Avvento



 


tratto da Romano Guardini, La Santa Notte. Dall'Avvento all'Epifania, 11-21


 


     Le festività della Chiesa certo rammentano fatti trascorsi, ma sono anche presente, attuazione viva; poiché ciò che è accaduto una volta nella storia, deve farsi continuamente evento nella vita del cre­dente. Allora è venuto il Signore, per tutti; ma Egli deve venire sempre di nuovo per cia­scuno. Ognuno di noi deve sperimentare l'at­tesa, ognuno l'arrivo, perché gliene nasca la salvezza.


 


     Quando udiamo così tale notizia, forse ci viene il pensiero: quel che è importante nella vita, debbo essere io a trovarlo! Deve scaturi­re dal mio stesso impegnarmi e lottare. Così, anche la salvezza deve necessariamente esse­re cosa della mia serietà e del mio sforzo. Che significato deve avervi l'attendere Uno che viene da altrove?


 


     Ma non sarebbe un pensiero giusto. Certo - debbo di necessità volere ed eseguire io stesso, per quanto concerne ciò che mi è più proprio; tuttavia questo non sarebbe tutto e nemmeno la cosa decisiva.


Che cosa v'è di più importante per me che trovare un amico nella vita? Un amico è una persona che non pensa solo a se stessa, ma anche a me; uno, cui sta a cuore che le cose mi vadano per il verso giusto. Quindi un amico è una realtà grande e preziosa. Ma io me lo posso creare da solo? Certo no! Posso andare a prendermelo da qualche parte? In verità, allo stesso modo, no. Io posso essere ricettivo e vigile, al fine di notare quando mi si avvicina una persona che può divenire im­portante per me - ma è necessario che ven­ga! Venga verso di me dallo spazio a perdita d'occhio della vita umana. In qualche occa­sione ci incontriamo, veniamo a dialogare e poi si sviluppa quella realtà bella e feconda che prende il nome di amicizia...


 


     Così è anche per l'amore. L'uomo ha biso­gno della donna, che gli sia compagna, e la donna dell'uomo, che le possa essere come una 'patria', affinché poi essi nella reciproci­tà creino quel mondo vivo, che si chiama fa­miglia e casa - ma l'uno può fabbricarsi l'al­tro? Ancora una volta no. Lo può cercare; cercare tuttavia significa avere delle mire, e la mira, l'intenzione cosciente come guasta facilmente ogni cosa! No, ma l'altro deve ne­cessariamente una volta venire a lui dall'am­piezza del mondo, dalla moltitudine delle persone, in qualche momento...


 


     Se riflettiamo con precisione, le cose stan­no in modo simile per la nostra professione, il nostro lavoro di vita, la nostra posizione nella totalità dell'esistenza - parecchio di questo possiamo conquistarlo lottando - ma dell'altro, e non irrilevante, deve necessaria­mente risultare dalle combinazioni della vita. Deve aprirsi la possibilità; io debbo vedere: qui, ora - e poi gettarmici dentro. Certo allo­ra sono io stesso a buttarmi e a impegnarmi nell'opera, ma prima mi si è schiusa la possi­bilità.


 


     Molte cose, importanti, decisive poggiano su combinazioni e incontri, che non ho di­sposti io stesso, che non ho potuto far emer­gere con l'energia mia propria. Sono venuti, mi si sono offerti.


     Anche la nostra salvezza poggia su una ve­nuta. Gli uomini non hanno potuto escogita­re né produrre da sé Colui che la opera; Egli è venuto presso di loro dal mistero della li­bertà divina. Quanto spesso hanno tentato di farlo! In tutti i popoli ci appaiono figure di salvatori, che sono scaturite dall'esperienza vissuta della distretta [bisogno pressante, necessità] dell'esistenza. Portano i tratti dei Greci e dei Romani, degli Indiani e dei Germani, e incarnano nella loro immagi­ne [di Salvatore] ciò che il loro popolo e la loro epoca hanno inteso come salvezza. Poi­ché però sono nati dal mondo, non sono sta­ti in grado di portarlo all'aperto, nella liber­tà, e poiché sono formati della materia del tempo, sono passati con esso.


