Presepi di periferia 
di Flaviana Robbiati, maestra a Milano
Ci sono luci, a Natale, che brillano senza corrente. Penso a Maria, dieci anni, vado a prenderla nella baraccopoli in cui vive; andiamo a un’iniziativa a sostegno di un grande progetto della comunità di Sant’ Egidio per i bambini africani. Nel tragitto le parlo di questi bambini e di ciò che manca loro. 
Maria mi chiede: «Ma non hanno la casa?» «Nemmeno una baracca?» e continua «Ma allora perché non vengono nella mia baracchina?».
Cara Maria, i pochi metri in cui vivi con mamma, papà e i tuoi fratellini, senza acqua né luce, sono il luogo più bello del mondo, perché lì, nella povertà e nel freddo, c’è Gesù, ce l’hanno portato le tue parole. La tua baracchina è il presepe in cui Gesù abita
Penso a Camelia, che mi corre incontro con i suoi bambini appena vede spuntare la mia macchina. Ho portato alcuni sacchetti di cose utili, loro mi portano un sorriso aperto nonostante tutto.
E’ sempre così quando vengo qui: un caffè bevuto insieme in una baracca cresciuta insieme ad altre cento ai margini della città, i bambini che mi mostrano i quaderni e mi chiedono di aiutarli a finire i compiti, il racconto dei problemi di ogni giorno, ma soprattutto tanto affetto.
Nel lasciare quel luogo di miseria estrema porto sempre con me quegli abbracci, i sorrisi e l’ospitalità. Non hanno nulla, e mi regalano tutto. Anche lì ho incontrato il presepe. E’ strano, si va al presepe per portare doni, e lo si lascia rendendosi conto di essere arrivati a mani vuote e di ritrovarsele piene
Penso a Papa Francesco e a quando la scorsa estate, durante le Gmg, è stato accolto nella baracca di una favela. Non so se lui sa quanto quel gesto abbia riempito il cuore di noi volontari che delle baraccopoli rom abbiamo fatto una seconda famiglia. Abbiamo sorriso quando ha detto che il pastore deve avere l’odore delle sue pecore: ne sappiamo qualcosa! Di sicuro il papa sa quale ricchezza sia incontrare questi presepi, e quanto lo si debba fare con delicatezza, in punta di piedi, anzi, in ginocchio, come si farebbe se ci si trovasse davvero davanti alla capanna di Betlemme.
A questi poveri il nostro grazie per l’amicizia e la fiducia che ci donano. 
in “La Stampa” del 24 dicembre 2013