I numeri possono raccontare una storia molto più drammaticamente di una qualsivoglia lunga esposizione di fatti. Nel 1946, i cristiani della Palestina, allora sotto mandato britannico, ammontavano al 22% della popolazione della zona. Oggi, essi costituiscono solo il 2% delle persone che vivono in Israele e nelle zone controllate dall'Autorità palestinese. La scomparsa di questa comunità cristiana, che risale al tempo degli Apostoli, è ora una possibilità che può diventare reale. L'esodo dei cristiani è motivato dalla lotta che essi debbono combattere per vivere sia in un mondo musulmano sempre più fondamentalista all'interno delle zone controllate dall'Autorità palestinese, sia in Israele dove, alla stregua degli arabi, essi sperimentano le stesse restrizioni negli spostamenti, dei loro vicini musulmani. (...) L'arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, e quello di Canterbury, Rowan Williams, hanno radunato esperti di tutto il mondo per un seminario presso il Lambeth Palace per discutere sulla situazione dei cristiani in Terra Santa. Testimonianze di chi si è trasferito dalla Terra Santa hanno evidenziato la lotta che i cristiani devono affrontare per educare i propri figli, trovare una casa e far fronte alle gravi restrizioni nei loro spostamenti: quest'ultimo problema ostacola enormemente la pratica della loro fede. Innumerevoli politici hanno cercato una soluzione alla crisi in Medio Oriente, dove un'intera generazione di musulmani, cristiani ed ebrei è cresciuta in mezzo a violenza, diffidenza e odio. Questo seminario è stato incentrato sul costo umano di quel conflitto politico, e sul prezzo pagato soprattutto da parte dei cristiani. Come ha detto il card. Jean-Louis Tauran - presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e là presente in rappresentanza del Papa - esiste il concreto pericolo che il cristianesimo diventi una parte di un “parco a tema” di carattere culturale piuttosto che costituire una testimonianza vivente proprio nella terra in cui Cristo è vissuto, morto e risorto. E' evidente che i cristiani di Terra Santa hanno bisogno della solidarietà di quanti in altre realtà condividono la stessa fede, ma hanno bisogno di qualcosa di più di un vago senso di angoscia nei confronti della loro sfortunata condizione. La solidarietà, come espresso anche dalla Dottrina Sociale della Chiesa, richiede invece determinazione, dedizione e comprensione. Gli organizzatori del seminario si trovano ora di fronte alla necessità di costruire sulla base di ciò che hanno iniziato, impegnandosi tra l'altro nella sensibilizzazione degli altri cristiani riguardo alla situazione in Terra Santa, e nell'avvio di progetti concreti, come ad esempio raccolte di fondi che potranno aiutare le aziende e fornire di case la regione. Questo approccio pastorale deve anche essere accompagnato dall'azione dei responsabili delle chiese e di altre istituzioni per ricordare loro che i cristiani di Terra Santa non sono una minoranza che può essere dimenticata, ma un gruppo di persone che hanno una dignità propria e che meritano di godere di diritti e libertà. La strategia per raggiungere ciò richiederà un'azione diplomatica abile se le chiese vorranno altresì continuare a mantenere un dialogo costruttivo con i musulmani e gli ebrei, nonostante i rilievi critici riguardo al trattamento dei cristiani. (...) Gli arcivescovi Nichols e Williams sono entrambi sostenitori di tutta una serie di attività ed hanno influente autorevolezza per la realizzazione di questa impresa. I loro sforzi potrebbero rivelarsi fruttuosi per tutte le persone coinvolte, e non solo in Terra Santa.
in “The Tablet” del 23 luglio 2011 (traduzione di Maria Teresa Pontara Pederiva)
Solidarietà con la Terra Santa
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