 


     Il Salvatore reale è venuto dalla libertà di Dio: in un piccolo popolo, che certo nessun consiglio delle nazioni avrebbe scelto; in un'epoca, che nessuno potrebbe dimostrare fosse quella giusta; in una figura di fronte al­la quale, se ci riesce di strapparci il velo dell'abitudinarietà, ci coglie lo stupore: perché proprio in questa? Così la decisione della fe­de in buona parte consiste nell'eliminare i criteri propri di ciò che è giusto e convenien­te e nell'accogliere Colui che si appressa, ve­nendo dalla libertà di Dio: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signo­re!» (Mt 21, 9).


 


     Questo ci dice l'Avvento. Ogni giorno ci esorta a meditare sul miracolo di questa ve­nuta. Ma ci ricorda pure che essa adempie il suo senso quando il Redentore non viene so­lo presso l'umanità nella sua totalità, ma an­che presso ciascun uomo in particolare: nelle sue gioie e angosce, nelle sue conoscenze chiare, nelle sue perplessità e tentazioni, in tutto ciò che costituisce la sua natura e la sua vita, a lui solo proprie. Egli deve farsi consa­pevole: Cristo è il mio redentore; Colui che mi conosce fino in quanto mi è più gelosa­mente proprio, assume il mio destino nel suo amore, mi illumina lo spirito, mi tocca il cuore, mi volge la volontà a ciò che è giusto, retto.


 


     Così l'Avvento è il tempo che ci ammoni­sce a interrogarci, ciascuno nell'intimo della sua coscienza: Egli è venuto da me? Io ho no­tizia di Lui? V'è confidenza tra Lui e me? Egli è per me dottore e maestro? Ma poi su­bito l'ulteriore domanda: Nel mio intimo la porta è aperta per Lui? E la decisione: La vo­glio spalancare.


Amici miei, come potrebbe avvenire que­sto?


 


     Scendiamo al piano assolutamente prati­co. Che cosa potremmo fare? Soprattutto cercare di fare qualche esperienza di Lui. Po­tremmo prenderci un libro che tratta di Lui, e leggervi ogni giorno di queste settimane che portano al Natale. Ma non leggere come facciamo per istruirci su qualche argomento, bensì con cuore aperto, nell'anelito dello spi­rito. Leggere così che dalle parole possa farcisi incontro la verità viva; nel modo inteso da Agostino quando nelle Confessioni narra come sia venuto agli scritti di Plotino e da es­si gli si sia dischiusa la spiritualità di Dio. «E io percepii» dice, «come si percepisce col cuore». In questa parola v'è tutto Agostino - ma anche l'uomo in genere, poiché quando un grande parla attingendo a quanto gli è più proprio, in lui parla l'essenza di tutti. «E» - dice proseguendo - «non vi fu più possibi­lità di dubitare» (Conf. 7, 10). Così deve farsi chiaro per noi Gesù Cristo; «luminosamente evidente», come dice la bella espressione[1], il suo essere, il suo agire e il suo de­stino.


 


     Perché ciò tuttavia possa avvenire, occorre più che un semplice leggere e pensare. Per quanto indispensabile sia questo, non basta. Poiché quel che in questo caso deve conosce­re è più profondo dello spirito naturale; più profondo del cuore che la nascita ci ha dato. E l'uomo nuovo in noi, che «è nato da Dio» e cresce verso la vita eterna (Gv 1, 13). Così Agostino afferma che, dove si tratti della ve­rità, v'è certamente il magister exterius docens, il Maestro che insegna dall'esterno; quindi, la persona che ci parla o il libro che leggia­mo. Le sue parole però rimangono esterne, finché non parla il magister interius docens, il Maestro che insegna dall'interno. Ma quegli è Dio.


