La parola incompresa

di mons. Gianfranco Ravasi

La critica a un'informazione spesso approssimativa, superficiale, prevenuta e fin ostile per ragioni di principio, non deve quindi esimere la comunità ecclesiale da una ferma autocritica nei confronti dei propri limiti. Le evidenti incomprensioni che allignano nella società non devono produrre un rassegnato vittimismo e neppure un'altezzosa noncuranza del fenomeno. Anche se l'odierna esasperazione della comunicazione, la sua accelerazione ed estensione costituiscono una novità, nella sua sostanza, un fenomeno costante che risale alle origini stesse della cristianità. Quella che appare ai nostri occhi come la primavera della Chiesa (e che per molti versi lo era) fu una stagione tutt'altro che idilliaca, sottoposta a gelate, a tempeste, a devastazioni. E questo non solo a livello di vita ecclesiale: emblematiche sono le divisioni accese che frantumavano la Chiesa di Corinto, fieramente denunciate da san Paolo (1 Corinzi 1, 10-16).

La crisi si manifestava anche a livello di comunicazione, e l'apostolo lo conferma a più riprese puntando l'indice contro una serie di deviazioni dottrinali e morali che si ramificavano attraverso l'oralità, il medium allora dominante, «turbando e sovvertendo» (Galati 1, 7), «provocando divisioni e ostacoli contro l'insegnamento appreso» (Romani 16, 17), «incantando gli stolti» cristiani della Galazia (Galati 3, 1). Il fascino della stravaganza e dell'eccesso attirava già allora, al punto che san Paolo polemizza con alcune comunità cristiane nelle quali «ci si circonda di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Timoteo 4, 34).

Anzi, la forza «performativa», cioè efficacemente incisiva, della comunicazione