaia non è dello stesso tipo del Libro dei Proverbi o del Vangelo di Luca. Ad ogni epoca della vita corrispondono delle parole, delle immagini, dei concetti, che “dicono” un periodo. Alcuni esempi molto semplici possono chiarire questa affermazione. Quando Giovanni (1,29) fa dire a Giovanni Battista, parlando di Gesù: “Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, sapeva che i suoi lettori (o ascoltatori) erano in grado di collegare questa espressione con il libro dell'Esodo (capitolo 12,1 e seguenti), dove si parla delle offerte che il popolo di Israele doveva fare a Pasqua. Chi, ai nostri giorni, sentendo durante la messa il prete che mostra l'ostia e dice “Ecco l'Agnello di Dio”, capisce cosa c'entri quell'agnello in una chiesa di periferia stretta in una foresta di casermoni? Chi conosce la ragione per cui il vescovo ha nelle mani un grosso bastone (il pastorale) durante le grandi cerimonie religiose? Chi può dire che cosa significa la nozione di “resuscitare dai morti” per una coscienza di oggi? Chi, davanti ai drammi che sconvolgono il mondo, può dire senza batter ciglio “Dio Padre Onnipotente”? (...) Allora, non bisogna più aprire la Bibbia e cancellare per sempre le parabole di Gesù? Il vescovo dovrà indossare un completo con giacca e cravatta per assomigliare al suo popolo riunito attorno alla cattedra per la festa di Pasqua? Affermeremo che Gesù non è resuscitato? O che Dio non c'entra niente con quello che succede nel mondo? Che la Chiesa deve essere messa sullo stesso piano della setta animista sperduta in qualche giungla dell'Amazzonia? Tali domande poste in questo modo, come molte altre, hanno una evidente risposta. Chi vi risponderebbe in maniera affermativa? Sembra importante e urgente che i cristiani, e con questa parola intendiamo tutti i cristiani, che si tratti del papa, dei padri o delle madri di famiglia, dei giovani o dei vecchi, dei vescovi, degli uomini o delle donne o non so chi altro, osino porsi con lucidità questa domanda: la fede in Gesù Cristo viene veramente proposta agli uomini e alle donne del 2010, a degli esseri che sono quello che sono, ricchi delle loro ricchezze, poveri delle loro povertà, che desiderano sentire delle parole udibili e comprensibili per loro oggi? In nome di una sedicente tradizione fatta di sedimenti accumulati, accatastati gli uni sugli altri nel corso dei secoli, non dimentichiamo forse la meraviglia della Tradizione, della ricerca di Dio descritta lungo tutto il Primo e il Nuovo Testamento? Questa Tradizione è viva, evolve pur restando fedele e dinamica, aperta al mondo in fedeltà alla Parola. La Parola reca in sé un peso di vita, un peso di saggezza e di verità. Ma bisognerà, se vogliamo trasmettere a nostra volta la Tradizione della fede alle generazioni future, accettare di spogliarci dei nostri linguaggi di un'altra epoca. Se ci rifiutiamo di cambiare radicalmente certe parole usate, diventate prive di valore e di peso oggi, è evidente che il “testimone” non circolerà più. Questa conversione è divenuta urgente.

in “www.temoignagechretien.fr” dell'11 maggio (traduzione: www.finesettimana.org)