Mi sembra utile partire da una delle numerose icone della Chiesa d'Oriente che rappresentano la scena della Trasfigurazione. È l'icona di Teofane il Greco che risale al XV secolo ed è chiamata «Trasfigurazione di Novgorod». È molto bella. In alto si vedono tre figure: Gesù completamente bianco come la luce, sfolgorante come il sole, alla sua destra e alla sua sinistra Mosè ed Elia. Si trovano su tre picchi rocciosi, dove è difficile rimanere, a dire che lo stare sulla montagna non è un adagiarsi sull'erba, bensì un resistere su picchi di roccia dura e arida; comporta quindi una fatica, un rischio, richiede coraggio ed equilibrio. E' pure significativo guardare i tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni. Colpisce che, oltre ad essere spauriti e intimiditi di fronte alla luce abbacinante di Gesù, sono addirittura sconvolti. Uno è precipitato all'indietro, rovesciato con la testa all'ingiù, e si copre la faccia con le mani. Sembra dirci: non capisco niente, è troppo per me, non mi raccapezzo, non riesco a guardare la gloria di Gesù. Probabilmente è l'apostolo Giacomo. In mezzo sta un altro, forse Pietro, che è invece piuttosto pensoso e si copre la bocca con la mano. Non guarda Gesù, ma riflette tra sé e sé: non so che cosa sta accadendo, il Signore mi sopravvaluta, mi chiama al di là di ciò che posso comprendere. E quindi pieno di timore, pieno di paura. Mentre il terzo discepolo, Giovanni, ha più coraggio nel guardare Gesù, pur essendo ancora timoroso. E' inginocchiato, riverente, ma con la mano sembra esprimere al Signore il desiderio di entrare nella sua luce. Mi ha colpito il fatto che gli iconografi consideravano questa esperienza sublime e sconvolgente nello stesso tempo. E io penso che la resistenza dei tre discepoli fosse dovuta alle tentazioni della montagna, e insieme alle tentazioni e ai peccati della pianura. Si sentivano, in altre parole, attratti dalla carnalità, dalla mondanità; sono l'immagine di noi che, quando cerchiamo di entrare nella preghiera, ci accorgiamo della nostra povertà, carnalità e mondanità e abbiamo bisogno della grazia di Dio per essere purificati e illuminati. Chiediamo allora al Signore di farci conoscere questi vizi della pianura, che sono dentro la nostra psiche e rendono prigioniero il nostro cuore, impedendoci anche soltanto di iniziare la salita sul Tabor. Quand'anche non fossimo coscienti di peccato grave, saremmo sempre sotto la schiavitù e la pesantezza di tali difetti. Guardiamoli perciò in faccia con molto coraggio.
Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor, 58-60.
Trasfigurazione, tra stupore e timore
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