Laici teologi, una porta ancora stretta nella Chiesa

di Isabelle de Gaulmyn

Può un laico pretendere di fare teologia? Porre così la domanda sembra aberrante al giorno d'oggi. Ma non è passato molto tempo da quando, nel 1953, padre Yves-Marie Congar riteneva che “i laici non faranno mai teologia come i preti (poiché) la teologia propriamente detta è per eccellenza un sapere di chierici, e perfino di preti”. Ma, dopo, c'è stato il Concilio Vaticano II, che ha fatto sorgere l'idea che la teologia potesse essere il fatto del “popolo di Dio”, cioè di tutti. Tuttavia, ancora nel 2010, la cosa non è così evidente. Perché, anche se la possibilità teorica esiste, diventare teologo per un laico assomiglia spesso ad un percorso ad ostacoli, e in generale nella Chiesa è ancora poco riconosciuto. Certo, esistono dei corsi di formazione in alcuni istituti per dei catechisti, o dei responsabili di pastorali diverse. Ma l'insegnamento teologico nel senso universitario, cioè conoscenza delle Scritture, della Tradizione, accesso alle fonti e riflessione critica, è ancora poco aperto ai laici. (...) Fare teologia non significa quindi fare un tipo di studi coronato da una laurea statale. E gli sbocchi sono rari (...). Eppure, ogni anno, [anche in Francia] dei laici tentano l'avventura della teologia. Uno dei percorsi più importanti è stato creato dall'institut catholique di Parigi 40 anni fa, sulla scia del Concilio, dedicato specificamente alle persone che lavorano, il ciclo C: sette, presto otto anni di corsi serali. L'università di Strasburgo (concordataria) propone l'equivalente per corrispondenza. L'università di Tolosa offre anche un settore per i laici. Esistono anche altri percorsi, sostenuti dall'institut catholique di Parigi, a Rouen e a Clermont. Chi sono questi laici? (...) La prima constatazione è che ci sono tanti uomini quante donne, e con una piramide delle età piuttosto giovane: il 70% ha tra i 30 e i 60 anni. Una proporzione poco abituale, sottolineano i due sociologi che hanno fatto l'inchiesta, Jean-François Barbier-Bouvet ed Eric Vinson, in una Chiesa in cui i “militanti” sono piuttosto anziani e di sesso femminile. Perché fanno teologia? Non prima di tutto per motivi di ordine del “servizio”, per la Chiesa o per dei movimenti. Seguono questo insegnamento innanzitutto per se stessi: per acquisire una migliore comprensione della propria fede (l'85%) e per una ricerca di arricchimento spirituale (il 70%). Per quanto riguarda il desiderio di assumere delle responsabilità nella Chiesa (o svolgervi dei compiti con maggiore competenza), solo l'8% lo adduce come motivazione. Del resto, solo il 16% degli ex studenti del ciclo C vede nella formazione in teologia di un numero maggiore di laici la soluzione di una condivisione più corretta ed efficace delle responsabilità nella Chiesa: come se, da subito, presentissero che, in quanto laici, le loro competenze in teologia sarebbero poco riconosciute. Tuttavia sono molti (il 60%) quelli che, una volta fatti questi studi, si impegnano nella Chiesa. Con una differenza che mette ben in luce l'ampiezza dei compiti svolti oggi dai laici: dall'animazione di corsi di formazione di ogni genere, alla preparazione al matrimonio, all'accompagnamento dei funerali, all'accompagnamento spirituale, alla partecipazione al consiglio pastorale della parrocchia, alla redazione di giornali, alle cappellanie di prigioni, di ospedali... Ma non sono per niente soddisfatti del mondo in cui la Chiesa trae profitto dalle loro conoscenze: il 29% ritiene che esse non vengano affatto o non vengano veramente utilizzate, e il 42% che vengano utilizzate soltanto poco, che è un riflesso senza dubbio di una Chiesa ancora abbastanza clericale nei suo modi di funzionamento. In compenso, questi studi hanno, in maniera inattesa, delle ricadute reali per la loro vita sociale. In fondo, riassume Jean-François Barbier-Bouvet, “le loro conoscenze sembrano loro talvolta sottoutilizzate nel mondo religioso rispetto a ciò che speravano, e utilizzabili invece nella società civile più di quanto immaginassero”. Dopo tutto, non si realizza in questo modo l'intuizione profonda del Vaticano II? Come sottolinea Brigitte Cholvy, teologa che dirige il ciclo C, “i tempi moderni hanno visto svilupparsi una teologia di seminario, preoccupata della formazione di un clero competente. È possibile che oggi sia necessaria una teologia laica, non tanto una teologia per dei laici e fatta da laici, ma una teologia del mondo, la cui sfida sarebbe, in una cristianità secolarizzata, che quest'ultimo venga sperimentato laicamente e pensato teologicamente”.

in “La Croix” del 19 marzo 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)