Il mio coma, esperienza radicale dell'«essere straniero»

di don Giovanni Nicolini

Un tesoro molto personale. Forse troppo autoreferenziale. Forse vanitoso. Spero non solo così nell'affetto e nella considerazione dei lettori. Nel giugno scorso uno strano "incidente" mi ha messo in coma per nove giorni, esplodendo come all'improvviso. Di quei giorni non ricordo assolutamente nulla. Sono rimasto immerso in un mondo tutto mio, con qualche riferimento al reale, ma in gran parte del tutto fantastico, anche se pieno di pensieri, di avvenimenti e di sentimenti. Appena cominciato a uscirne, ho chiesto di avere qualche foglio e una penna e con molta fatica ho provato a commentare l'incidente, mettendo giù qualche parola in una grafia quasi indecifrabile. Quei nove giorni di totale assenza seguiti poi dal racconto delicato e paziente dei miei cari sono stati in questi mesi la fatica più grande della mente e del cuore. L'esser stato così vicino all'ultima soglia senza saperlo. L'esservi stato respinto. E tutto senza dolore fisico, senza alcuna consapevolezza di pericolo, senza la possibilità di preparare quella "buona morte" che ogni giorno chiedo nelle Avemaria del rosario alla potente protezione della Madre di Dio. Qui ho trovato il mio piccolo, prezioso "tesoro nel campo". Ho letto in quei fogli scritti male la memoria ormai distante degli anni in cui ho diretto la Caritas di Bologna, quando gli eventi, e una parola, mi hanno invaso e occupato: la parola «straniero». Tutto allora era emergente e drammatico. E' grande l'esperienza quotidiana dei miei limiti e delle resistenze che, dentro e fuori dalla Chiesa, rendevano arduo ogni tentativo di andare incontro al dramma di questi fratelli venuti da lontano. Nei momenti più difficili, quella parola «straniero» mi incalzava e mi sfidava a livelli sempre più profondi dello spirito. Straniero è parola di rilievo nella grande tradizione ebraico-cristiana, al punto che i padri della Chiesa nascente così amavano qualificarsi per dire di un cammino verso la vera «terra». «Parroco» è parola di origine greca che vuol dire «pellegrino». E «parroci» sono nella Lettera di Pietro tutti i cristiani. La parola «ebreo» trae forse la sua origine da un verbo che significa «passare». Perché non si è ancora arrivati! Allora, nella povertà e spesso nella sconfitta del mio lavoro, mi era istintivo pensare che se quasi niente riuscivo a fare per i miei fratelli stranieri, voleva dire che io mi dovevo fare «straniero» per loro e con loro, per essere io a ricevere da loro l'ultimo senso della mia piccola vita. Ho cominciato allora a farmi piacevolmente «pellegrino»: a piedi a Roma, a piedi a S. Giacomo di Campostella... un pellegrinaggio bello, ma certamente lontano dall'avventura drammatica di questi miei nuovi fratelli. Più sottile e profondo di tutto questo, più segreto e, devo dirlo, più angosciante, capivo che il termine dello straniero mi chiamava più lontano. Ho provato allora ad estraniarmi almeno un poco in «terre» meno attraenti: mangiare cibi decisamente cattivi; dormire con persone con le quali non avrei mai pensato di condividere una stanza. Ma anche questo si affacciava su un passo ulteriore, che insieme mi affascinava e mi spaventava. In un dibattito sottoculturale che invita a resistere allo straniero con la rivendicazione forte della propria «identità», capivo che c'era un ulteriore passo da compiere: il divenire «straniero» anche di me stesso. Ma non sapevo come fare. Il Signore me l'ha fatto scoprire. Quei nove giorni di coma provo dunque a coglierli come il modesto segno di quel «non essere più me stesso» che ha portato il Figlio di Dio all'esilio della carne e all'obbedienza della croce. Quando mi sono "risvegliato", alzando lo sguardo mi sono accorto che un giovane rabbino di Galilea chiamato Gesù gemeva e moriva per me.


in “Jesus” n. 10 dell'ottobre 2010