La Pace di Natale
di padre Carlo Maria Martini
Mi sono sempre sentito a disagio con la facilità con cui a Natale e poi a Capodanno si fanno gli auguri di beni grandiosi e risolutivi, auspicando che le feste che celebriamo portino pace, salute, giustizia, concordia.
Quando diciamo queste parole sappiamo bene che per lo più non si avvereranno e passata l'euforia delle feste ci troveremo più o meno con gli stessi problemi.
Non è questa l'intenzione della Chiesa nel celebrare la festa del Natale.
Essa intende ricordare con gratitudine il piccolo evento di Betlemme che, per chi crede, ha cambiato la storia del mondo e ci permette di guardare con fiducia anche ai momenti difficili della vita, in quanto illuminati e riscattati dal senso nuovo dato dalle vicende umane dalla presenza del figlio di Dio.
Ma non ci si limita al ricordo commemorativo. Si proclama la fiducia nella venuta di Colui che «tergerà ogni lacrima dai loro occhi», per cui «non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Apocalisse 21,4) e si rinnova la speranza con al quale «noi aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2 Pietro 3,13). Per questo il grido dei primi cristiani, riportato nella pagina conclusiva dell'Apocalisse, era: «Vieni, Signore Gesù!».
Ma questa attesa non è passiva: essa è ispiratrice di tutti quei gesti che pongono fin da ora segnali di giustizia, di riconciliazione e di pace di questa nostra terra pur così tormentata da lacerazioni e ingiustizie. In questo senso anche lo scambio di auguri di contenuto alto può esprimere la volontà di impegnarsi e la fiducia nella forza dello Spirito Santo che guida gli sforzi umani.
 
tratto da "La Repubblica", 24 dicembre 2003