Io penso che l'espressione richieda piuttosto, in primo luogo, una riflessione sull'umanissimo e realissimo atto del mangiare, sul senso simbolico e antropologico del mangiare. Come ha scritto Pierre Benoit: "Nell'eucaristia è il corpo stesso di Cristo che, nella sua pienezza di fonte di grazia, viene a noi; e non è attraverso un contatto più o meno superficiale ed effimero, ma attraverso il modo più intimo e duraturo possibile: l'assimilazione di un alimento" . Tra l'altro, il verbo greco usato qui da Giovanni per "mangiare" è trógo, che alcuni traducono letteralmente "masticare". Abbiamo cioè un riferimento all'attività di masticazione essenziale all'atto di mangiare e che implica la trasformazione del cibo (dunque del mondo) tramite la distruzione delle forme solide per renderle digeribili e assimilabili. Per questa via possiamo recuperare il realismo del testo giovanneo e renderlo eloquente oggi, reagendo anche a quella tendenza verificatasi nella tradizione cattolica che ha spiritualizzato il pane eucaristico riducendolo a esilissima ostia che non doveva essere masticata, toccata dai denti del comunicante e ricevuta sulle sue mani, e che ha tralasciato la comunione al calice, al bere quel vino, simbolo del sangue di Cristo, che Gesù, secondo le redazioni di Matteo e Marco dell'istituzione eucaristica, aveva chiesto che "tutti" bevessero (cf. Mt 26,27; Mc 14,23). Per l'uomo il mangiare è atto primordiale e riconoscimento iniziale del mondo. Il suo legame con la vita è essenziale da quando il bambino è feto nel ventre materno fino alla morte. L'atto di mangiare è rinvio all'attività culturale dell'uomo: implica il lavoro, la preparazione del cibo (dunque il piano della natura e della cultura), la socialità (nel raccogliere e preparare il cibo come nel consumarlo), la convivialità. Infatti, l'uomo mangia insieme con altri uomini e il mangiare è connesso a una tavola, luogo primordiale di creazione di rapporti. A tavola si condivide il cibo e si scambiano parole, sicché il mangiare implica anche la creazione culturale più straordinaria: il linguaggio. L'atto di mangiare investe la sfera affettiva ed emozionale dell'uomo ed è un simbolo antropologico che coglie l'uomo nelle sue profondità più intime e nascoste e lo situa nel legame con la terra, con il cosmo, con la polis, con la società, con il mondo. "Non esiste per l'uomo un assenso più totale a tutto ciò che lo circonda dell'atto di mangiare. E il modo umano di dire il proprio sì, perché è nello stesso tempo il sì del corpo e dell'anima... Ogni boccone di pane è in qualche modo un boccone di mondo che accettiamo di mangiare" . L'atto di mangiare rinvia l'uomo al suo essere corpo sia come bisogno, sia come legame con l'universo: mangiando, infatti, noi assimiliamo il mondo in noi e lo trasformiamo. Il mangiare inoltre ricorda all'uomo la sua caducità, il suo essere mortale: si mangia per vivere, ma il mangiare non riesce a farci sfuggire alla morte. Dicendo "chi mangia me" Gesù raggiunge dunque l'uomo nella sua dimensione corporea, nella sua quotidianità e nel suo bisogno universale, essenziale per vivere, che è il mangiare.
Luciano Manicardi, Il corpo, 58-61
Masticazioni
- Dettagli