Il coraggio di non tradire

Parlare e tacere due verbi per dire volontà e necessità di comunicare e, insieme, di essere attenti e discreti. Difficile resta distinguere quando occorre l'uno e quando l'altro. Talvolta costa parlare, altra tacere; può essere aggressivo sfogo parlare, vigliaccheria tacere; come può essere necessario il coraggio per parlare e una interiore forza per tacere. Per chi cerca di misurarsi con l'evangelo, quella resta la pietra di paragone per orientare il proprio comportamento e valutare quello altrui.

La ponderazione, la verifica delle conseguenze prevedibili di un'affermazione, l'attenzione agli ambiti in cui dire e al linguaggio da tenere non possono sempre indurre a rinviare o a soprassedere: sono tempi in cui negli ambienti cosiddetti cattolici troppo spesso si evita di parlare. Addirittura si teorizza che è meglio tacere per evitare polemiche, per non scontentare, non creare dissenso, non dispiacere a chi sta sopra. Non correre rischi di perdere privilegi o occasioni di carriera. Si dice che la chiesa sia una comunità e forse è un'utopia, ma almeno dovrebbe avere una dimensione comunitaria: e qualunque dimensione comunitaria è impossibile ove manchino dialogo e confronti franchi, che non devono significare conflitti, né, tantomeno, comportare lacerazioni.

L'invito del Gallo, ripetuto ogni mese dalla nostra testata, è proprio a un'allerta costante e al coraggio di non tradire. Non possiamo teorizzare di appartenere a un popolo sacerdotale, come chi frequenta la messa ripete ogni domenica, e tacere fingendo di credere che nella chiesa solo alcuni dirigenti abbiano diritto di parola e di rappresentare l'intero popolo in cammino nello spirito del Cristo. Non ignoriamo i rischi, compreso quello del fraintendimento e dell'emarginazione, ma il canto del gallo non può lasciarci indifferenti. Sempre naturalmente valutando le circostanze, pensando a lungo, motivando con rigore.

E con prudente discernimento dobbiamo riconoscere le ambiguità di chi pretende di parlare con autorità religiosa, di dare indirizzi canonici e non profetici, di chi intende dare ordini e non suggerimenti alle coscienze, imporre dottrine e non chinarsi alle sofferenze. Dobbiamo riconoscere i compromessi di chi per ragioni secolari e non evangeliche non denuncia la corruzione del potere, ma, compiaciuto e compiacente, siede al tavolo dei suoi esponenti per creare un consenso richiesto incambio di privilegi.

Si dovranno trovare le modalità e i canali più idonei, si dovrà scegliere dove il dissenso si esprime dicendo e dove tacendo, ma non è evangelico chiamarsi fuori quando il profeta chedenuncia la corruzione di Erode viene messo a tacere con la complicità dell'autorità religiosa che sta con il sovrano e non con il profeta.

Oggi profeti ne conosciamo pochi, la stessa parola fa scuotere il capo: corrotti e malavitosi ne conosciamo purtroppo molti e ne subiamo danni quotidiani in questo nostro paese portato ai margini della legalità fra applausi irresponsabili e indifferenze complici. Ma anche di voci oneste e corrette, uomini e donne, dentro e fuori la chiesa istituzionale, impegnati a ricostruire una civile decenza per fortuna ne conosciamo tutti: questi dobbiamo imparare a sostenere, fra questi vorremmo collocarci e con loro collaborare, questi vorremmo che ci fossero indicati dalle eminenze del magistero che con sconcerto vediamo invece banchettare con il potere cercando di nasconderne la corruzione e di garantirne la permanenza.

Editoriale in “Il Gallo” n° 2 del febbraio 2011