 


     Non basta dunque soltanto leggere e pen­sare; dobbiamo anche pregare. Vi può essere chi ha in capo i testi dell'Antico e del Nuovo Testamento, ha familiarità con lo stadio at­tuale della Leben-Jesu-Forschung, della «ricerca sulla vita di Gesù», e tuttavia non sa quanto è l'essenziale, l'autentico! Dobbiamo pregare che Colui, il quale solo ha conoscenza del Cristo vivente, lo Spirito Santo, voglia opera­re affinché la sacra figura del Signore ci si faccia luminosamente evidente. Che ci avvenga quanto intende Giovanni quando dice: «Abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Uni­genito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).


 


     «Epifania» non solo dello spirito, ma an­che del cuore. L'aprirsi degli occhi e insieme l'animo che viene toccato. Allora la figura di Cristo emerge dalle pu­re e semplici espressioni che ne parlano. Egli diviene reale, si fa vicino, e tra Lui e noi s'in­staura quel legame, che significa obbedienza, fedeltà, fiducia, accordo e si chiama «fede». Fede reale e non un semplice «tener-per-vero», che è l'ordine esterno, mentre la fede reale è la chiarezza nello spirito, l'esser tocca­ti nel cuore, la coscienza viva della realtà san­ta e sacra. E ciò che solo Dio può dare, ma noi dobbiamo pregarlo di concedercela.


Sarebbe questa la seconda cosa che possia­mo fare in Avvento.


 


     Credo però che dobbiamo aggiungerne una terza, esercitare l'amore. Non si può co­noscere Cristo come si conosce una persona qualsiasi della storia, ma solo da quella pro­fondità interiore che nell'amore si ridesta.


     Forse si obietterà: Che cosa dici ora? Che si possa conoscere Cristo soltanto se lo si ama - ma come debbo amarLo se non so ancora nulla di Lui? E' giusto - sebbene invero l'amore abbia molti gradi, e già nella prima ricerca possa essere amore, in quanto è più di un mero voler sapere. Ma lasciamo stare questo aspetto e pensiamo che è amore ver­so Cristo il nostro quando amiamo i suoi fra­telli. San Giovanni nella sua prima lettera dice: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (Gv 4, 20).


     In questi giorni dunque vogliamo esercita­re l'amore, perché ci si aprano gli occhi a scorgere Cristo. Vogliamo farlo dove ci tro­viamo, in rapporto alle persone con cui vivia­mo: dare loro il diritto d'essere così come so­no; accoglierle continuamente e vivere con loro in amicizia... Da quest'ambito prossimo attorno a noi, la nostra famiglia, la cerchia degli amici nostri, la nostra professione, poi l'amore si dilata a coloro che stanno più lon­tano, a seconda del modo in cui la vita ci porta appresso il loro essere e il loro bisogno.


 


     Queste tre cose sono strettamente con­giunte.


     Dapprima il cercare e pensare e leggere, affinché il nostro sapere su Cristo si arricchisca. Infine, interroghiamoci dunque onestamente: che è tutto quel che leggo nel corso d'una settimana? Quanto di ciò è su­perfluo? Quanto inutile? E quanto tempo de­dico a libri che parlino di quanto è più im­portante? Se ci interroghiamo con serietà e rispondiamo con lealtà, probabilmente ci vergogneremo.


     La seconda cosa è chiedere a Dio che ci il­lumini. A questo bastano le parole più sem­plici. Ma se vogliamo testi colmi di energia divina, sono a nostra disposizione, pensiamo soltanto ai due stupendi inni Veni, Creator Spiritus e Veni, Sancte Spiritus, entrambi con­tenuti nel Messale.


     La terza cosa è per noi aprire la strada al­l'illuminazione con l'esercitare l'amore. Non in pure parole, ma sul serio; non in senti­menti, ma nell'agire.


 


     L'Avvento reale sorge dall'intimo. Dall'in­timo del cuore umano credente e so­prattutto dalla profondità dell'amore di Dio. Ma dobbiamo preparare la via al suo amore. Non per nulla nel Vangelo della Messa della quarta domenica d'Avvento appare la figura del Precursore, e la «voce di uno che grida nel deserto» risuona: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3, 4-6).







[1] Einlenchten = «evidenziarsi», letter. «illuminare da dentro» (n.d.t.).