Concordo con chi è preoccupato del disagio sociale e della debolezza politica e culturale in cui si agita il nostro Paese: troppi sono scontenti di ciò che non va (cfr il famoso pre-'68); troppi sentono che la povertà non è così lontana; troppi hanno imparato la demolizione sistematica dell'avversario politico con ogni mezzo (si veda chi legge peggioramento sostanziale del clima istituzionale con la famosa "discesa in campo", 15 anni fa); troppi hanno la percezione di un'ingiustizia tale, che l'unico a cui rivolgersi sembra essere il Gabibbo. Troppi. E a più livelli, compreso quello ecclesiale, che non riesce più (e meno male!) a imbonire e trattenere le masse. Ritengo che il grave pericolo è che questo disagio non verrà ascoltato sul serio, esploderà in forme violente, siano esse di massa o di pochi esagitati... o più disperati.


don Chisciotte



Un Paese prigioniero delle curve da stadio

Editoriale - La Stampa

Nell'Italia degli ultrà, delle minoranze che sequestrano i diritti delle maggioranze, il confronto delle idee sta diventando impossibile. S'avanza una strana idea di libertà e di democrazia: non più il diritto di dissentire, criticare, contestare, sacrosanto in un sistema sano e ben funzionante, ma il diritto di impedire al tuo avversario di parlare.

Non importa se c'è una sala piena di persone che vorrebbero ascoltare, cercare di capire, formarsi un'idea, magari anche fischiare, non importa perché la logica delle curve dello stadio si sta impossessando del Paese. Così si ragiona nei termini dell'invasione di campo, del lancio del fumogeno contro il portiere avversario, si cerca di interrompere la partita e si festeggia la squalifica del campo. Non si tratta più di giocare e cercare di vincere, l'importante è fermare tutto.

Si dirà che questo accade perché troppi si sentono esclusi dalla partita e spinti ai margini, perché sulle gradinate del benessere e delle sicurezze sociali c'è sempre meno posto, che la politica vive e gioca a porte chiuse e non lascia nessuno spazio a chi è fuori. C'è del vero, ma oggi faremmo bene a vedere che è suonato un campanello d'allarme. Chi ha colpito Raffaele Bonanni ha tirato ciò che aveva in mano e si era portato da casa, questa volta era un fumogeno ma niente vieta di immaginare per il futuro una pietra o altro. Non lo si voleva tacitare ma metterlo in fuga e spaventarlo.

E' giunto il tempo di preoccuparsi di una convivenza possibile nella società, il primo passo parte ancora una volta dal linguaggio: sacrosanto condannare ora l'aggressione, ma ogni soggetto politico e sociale del Paese, al pari dei mezzi di comunicazione, farebbe bene a mettere da parte in fretta demonizzazioni e scomuniche. E' tempo che si torni ad usare le parole per il significato che hanno, prima di trovarci a vivere davvero in uno stadio dove i tifosi ospiti devono arrivare scortati e il fumo dei bengala annebbia la vista.