Dal Vangelo della odierna liturgia ambrosiana (Mc 12,13-17): «Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
Possiamo trarre qualche semplice considerazione relativa alla complessa questione della tassazione degli immobili (che siano della Chiesa cattolica o no) destinati ad uso commerciale:
- la legislazione esiste, è per tutti e per il bene di tutti, quindi tutti devono rispettarla;
- la legislazione può essere migliorata, per il bene di tutti e affinché sia più chiara;
- coloro che fossero tentati di "dribbarla", devono far di tutto per comprenderla e metterla in pratica;
- chi non osserva una legge giusta (nel caso non fosse giusta, ci sarebbe il caso di obiezione di coscienza), incorre in una sanzione.
don Chisciotte
I conti che non mi tornano sull'Ici
di Roberto Beretta
La mia diocesi - che si vanta di essere «la più grande e la più organizzata del mondo» (uè, mica siamo milanesi per niente...) - sta mandando in giro per le parrocchie certe pattuglie di "finanzieri curiali" affinché controllino, informino e - se necessario - intervengano sui pagamenti dell'Ici. È senza dubbio un effetto (benefico, a mio parere) della campagna mediatica sulle esenzioni fiscali alla Chiesa, scatenata nei mesi scorsi e non ancora placata.
Salta fuori così che non pochi parroci - e siamo, lo ripeto, nell'«onesta e danarosa» Lombardia - l'Ici non la pagano proprio. O meglio: la pagano solo in parte, non per tutti i locali per cui sarebbe dovuta. E la cosa non avviene nemmeno per cattiva volontà: solo non lo sapevano - e nessuno gliel'ha mai contestato. Infatti l'Italia è un Paese tale che non è facile neppure conoscere quali tasse bisogna pagare.
Ad esempio: sono pochi i sacerdoti che versano l'Ici per il campo di calcio dell'oratorio; eppure dovrebbero farlo se (anche solo poche volte in un anno) l'affittano a terzi... E chi la paga per il baretto che vende liquerizia ai bambini due volte la settimana? Tuttavia, a norma di legge, pure questo è soggetto. E il teatro o il cinema parrocchiale? Sono sottoposti a tributo anch'essi, a meno che vengano adibiti ad esclusivo - ripeto: esclusivo - uso di cineforum ovvero alle recite di compagnie amatoriali.
Non mi sono inventato queste regolette: le ho prese pari pari da uno specchietto pubblicato dalla stampa cattolica. Leggendo il quale ho avuto due reazioni: da una parte mi sono rafforzato nell'idea che, al di là delle ripetute dichiarazioni di principio che «la Chiesa l'Ici l'ha sempre pagata», l'evasione almeno parziale del reverendo parroco (anche inconsapevole o «a sua insaputa») è praticamente generale; dall'altra mi sono spaventato perché, se le prescrizioni sono tanto severe, un sacco di piccole ma utili strutture sono davvero a rischio di fallimento.
E allora non mi tornano più i conti. Noi abbiamo assistito - finora - a uno scontro di due opposte fazioni: di qui i «laicisti» che, strillando di evasioni fiscali macroscopiche, con alberghi a quattro stelle esentati solo perché al loro interno avevano una cappella e residence mascherati da case del clero, chiedevano una revisione della legge; di là i «clericali», i quali difendevano invece il regime esistente e nel medesimo tempo smentivano ogni trattamento di favore. Mentre nessuno, né da una parte né dall'altra, ha affrontato la semplice questione dei campetti d'oratorio che dovrebbero pagare l'Ici intera, o dei saloni parrocchiali offerti dietro modesto compenso per le prove del coro cittadino e dunque soggetti a balzello paritario con altre realtà ben più lucrose.
Non mi tornano i conti - dicevo. Se le cose stanno così, infatti, saremmo dovuti essere noi cattolici i primi a insorgere e chiedere di cambiare la legge! È infatti obiettivamente ingiusto paragonare il cinema parrocchiale (una proiezione pomeridiana settimanale) al multisala, oppure ipotizzare che il bar oratoriano - il quale magari apre due ore al giorno o solo la domenica - faccia davvero concorrenza a un pubblico esercizio e dunque sia chiamato a contribuire al fisco per la medesima aliquota... Perché non l'abbiamo fatto? Forse perché ci conveniva lasciare tutto nel vago? Mi viene il dubbio insomma che la nostra difesa ad oltranza dell'esistente - almeno finché il cardinale Bagnasco non ha aperto a un possibilismo legislativo - sia stata in realtà gestita nella prospettiva dei «forti» (cliniche private, scuole cattoliche, alberghi gestiti da religiosi, eccetera), mentre dei «piccoli» - obiettivamente gravati da imposte che forse persino i radicali giudicherebbero eccessive - non si è curato nessuno.
Adesso il governo ha annunciato una revisione delle norme e vogliamo credere che la Cei interverrà a eliminare le ambiguità non solo a nome dei «grandi», bensì in vista di una regolarizzazione della situazione fiscale «normale» della maggior parte delle parrocchie: le quali non vogliono certo evadere il fisco, ma nemmeno chiudere per debiti alcune piccole attività sociali. Invece forse con le regole attuali lo dovrebbero fare.