Il Tao preso sul serio
di Gianfranco Ravasi

Ha la copertina un po' sgualcita e reca la polvere del tempo, ma ho ritrovato il volume Cammini di contemplazione che avevo acquistato nel 1972. A tradurlo dall'originale francese del 1969 era stato Enzo Bianchi, l'attuale priore di Bose, allora certamente ignoto ai più, ma già attento ai temi della vita spirituale. Autore di quel testo era un gesuita, Yves Raguin, nato nel 1912 nei pressi di quel delizioso villaggio medievale che è Chinon, dominato da un grandioso castello, uno dei tanti della Loira. Già durante i suoi studi di teologia, egli era stato attratto dal fascino dell'Oriente cinese, tant'è vero che nel 1946 era a Harvard per perfezionarsi in quella cultura e nel 1949 migrava a Shanghai ove allora prosperava una comunità cattolica, dotata anche di un'università. Ma sulla Cina stava per abbattersi l'onda rossa maoista e, così, padre Raguin fu costretto nel 1953 a migrare a Taiwan. Da quell'isola egli irradierà non solo il messaggio ma anche la sua presenza viaggiando in Vietnam, Cambogia, Filippine, Macao, Corea, Hong Kong, compiendo una serie di soggiorni che si concluderanno di nuovo a Taiwan. Qui condurrà in porto un poderoso dizionario, detto Le Grand Ricci, che sarà completato solo nel 2002, quattro anni dopo la sua morte avvenuta nel 1998. Questo monumento linguistico, composto di 7 volumi, 9mila pagine, 15mila caratteri cinesi con 300mila significati, recava il nome di quello straordinario gesuita marchigiano, Matteo Ricci (1552-1610), che aveva stabilito il primo ponte tra cattolicità e mondo cinese.
Di Raguin appare ora un'opera di particolare suggestione: essa ha una matrice orale perché nasce da un corso da lui tenuto tra il 1977 e il 1982 a Taipei, la capitale di Taiwan, su impulso dell'arcivescovo locale. Lo scritto rivela quest'impronta didattica e, quindi, risulta utile per il lettore profano occidentale (non solo cristiano) che vuole scoprire – attraverso una sinossi ideale – le due vie della spiritualità, quella del Tao nel suo sfrangiarsi tematico secondo le molteplici forme orientali, ma anche quella del cristianesimo. Essa ha, certo, una radice evangelica, cresciuta però successivamente in un albero lussureggiante, a partire da sant'Agostino discendendo «per li rami» fino a Meister Eckhart, Teresa d'Avila, Giovanni della Croce e così via.
Questa comparazione tra le due spiritualità – bisogna marcarlo subito – non è meramente accademica, anche se ogni pagina rivela in filigrana una rigorosa matrice filologica e storico-critica (non per nulla alla fine il sinologo Matteo Nicolini-Zani allega un glossario dei caratteri cinesi usati dall'autore, con la relativa accezione). La ricerca di Raguin ha una dimensione anche esistenziale e si allinea a quella di altre importanti figure della mistica e della teologia cattolica contemporanea, che hanno anche vissuto in contatto e spesso in comunione con le esperienze spirituali orientali. Ne hanno respirato l'anima, cercandone le sintonie, registrandone le discrasie, ammirandone la purezza e autenticità: si pensi, ad esempio, a Thomas Merton, a Raimon Panikkar, a Henri Le Saux, a Bede Griffiths o a Jules Monchanin, solo per citare i più noti.
Siamo, dunque, in presenza di una navigazione nei mari dello spirito, del divino, del mistero, procedendo secondo il contrappunto (non necessariamente dialettico) fra trascendenza e immanenza. E come affermava un autore poetico-spirituale del Cinquecento spagnolo, Fray Luis de León, «en Dios se descubren nuevos mares cuanto más se navega». I nuovi mari sono appunto quelli delle tradizioni orientali che spaziano dal buddhismo al taoismo, dallo zen allo yoga fino al confucianesimo. Ma per navigare senza sbandare o, peggio, incagliarsi nello scoglio del sincretismo, scoglio avvolto nella nebbia di una banale "con-fusione" di religioni, è necessario impugnare saldamente una mappa nautica. È ciò che Raguin offre nella prima anta del trittico in cui è articolato il suo corso, dedicata proprio alla «struttura del mondo spirituale». Sono pagine di un'intensità inattesa ove si dipanano le questioni centrali tematiche, teoriche ed esistenziali, che fanno subito comprendere quanto sia falsa la vulgata diffusa a livello colto e popolare secondo la quale la mistica è una sorta di decollo sentimental-emotivo verso cieli eterei, esoterici, alienanti.
Chi leggerà questi capitoli s'accorgerà anche quanto suoni falsa e fin banale certa spiritualità orientale che miscela yoga e yogurt, messaggio e massaggio, fitness e ascetica, spiritualità contrabbandata da alcuni guru d'Oriente, accolti con gridolini di ammirazione in certi salotti borghesi, pronti a immergersi nel gioco della "meditazione". Muniti, invece, di una mappa seria, giunge il momento di salpare.
La seconda tavola del trittico è appunto intitolata «Viaggio nel mondo spirituale»: qui si propone l'attrezzatura per la navigazione lungo alcune traiettorie, come lo sono "la via dello Yoga" e "la via del Chan" (termine cinese equivalente al sanscrito dhyana, ossia «visione, meditazione»), ma anche "la via delle forme", quella "verso l'intimo", "la via espressiva" e "dell'illuminazione". L'ultimo passo, quando si compie «il vedere il sé e il vedere Dio», è la santità che ha profili differenti nel Tao e nel cristianesimo, pur in una consonanza di fondo o forse più di sfondo. Ecco perché è necessaria l'ultima pala del trittico, quella che dipinge i ritratti dei differenti maestri di spirito, a partire da Cristo, Paolo e Giovanni fino ai citati autori della mistica classica sia cinese sia cristiana. Qui forse si potrebbero avanzare alcune riserve nella rilettura che Raguin delinea di queste figure e delle loro opere. Questo, però, non inficia la bellezza sostanziale della terza tavola, dedicata alla concreta declinazione delle esperienze spirituali e dei loro linguaggi espressivi, spesso simili a stampi rigidi che vanamente cercano di comprimere l'incandescenza vitale delle pratiche mistiche, delle parole e dei simboli che devono esprimere l'ineffabile. Ma la ricchezza esemplificativa, dispiegata dalla straordinaria competenza del gesuita franco-cinese, aiuta anche il neofita a varcare la soglia del "mistero", termine greco che ha paradossalmente per radicale il verbo del silenzio, il myein che è «tacere», un silenzio che non è, però, mutismo bensì rivelazione.

Yves Raguin, Il Tao della mistica, Introduzione di Maciej Bielawski, traduzione di Riccardo Larini, Fazi editore, Roma, pagg. 452, € 18,00

in “Il Sole 24 Ore” del 1 dicembre 2013