«Dio parla solo a colui che tace. Può aprirgli l'udito, ma non può chiudergli la bocca. L'onnipotenza sa precludersi l'interferenza, lasciando l'uomo a rimasticare le ciance e le bestemmie. Che sia lui a zittirsi: a quel confine dove Giobbe smette Dio comincia.
C'è un silenzio dell'uomo che consente di liberare, sulla pagina o dentro di sé, la voce dell'immenso. Quando il corpo, il pianto, il pensiero stesso sono sbarramenti, il silenzio scalza la corteccia, sgombera il campo al vuoto, vestibolo di Dio. Ogni santo lo ha appreso: a Dio occorre che l'uomo si ritragga. Allora la sua voce investe il mistico, lo solleva assorto, come il flauto suscita il serpente avvolto nell'ipnosi. Ballo di code, spine dorsali come canne al vento: il santo sorge dal silenzio, il rettile dal cesto.
Giobbe tace: allora scende su di lui dal turbine dei cieli la voce che lo istruisce, che gli porta scampo».
Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, 99